#NONCIFERMANESSUNO di Luca Abete: la campagna che ispira i giovani italiani

Vent’anni di inchieste giornalistiche e talk nelle università del Bel Paese: l’inviato di «Striscia la notizia» racconta per la «Voce» il progetto da lui ideato che unisce legalità, coraggio e crescita personale, trasformando le difficoltà in opportunità

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#NONCIFERMANESSUNO di Luca Abete: la campagna che ispira i giovani italiani
Foto New Lab Production

In un mondo sempre più disordinato, dove le aspettative e le pressioni sembrano scontrarsi con quello che appare come un futuro alquanto incerto, per le nuove generazioni può essere difficile orientarsi e trovare la propria strada avendo cura allo stesso tempo della propria serenità. In questo scenario i più giovani possono trovare la luce grazie ai sogni, alla resilienza e al coraggio, e proprio questi elementi sono al centro di #NonCiFermaNessuno, campagna sociale motivazionale partita nel 2014 e che da allora, attraverso incontri nelle università e nelle scuole superiori italiane, ha portato un messaggio positivo e di incoraggiamento a decine di migliaia di studenti, riscuotendo un grande successo. L’ideatore del progetto è Luca Abete, volto noto della televisione da oltre vent’anni, inviato del celebre programma firmato Mediaset, “Striscia la notizia”. Abete è da sempre impegnato in segnalazioni di atti illeciti nella sua terra d’origine, la Campania, per quanto riguarda fenomeni come la criminalità, l’ingiustizia sociale e l’illegalità. Dal 2009 è tra i primi a condurre, con i suoi servizi, la battaglia di denuncia nella cosiddetta Terra dei Fuochi, tra Caserta e Napoli, indagando sui roghi di rifiuti tossici smaltiti dalle organizzazioni criminali. Si è dedicato con continuità alla guerra all’abusivismo e alla contraffazione, smascherando diverse truffe e portando alla ribalta storie di cittadini che vivono in condizioni estremamente disagiate. Per i temi trattati e gli scandali scoperti è stato in più occasioni minacciato e addirittura aggredito insieme alla sua troupe. Abete porta in prima persona la sua storia – un perfetto esempio di resilienza e determinazione nonostante difficoltà e ostacoli – nelle università con il progetto #NonCiFermaNessuno e in queste occasioni dialoga e si confronta con gli studenti. Nell’edizione 2025 la campagna ha visto protagonisti oltre 3mila studenti in otto tappe in atenei italiani, coinvolgendo oltre 4 milioni di utenti sui social network. Abbiamo intervistato in esclusiva Luca Abete, che ha raccontato il progetto e si è aperto anche su alcuni retroscena della sua vita.

Ci parli di #NonCiFermaNessuno.
“#NonCiFermaNessuno è nato nel 2014 per sperimentare per lo più nuove forme di comunicazione che potessero intercettare l’interesse dei ragazzi. Incontravo i giovani per parlare di temi come la legalità e le battaglie a favore dell’ambiente, ma loro erano interessati soprattutto a come fossi riuscito a realizzare il mio sogno. Infatti, quando raccontavo loro il mio percorso e la mia storia, mi rendevo conto che erano più interessati. Quello che così ho capito è che i ragazzi molto spesso non rispondono positivamente alle sollecitazioni degli adulti, perché gli adulti non sanno intercettare la loro attenzione. Allora ho pensato a un esperimento di comunicazione: ho voluto provare a parlare non tanto di successo ad ogni costo, ma di sconfitte, e dai frantumi che queste sconfitte lasciano, ho voluto far nascere un meccanismo di valutazione e di analisi. È quindi nato il format di #NonCiFermaNessuno, abbastanza trasgressivo per il tempo, perché nel 2014 l’aspetto motivazionale non era particolarmente diffuso e la parola resilienza non largamente utilizzata come lo è oggi. Abbiamo iniziato a parlare di sconfitte nelle università, il tempio del voto alto ad ogni costo. All’inizio abbiamo avuto un po’ di resistenza da parte di alcuni atenei, ma l’entusiasmo dei ragazzi e il riscontro positivo che il progetto ha avuto sulle reti sociali ci hanno spalancato le porte e motivato ad andare avanti. Negli anni abbiamo ricevuto la prestigiosa Medaglia del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per il valore e l’originalità della campagna, oltre a diversi patrocini ministeriali. Io personalmente sono stato a parlare davanti a 7mila ragazzi durante un incontro con Papa Francesco. Questi riconoscimenti dimostrano che questo progetto è vincente proprio per il metodo che adotta”.

