«Non esistono popoli buoni o cattivi»

Dalla Palestina all'ex Jugoslavia, passando per Baghdad e Sarajevo: il fotogiornalista Mario Boccia ripercorre vent'anni di reportage nei territori di guerra. "Davanti al dolore umano non esistono schieramenti", ci racconta in questa seconda parte di una lunga intervista

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«Non esistono popoli buoni o cattivi»
Foto: Josip Mikacic/PIXSELL

Mario Boccia porta con sé l’onore (e l’onere) di aver testimoniato la storia. Durante la sua carriera da fotogiornalista ha seguito diversi conflitti, dalle guerre del Golfo a quelle dell’ex Jugoslavia, che ha documentato per dieci anni. I suoi reportage sono stati pubblicati da molte testate italiane ed europee, e le sue fotografie utilizzate per numerose campagne di organizzazioni internazionali e ONG. Macchina fotografica alla mano, ha immortalato tragedie e devastazione, ma anche umanità e solidarietà, sempre con lo scopo di sensibilizzare il maggior numero possibile di persone. Il suo vuole essere un messaggio di speranza: trovare il bello anche nei contesti più difficili, sorprendersi davanti al sorriso di un bambino in mezzo alle macerie. Quello che Mario tiene a sottolineare è che non esistono popoli buoni o popoli cattivi, ma persone buone e persone cattive; non c’è schieramento o divisione che tenga davanti al dolore umano. Nella seconda parte dell’intervista concessa al nostro giornale in occasione dell’apertura della sua mostra fotografica negli spazi dell’Istituto Italiano di Cultura di Zagabria, Mario ripercorre i suoi inizi nella fotografia, fino ad arrivare alle guerre che ha seguito da vicino, condividendo paure e sensazioni con cui ha dovuto fare i conti durante il suo percorso professionale e umano.

Come si è avvicinato alla fotografia?
“È sempre stata la mia passione. Quando ero bambino era un gioco, poi è diventata la mia professione. La mia prima macchina fotografica mi fu regalata quando avevo otto anni da mio zio, fratello di mia madre, ex deportato nel campo di concentramento di Dachau e appassionato di fotografia. Fu lui a invitarmi a raccontare storie attraverso le immagini. Conservo ancora il primo album che realizzai: a ogni fotografia avevo abbinato una descrizione, come se fossi un giornalista. Le foto ritraevano momenti familiari, feste, viaggi e compleanni, ed erano raccontate in modo che qualcuno che non era presente potesse capire cosa fosse successo in quel luogo e in quel momento”.

Quando ha iniziato a fare della fotografia il suo lavoro?
“Lo zio che mi aveva regalato la prima macchina fotografica, così come mia madre e altri due loro fratelli, erano stati tutti partigiani e mi raccontavano spesso della necessità di lasciare il mondo migliore di come lo si era trovato, di lottare, come avevano fatto loro durante la guerra, per la giustizia. È così che la mia passione per la fotografia si è intrecciata con l’impegno sociale, passando attraverso i primi anni ‘70, i movimenti di massa, la partecipazione alle manifestazioni di piazza e il movimento studentesco. Erano esperienze che coniugavano la mia voglia di raccontare con la partecipazione diretta. Successivamente sono iniziati i viaggi. Cominciai a viaggiare per il mondo raccontando quello che vedevo attraverso le immagini e vendendo le prime fotografie, prima con un’agenzia fotografica e poi come freelance”.

Quali sono stati i suoi primi reportage?
“I primi reportage furono dalla Palestina. Alla fine del 1989 partecipai a una grande manifestazione chiamata Time for Peace (È tempo di pace): si trattava di una catena umana di pacifisti israeliani e palestinesi stretti insieme intorno alle mura della Città Vecchia di Gerusalemme. In quell’occasione mi recai anche a Gaza. I manifestanti furono caricati molto violentemente dalla polizia israeliana e un insegnante di Napoli che conoscevo perse un occhio per le botte ricevute”.

