La questione ambientale dei mari

La plastica, assieme a noi, è il principale accusato. Ne sta risentendo anche l’Adriatico

Chi è abituato ad andar per mare, ogni tanto percorrendo gli spazi immensi che soltanto questa profonda distesa permette, non può non soffermarsi a immaginare come sarebbe il nostro Pianeta se venissero a mancare i presupposti che permettono ai mari e agli oceani di creare e coltivare ciò che l’inquinamento potrebbe cancellare.
Rapporti che ormai si susseguono sempre più spesso e che provengono da autorevoli centri scientifici internazionali, fanno emergere purtroppo una situazione drammatica che mette l’uomo di fronte a un’amara realtà, o se preferiamo a un brutto sogno. L’esaurimento delle risorse non rinnovabili e l’inquinamento sono le due caratteristiche fondamentali che accomunano l’insieme di questi sintomi negativi. Sintomi che nascono dalle terre emerse, ma che sono assolutamente rapportabili ai mari e agli oceani, sia quelli temperati che quelli tropicali.
I danni dell’indifferenza
La plastica la fa da padrona in questo campo. La sua produzione, negli ultimi anni, è aumentata a dismisura. Si calcola che oltre 350 milioni di tonnellate di plastica vengono prodotte annualmente nel mondo per confezionare i miliardi di oggetti che servono per il nostro fabbisogno. Cessato il loro uso, la maggior parte di essi finiscono nel mare, grazie alla nostra indifferenza. Li chiamiamo da tempo i rifiuti marini. Corsi d’acqua e depositi inconsulti permettono di inondare le nostre coste, le spiagge che frequentiamo e poi di fluttuare nel mare a causa del vento che li trasporta o del dilavamento delle acque meteoriche.
È un’invasione ormai pericolosamente problematica poiché la plastica con il tempo, galleggiando è sottoposta all’esposizione della luce solare, si frammenta in pezzi sempre più piccoli fino a divenire nanoplastica. Se poi consideriamo che molti dei prodotti plastici vengono contaminati, in fase di realizzazione o d’uso da sostanze inquinanti, sovente pericolose come i prodotti chimici e i metalli pesanti, vediamo come questi rifiuti possono provocare un’ampia serie di effetti nocivi non soltanto per la fauna marina, ma anche per l’uomo. Infatti le microplastiche e le sostanze chimiche che contengono, finiranno nei nostri piatti e, di conseguenza nei nostri apparati digerenti.
Una tragedia quotidiana
Ormai non fanno quasi più notizia i drammi strazianti delle carcasse degli uccelli marini che hanno ingerito di tutto, scambiando le microplastiche bianche galleggianti per piccoli pesci dei quali si cibano. Rimaniamo colpiti dalle tartarughe impigliate nelle matasse di reti di plastica o soffocate dai sacchetti fluttuanti scambiati per meduse e ingeriti o ancora dalle carcasse delle balene morte per aver ingoiato tali rifiuti.
Insomma, osserviamo la quotidiana tragedia offertaci dall’impegno profuso dalle opere di bonifica dei mari e degli oceani che è divenuto ormai un impegno molto difficile.

 