Cosa succede quando incontrate gli studenti nelle università?
“Arriviamo nelle università e non ci conosciamo, siamo degli estranei, ma usciamo dall’aula dopo due ore e mezzo di talk come se fossimo amici. Accorciamo le distanze parlando delle nostre storie e questo meccanismo restituisce sicuramente una lezione importante, ovvero che a volte ci sentiamo soli perché siamo poco interessati a raccontarci e ad ascoltare. La formula dell’ascolto è tra le pratiche più banali, più analogiche, meno digitali… nell’epoca dell’intelligenza artificiale l’ascolto diventa la rivoluzione. L’ascolto di storie, l’ascolto di chi ha voglia di aprirsi e semplicemente di tirare fuori una piccola parte di sé stesso diventa un modo per creare empatia, per farci riscoprire quanto alla fine siamo simili indipendentemente dai luoghi in cui viviamo e dalle esperienze che abbiamo vissuto. È questa la formula più bella e il riscontro è magnifico. I ragazzi partecipano ognuno a modo proprio: c’è chi alza la mano per dire la propria, c’è chi racconta storie di fragilità terrificanti ed esperienze traumatiche, ma c’è anche chi tira fuori esperienze di coraggio, di resilienza, di grande capacità di convertire i momenti difficili in momenti di crescita. Anche coloro che non se la sentono di parlare, hanno la possibilità di compilare delle schede che distribuiamo per raccogliere testimonianze e racconti anonimi”.

Le tematiche trattate più spesso durante gli incontri sono le fragilità, le difficoltà e le preoccupazioni dei giovani, molto diffuse in questa generazione. A suo parere, da dove scaturiscono?
“Secondo me molte nascono dalle pressioni che i giovani ricevono o che comunque avvertono, che talvolta possono essere non reali come invece immaginano. I giovani sentono le pressioni della famiglia, della società, e al giorno d’oggi anche quelle che derivano dall’uso dei social network. Vivono una percezione di tutto ciò in maniera probabilmente sovradimensionata. Alcuni però, davanti alla tensione, alla pressione, al dover fare e al dover dimostrare, all’essere all’altezza, trovano anche uno stimolo per sviluppare il proprio talento e per incanalare le proprie capacità in qualcosa di proficuo. Altri invece, davanti alla paura di sbagliare e di non essere all’altezza, si fermano: non si tratta di una sosta proficua, ma di una sosta di chi rinuncia, di chi, invece di giocare la partita, preferisce non scendere in campo. Ai ragazzi dico sempre che la vera sconfitta è rappresentata dal non accettare la sfida, e che il giudizio degli altri è sì importante per aiutarci a migliorare, ma che non deve assolutamente penalizzarci tanto da renderci immobili in un cammino che inevitabilmente può essere fatto anche di amarezze e di delusioni”.

Come ha visto il progetto cambiare ed evolversi in questi oltre dieci anni?
“In questi 11 anni abbiamo affrontato tre fasi principali. La prima è stata quella prima della pandemia di Covid-19, durante la quale i ragazzi erano particolarmente interessati allo sviluppo del proprio cammino professionale, cioè studiavano e portavano avanti il proprio percorso, e avevano come focus principale della propria attività l’affermazione lavorativa successiva. La pandemia ha rappresentato uno shock per tutti gli studenti italiani: noi abbiamo continuato il nostro tour senza fermarci, abbiamo capito che in quel momento tragico e terribile era molto importante non perdere di vista gli studenti. Abbiamo fatto i nostri talk in streaming, con i ragazzi che si collegavano dalle loro camerette, e ci raccontavano come vivevano quel periodo così delicato. In quel momento hanno cominciato a raccontare della loro condizione emotiva, della loro situazione personale, dimenticandosi completamente del futuro perché l’emergenza lo aveva messo in secondo piano. Il momento del rientro alle università dopo la pandemia ci ha restituito dei ragazzi che hanno ritrovato l’interesse per il futuro, ma al quale hanno anteposto il loro benessere psicologico. Negli ultimi anni i ragazzi ci raccontano più della loro situazione personale che di quella accademica e universitaria e delle prospettive lavorative. Questa, secondo me, è una bella evoluzione della loro esperienza personale di vita in generale: cominciare a interrogarsi sulla propria felicità, su quello che fa stare bene, su quello che in qualche modo può essere al centro di una consapevolezza rinnovata. Ovviamente, non dobbiamo perdere di vista quelle che sono le prospettive future. È quindi giusto raggiungere un equilibrio tra questi due elementi, benessere personale e percorso di studio e professionale: penso che possa rappresentare una forma di maturazione di questa generazione”.

