Chiudi gli occhi, immagina una gioia
Molto probabilmente penseresti a una partenza
Ah, si vivesse solo di inizi, di eccitazioni da prima volta
Quando tutto ti sorprende e nulla ti appartiene ancora
(Niccolò Fabi, Costruire)
La cicala continua a raccontare le meraviglie di un mondo, ispirata dai versi di Niccolò Fabi, un mondo tutto suo in cui l’immersione nel verde alpino si fonde con il tuffo nelle acque marine per quel profondo stupore di pace accompagnato dal silenzio dinamico della natura, l’abbraccio protettivo che avvolge l’anima. Di solito, l’ambiente montano viene ritenuto diametralmente opposto a quello marino, ma la differenza tra i due ambienti risulta essere solo superficiale. In realtà, congiunti l’uno all’altro, formano un quadro armonico singolare, che manifesta le forme della vita nella loro totalità. I due ambienti possiedono quell’immensità primordiale del creato espressa nei colori che la rappresentano: l’azzurro e il verde. Così, ad esempio, in montagna l’azzurrarsi del cielo inizia prima dell’alba e si mantiene nelle giornate serene, fino a tarda sera. Al mare, straordinari sono gli albori e i tramonti che affiancano all’azzurro il giallo intenso, il rosa tenero, l’arancione ardente e il rosso porpora. Il celeste montano dispone di innumerevoli sfumature che si confondono con le varie nuances del verde vibrante delle foreste, mentre il mare si esibisce ugualmente in una moltitudine di tonalità del celeste, del blu, dell’azzurro e del turchese, indicando la limpidità, la chiarezza, la nitidezza, le trasparenza delle acque cristalline, unitamente al verde delicato della richezza della flora marina.
Continuo la mia storia con la partenza dal nostro bell’Adriatico, affollato e accaldato, intraprendendo un volo una sera d’estate, verso le Alpi. Lasciando una bellezza naturale incantevole accompagnata dal frinire delle cicale, sono andata incontro a un’altra, altrettanto affascinante e invitante nei suoi silenzi e nella sua tranquillità. E mi sono sentita e definita una cicala in alta montagna. Il mio frinire si intensifica nel contatto diretto con la natura alpina e continua con la storia e la cultura, iniziando da un sabato singolare.

Un sabato non qualunque
È stato un sabato, ma non uno qualunque. Dopo un breve volo e un’importante attesa notturna, il viaggio è continuato con il pullman verso la città della Lavazza. Naturalmente, la prima cosa che ho cercato all’arrivo, al mattino presto (buon sangue – italiano – non mente) era un caffè espresso. Forte e caldo. Ehilà! L’espresso che ho trovato era Illy. Buono, anzi ottimo. Sono rimasta sorpresa e mi sono detta, siamo in Italia e da Trieste a Torino si arriva in un batter d’occhio. E devo ammettere che per me Illy vale tanto quanto tutti gli altri marchi, senza menzionarli perché l’elenco si potrebbe protrarre all’infinito. Buonissimi caffè, con la torrefazione o la tostaura perfetta, quella che contraddistingue l’aroma italiano. Dell’omino coi baffi. L’espresso mi ha rallegrata, un po’. Il cuore, però, ha iniziato a battere forte alla vista della macchina che mi ha portata sulla strada di alta montagna e poi, dopo un bel numero di chilometri, voltando a sinistra e passato il ponte sopra un allegro torrente su cui è collocato il vecchio forno del villaggio, ho raggiunto la collina dove sorgono le casette alpine, i prati, gli orticelli; tutti usciti dall’antica storia, dalla cultura, dalle lingue, dall’arte, dalla gente montanara, dalle scuole, dalla fede, dalla speranza e dalla resilienza. Un mondo a parte, come canta quest’anno Jovanotti. Un mondo incantevole, che ti conquista il cuore e l’anima.
