La necessità di una memoria storica inclusiva e condivisa

Nelle società dei Paesi dei Balcani occidentali – divise su basi etno-nazionaliste e pervase da narrazioni storiche politicizzate – ricercatori, professionisti e artisti lavorano in sinergia per proporre letture del passato dalle quali nessuna esperienza venga esclusa

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La necessità di una memoria storica inclusiva e condivisa
Foto Armin Durgut/PIXSELL

A oltre vent’anni dalla conclusione dei conflitti degli anni Novanta, le società dei Paesi dei Balcani occidentali continuano a fare i conti con interpretazioni del passato profondamente diverse e anche le pratiche commemorative riflettono spesso queste divisioni. La memoria pubblica, infatti, è frequentemente influenzata da narrazioni politiche dominanti, che mettono in luce alcune esperienze lasciandone in ombra altre.

In questo contesto, il ricordo e la memoria possono diventare fonte di tensione anziché favorire la comprensione reciproca. Parallelamente, nella regione, artisti, educatori, ricercatori e organizzazioni della società civile lavorano per ampliare lo spazio della memoria. Recuperano e valorizzano storie a lungo trascurate, promuovono occasioni di dialogo e sperimentano nuovi modi di rapportarsi al passato, basati su empatia, inclusione e spirito critico.
Queste iniziative non intendono sostituire le narrazioni esistenti, ma piuttosto arricchirle, dando voce a prospettive ed esperienze rimaste a lungo invisibili. Gli scorsi 19 e 20 marzo Fiume è stata al centro della conferenza internazionale “Costruire il futuro della commemorazione inclusiva dei Balcani occidentali”, che ha riunito nel capoluogo del Quarnero decine di ricercatori, accademici, studenti, attivisti, artisti e rappresentanti della società civile, della regione e non solo, per discutere sui diversi approcci che possono rendere i processi di commemorazione più inclusivi, includendo prospettive spesso escluse dalle narrazioni pubbliche dominanti.
L’evento, realizzato in seno al programma “Diverse memorie, futuri condivisi: verso una commemorazione inclusiva”, è stato organizzato dal British Council e supportato dal Governo britannico, in collaborazione con il Centro per gli Studi sulla Pace e sui Conflitti dell’Università di Fiume, e risultato degli impegni congiunti dei Ministeri degli Affari Esteri di Croazia, Serbia, Kosovo, Montenegro e Bosnia ed Erzegovina come parte del Processo di Berlino. Diversi i panel tematici che si sono susseguiti, creando di volta in volta preziose occasioni di confronto e di condivisione tra i partecipanti.

Narrazioni storiche parallele
La sfida che sta alla base di tutti gli sforzi di commemorazione inclusiva nella regione risiede nel trovare un modo di lavorare eticamente ed efficacemente in società caratterizzate da negazione, memoria selettiva e polarizzazione politica. Amina Krvavac, direttrice del Museo dell’infanzia di guerra di Sarajevo, ha condiviso l’esperienza della realtà museale, nata nel 2017 per presentare le esperienze dei bambini che sono cresciuti durante la guerra in Bosnia. “L’apertura del Museo dell’infanzia di guerra è nata dal bisogno di coloro che hanno vissuto gli anni della loro tenera età durante il conflitto di avere le loro storie raccontate secondo i propri termini – ha spiegato Krvavac –. In Bosnia ed Erzegovina dobbiamo fronteggiare diverse barriere istituzionali: in uno Stato con un funzionamento così difficile, la commemorazione è un processo estremamente complesso. Nel Paese sono presenti tre gruppi etnici riconosciuti come popoli costitutivi e sussistono tre narrazioni storiche parallele”.
Di qui la necessità del Museo di lavorare trasversalmente nella società bosniaca, cercando di raggiungere quanti più cittadini possibili, portando al centro l’esperienza dei bambini. “Lavoriamo con circa 200 scuole primarie e superiori di tutto il Paese, coinvolgendo migliaia di studenti – ha proseguito la direttrice –. Tuttavia, ogni anno ci vengono chiesti numerosi permessi per avviare queste collaborazioni, e dobbiamo affrontare diverse barriere istituzionali imposteci per motivi politici. Nei nostri progetti, ci focalizziamo sulle esperienze quotidiane dei bambini in tempo di guerra. L’idea è quella di mostrare quanto siano complesse e sfaccettate queste esperienze, e come la guerra sia dannosa per il benessere psicologico e fisico dei più piccoli. Crediamo che una migliore comprensione di questa esperienza possa aiutare ad affrontarla e a discuterne. Quello che facciamo è cercare di incoraggiare il pensiero critico nelle generazioni più giovani, le quali, anche se non hanno esperienza diretta della guerra perché nate dopo di essa, sono spesso divise dalle narrazioni in base alla loro appartenenza nazionale”.

