L’altare romano dedicato alla dea Diana

Stella aveva trovato il suo luogo dei sogni. Il sito archeologico Cickini sull’isola di Veglia, che aveva scoperto per caso, sarebbe stato la location perfetta in cui effettuare le riprese del suo primo reportage della serie televisiva «I tesori nascosti del Quarnero». Avrebbe fatto di certo colpo

0
L’altare romano dedicato alla dea Diana

Stella era fresca di laurea in scienze della comunicazione e aveva avuto la fortuna di trovare, in tempi relativamente brevi, un lavoro presso una piccola TV locale della sua cittadina d’origine. Era ambiziosa, ma non in modo esagerato e con la mania di dovere arrivare al successo a tutti i costi. Prendeva la vita con grande filosofia, nonostante la sua giovane età. Si era specializzata in giornalismo televisivo e precisamente in tecniche di ripresa e montaggio, scrittura per televisione, produzione televisiva, teorie e storia del giornalismo, diritto dell’informazione e etica giornalistica, newsgathering e reporting, giornalismo multimediale e digitale e conduzione e presentazione. Un ampio sapere, che le sarebbe servito, con la sua tenacia, ma anche con un pizzico di fortuna, a raggiungere il suo obiettivo, ovvero diventare, un giorno, un Alberto Angela al femminile. Infatti, alcune delle sue grandi passioni erano la storia e l’archeologia che, unite al giornalismo, avrebbero potuto fruttare grandi e interessantissimi reportage, da proporre, appunto, al suo idolo, nella speranza di riuscire a entrare a far parte del suo magnifico team. La sua intenzione era di trovare un sito quasi inesplorato e realizzarne un reportage, in modo da potere stuzzicare l’interesse di qualche grande casa di produzione estera. Sognava in grande, Stella. E, come tutti i giovani, osservava il mondo con occhi ingenui e candidi, pieni di speranza.