Una piccola borgata di montagna, ma non una qualsiasi, perché le borgate di montagna sono tutte diverse. Ogni borgata, ogni frazione, ogni abitato nasconde e custodisce memorie preziose della storia montanara, che fa parte integrante della storia del Paese. Una chiesetta, le casette con tanti ricordi conservati e nascosti, i messaggi in lingua antica scritti sul legno di larice, i murales e addirittura due punti di book-crossing con molti libri, di ogni genere. Tutto in un paesino che conta poche anime, se si escludono i villeggianti. Sono rimasta stupita: se si vogliono leggere i versi di Shakespeare, ci sono. Un romanzo di Giorgio Faletti? C’è e ci deve essere, lo dico perché è uno tra i miei artisti italiani preferiti, lo ammetto. Scomparso prematuramente. E “La Rabbia e l’Orgoglio” di Oriana Fallaci? Certo che c’è. Insieme a molti titoli di John Grisham o Stephen King, in “inglese ri/stretto” come un altro caffè che mi sono scolata, preparato nella piccola moka da due, nel simpatico mini appartamento dove ritornavo la sera, dopo le interessanti esperienze e attività giornaliere. Quel Crema e Gusto della Lavazza che mi piace, non volendo assolutamente fare pubblicità occulta. Aaah! Mai così dolce. Sarà stata l’acqua? Sarà stata l’aria? Sarà stato l’ambiente? Sarà stato l’insieme di tutto? Vedremo nel testo che segue.
Parlando di libri, ammetto di averne tenuto uno, dal titolo importante: Ripartiamo! Lo sto leggendo e rileggendo. Mi sono promessa di riportarlo alle “origini” e di restituirlo, aggiungendogli qualche altro titolo interessante da collocare nei due punti di book-crossing. Ma forse l’ho fatto apposta. Solo per tornarci. Chissà?! Mi toccherà ripartire come lo sto facendo di continuo negli ultimi tempi. È una ripartenza nella ricerca dell’essenza della vita, della speranza, nella testimonianza di una convinzione che non esiste l’impossibile se ci crediamo davvero. Ed io ci credo fermamente.

Si riparte
Ripartire! La vita è fatta di continue ripartenze. A volte si riparte da un inizio, a volte da una fine. Non importa da dove. È indispensabile, però, ripartire insieme. Ripartire con perseverante pazienza nella quotidianità, con grinta autentica, invincibile.
Riparto dalle borgate, dalle case, dalla chiesa, dalle piazze, dalle vie e dall’ambiente. Case edificate con i migliori materiali a disposizione. Parte in muratura e parte in legno, quello locale, larice e cirmolo. Negli infissi ho trovato anche un po’ della mia Africa: il legno dell’albero iroko. Un albero sacro perché definito l’albero degli spiriti. Immaginate lo spirito africano nei telai delle porte alpine. Ecco dove arrivano sempre i miei ragionamenti, verso la globalizzazione positiva che raggiunge tutti i luoghi del mondo, anche i più nascosti. Il legno iroko è duro, resistente, difficilissimo nella lavorazione e nei trattamenti, come lo sono i suoi popoli e come lo è la gente di montagna. Ha lo spirito duro, durissimo, ma nobile. E proprio per questo è ideale per proteggere, sostenere e resistere nel tempo. Andiamo ora sui tetti alpini, di cui la maggioranza viene costruita in tegole di ardesia, una tradizione che da queste parti risale alla notte dei tempi. Le facciate delle case sono calde, dato il colore e la vitalità del legno, con infissi di alta qualità che durante i freddi inverni non permettono all’aria gelida di entrare all’interno delle abitazioni. I muri parlano attraverso i murales che invitano i visitatori a fermarsi e contemplare le immagini e le parole che a volte accompagnano i dipinti. Sono parole intagliate nel legno, testimonianza della sapienza locale antica, ma anche riproduzioni di versi, come quelli del grande Leopardi o proverbi e detti in antica lingua occitana (chiamata anche lingua d’òc), che da queste parti ancor si ricorda e si parla. Le balconate abbellite da fiori e da decorazioni che avvicinano l’abitato alla foresta. L’immagine tenera e forte dello spirito intrepido e audace della “gent dla montagna” o dei “montagnini”. Le piazzette al centro delle quali si trovano le fontane, circondate da vasi di fiori estivi che donano colori e forme all’acqua. Persino i piccoli e stretti cortili e le balconate regalano un’infinità di tinte e profumi. Si riparte dalle persone che resistono a difendere gli avanposti della tranquillità e della resilienza. Durante l’estate, la montagna manifesta il suo lato gentile e si mostra in tutta la sua bellezza con l’intensità della vita che esplode florida in tante manifestazioni ed eventi. Dai mercatini e dalle mostre, dalla pratica dello sci d’erba alla camminata metabolica, dalla visita alla piccola Biblioteca comunale per finire con la Fiera del libro durante tutto il periodo estivo. Il passato va a pari passo con il presente nell’Ecomuseo delle miniere e della valle come anche nel Museo del costume. Per coloro che vogliono essere indipendenti nelle loro attività all’aperto, esistono bellissimi percorsi che si possono fare a piedi o in mountain bike, attraversando sentieri, strade, raggiungendo alpeggi, scalando la cresta della montagna fino ad arrivare agli altissimi tremila metri, sulla cima del Monte Albergian che svetta su tutta l’Alta Val Chisone, per toccare “un’anticipazione di Paradiso”.
