La valle di Topla e la leggenda del re Matjaž

Un angolo di mondo dove uomo e natura convivono in un’armonia millenaria

Un’acqua purissima sgorga da un caratteristico fontanile in legno

Al margine occidentale delle Caravanche slovene, lungo la linea di confine tra la Carinzia austriaca e l’Alta Carniola slovena, si estende la valle di Topla, che abbracciando anche il massiccio della Peca alle sue spalle, forma l’omonimo parco regionale. L’area non è molto estesa, ma racchiude in sé un angolo di mondo dove uomo e natura convivono in un’armonia millenaria, in condizioni apparentemente ostili soltanto all’occhio di chi conosce esclusivamente il caos frenetico dei centri urbani, dai quali spesso non si muove nemmeno per una passeggiata nel verde.

Gli antichi giacimenti

Rocce scolpite dall’erosione dei ghiacci

La catena montuosa alla quale appartiene anche il parco, ha avuto origine nella seconda fase dell’orogenesi alpina ed è ricca, in parecchie zone, di gasteropodi fossili negli strati calcarei dovuti a depositi di sedimenti nell’antico mare della Tetide, che iniziarono a formarsi a partire da 230 milioni di anni fa. Con tali sedimenti coesistono però anche dei filoni di origine metamorfica e magmatica, inglobati nel calcare in seguito a processi successivi, che hanno sconvolto l’andamento normale dei primi; essi contengono giacimenti di piombo, zinco e altri metalli rari che a partire dalla metà del XVII secolo hanno costituito, sino a qualche decina di anni fa, una fonte di guadagno notevole e ovviamente anche d’impiego per la popolazione. Il minerale estratto anche a 2000 metri d’altezza, veniva portato nelle fonderie di Črna na Koroškem e di Mežica in parte a spalla e in parte coi cavalli, seguendo la Knapovška pot/Via dei minatori, che partiva da sotto la cima della Peca e scendeva in basso lungo la valle di Topla.

Il ritorno della quiete

La primula minima

A causa dei rigidi inverni e della neve molto alta, l’estrazione si svolgeva da aprile a ottobre e il trasporto costituiva un’impresa a dir poco titanica. Soltanto dopo la Seconda guerra mondiale vennero impiegati i grossi camion da carico che gli abitanti locali chiamavano i Russi, probabilmente per il luogo d’origine della loro fabbricazione. Alla fine degli anni ‘90, divenuti ormai infruttiferi, miniere, impianti di separazione e fucine cessarono a mano a mano la loro attività, vennero chiusi e infine smantellati. Nella valle la quiete tornò a regnare sovrana e la topografia, estremamente interessante per i processi geomorfologici glaciali, fluviali e carsici che l’avevano modellata nel corso delle ere geologiche, riuscì a riassumere il suo antico splendore, una volta ricucite le ferite prodotte dall’uomo.

Le cinque comunità familiari

Ingresso di una delle antiche fattorie della valle di Topla

In alto, a una quota che supera anche i mille metri d’altezza, tra pascoli, arativi e splendide foreste di pecci, abeti e larici, continuarono imperturbate la loro esistenza e le loro incessanti attività, ben cinque comunità familiari, residenti da secoli nella parte superiore della valle: i Burjak, i Florin, i Kordež, i Fajmut e i Končnikov. Le loro fattorie, formate da complessi di edifici abitativi, stalle, fienili e aree produttive tuttora fiorenti, vengono definite celki dagli etnologi sloveni, in quanto risultano del tutto autosufficienti. La loro architettura rurale alpina conosce esclusivamente l’impiego del legno e della pietra e di nuovo ci sono soltanto i macchinari ultramoderni che hanno sostituito le antiche attrezzature per il taglio del legname, la fienagione, la mungitura, la coltivazione e ovviamente il trasporto dei prodotti e che hanno quindi permesso di evitare l’abbandono del territorio.