#NonCiFermaNessuno ha una grande risonanza in Italia. State pensando anche di esportare il format all’estero?
“Nelle università che visitiamo ci sono studenti coinvolti in periodi di studio e progetti all’estero, e allo stesso tempo incontriamo spesso studenti provenienti da altri Paesi che si trovano per un periodo di tempo a studiare in Italia. C’è quindi una contaminazione di esperienze che probabilmente amplificheremo anche negli anni futuri. Vorremmo contaminare ulteriormente il talk e lo storytelling con narrazioni di chi vive esperienze estere. Riscontriamo un interesse da parte di università straniere di capire come mai in Italia è nata questa formula, che riesce a ottenere qualcosa di proficuo facendo semplicemente un buon lavoro di sinergia con gli studenti. La nostra intenzione è quella di arricchire sempre di più il nostro racconto, il nostro mosaico di esperienze e di narrazioni, includendo anche ragazzi provenienti da altri Paesi e coinvolgendo studenti italiani all’estero. Riteniamo sia importante anche sentire la voce di chi vive l’Italia con un parallelo diverso negli occhi, nel cuore e nella testa e poi, naturalmente, i media ci aiutano tanto a diffondere e a divulgare questo metodo che ritengo possa essere veramente rivoluzionario nel migliorare i percorsi di vita di tanti ragazzi, italiani e stranieri. Da ciò che i giovani ci raccontano emerge un elemento importante e significativo: può cambiare il Paese, può cambiare la lingua con cui si narrano i propri percorsi di vita, ma molte esperienze restano simili. Questo ci fa comprendere che, laddove esiste una preoccupazione, essa può dirsi generalizzata, anche al di fuori dei confini italiani”.

Avete già in mente delle tappe per il tour 2026?
“Il prossimo tour non è ancora stato definito, ci stiamo lavorando. Come ogni anno, includeremo sia atenei in cui non siamo ancora stati sia università che abbiamo già toccato e che per noi sono una conferma in termini di accoglienza. Ci ripetiamo molto volentieri dove c’è una community particolarmente attiva. Utilizziamo l’esperienza dell’anno passato per rimodellare un po’ il format, cercando di puntare su quelle che sono le emergenze e le attenzioni più sentite dai ragazzi. Ogni tappa, pur mantenendo una continuità con le precedenti, è sempre unica, perché nasce dal contributo diretto dei ragazzi che incontriamo. Ogni incontro si trasforma così in un vero e proprio laboratorio: non un punto di arrivo, ma un punto di partenza, in cui i giovani partecipano attivamente e diventano a loro volta portavoce, organizzatori e divulgatori. Ci mettono la faccia e si trasformano in ambassador dei valori della campagna per i loro coetanei, collaborando con noi prima, durante e dopo le attività e diventando vere e proprie sentinelle degli atenei, pronte, all’occorrenza, a tendere la mano agli studenti in difficoltà”.

