L’uva Schiava e una lontana tragedia

Il vitigno è una specie autoctona dell’Alto Adige. Coltivato sin dai tempi dei Longobardi fa parte della storia locale

La “Schiava” è un’uva di un vitigno autoctono, il cui nome deriva dal modo in cui veniva coltivata nel medioevo; veniva potata in maniera molto severo, allo scopo di ottenere prodotti di un’ottima qualità. L’origine del vitigno è probabilmente slava e nell’Italia settentrionale giunse sicuramente al tempo dei Longobardi. I due vini più noti a base di uva Schiava sono il St. Magdalener e il Caldaro (Kalter o Kaltersee). Ed è a Kaltersee o Lago di Caldaro che mi stavo dirigendo. Un susseguirsi di meravigliose colline degradanti sul lago che si perdeva nella bruma dell’ampia vallata dell’Adige che si indovinava ad oriente mi accompagnava mentre percorrevo la “Strada del Vino” che dal Lago di Caldaro appunto, conduce alla vicina Bolzano.

 

Una stranissima fattoria
L’appuntamento era in una, per me, stranissima fattoria: un agriturismo che pareva più un fantasioso albergo in stile tirolese, non lontano dalle rive del lago. Il proprietario, un distinto medico anziano con un vistoso paio di baffi all’imperiale, dirigeva il complesso che anni prima aveva trasformato in un accogliente luogo di cura, con annesso albergo, ristorante e produzione di miele, formaggi, nonché di vino. La fama di questo singolare personaggio era molto conosciuta in Alto Adige, soprattutto per la sua coerente convinzione dell’assoluto rispetto per la natura sia per quanto riguarda il riferimento vegetale, quanto quello animale. La cucina vegetariana escludeva tassativamente ogni piatto a base di carne e di pesce ma, nei giorni che rimasi suo ospite, non ebbi mai modo di sentirne la mancanza, tali e tante erano le pietanze cucinate nei modi più estrosi, appaganti, il cui gusto raffinato sempre era accompagnato da un vino che pareva mutare affinità, profumo e corpo con il mutare dei cibi.
Fu qui che imparai a distinguere l’apparente confine tra il leggero “Lago di Caldaro scelto doc” – che ricorda il profumo della viola mammola nel delicato aroma di gusto delicato, fragrante e fantasioso; prodotto da uva Schiava in Pergole: la zona soleggiata di Caldaro – e il più corposo “St. Magdalener scelto doc”, con una versatile gamma di aromi dovuti alle ciliegie e ai frutti di bosco, vigoroso e seducente, prodotto sempre da uva Schiava, ma mescolato ad un po’ di “Lagrein dell’Alto Adige” o “Pinot nero in Pergole”.
Wagner, Puccini e gli uccelli
Ma ciò che mi colpì più di tutto era l’originalissimo e sicuramente l’unico sistema al mondo adottato da questo personaggio allo scopo di allontanare gli stormi di uccelli abituati a banchettare con i semi e con le piantine che spuntavano a primavera: nuvole di storni e di passeri che provocano notevoli danni alle culture. Per non terrorizzare gli animali, coerente al massimo con il suo modo di considerare il rapporto di rispetto, i campi coltivati erano stati protetti da un sistema di pali sui quali erano montati degli altoparlanti. Non urla o schiamazzi, ma musica di Wagner, Puccini e Liszt veniva diffusa durante il giorno e sembra, come lui mi spiegò, che i volatili non sopportassero, al contrario degli uomini, le melodie e soprattutto le vibrazioni del suono provocato dagli strumenti.

Grappoli della salute
Persona squisitamente colta e innamorato della sua professione di medico omeopatico, che aveva svolto per tanti anni in Austria, ora la esercitava con grande passione in questo accogliente centro di cura inserito nel suo elegante complesso. Vi era una particolarità che evidenziava l’originalità del tipo di cura esercitato da questo medico, sottolineandone la specialità. Si trattava della cura dell’uva Schiava. Mi chiarì che tale cura era già praticata all’epoca degli antichi Romani e che era stata riscoperta attorno al XIX secolo come cura disintossicante. Lui ne conosceva ogni più recondito aspetto organolettico e l’aveva eletta a balsamo regolatore per il nostro metabolismo. L’uva Schiava a grana grossa, mi disse, ha una buccia sottile, una polpa morbida e succosa a un elevato tenore di elementi salutari. È infatti ricca di fruttosio, acidi organici, sali minerali, vitamine, enzimi e soprattutto acqua di origine protoplasmatica dalla spiccata azione fisiologica. Quest’uva svolge inoltre effetti stimolanti sul processo digestivo, aggiunse, e poi sull’apparato epatobiliare, nonché sulla flora batterica intestinale. Vede, soggiunse, l’uva Schiava possiede soprattutto proprietà disintossicanti e diuretiche: un toccasana per il nostro organismo. Per seguire la cura dell’uva occorre trattenersi nella zona di coltivazione della Schiava. I grappoli infatti vanno consumati appena colti e ben maturi all’epoca della vendemmia. La cura dura da una a tre settimane, a seconda dell’indagine diagnostica, durante le quali si consumano sino a 2 chili d’uva al giorno.
Una terribile disgrazia
Nel periodo che trascorsi ospite del suo complesso, ebbi modo di conoscere fatti straordinari ed eventi che hanno accompagnato la vita e la storia della famiglia di questo medico: una storia densa di avvenimenti succedutisi nel corso di diverse generazioni e che fanno parte ora della letteratura dell’Alto Adige. Un avvenimento in particolare, mi colpì. Mentre, in macchina, ci stavamo dirigendo al Lago di Anterselva: luogo dove accadde il fatto nei primi anni del 1800, mi raccontò la dinamica di una terribile disgrazia. Si era alla fine dell’inverno. Il lago gelato era ricoperto da un fresco manto nevoso. La superficie gelata, spessa e affidabile, come sempre era usata dai contadini quale strada per transitare con le loro slitte trainate dai cavalli. Era la via più breve che consentiva loro di trasportare soprattutto il fieno da un capo all’altro del lago, evitando il lungo e tortuoso sentiero che lo costeggiava tra la fitta boscaglia di abeti.