Qual è stato il primo conflitto che ha seguito?
“È stata la prima guerra del Golfo. Mi trovavo a Baghdad e realizzai un reportage sui bombardamenti della città. Ho testimoniato quella guerra finché non sono stato espulso, insieme ad altri giornalisti, dal Paese; da lì andai in Giordania e poi tornai in Italia. Ci è andata bene perché nessuno di noi si fece male. A Baghdad sono ritornato anche durante la seconda guerra del Golfo e in quell’occasione ho rischiato il sequestro. Era, infatti, il periodo in cui venivano sequestrati i giornalisti: proprio nei giorni in cui arrivavo a Baghdad venne sequestrato e ucciso Enzo Baldoni. Là vivevo in quella che era conosciuta come la casa degli italiani, insieme a due cooperanti, Simona Pari e Simona Torretta, che lavoravano per l’ONG ‘Un ponte per’. Entrambe vennero sequestrate e poi fortunatamente rilasciate dopo circa un mese. Io scampai per ventiquattr’ore a quel sequestro. Raccontavo la vita nella Baghdad dell’immediato dopoguerra, con la presenza dei militari statunitensi, i tentativi di ricostruire il dialogo, soprattutto nelle scuole, e le attività delle ONG che lavoravano nel Paese”.

Ha seguito in modo molto intenso anche le guerre jugoslave.
“Sì. Ho iniziato nel 1991 con l’indipendenza della Slovenia e la breve crisi – la chiamerei così più che guerra – dei dieci giorni, con i primi scontri e le prime avvisaglie di quello che sarebbe poi successo. Mi sono recato fin da subito in Croazia: andai a Osijek e seguii come potevo, come altri colleghi, quello che stava avvenendo. Ho proseguito fino al 2001, con il conflitto in Macedonia del Nord. In quei dieci anni ho seguito tutto: dall’assedio di Sarajevo ai bombardamenti della NATO su quella che oggi è la Serbia nel 1999, compresa la guerra in Kosovo. Durante questi conflitti ho cercato di lavorare su due fronti. Da un lato, ho fotografato la realtà che c’era dietro i combattenti, cioè i loro sponsor politici, i nazionalisti e le loro formazioni armate. Dall’altro, ho voluto documentare anche la sofferenza e le storie dei civili che subivano la guerra, da tutte le parti. Il lavoro di uno storico è accertare le fonti e stabilire le responsabilità politiche e militari di un conflitto. Toccando con mano queste vicende, ho imparato a conoscere un’altra realtà. Ho capito che non esistono popoli buoni e popoli cattivi, ma cattivi dirigenti e criminali di guerra, non divisibili lungo le linee del fronte. Le persone subiscono la stessa violenza, sia che appartengano a un popolo sia a un altro; anzi, spesso è difficile stabilire i confini tra un popolo e un altro. Sarajevo era il simbolo di tutto questo. Dentro Sarajevo ho sempre preferito raccontare le storie di resistenza civile delle persone”.

Il suo legame con i Paesi dell’ex Jugoslavia risale alla sua infanzia…
“Esatto. Fin da quando ero bambino venivo in vacanza con i miei genitori in quella che allora era la Jugoslavia, che abbiamo girato molto in macchina. È una terra alla quale sono legati molti ricordi della mia infanzia, e che ho poi visto devastata dalla guerra negli anni ‘90, da giornalista”.

Di tutti i conflitti che ha seguito, quali elementi comuni ha potuto riscontrare?
“Le vittime sono tutte uguali, così come i criminali. Se si dice che i morti stanno tutti da una parte e gli aggressori dall’altra, si prepara un secondo tempo della guerra”.

Se dovesse scegliere un’immagine per descrivere la guerra, quale sarebbe?
“Mi viene in mente una scena che immortalai a Baghdad: nella foto sono ritratti un bambino accanto al padre. Sono entrambi di spalle, davanti a una casa semidistrutta colpita da una granata. Si tratta, oltretutto, della già menzionata casa degli italiani dove alloggiavo. Nello scatto il bambino tiene la mano del padre e la stringe. Mi ci vedo rappresentato, come se fosse un selfie con mio figlio piccolo. È un gesto di protezione davanti a una realtà tragica che non può essere cancellata; il bambino si stringe al padre, o forse è l’adulto che si stringe al figlio… è uno stringersi reciproco tra due esseri umani, uno grande e uno piccolo”.

Si è mai sentito impotente di fronte alle scene a cui assisteva? Come ha fatto ad accettare e gestire questa sensazione?
“Mi sono sentito molte volte impotente. Quando ti trovi in situazioni del genere non puoi fare veramente niente, sei fisicamente impotente. Il senso di impotenza è ingestibile. A volte avevo voglia di prendere la macchina fotografica e spaccarla in testa a qualcuno, sapendo che sarebbe stato l’ultimo atto che avrei compiuto; non avrei salvato nessuna vita, avrei soltanto buttato via la mia inutilmente, insieme alle foto che avevo scattato, fotografie che potevano raccontare una realtà che altri non avevano visto. Quando ho potuto, ho cercato di aiutare. Una volta, a Sarajevo, fermai la macchina e accompagnai all’ospedale un uomo ferito che trovai per strada; fortunatamente non era grave, ma perdeva sangue. Quando arrivammo mi chiese scusa per avermi sporcato la macchina: quella fu l’ennesima lezione di dignità da parte di una persona della quale non sapevo neanche il nome”.