Dopo un tragitto di circa un’ora al volante della sua vecchia, ma adorata Mini, era arrivata sull’isola di Veglia, precisamente nei pressi di Malinska. Una volta consultato Google Maps, aveva parcheggiato su uno spiazzo ghiaioso, per proseguire poi a piedi, nel cuore di un fitto bosco. Le indicazioni erano chiare e a breve avrebbe raggiunto la location, dal nome un po’ strano, che si era prefissata di visitare. Il sito si chiamava Cickini e si trattava di un’area con resti archeologici, che sarebbe potuta essere ottima per effettuare le riprese del suo primo reportage televisivo. Dopo aver camminato per circa dieci minuti, Stella era arrivata sul posto, nel quale, al giorno d’oggi, c’erano soltanto degli antichi ruderi, ma tutti conservati molto bene. Su una tabella informativa collocata all’entrata del sito aveva letto che il progetto di conservazione era stato reso possibile dal Museo di Marineria e Storia del Litorale croato di Fiume in collaborazione con il Dipartimento per il patrimonio storico-culturale del Comune di Malinska-Dubašnica. Sull’insegna scriveva inoltre che “fuori dai maggiori centri urbani, sulla strada che collegava le due antiche città di Fulfinum e Curicum, nella prima antichità fu edificata una villa rustica. Nelle sue vicinanze, nel periodo di tarda antichità (V-VI secolo), fu costruito un complesso sacrale, oggi noto come sito Cickini. Si tratta di una chiesa a navata unica con transetto costruito in direzione sudest-nordovest. Nella sua parte posteriore c’è un’abside semicircolare il cui mantello esterno è a sette lati. Al muro interno è stata aggiunta una panchina da prete. Accanto alla chiesa ci sono stanze ausiliarie e un battistero. Lo spazio liturgico era separato da quello dei fedeli da una balaustra dell’altare riccamente decorata. A est della chiesa troviamo un ampio complesso residenziale con ripostigli, cisterna, cucina, sala da pranzo e resti di una scala che portava al primo piano. All’inizio del VII secolo il complesso venne distrutto da un incendio, ma lo spazio della chiesa continuò per qualche tempo a essere utilizzato, anche se saltuariamente, in modo tale che i bracci del transetto vennero chiusi. Il complesso fu probabilmente abbandonato alla fine dell’VIII secolo”.
Nel corso della sua visita al sito, Stella si era imbattuta in altre quattro tabelle informativa, una delle quali dedicata al battistero. Sulla stessa si leggeva: “L’importante ruolo di questo complesso nel processo di cristianizzazione della popolazione rurale è testimoniato dal battistero che fu costruito di fronte alla chiesa. Al centro si trova una fonte battesimale di forma irregolare risalente al VI secolo. Oltre a questa fonte in muratura, nel sito è stata trovata una piscina in pietra, probabilmente utilizzata per battezzare i bambini”. La terza insegna descriveva la balaustra dell’altare: “Lo spazio liturgico era separato da quello dei fedeli da una balaustra dell’altare, di cui sono stati rinvenuti nel sito molti frammenti. Si tratta di resti di capitelli, semicapitelli, pilastri e plutei (lastre in pietra a rilievo) che decoravano l’interno della chiesa con le loro scene in rilievo”.
Si proseguiva poi con la tabella dedicata all’ara: “Come materiale da costruzione nel muro della chiesa è stata trovata un’ara votiva risalente al periodo del primo principato. Dall’iscrizione si legge che fu eretta da una persona del luogo, Quinto Fonteio Massimo, in onore di Diana, dea della caccia, degli animali selvatici e delle foreste, spesso venerata nelle zone rurali”.
Seguiva l’insegna sulla cucina: “Nella zona della cucina sono stati rinvenuti resti di un focolare circolare irregolare. Tutti gli utensili necessari sono stati trovati in una cucina: pentole e coperchi di ceramica, frammenti di bicchieri, lucerne, resti di ossa di animali e un gran numero di conchiglie che venivano consumate come cibo (ostriche e murice comune)”.
E infine, la tabella relativa alla cisterna d’acqua: “Poiché il complesso non si trova nei pressi di una sorgente naturale, le cisterne d’acqua erano necessarie per il suo funzionamento quotidiano. Accanto alla chiesa ce ne sono due più piccole. Di fronte alla cucina c’è una cisterna più grande. Li riconosciamo dall’intonaco idraulico rossastro che riveste il loro interno”.