Le tradizioni locali
Quel giorno si erano sposati, nella chiesetta che allora sorgeva a ridosso del ripido sentiero che portava in territorio austriaco, l’erede di un “maso” con la giovane figlia di un antenato del medico. A cerimonia terminata, com’era d’uso, le famiglie, i parenti e gli amici si erano dati appuntamento per festeggiare gli sposi nella casa paterna del marito: un “maso” situato all’altra estremità del lago. La tradizione di quelle vallate voleva che tutti potessero vedere la ricchezza della dote della sposa che veniva trasportata in modo ostentato su di un carro o su di una slitta in occasione del suo trasferimento alla nuova dimora. E così gli sposi erano anche accompagnati da parenti, amici, musici; insomma da tutti coloro che erano invitati ai festeggiamenti, molti dei quali non disdegnavano portare delle botticelle di quell’ottimo vino fatto con l’uva Schiava e tenuto in serbo per le grandi occasioni.
Le slitte sul ghiaccio
Doveva essere uno spettacolo, l’incedere delle slitte trainate dai cavalli bardati a festa, addobbate con i colori sgargianti, con gli sposi e gli invitati nei loro ricchi abiti tirolesi e un’orchestrina che suonava i caratteristici strumenti, alternandoli magari con qualche festosa bevuta d’auguri. Tutt’attorno la grande distesa bianca del Lago di Anterselva che il sole accendeva illuminando i contorni dei colori, per sfumare sullo sfondo nel verde scuro degli abeti spruzzati di bianco dalla nevicata della notte, come in una quinta di palcoscenico. Tre slitte procedevano staccate dalle altre. Sulla prima gli sposi con i parenti stretti e il prete che aveva officiato il matrimonio; la seconda con gli amici intimi e la dote della sposa; la terza con i musici dell’orchestrina e una buona riserva di botticelle, sicuramente con dell’ottimo St. Magdalener. Ognuna delle tre slitte, come del resto le altre rimaste più indietro, era trainata da due cavalli i cui contorni dei possenti garretti parevano leggermente tremolanti a causa del vapore della traspirazione degli animali sotto tiro. Le tre slitte scivolavano senza intoppi verso il centro del lago e nella vallata si udiva l’allegra musica dell’orchestrina.

Un silenzio irreale
Successe tutto all’improvviso! Mentre una delle slitte si avvicinava a quella degli sposi, un rumore sinistro, breve e secco come il “crack” di un ramo spezzato, incideva una riga scura sul manto di neve fresca. Bastarono pochi secondi, forse cinque o sei, e le tre slitte scomparvero, in rapida successione, alla vista di quanti assistevano poco lontano. Il ghiaccio si era spezzato aprendo una voragine d’acqua che ribollì solamente per poco. Quelli delle altre slitte, pur terrorizzati, si avvicinarono con precauzione con l’evidente intento di portare aiuto. La superficie del Lago di Anterselva si stava livellando in un silenzio irreale. Slitte, cavalli e persone pesantemente addobbati, sprofondarono nell’acqua senza avere né il tempo, né la possibilità di reagire. Con loro scomparvero tutti gli oggetti che le tre slitte trasportavano. L’acqua freddissima non permise alcuna reazione, mentre il ghiaccio lentamente, ma inesorabilmente ricuciva la ferita. Se ne parlò per anni di questa tragedia nella vallata, soprattutto per il fatto che nessuno ritrovò mai alcun corpo od oggetto di quel disastro.
Acqua freddissima
La tecnologia e il soccorso non erano certamente sviluppati nei primi anni del 1800. L’estate successiva, al disgelo, qualcuno cercò di scandagliare il lago. L’acqua però è molto fonda e si accertò che sicuramente nella verticale del disastro il fondale formava una sorta di imbuto, con un deposito di limo superiore ai dieci metri. Con le conoscenze di oggi si può presumere che i cavalli e le persone, le quali difficilmente avevano dimestichezza con il nuoto, appesantiti da finimenti e dagli abiti, paralizzati dall’acqua freddissima, siano annegati in un inizio di ipotermia. La minore galleggiabilità offerta dall’acqua dolce a differenza di quella salata del mare, non li deve certamente aver favoriti nel tentativo di rimanere a galla, se pur tentativo ci fu.

Finì dunque tutto sul fondo del lago e lentamente sprofondò nella massa del limo. Chissà per quanto tempo la quasi assenza di ossigeno a quella profondità, il freddo, la mancanza di organismi predatori, avrà conservato i corpi e le slitte, in quel monumento funebre che ormai, dopo quasi duecento anni, si è perso nella memoria del tempo. È quasi impossibile e soprattutto impensabile, nonché assurdo, tentare oggi un’indagine esplorativa nel lago. Ciononostante mi rimase talmente impresso questo fatto che l’anno dopo, in inverno quando l’acqua del lago è più limpida e la superficie è ghiacciata, ebbi occasione di rivedere quello scenario magnifico e andare con il pensiero al giorno di quella tragedia. Tanti pensieri mi affollavano la mente. Non ultimo e certamente un po’ irrispettoso, anche: “Ma che fine avranno fatto le botticelle di St. Magdalener”.

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