Come si rapportava con i civili?
“Mi rapportavo come la mia coscienza mi diceva fosse giusto fare. Mi sono sempre avvicinato con grande rispetto, evitando anche di scattare fotografie che sentivo invasive rispetto al dramma che qualcuno stava vivendo in quel momento. Questo atteggiamento mi ha permesso di stringere vere e proprie amicizie che durano ancora oggi, per esempio con persone che mi hanno ospitato nelle loro case e che ho seguito nella vita di tutti i giorni. Inoltre, cercavo di far capire alle persone che stavo facendo qualcosa che potesse essere utile anche a loro, sempre all’insegna del rispetto”.

Come si rapportava invece con i militari?
“Con i militari, che non rispettavo, giocavo sulle loro debolezze e sulle loro vanità. Il militare, in un’epoca in cui non esistevano i selfie, vedeva noi fotografi come un’occasione per mostrarsi al pubblico mentre ostentava i muscoli e la propria forza. Non dovevo apparire troppo sottomesso, dovevo mantenere una distanza, ma sfruttavo il fatto che a loro piacesse essere fotografati da me, essere raccontati per come erano. Una volta camminavo per strada, ero in Krajina, e un uomo fermò il furgone: era un combattente paramilitare serbo. Mi vide con la macchina fotografica e volle che lo fotografassi mentre prendeva un coltello e se lo metteva tra i denti. Era evidente che fosse una foto contro di lui, ma voleva comunque essere ripreso in quel modo, voleva sfruttare me per essere rappresentato come desiderava. Mi fece vedere una pietra per affilare il coltello e mi disse che doveva essere sempre affilato perché avrebbe dovuto tagliare una gola al primo colpo. Era una cosa che non gli avrei mai chiesto, però era lui a farlo per me, anzi per sé stesso, per la sua vanità. Si può sfruttare questa loro debolezza e mostrarli al mondo per quello che sono realmente. Naturalmente non ci si può mettere a discutere con loro perché c’è il rischio che ti sparino: non si è in una posizione di forza, è un rapporto molto sproporzionato”.

Ha mai avuto paura di morire?
“La paura ce l’avevo sempre, ma ho cercato di non pensarci. Anche quando sono stato arrestato, diverse volte, ho avuto paura. Quando, invece, ci si trova in un’azione veloce, l’adrenalina è automaticamente molto alta. Per esempio, nel pieno di un bombardamento di granate, l’istinto è quello di correre con la macchina fotografica e scattare. Quando mi capitava era come se guardare dentro la macchina fotografica potesse proteggermi: non ero lì, mi trovavo dietro l’obiettivo. Inoltre, condividevo il rischio con le persone che incontravo. A Sarajevo, per passare il checkpoint delle Nazioni Unite sulla pista dell’aeroporto, era necessario entrare indossando un giubbotto antiproiettile e un elmetto. Tuttavia, una volta entrato, me li toglievo subito: non giravo con il giubbotto antiproiettile né con l’elmetto, perché mi vergognavo nei confronti dei civili che non avevano quelle protezioni, mi sentivo a disagio. Volevo sentirmi alla pari con persone che percepivo come amiche, e questo mi faceva stare con la coscienza a posto”.

Cosa le lasciava l’esperienza della guerra una volta tornato a casa, in Italia?
“Il disagio più grande per me era quello dei saluti prima di partire e di tornare a casa. Ero stato ospitato da alcune persone, le salutavo, scattavamo l’ultima foto insieme e sapevo che avrebbe potuto essere davvero l’ultima, perché ero consapevole che, quando sarei tornato e avrei bussato alle loro porte, non era scontato che mi avrebbero aperto o che li avrei trovati ancora vivi. Quando, invece, tornavo a casa avevo voglia di ripartire, mi sembrava di stare a perdere tempo in Italia. Mi capitava di uscire con degli amici e di andare a delle feste: si spargeva la voce che ero stato in guerra e molti mi facevano domande. In quelle occasioni me ne andavo, e così facendo ho perso una serie di amicizie. Non mi ritrovavo più in quei contesti: la mondanità e le feste mi davano fastidio”.

 

Mario Boccia

 

(2 e segue)

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