Stella era ormai estasiata. Ma che sito meraviglioso! Per scoprirne di più, mentre si trovava ancora lì, era ricorsa al suo amico Gemini (l’IA offerta dal suo smartphone), chiedendogli di raccontarle qualcosina in più su quella località così fuori dal tempo. Aveva pertanto appurato che Cickini è considerato un’importante testimonianza dei primi segni di fede cristiana sull’isola di Veglia e dell’architettura sacra paleocristiana nella regione. A Sveti Vid Miholjice (una frazione di Malinska), in un edificio chiamato Peknjica, è ospitata una collezione archeologica che comprende oggetti e frammenti d’arredo sacro, sculture ed elementi architettonici rinvenuti durante gli scavi del sito. Questo permette ai visitatori di approfondire la conoscenza di quanto scoperto. In sintesi, Cickini rappresenta un significativo patrimonio culturale e archeologico dell’isola di Veglia, offrendo uno sguardo sulla vita e la fede in epoca tardo-romana e paleocristiana. Si ritiene che in epoca paleocristiana, possa essere stato un luogo di rifugio temporaneo o una residenza periferica per il vescovo di Veglia. Questo suggerisce l’importanza del complesso non solo come luogo di culto per la comunità locale, ma anche come punto di riferimento per la gerarchia ecclesiastica dell’isola.
Grazie a Gemini, Stella era giunta a conoscenza di quanto c’era scritto su una delle tabelle informative e cioè che gli scavi hanno confermato la presenza di una villa rustica romana risalente al I-II secolo d.C., su cui, successivamente, tra il V e il VII secolo d.C., fu edificato il complesso paleocristiano. La distruzione, probabilmente a causa di un incendio all’inizio del VII secolo, è un elemento importante. Nonostante ciò, l’area della chiesa continuò a essere frequentata, anche se in modo ridotto, fino al suo completo abbandono che si colloca con tutta probabilità nel IX secolo. Questo indica un lento declino e non un’improvvisa interruzione della frequentazione. Gli scavi sistematici del sito di Cickini sono iniziati relativamente di recente, nel 2002. Questo ha permessi di portare alla luce molti dei reperti e delle strutture che oggi conosciamo. La ricerca continua a essere un elemento chiave per comprendere appieno la storia di questo luogo. L’accesso al sito è spesso descritto come un percorso a piedi di circa 15 minuti dalla galleria locale (dove è ospitata la mostra arecheologica). Cickini è parte del patrimonio culturale della municipalità di Malinska-Dubašnica, che vanta diverse altre testimonianze storiche e archeologiche, come il monastero francescano di Glavotok e la chiesa di Sant’Apollinare. Questo evidenzia una ricca storia e un significativo insediamento in questa parte dell’isola di Veglia fin dall’antichità.
In estrema sintesi, Cickini è più di un semplice rudere: rappresenta un capitolo fondamentale della storia di Veglia, che narra l’evoluzione degli insediamenti romani, la diffusione del cristianesimo e le dinamiche sociali e religiose di un’epoca cruciale. La sua conservazione e lo studio continuo sono essenziali per comprendere il passato dell’isola.
Cickini è un sito che continua a svelare aspetti interessanti come ad esempio quello relativo al nome e alla possibile dedicazione. Il toponimo “Cickini” stesso potrebbe suggerire una curiosità. Alcuni studiosi ipotizzano che possa derivare da una dedicazione originaria a San Cipriano (in croato Sveti Ciprijan o Cickin come forma diminutiva), anche se la chiesa paleocristiana è più comunemente riferita in modo generico. Questa è un’ipotesi basata sull’analisi del nome del luogo e sulla presenza di culti di questo santo in epoca paleocristiana.
Inoltre, una scoperta particolarmente affascinante, che amplia la comprensione del sito ben oltre il periodo paleocristiano, è un altare romano dedicato alla dea Diana. Questo altare, rinvenuto durante gli scavi, testimonia la presenza di pratiche religiose pagane nella zona ben prima dell’arrivo del cristianesimo. Questo reperto è di grande importanza perché fornisce informazioni sulle pratiche religiose nelle aree rurali della Liburnia (regione storica che nel passato includeva anche l’isola di Veglia) in epoca romana. La sua esistenza suggerisce che potessero esserci piccoli santuari dedicati a divinità pagane anche in contesti rurali.
Oltre alla chiesa e al battistero, gli scavi hanno parzialmente rivelato un complesso residenziale esteso per circa 4.000-5.000 metri quadrati accanto alla chiesa. Questo suggerisce che Cickini non fosse solo un luogo di culto isolato, ma parte di un insediamento più ampio, forse una grande tenuta rurale o un villaggio. La sua vastità fa pensare a un luogo di una certa importanza economica e sociale.
È interessante notare che l’abbandono del sito, probabilmente nel IX secolo, si allinea con il periodo in cui i croati iniziarono gradualmente a stabilirsi sull’isola di Veglia. Sembra che la popolazione locale precedente abbia abbandonato Cickini, e in nuovi arrivati (croati) non abbiano ristabilito la vita nel sito, preferendo probabilmente fondare nuovi insediamenti altrove o ingrandire quelli esistenti. Questo rende Cickini un sito significativo per studiare la transizione tra l’antichità tardo-romana/paleocristiana e l’inizio del Medioevo croato nell’area.
Oggi Cickini si trova in un fitto bosco. Questa posizione, sebbene possa rendere l’accesso un po’ meno immediato per i turisti, ha probabilmente contribuito alla sua conservazione nel corso dei secoli, proteggendolo da un’eccessiva urbanizzazione o sfruttamento agricolo che avrebbe potuto cancellare le sue tracce.