La campagna #NonCiFermaNessuno è strettamente collegata alla sua storia personale. Qual è stato il suo percorso?
“Sono nato ad Avellino, nell’entroterra campano. Mentre studiavo architettura all’università, ho cominciato a lavorare come animatore e clown e ho così scoperto che regalare un sorriso mi dava più soddisfazioni e mi restituiva emozioni più intense rispetto al progettare edifici. A piano a piano ho cominciato a sviluppare questo percorso semplicemente provando a sperimentarmi, dandomi del tempo mentre studiavo proprio per capire quale potesse essere la mia dimensione lavorativa, creativa e artistica, vedere se veramente c’era un qualcosa di importante da questo punto di vista da tirare fuori. Con il tempo ho cominciato a fare programmi per bambini, e ho capito che quella era la mia strada. Ho fatto delle sperimentazioni ‘on the road’ con dei format piccoli su delle reti televisive locali finché poi, quando ho scoperto che ‘Striscia la notizia’ cercava degli inviati dalla Campania, ho fatto un concorso e sono stato scelto per tale ruolo grazie al voto degli italiani. Da allora sono passati 20 anni di attività, durante i quali ho svolto 1.800 inchieste; sono stato il primo a far emergere il problema della Terra dei Fuochi, recandomi in prima persona in luoghi dove venivano commessi crimini ambientali gravissimi, ho combattuto per migliorare la sanità campana, ho rincorso truffatori e sono stato molto spesso rincorso. Ho riportato oltre 100 giorni di prognosi a seguito delle aggressioni subite; dopo un servizio sulle case confiscate ai Casalesi ho ricevuto minacce di morte; sulla mia pagina Wikipedia, accanto alla data di nascita, è stata addirittura aggiunta una data di morte. Si tratta di numerose esperienze di resilienza che ho sempre vissuto con grande leggerezza, perché credo che la qualità del lavoro che porto avanti non debba mai essere condizionata da tali pressioni; anzi, minacce e intimidazioni hanno rafforzato la mia consapevolezza che il male mi vedesse come un rivale e che, quindi, stessi svolgendo bene il mio lavoro. E poi il fronte di coloro che mi sostenevano è diventato particolarmente caldo e molto presente intorno a me: milioni di telespettatori e migliaia di cittadini della regione nella quale lavoro come inviato, la Campania, mi hanno sempre dato un sostegno incredibile. Queste sono le caratteristiche che credo possano aver determinato il mio successo in televisione. Da ragazzo di provincia che giocava con i bambini che incontrava, sono riuscito a realizzare il mio sogno, continuando a lottare per migliorare il mio Paese; da clown che regalava un sorriso ai bambini, oggi regalo un sorriso ai cittadini in difficoltà. Penso che sia una parabola bellissima. Il fatto che vada avanti e combatta per questi ideali, anche contro chi cerca di distruggerli, penso possa essere uno degli elementi più ispiranti e che conferma la credibilità della narrazione, apprezzata particolarmente dai ragazzi nelle università. Loro in me non vedono il coach che viene a dare lezioni di vita, ma vedono il personaggio televisivo che racconta non tanto dei successi, ma di tutti i momenti difficili che ha passato e di come li ha affrontati”.

Che implicazioni ha il lavoro di inchiesta e di denuncia che fa? Perché è necessario ancora oggi?
“Alcuni problemi vengono risolti, ma ne nascono altri. In 20 anni di attività in questo lavoro, ho visto molte situazioni risolversi, mentre tante altre si sono semplicemente trasformate nella loro forma. Per esempio, prima la truffa si faceva vis-à-vis, oggi invece avviene sul web. Ci sono molti cambiamenti che avvengono comunque, perché l’indole dell’essere umano non sarà certo modificata né da un programma televisivo né dal passare del tempo. Il lavoro di denuncia che abbiamo portato avanti con ‘Striscia la notizia’ negli anni e che ho personalmente svolto in Campania, ha portato però a una radicale trasformazione. Quando ho cominciato, alcune pratiche illegali non venivano neanche percepite come tali. Già il fatto che oggi esistano dei paladini della legalità, e che la legalità sia finalmente riconosciuta come un valore importante per cui schierarsi e combattere, rappresenta per me una grande soddisfazione. Quando ho cominciato, invece, vivevo la solitudine di chi crede in una battaglia non condivisa da tutti e venivo contrastato persino da chi, per principio, avrebbe dovuto sentirsela propria. Anche nei casi in cui non abbiamo vinto la nostra battaglia, è stato comunque un grandissimo successo aver rappresentato per molti cittadini un punto di riferimento a cui hanno aggrappato la loro speranza”.

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