Nell’abbraccio delle Alpi Giulie

UNA NATURALISTA A PASSEGGIO Lungo la Vršiška cesta dalla Val Trenta a Kranjska Gora

Il Bavški Grintavec, che si ammira salendo dalla Val Trenta verso il Vršič

Nell’abbraccio delle Alpi Giulie, la Val Trenta, solitaria e poco popolata, appare all’occhio del visitatore attuale ancora assolutamente intatta. Le sue grandi foreste, sfruttate in passato sino all’inverosimile, hanno ben recuperato, in quanto parte del Parco Nazionale del Triglav dal 1961.
Il tratto centrale della valle e l’imbocco del ramo alto vennero colonizzati all’incirca cinque secoli or sono. Nella prima metà del XVI secolo iniziò l’estrazione del ferro dai giacimenti ai piedi della Velika Dnina, presso il monte Zapotok e lungo le ripide pendici del Prisojnik. Dal minerale veniva ricavato il metallo fuso, impiegando nelle fornaci il legname proveniente dalle foreste adiacenti. Il faticoso scavo e il trasporto troppo costoso indussero la chiusura delle miniere nel 1778 e l’unica strada che collegava il borgo di Trenta con Bovec (Plezzo) si trasformò ben presto in una carrareccia dissestata. I minatori ridiventarono così i pastori e i boscaioli d’un tempo.
Da minatori a pastori
Una parte dei prodotti caseari e dei manufatti fabbricati durante i lunghi inverni, venivano portati a Kranjska Gora lungo uno stretto sentiero che saliva fino alla sella del Vršič e scambiati con beni di prima necessità, attrezzi indispensabili al taglio della legna e farina di mais con la quale cuocere la polenta. Quest’ultima, accompagnata da ricotta e patate, costituiva il piatto forte dell’alimentazione; i tuberi erano infatti quasi l’unico ortaggio coltivato nei minuscoli orti ricavati con la poca terra rubata a un suolo prevalentemente roccioso.
Patria di cacciatori
La valle però era anche la patria di arditi cacciatori che si spingevano, agili e sicuri, fin sulle cime alte e sperdute delle Giulie, delle quali conoscevano anche gli angoli più remoti. Questi eccezionali arrampicatori divennero quindi le guide dei primi eminenti botanici e studiosi di scienze della Terra, i quali osarono metter piede in un simile fantastico mondo, all’epoca sconosciuto ai più; sulla scia di quella sete di scoperte, incrementata nel ‘900 dal rapido sviluppo della tecnologia, i più impavidi si avventuravano in mezzo a una natura assolutamente selvaggia. Tra essi ci fu anche Julius Kugy, il grande letterato, alpinista e appassionato botanico, che imparò a conoscerne la bellezza proprio a Trenta, sin dall’adolescenza. Nelle sue prime scalate gli fece da guida Anton Tožbar-Špik; successivamente, nel 1871, quest’ultimo fu attaccato da un orso sotto la Planja, restando privo della mascella e di una parte della lingua, guadagnandosi il soprannome di Medved/Orso. Un territorio che si affacciò quindi al XX secolo così com’era da migliaia d’anni.
I nuovi collegamenti
Dall’altra parte del passo del Vršič, nella Zgornjesavska dolina, che segna il confine tra le Alpi Giulie e le Karavanke, nella stessa epoca fervevano, nell’ambito dello storico complesso della ferrovia Rudolfina, i lavori del tratto Tarvisio-Lubiana, poi ultimati nel 1870. Nel 1906 anche Trenta venne collegata a Bovec tramite una nuova viabile, necessaria a traslare i tronchi a valle in modo più agevole, invece di farli trasportare dalle acque dell’Isonzo in primavera, quando insorgeva la piena per lo scioglimento delle nevi.
Incrocio di strade militari
Verso il 1909 pure l’antico sentiero che saliva al Vršič venne ampliato per lo stesso motivo. Con lo scoppio della Prima guerra mondiale e il posizionamento del fronte isontino, iniziò però la costruzione di una vera e propria strada, necessaria dal punto di vista strategico, in quanto il borgo di Kranjska Gora costituiva un importante incrocio di strade militari. Il progetto di questa via alpina, cruciale nel collegamento, prevedeva 24 chilometri di brevi rettilinei in salita e successivamente in discesa, alternati a ben 50 tornanti, che partendo da Log nella Val Trenta (620 m), salivano al passo della Mojstrovka o Vršič (1611 m) e poi scendevano a valle dall’altro versante fino a Kranjska Gora (810 m). Allo scopo di realizzarlo furono messi ai lavori forzati più di 10.000 soldati russi prigionieri. Per proteggerli vennero erette nei punti critici delle speciali tettoie antivalanga, che comunque non ressero, sicché nella primavera del 1916 più di 300 uomini persero la vita travolti dalla neve assieme ad alcuni dei loro carcerieri. La strada venne ultimata all’inizio di ottobre del 1917.