Gestione ecologica delle risorse

La gestione economica pluricentenaria e ovviamente ecologica delle risorse naturali, incluse le ricchezze boschive e i pascoli, prosegue indisturbata in quanto è assolutamente sostenibile, per la qual cosa la natura ottimamente preservata, offre incontri ravvicinati con animali altrove diventati una vera e propria rarità. La lepre variabile che muta il mantello dal marrone al bianco niveo e la pernice bianca, unico uccello alpino a cambiare il colore del piumaggio con le stagioni, popolano i boschi e le radure tra i larici, ricoperte di eriche carnee dall’intenso color viola. Francolini di monte, galli cedroni e galli forcelli, di solito nascosti tra il fitto dei rami, escono allo scoperto solo durante la stagione degli amori, per cantare ed esibirsi in danze spettacolari, sperando di attirare l’attenzione di una potenziale compagna. Completano il quadro le trote e i gamberi di torrente, indicatori di una natura incontaminata, che popolano le acque discendenti a valle.

Il… nonno di Heidi

L’officina dello skodlar (produttore di scandole)

Salendo verso la Peca, faccio sosta, lungo la strada, per visitare l’officina di una mastro particolare, che vedo all’opera per la prima volta. È un po’ schivo (sembra il nonno di Heidi) e non si lascia fotografare, ma poi si sa, una parola tira l’altra e, alla fine, acconsente a fare una dimostrazione di tutta la sua bravura. Fabbrica skodle/scandole in legno di larice con quell’arte che è assolutamente congeniale agli abitanti delle alpi, abituati a maneggiare l’ascia sin da giovani. Spiega che usa questo tipo di legno perché, rispetto al peccio e all’abete, offre una resistenza maggiore agli agenti atmosferici ed è quindi di durata più lunga. Sceglie i tronchi in base al loro luogo di crescita e alla posizione, badando che abbiano il fusto diritto, pochi rami e corteccia scabrosa. Fabbrica le scandole fendendo e non segando, per non provocare delle spaccature che andrebbero a discapito della qualità. Una volta ben sistemate sulle travi portanti, possono far durare un tetto anche una settantina d’anni. Lo lascio al suo lavoro, proseguendo la salita in mezzo al bosco, tra grandi chiazze di neve e ciuffi di ellebori neri dalle candide corolle, tra i primi a fiorire già verso la fine dell’inverno.

La grotta del re Matjaž

Sul pianoro che sovrasta il rifugio alpino sono costretta però a fermarmi: la neve è ancora talmente alta da farmi desistere e quindi la salita alla Kordeževa glava per vedere il territorio austriaco dall’altra parte, viene rimandata a un’altra occasione. C’è però ancora un luogo da visitare, nel folto del bosco sottostante: è la grotta del re Matjaž, che raggiungo dopo un po’, sprofondando fino al ginocchio nella morbida neve primaverile. Ne vale la pena, perché è da anni che sento raccontarne la leggenda da oma/nonna Urška ai nipoti e ai pronipoti del ramo stiriano della mia famiglia acquisita.

Il più giusto dei sovrani

La tradizione slovena, come del resto quella ungherese, ha sempre considerato l’antico sovrano Mátyás Hunyadi (Mattia I Corvino) il più giusto tra i sovrani e attento ai bisogni del suo popolo. Con esso egli amava discorrere, viaggiando spesso in incognito, per ascoltarne le lamentele e fronteggiare i soprusi con i quali i ceti più bassi venivano vessati dai vari signorotti locali. Era amatissimo anche dalla moglie Alenčica, ma aveva di fronte un numero troppo grande di nemici potenti. Si ritirò perciò con i suoi soldati in una grotta del monte Peca. Stanco e sfiduciato, si addormentò posando il capo su un tavolo di pietra. La leggenda narra che il risveglio del re avverrà allorché la sua barba, crescendo, avrà avvolto per nove volte il tavolo: a quel punto, egli uscirà dall’antro col suo esercito, per riportare lo splendore e la prosperità alle sue genti.

La speranza in un mondo migliore

In tutte le leggende che parlano dei sovrani giusti c’è sempre, ovviamente, la speranza in un mondo migliore. Quassù, tra larici ed eriche, campi arati di fresco, mucche e pecore al pascolo, acque incontaminate e case che sembrano uscite da un libro di fiabe, sembra proprio che il re Matjaž si sia già svegliato e continui a proteggere, dall’alto della Kordeževa glava, un angolo di mondo dov’è possibile vivere agiatamente, lavorando sodo, in perfetta armonia con la natura.

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