Nelle borgate si respira la vita dei tempi passati in cui la montagna viveva con la sua gente. Nelle strette vie fatte di ciottoli, regna il silenzio, ma se uno si ferma, osserva e ascolta, viene raggiunto dagli echi dell’antica lingua che è ancora viva nelle valli. Gli abitanti che sono rimasti fedeli alla montagna e alla tradizione si adoperano a far conoscere la bellezza della libertà spirituale e della creatività che da sempre è presente nel territorio.Tra le feste estive, quella più allegra è certamente la Festa della Ghironda, che si svolge nei primi giorni di agosto nella frazione di Rivets. È un festival di musica tradizionale occitana con un programma di concerti e danze dedicati alla “ghironda”, strumento musicale medievale occitano con caratteristiche polifoniche che, uscito dalle chiese, diventò strumento popolare usato da trovatori, menestrelli e girovaghi. La storia racconta che arrivarono fino alla corte di Ferdinando II di Svevia. Accolti a braccia aperte, diedero inizio alla più nobile espressione della lingua italiana – alla poesia della scuola siciliana e con essa alla letteratura. Uno strumento antico le cui origini risalgono al X secolo, entrato pure nel palazzo reale francese nel Settecento per essere rivalorizzato nel XX secolo, grazie al recupero della cultura occitana. Durante le festività non può mancare il Gofri, una cialda croccante che un tempo era la sostituzione al pane per le famiglie povere delle valli. Oggi rivalorizzato, fa da testimonianza dell’antica cucina occitana.

Si riparte dai murales, dalle meridiane, dagli orticelli e dalle fiabe
Le semplici case diventano opere d’arte con molti dettagli del passato riportati in vita. È arte in cui si vive: sui muri, sulle imposte, sulle finestre, sulle strade. Messaggi di saggezza sparsi nel silenzio degli abitati in cui vive la gente di montagna: resiliente e forte, spesso definita “dallo spirito duro e dal cuore tenero”. Sui muri delle case, sulle loro porte, sopra le finestre possiamo ammirare l’antica arte montanara unita ai disegni murali che presentano episodi della vita rurale a cui vengono aggiunte immagini tratte dalle antiche fiabe.
Trovandomi dal sole in giù, noto con stupore un orticello ordinato, contrassegnato dai nomi degli ortaggi in italiano e in latino, accanto alla casa del murale dell’aquila e della volpe, personaggi prestati dalla penna di Esopo, l’antico favolista greco, riscoperto in altura attraverso due dei suoi protagonisti che sembrano uscire dal muro della vecchia casa.
Gli orticelli di montagna, rubati alla foresta, quei piccoli appezzamenti di terreno su cui cresce quasi ogni tipo di ortaggio durante la breve, ma vigorosa estate alpina, circondano la borgata. Le patate sono le preferite e alla loro raccolta, vengono organizzate feste e sagre in cui i pochi residenti invitano e accolgono tutti a unirsi a loro per celebrare sia i raccolti che la vita.
La chiesetta della borgata è chiusa, ma all’esterno custodisce un grande tesoro: le meridiane di Zarbula che meritano di essere raccontate, tra cui quella del 1872, “lâ meridiôna” accompagnata dal motto in lingua francese “le soleil est ma vie et l’ombre ma parole” o “il sole è la mia vita e l’ombra la mia parola”. Giovanni Francesco Zarbula, un artista girovago piemontese che tra il 1830 e il 1881 introdusse nelle Alpi la gnonomica ovvero l’arte di costruire gli orologi solari. Specializzato nella realizzazione di affreschi e delle meridiane o orologi solari verticali (circa 50 sopravvissuti tra Italia e Francia), dei quadranti collocati sui muri degli edifici centrali dei paesi alpini, senza l’aiuto di accurati calcoli matematici e astronomici, lavorava direttamente sulle pareti, dipingendo e creando strumenti di misurazione del tempo molto precisi. Le sue opere oggi sono considerate monumenti storici e capolavori artistici, riflesso della storia e della cultura del tempo e dei luoghi a cui appartengono.
(1 e continua)






*docente del Dipartimento di Studi Italiani dell’Università di Zara
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