La gratitudine, ricchezza dell’anima

Dalla riscoperta dei valori umani alla testimonianza delle comunità africane, una riflessione sulla generosità, sull’altruismo e sulla necessità di ritrovare un’autentica serenità spirituale

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La gratitudine, ricchezza dell’anima
La scolaresca dell’Accademia della Luce Vivente di Benin City in Nigeria. Foto Mirta Tomas

Benvenuto autunno dai capelli lunghi e crespi, lasciati crescere liberi nel calore del sole, diventati ribelli come il mare in tempesta e gentilmente dorati come l’abbondanza dei frutti che maturano in questa stagione. Mi pervade un sentimento complesso che chiamiamo gratitudine, purtroppo sempre meno presente tra gli esseri umani. La sua pienezza è difficilmente spiegabile con poche parole. Cercherò di dare una mia umile interpretazione di ciò che ho riconosciuto nella vita come dono e di cui sono grata all’infinito. Per tutti i giorni passati e per quelli futuri che porteranno sole e pioggia, gioie e dolori, come nella canzone: “Thank you for sunshine, thank you for rain, thank you for joy, thank you for pain. It’s a beautiful day!”, ovvero: “Grazie per il sole e per la pioggia, per la gioia e per il dolore. È una bellissima giornata!”.
Anche oggi è una bellissima giornata: magari con un po’ di pioggerella autunnale o con il vento che viene dalla montagna, rinfresca l’aria e ci costringe a coprirci meglio. Tutto è bellissimo perché fa parte della vita. Senza la pioggia non apprezzeremmo la luce del sole e senza il dolore profondo non potremmo mai provare l’intensità della gioia. Possono apparire come brevi attimi, ma lasciano un sentimento unico, radicato nell’animo.
La vita (personale) come esistenza pura e autentica che fa parte della realtà, a cui può e deve aggiungere i propri valori alla realtà comune, oggi viene data per scontata. Purtroppo, direi. È la conseguenza di un periodo in cui le persone hanno iniziato a lasciarsi influenzare da un aspetto dell’andamento globale che può portare a un declino, anch’esso globale, se non si è abbastanza consapevoli da distinguere il vero dal falso, il positivo dal negativo, il superficiale dall’essenziale.
Dove e perché è scomparsa la gratitudine?
Se sapessi il luogo esatto, farei di tutto per riportarla alla luce, ma i luoghi sono tanti quante sono le persone, a parte le eccezioni che continuano a crederci, sperare e testimoniare. Ho dato la risposta alla prima parte della domanda. La seconda parte della domanda, che riguarda la causa della scomparsa, richiede una risposta accurata e completa, per quanto io possa darla con la pochezza dell’esperienza personale della vita. Devo ammettere che da tempo avevo notato nella società, attraverso l’opinione pubblica, l’aumento dell’indifferenza verso gli altri, visti con gli occhi del disprezzo perché diversi da noi.
Ora mi faccio e vi faccio la domanda: ma chi siamo noi?
Noi, legati solo all’appartenenza a un gruppo sociale, a una nazione, a un continente, a una religione, a una storia interpretata come conviene ai cosiddetti vincitori, ai più forti, ai più belli, ai più influenti, perché ci fa comodo. Questa è la verità, pura e dura. Le comodità che ci circondano, la facilità di fare o ottenere qualcosa, la superficialità del pensiero come conseguenza della vita frenetica, ci hanno offuscato il ragionamento sui fatti e sulle persone. Il benessere legato alla vita materiale diventa l’unico benessere. Abbiamo paura di perdere le comodità, abbiamo paura di perdere la facilità di fare o ottenere qualcosa. Quel qualcosa che perde il suo valore appena ottenuto. Si riparte a volere, chiedere e ottenere sempre di più. Con tutti i mezzi possibili. Anche quelli illeciti. Specialmente con quelli illeciti, a portata di mano… e di tasca. La paura e la perdita dei valori hanno portato alla chiusura non solo mentale, ma anche spirituale. Si accantonano i valori, tra cui, prima di tutti, la gratitudine. Essa è strettamente connessa all’umiltà, alla semplicità, alla purezza. Essere grati sempre per la vita che ci è stata donata, in tutti i suoi aspetti, richiede uno sforzo mentale: fermarsi, riflettere e sviluppare all’interno dell’anima quel sentimento che porta a liberare la mente da tutte le complessità materiali.
Ripeto la domanda: chi siamo noi? Siamo una goccia nel flusso della vita che porta sia nutrizione sia distruzione. Dipende dalle scelte personali che facciamo. Dipende dalla preparazione con cui riusciamo a riconoscere i valori e continuare a mantenerli e a viverli. La testimonianza dei valori, a partire dalla gratitudine, è cruciale per un risveglio vero dal malessere in cui stiamo vivendo.