Un’aggressione globale
Il Forum Economico Mondiale ha calcolato che ogni anno riversiamo negli oceani circa 10 milioni di tonnellate di plastica che arriveranno a 20 milioni di tonnellate fra qualche anno. Calcola inoltre che vi siano ora circa più di “5 bilioni” di detriti plastici negli oceani. Ed è così che questi problemi tendono a concretizzare un’aggressione globale generata da un modo di vita che sottopone l’ambiente a richieste che non è in grado di sopportare. È chiaro che l’umanità tutta è la responsabile di questo problema. Lo si evince dalla presenza di enormi isole di plastica galleggianti e stanzianti negli oceani portate dalle correnti.
Brutte abitudini antiche
Comunque la nostra civiltà non è la prima ad aver devastato il proprio ambiente. La documentazione archeologica abbonda di testimonianze di civiltà antiche che hanno oltrepassato i limiti di tolleranza del proprio ambiente ecologico, lasciando retaggi evidenti. Vi sono però importanti differenze tra le distruzioni operate in passato e quelle odierne. Un tempo il degrado ecologico aveva proporzioni di estensione limitata, sia per le tecniche allora a disposizione sia perché a quel tempo le popolazioni umane esercitavano le proprie attività in zone abbastanza circoscritte. Ora la nostra civiltà crescente produce un impatto che è divenuto veramente globale. Esso distrugge e sconvolge il funzionamento dei nostri ecosistemi da un polo all’altro del Pianeta.
Ogni anno, nei mari e negli oceani scompaiono migliaia di specie, animali e vegetali. Peraltro molte specie ancora sconosciute sono presenti nell’immensità degli oceani e nessuno è in grado però di valutarne il numero esatto. Infatti il sistema di contabilità biologica è, nel migliore dei casi, frammentario e così nessuno è in grado di valutare esattamente quante specie animali e vegetali vanno perse ogni anno.
Inviti all’attenzione
I mari sono un immenso brodo di cultura che avrebbe bisogno di essere salvaguardato con estrema attenzione. Le cause che concorrono all’inquinamento dei mari e degli oceani sono oltretutto molteplici: come quella nucleare oltre al mutamento del clima con l’aumento della temperatura media e relativo rilascio nell’atmosfera dell’anidride carbonica liberata dagli scarichi industriali e civili. Per non parlare del degrado urbano, con la pericolosa crisi di identità delle metropoli e con i problemi causati dall’immigrazione, includendo l’enorme produzione dei rifiuti urbani nonché lo spropositato problema dei rifiuti speciali e di quelli tossici. Questi ultimi, seppelliti nelle cavità del suolo o scaricati direttamente nei corsi d’acqua, che contaminano fiumi e falde freatiche, inquinando le riserve d’acqua e distruggendo le popolazioni marine. Tutti questi punti hanno come sottofondo un aspetto cruciale e sono solamente una parte dei problemi cui assoggettiamo i mari e gli oceani.
Sviluppo compatibile
Da valutare che lo sviluppo compatibile è valutabile nella considerazione attuale che non crede più ai santuari della natura incontaminata: quei luoghi impossibili da preservare dai fenomeni di inquinamento e aggressione. Deve essere perciò orientato alla valorizzazione delle risorse ambientali integrate nel sistema economico. Si pensi all’attività turistica ad esempio, che se condotta in forme non depauperanti per il mare acquista il ruolo di soggetto leader nel processo di sviluppo dell’area in quanto garantisce sia la valorizzazione del mare stesso quanto la diffusione della sua immagine. L’eutrofizzazione delle acque porta a condizioni di grandi problematiche che possono trasformare gli ecosistemi a tutto discapito della sostenibilità della ricchezza alimentare di ogni specie vivente, compresa naturalmente anche la nostra.
Senza una coscienza delle incredibili differenze nelle condizioni di vita esistenti nelle varie regioni della Terra, è difficile ipotizzare dunque un equo accordo sul problema della questione ambientale.
Chi è Sergio Loppel
Sergio Loppel è nato a Fiume nel 1934, dove ha vissuto sino al termine del secondo conflitto mondiale, quando la sua famiglia scelse di optare per l’Italia. Si trasferì a Genova dove frequentò le scuole diplomandosi geometra. Abitando in prossimità della spiaggia, si appassionò subito alle possibilità offerte dal mare. Divenne ben presto uno sportivo praticando il nuoto e la pallanuoto. Contemporaneamente frequentava lo studio fotografico di un amico, iniziando ad apprendere la tecnica e l’uso delle apparecchiature fotografiche. Nel frattempo il mare lo appassionava sempre di più, spingendolo a cercare e a comprendere la vita che cresceva in esso.
Erano gli anni in cui nasceva la subacquea e a Genova e vedevano la luce le prime e più famose ditte di produzione delle apparecchiature per l’immersione autonoma. Si specializzò nell’uso degli apparecchi autorespiratori subacquei e acquistò una delle prime macchine fotografiche anfibie (la Calipso Phot inventata da Cousteau), con la quale iniziò la carriera di fotografo subacqueo documentando il fondale del Mar Ligure e collaborando con il direttore del Museo di Storia Naturale di Genova. Famosa fu la foto che pubblicò in decine di riviste e giornali e che gli valse numerosi premi fotografici in tutto il mondo. Era la seconda foto del primo rullo di pellicola impressionata sul fondale della Cala dell’Oro del Promontorio di Portofino: nell’estate del 1959. Fu così che iniziò la sua carriera di fotogiornalista, collaborando in oltre 40 di attività con giornali e riviste del ramo. In seguito fu redattore specializzato nel campo della difesa ambientale ed ecologica, soprattutto per quanto riguardava gli ecosistemi subacquei.
Fu promotore della campagna per la protezione dei fondali del Promontorio di Portofino fondando l’ECHOSUB: un Gruppo di coordinamento tra operatori per lo studio sulle condizioni degli ecosistemi, un “Comitato” cui aderirono scienziati e personalità in contrasto con le autorità politiche del tempo che si interessavano poco dei problemi ambientali e protezionistici. Famose furono le azioni dimostrative cui dette vita con la posa sui fondali di una targa in bronzo che portava la scritta “e proteggeranno questo mare quando i pesci voteranno”, oltre al primo trasporto postale subacqueo tra San Fruttuoso e Camogli, portato a termine con l’impiego del Nucleo Carabinieri Subacquei di Genova e patrocinato dalle Poste Italiane. Furono anche queste azioni atte a sollecitare la protezione di quel tratto di mare Ligure prospiciente il Promontorio di Portofino, come avvenne infatti alcuni anni dopo.
Nel 1980 fu insignito del titolo di Cavaliere della Repubblica Italiana per meriti particolari e nel 1989 di Ufficiale della Repubblica.
Durante gli anni nei quali operò come fotografo subacqueo, partecipò a manifestazioni del ramo in tutto il mondo, vincendo numerosissimi riconoscimenti: in particolare vanno ricordati i primi premi fotocinematografici attribuitigli al Festival Internazionale Subacqueo di Antibes e due volte il titolo di Campione del Mondo di Fotografia Subacquea, su migliaia di partecipanti, organizzato via internet dalla Underwater Photographic Society statunitense, della quale è ora giudice internazionale. Ultimamente, oltre alla pubblicazione di alcuni libri, si occupa della realizzazione di video filmati con i quali si è imposto in diversi Festival del ramo. Dal 1995 si è trasferito a Vignole Borbera in Provincia di Alessandria.

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