La strada russa
I corpi restituiti dal disgelo vennero tumulati in due cimiteri sotto l’Erjavčeva koča e nel sacrario presso la Cappella russa, eretta in loro ricordo dai sopravvissuti. Il piccolo edificio, che a prima vista sembra uscito da una fiaba rutena, in origine era rivestito da semplice corteccia di pino, sostituita da scandole in legno nel restauro del 2006. Nello stesso anno il governo della Repubblica di Slovenia, in occasione del 90º anniversario della costruzione, volle attribuire il nome di Ruska cesta/Strada russa al tratto che scende a valle a partire dalla cappella. Nel 2016, in onore del centenario, anche il presidente Putin presenziò alla commemorazione, visitando l’edificio, preservato dalla demolizione dall’intervento di Edvard Kardelj, stretto collaboratore di Tito, negli anni della rottura con Stalin.
E così, nel turbinio degli eventi storici, in barba ai danni provocati dall’intensa deforestazione e dalle guerre, la natura è riuscita a sanare in qualche modo le piaghe prodotte dall’uomo, lasciando ai posteri la visione di panorami stupendi e una flora eccezionale. Orsi, linci e lupi sono scomparsi, ma il passaggio di camosci e stambecchi, ovviamente protetti, non è affatto uno spettacolo raro.
Un tazza di tè d’erbe…
Sebbene gli inverni non siano più quelli d’un tempo, il transito lungo la strada del Vršič è permesso per soli sette mesi all’anno, poiché la neve si trattiene sino all’estate. Io la percorsi a piedi con i miei genitori all’età di sette anni, poiché ai tempi della mia infanzia camminare per lunghe distanze non era un fatto insolito per nessuno. La linea ferroviaria Lubiana-Rateče funzionava ancora, ma venne dismessa nel 1966, poiché gli eventi bellici e gli spostamenti dei confini l’avevano resa quasi inutile. Da Kranjska Gora risalimmo il versante occidentale pernottando all’Erjavčeva koča, posta proprio sulla sella; di quella lunga salita mi restò impressa soprattutto la grande finestra naturale del monte Prisojnik. Al mattino, dopo una frugale colazione e una grande tazza di tè d’erbe raccolte in loco, servita tradizionalmente nei rifugi d’un tempo, il nostro percorso continuò in discesa, verso la Val Trenta e il fiume Isonzo, alla scoperta di una natura più dolce, tra pascoli e malghe ancora tutte in legno.
La figlia degli dei
Solo anni dopo scoprii, osservando l’altro versante del Prisojnik, il curioso scherzo della natura che i raggi pongono in risalto colpendo gli strati a sbalzo della parete nord. Secondo una vecchia leggenda trentana, ciò che appare è il volto dell’Ajdovska deklica, la figlia degli dei che guidava i viandanti tra le nevi, al sicuro verso valle. Fu lei a profetizzare a una giovane madre che il figlio sarebbe diventato il cacciatore che avrebbe sparato all’Auricorno. Per questo motivo, le sue sorelle l’avrebbero maledetta e lei, tornata sul Prisojnik, si sarebbe pietrificata, diventandone parte…
Le leggende dimenticate
Le leggende si raccontano sempre meno, gli angoli selvaggi sono sempre più rari e di viandanti persi nella tormenta non ce ne sono più. In estate il traffico di ciclisti sportivi, centauri e turisti in macchina, in gran parte mordi e fuggi lungo la strada del Vršič è notevole, o almeno lo è stato sino al momento attuale, quando gli spostamenti sono dettati da regole particolari. Solo i veri amanti della montagna sono quelli che ormai lo valicano a piedi, salendo sulle ripide cime circostanti. E, detto fra noi, quelli che transitano o transiteranno un domani, con un’eventuale breve sosta alla sella, non sanno ciò che perdono limitandosi a un contatto superficiale e fuggevole con la storia, le genti e soprattutto con le splendide montagne e il loro eccezionale ecosistema; un universo decantato dai versi e dalle parole dei suoi numerosi estimatori, che hanno reso celebri in tutto il mondo le Giulie, la Zgornjesavska e la Val Trenta. Dall’alto del suo belvedere, il volto della la statua dedicata a Kugy, rivolto verso il monte Jalovec, sembra perso nella bellezza della valle verdescuro ai suoi piedi, ma anche attonito e forse un po’ sorpreso dal mutare repentino di questi nostri tempi.

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