La chiesa era a navata unica. Questo significa che la sala principale di culto non era divisa da colonne in più navate, come nelle basiliche più grandi, ma era un unico ambiente spazioso. Nel caso di Cickini, i bracci del transetto furono inizialmente aperti, ma in un periodo successivo, dopo la distruzione iniziale (incendio), furono chiusi, indicando un uso ridotto e modificato dello spazio. L’orientamento era sud-est/nord-ovest, il che non è l’orientamento est-ovest più comune per le chiese cristiane (con l’altare a est), ma non è raro trovare variazioni in base alla topografia o alle preesistenze. All’estero, l’abside aveva un rivestimento a sette lati (eptagonale). Questa è una soluzione architettonica relativamente comune nell’architettura paleocristiana e altomedievale, che conferisce un aspetto più elaborato all’esterno rispetto alla semplicità interna della curva. Lungo la parete interna dell’abside era presente una panca (o subsellium), che era la seduta riservata ai sacerdoti e al vescovo (cathedra) durante le funzioni liturgiche.
Anche Gemini sosteneva che accanto alla chiesa, integrato nel complesso, si trovava il battistero. La sua presenza è fondamentale e indica che Cickini era un centro battesimale, quindi un luogo dove i nuovi convertiti potevano ricevere il sacramento del battesimo per immersione. All’interno del battistero è stata rinvenuta una fonte battesimale in pietra, probabilmente a pianta cruciforme o circolare, usata per l’immersione dei catecumeni.
Un elemento distintivo dell’architettura interna era la balaustra d’altare riccamente decorata. Questa balaustra (spesso chiamata pluteo o transenna) separava l’area sacra dal presbiterio (dove si celebrava l’eucaristia) dallo spazio destinato ai fedeli. I frammenti di questa balaustra, decorati con motivi paleocristiani (croci, pavoni, motivi geometrici o vegetali stilizzati), sono tra i reperti più significativi esposti nella collezione archeologica.
Sono stati rinvenuti anche frammenti di capitelli, elementi architettonici che coronano le colonne e i pilastri. Questi capitelli, probabilmente in stile corinzio o composito, seppur semplificato, aggiungevano un tocco di eleganza all’interno della chiesa.
Si sono trovati anche frammenti di architravi e stipiti, elementi che facevano parte delle aperture (porte o finestre) o delle strutture interne.
Le strutture erano edificate prevalentemente con pietra locale, legata con malta. Sono stati trovati anche frammenti di tegulae (tegole piatte) e imbrices (tegole curve), che costituivano la copertura del tetto.
Come menzionato, la chiesa non era isolata, ma parte di un vasto complesso residenziale (di circa 4.000-5.000 m2). Questo complesso, ancora parzialmente scavato, includeva probabili ambienti come ripostigli, una cisterna per l’acqua, una cucina e una sala da pranzo. I resti di una scala suggeriscono anche la presenza di un piano superiore, il che indica una struttura di tipo monastico, vescovile o comunque legata a una comunità organizzata che viveva accanto al luogo di culto. Il fatto che la chiesa fosse parte di un vasto complesso residenziale indica che la vita religiosa e quella quotidiana erano strettamente intrecciate. Gli abitanti non solo frequentavano la chiesa per le funzioni, ma probabilmente vivevano e lavoravano all’interno o in stretta prossimità del complesso. Ciò suggerisce una comunità con una struttura sociale e organizzativa legata alla vita ecclesiastica, magari con sacerdoti, monaci o personale di servizio residente. La distruzione del complesso e il suo successivo riutilizzo, anche se in forma ridotta, mostrano la resilienza degli abitanti. Nonostante le difficoltà, la comunità ha cercato di mantenere attivo il proprio luogo di culto, adattandolo alle nuove circostanze. Questo suggerisce una forte determinazione nel preservare la propria fede e le proprie tradizioni anche di fronte a eventi traumatici. Gli abitanti di Cickini erano probabilmente una comunità rurale consolidata, inizialmente con radici romane e poi profondamente cristianizzata. Vivevano in stretto legame con il loro centro religioso, mostrando capacità di organizzazione, profonda fede e notevole resilienza di fronte alle avversità, prima di un graduale declino e abbandono in un periodo di grandi mutamenti storici.
La visita di Stella era finita. Aveva deciso: la location era quella!

Tutti i diritti riservati. La riproduzione, anche parziale, è possibile soltanto dietro autorizzazione dell’editore.

L’utente, previa registrazione, avrà la possibilità di commentare i contenuti proposti sul sito dell’Editore, ma dovrà farlo usando un linguaggio rispettoso della persona e del diritto alla diversa opinione, evitando espressioni offensive e ingiuriose, affinché la comunicazione sia, in quanto a contenuto e forma, civile.

No posts to display