Polarizzazione della memoria
Branka Vierda, ricercatrice indipendente, ha affrontato la realtà della Croazia. “In Croazia, la memoria collettiva della guerra è dominata da una concezione che inquadra il Paese come vittima del conflitto – ha affermato Vierda –. Nel corso di un suo discorso pubblico del 2022 Milorad Pupovac, allora presidente del Consiglio Nazionale Serbo, dichiarò che croati e serbi furono vittime della guerra allo stesso modo. Porto questo esempio come pratica commemorativa compiuta da un’organizzazione di minoranza che tuttavia rimase marginale nella sfera pubblica, non ricevendo adeguata attenzione mediatica. Se gli attori che esercitano potere sulla formazione della memoria pubblica non condividono valori come l’antidiscriminazione e l’antifascismo, una commemorazione inclusiva sarà difficile da raggiungere”.
Vierda ha sottolineato anche la difficoltà di introdurre una narrazione più inclusiva nei programmi scolastici croati, all’interno dei quali “alcuni eventi legati alla guerra non hanno visibilità”. Anche Ilir Vitija, coordinatore del programma e dello sviluppo dell’Iniziativa Giovanile per i Diritti Umani in Kosovo, ha portato l’esempio del Museo dei Rifugiati. “In Kosovo c’è un’estrema polarizzazione della memoria – ha spiegato –. Tramite questo museo virtuale abbiamo voluto focalizzarci sulle esperienze dei rifugiati lasciando da parte le divisioni su base etnica, concentrandoci sulle loro esperienze personali”.

L’importanza delle testimonianze
Entrando più nello specifico delle realtà museali, queste – insieme ai centri di documentazione e ai memoriali – giocano un ruolo decisivo nel plasmare la memoria pubblica, ma sono tuttavia spesso vincolate da pressioni politiche, mandati istituzionali e dilemmi etici. “Ciò che documentiamo plasmerà il modo in cui la guerra verrà ricordata, in una regione nella quale la memoria è spesso negata”, ha affermato Atdhe Hetemi, direttore esecutivo dell’Istituto per i crimini commessi durante la guerra in Kosovo, che ha illustrato il modus operandi dell’ente, istituito dal governo kosovaro per documentare, ricercare e archiviare le violazioni dei diritti umani e i crimini di guerra.
“Ogni informazione e testimonianza che raccogliamo passa attraverso un minuzioso processo, che ci permette di partire dai ricordi e dalle esperienze personali per arrivare ad un qualcosa di credibile e attendibile per la società – ha spiegato Hetemi –. Non ci allontaniamo dalle storie personali, ma dobbiamo comunque verificarle. Manteniamo le voci delle vittime al centro del nostro lavoro e le processiamo con una metodologia professionale, per infine classificarle”.

Dilemmi etici
I dilemmi etici in questo processo si fanno avanti quando le testimonianze raccolte riguardano vicende particolarmente delicate: “Da una parte, abbiamo la responsabilità di documentare le storie; allo stesso tempo, però, dobbiamo stare attenti a non esporre le vittime contro la loro volontà e a rispettare la loro privacy”, ha chiarito il direttore. Hetemi ha affermato come infatti “non tutto ciò che documentiamo diventa automaticamente pubblico. Chiediamo sempre il consenso alle vittime e ai loro familiari”.
Gli archivi dell’istituto sono accessibili per ricercatori, istituzioni e cittadini ordinari, perché, nelle parole di Hetemi, “non si tratta soltanto di preservare la memoria ma di presentare la verità in uno spazio dove questa è ancora contestata e polarizzata”. A riguardo ha portato la sua esperienza anche Elma Hašimbegović, direttrice del Museo di Storia della Bosnia ed Erzegovina, che ha spiegato come la realtà fu fondata nel 1945 per preservare la memoria della Seconda Guerra Mondiale, e che, dopo l’indipendenza del Paese dalla Jugoslavia, ha dovuto reinventarsi, trovandosi costretta ad operare in un contesto particolare dal punto di vista istituzionale e politico.
“Il museo è un elemento collaterale del contesto politico e sociale della Bosnia ed Erzegovina – ha affermato Hašimbegović –. Nessuno nel Paese vuole che le istituzioni si occupino di storia condivisa. La nostra è un’istituzione pubblica, ma negli ultimi 30 anni abbiamo fatto fatica a trovare finanziamenti: ci occupiamo di storia nazionale senza che ci siano garantiti fondi nazionali. A partire dal 2003 abbiamo aperto anche una sezione legata all’assedio di Sarajevo, nella quale ci focalizziamo sulla vita quotidiana dei cittadini attraverso oggetti e storie personali, tralasciando le divisioni etniche, al fine di presentare una memoria condivisa. Quello che vogliamo mettere in evidenza è la resilienza dei cittadini durante l’assedio”.
Dejan Ubović, fondatore del Museo degli anni Novanta di Belgrado, ha parlato della mostra permanente del Museo chiamata “Il Labirinto degli Anni ‘90”, affermando che nella regione “ci troviamo ancora in quel labirinto e stiamo cercando una via d’uscita”. “30 anni dopo la fine del conflitto, anche se assistiamo a gesti simbolici di elaborazione del passato, ci troviamo sempre nel solito punto”, ha sottolineato Ubović.

Ognuno ha la propria verità
Nei processi di commemorazione un ruolo importante è giocato anche dalle pratiche artistiche e narrative, che possono creare uno spazio emotivo in cui il dialogo diventa possibile. Marija Backović, produttrice e direttrice dello studio di recitazione “Prazan prostor” di Podgorica, ha riflettuto sul ruolo degli artisti: “La verità non è mai unica, ma ognuno ha la propria. Noi artisti cerchiamo di avvicinarci a più verità possibili e di condividerle con il pubblico. Cerchiamo di presentare le storie, in modo diretto e onesto. Di solito, quando il pubblico riconosce qualcosa di familiare sul palco, reagisce in modo molto forte. Non proviamo a controllare o a manipolare le emozioni, ma ne creiamo di autentiche, di modo che gli spettatori possano empatizzare con quanto portato in scena”.
A proposito delle rappresentazioni teatrali che affrontano il tema della guerra, Backović ha spiegato che, in tali situazioni, “spostiamo il linguaggio politico dal contesto e ci focalizziamo semplicemente sulle storie personali. Mettiamo in discussione le narrazioni esistenti e apriamo uno spazio di confronto e riflessione, alle volte anche di disagio, il che può essere un ottimo punto di partenza per un cambiamento”. Il regista e sceneggiatore Nebojša Slijepčević, vincitore della Palma d’Oro al Festival di Cannes 2024 per il cortometraggio “L’uomo che non sapeva restare in silenzio”, ha spiegato che nei suoi film cerca di osservare “come il passato si manifesta nel presente, e di indagare gli elementi che ci possano avvicinare alle esperienze traumatiche passate stesse”. “I film sono un’esperienza emotiva – ha aggiunto Slijepčević –, parte di questa esperienza emotiva sta nel provare empatia per le persone con le quali altrimenti non empatizzeremmo”.

Vivere in un Paese diviso
Una riflessione finale è andata agli aspetti di carattere più operativo e organizzativo. Nella maggior parte dei casi, le iniziative di commemorazione fanno fatica ad emergere e ad avere adeguata visibilità se mancano le competenze e gli strumenti necessari. Marija Mandić, ricercatrice presso l’Istituto per la Filosofia e la Teoria Sociale dell’Università di Belgrado, ha spiegato che quello che manca nella regione sono “piattaforme locali dove possiamo aggregarci”, e che nella maggior parte dei casi queste piattaforme sono messe in piedi “da organizzazioni e realtà internazionali”.
Natalija Havelka, direttrice esecutiva del Centro per la Pace di Osijek, ha condiviso l’esperienza della sua organizzazione, per la quale “la sfida principale rimane l’accesso a finanziamenti adeguati e sostenibili”. Come ha spiegato Havelka, “da quando la Croazia è entrata nell’Unione Europea, è sempre più difficile trovare finanziamenti per i progetti che affrontano il passato, fondi di solito destinati ai Paesi dei Balcani occidentali che sono ancora fuori dall’UE”.
Questo per via della credenza che un Paese che abbia portato a compimento il processo di integrazione europea, abbia concluso anche un percorso di analisi approfondita e critica del passato. Organizzazioni no-profit come il Centro per la Pace di Osijek, ha affermato, “ricevono fondi a seconda dei progetti che vengono finanziati”, che nel caso di questa realtà specifica sono i progetti educativi, mentre i legali che monitorano i processi legati ai crimini di guerra prestano servizio a titolo volontario.
Mirela Osmanović, professionista del Centro Memoriale di Srebrenica, ha portato la testimonianza del lavoro svolto dall’organizzazione. Osmanović ha spiegato delle difficoltà nel collaborare con le scuole del Paese: “Collaboriamo soltanto con il Ministero dell’Istruzione dell’entità della Federazione”, e ciò implica che molte scuole, tra cui quelle della stessa città di Srebrenica – che rientra nell’entità della Repubblica Serba – rimangono fuori da tali programmi. “Spesso e volentieri collaboriamo con università estere, mentre il sistema educativo della Bosnia ed Erzegovina rimane politicizzato e diviso – ha sottolineato Osmanović –. Viviamo nello stesso Paese ma impariamo una storia diversa. Una commemorazione inclusiva non può esistere senza un’educazione inclusiva”.

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