Apprezzamento e riconoscimento

Riflettendo sulla gratitudine, il mio umile pensiero incontra per prima l’umiltà nel vivere la vita. Non si tratta di una debolezza. Al contrario, si tratta della forza, mentale e spirituale, di liberarsi del desiderio del proprio io di prevaricare sugli altri. Quel desiderio di sentirsi superiori all’altro, al prossimo, porta sempre, e ribadisco: sempre!, al distacco dai valori e continua ad alimentare l’arroganza e la violenza di ogni genere.
Essere grati significa dimostrare l’apprezzamento per un gesto altrui, senza distinzione. A partire da una parola gentile, uno sguardo pieno di comprensione, una mano data al momento opportuno, una carezza leggera, un abbraccio fraterno, fino a un regalo, un aiuto concreto nel momento del bisogno, ad accordi e progetti che portano a sviluppare e far crescere il bene della comunità.
Essere grati significa esprimere il riconoscimento a coloro che hanno messo a disposizione il loro tempo, le loro abilità, la loro vita per migliorare le condizioni di vita nella comunità, attraverso aiuti e sostegni personali o comunitari.
Essere grati significa semplicemente e altrettanto difficilmente abbandonare l’egoismo e scegliere l’altruismo, senza paure e pregiudizi. Possiamo essere grati per cose o fatti semplici o complessi. Importante è mantenere il sentimento profondo di gratitudine in ogni cosa che facciamo e viviamo.

Gratitudine nella felicità

Quasi sempre, quando viviamo un momento di felicità, ringraziamo il mondo intero per l’attimo di immenso sentore che ci sfugge velocemente. Come nei versi di Lorenzo il Magnifico, che canta la giovinezza, l’età che sfugge e, pertanto, bisogna essere lieti perché non conosciamo il nostro domani. È facile essere grati quando si è felici, ma spesso ci si dimentica di esserlo per quei momenti, perché la natura umana tende a non sentirsi mai pienamente appagata dalla felicità. Non si può desiderare una felicità più grande di quella che si sta vivendo. Quando la felicità viene accompagnata dalla gratitudine, si sviluppa la serenità che apre la porta all’armonia della vita. E si guarda avanti, con gli occhi dell’ottimismo e della speranza, consci che il domani è incerto, ma se lo affrontiamo con giudizio e serenità, risponderemo prontamente alle prove che la vita ci presenterà. Nei gioiosi giorni di sole, ma anche nei giorni in cui la pioggia non ci risparmierà.

Gratitudine nel dolore

Molto più difficile, direi quasi rara, è la gratitudine che si prova nei momenti di dolore. Io li chiamo i giorni di pioggia, quelli grigi e bui, che non danno alcuna speranza. Senza speranza, il dolore viene percepito come un sentimento che rimane a lungo nella nostra realtà. In alcuni casi lo conserviamo per tutta la vita: per una perdita straziante che blocca l’esistenza. Eppure, si tratta di momenti o di periodi che possono essere superati proprio grazie alla gratitudine. Sì, mi rendo conto del gioco di parole: grazie e gratitudine. Ringraziare per i momenti di dolore sembra masochismo, ma si tratta di un modo di trovare la via d’uscita dalla profonda sofferenza. Ringraziare per quei momenti indimenticabili con i nostri cari che hanno abbandonato questo mondo, ma ci accompagnano per sempre perché sono parte della nostra essenza umana. I ricordi sereni in cui abbiamo vissuto gli attimi che continuano a essere importanti: le parole, gli sguardi, i gesti che rimangono vivi per sempre. Ecco che allora il dolore cede il posto a un risanamento emotivo attraverso la serenità della gratitudine.
Oggi viviamo un dolore comune del malessere globale. Ci sentiamo inermi perché pensiamo di non essere abbastanza forti da sconfiggere la massa cancerogena globale che cerca di diffondersi (e ci riesce, purtroppo) e di sopraffare ogni sano ragionamento. È un dolore vero e proprio sentirsi inermi davanti a tanta idiozia sviluppatasi nell’inganno, come quello che parla di guerre necessarie per ottenere la pace. È un dolore immenso essere testimoni di un tempo che elogia la guerra. Chi l’ha vissuta veramente conosce il dolore, ma non lo conserva. È grato per la pace ottenuta e cerca di creare momenti in cui è possibile rinascere nella ricchezza e nella pienezza della vita.

Gratitudine nella ricchezza

Appare come un ossimoro il sottotitolo, ma il suo significato va oltre l’apparenza. La ricchezza e la pienezza della vita possono essere analizzate da due punti di vista: il primo è quello materiale, dove la maggioranza dei pensieri si ferma, mentre il secondo è quello spirituale. La creazione di ricchezza vista come bene materiale raramente incontra la gratitudine nell’incremento materiale perché è legata ad aumentare l’accumulo di beni. Spesso non si pongono limiti e si va verso l’eccesso. Si perde la cognizione della realtà equilibrata proprio perché si va a costruire una realtà personale legata al costante aumento di beni e profitti.
La gratitudine rappresenta quell’equilibrio che viene proposto là dove esiste l’eccesso di beni materiali e dove questo eccesso viene condiviso in comunità. La ricchezza viene vissuta allora in modo completo, avendo come una delle conseguenze la gratitudine per i beni ricevuti. È molto fragile questo tipo di gratitudine ed è a breve termine, a causa del vincolo materiale.
La ricchezza spirituale, d’altro canto, è permeata dalla gratitudine, che non è misurabile perché non è legata al mondo materiale, ma è facilmente riconoscibile e duratura. La sua dimensione spirituale le permette di entrare in tutti gli aspetti della vita di una persona o di una comunità e viene riconosciuta in primis dalla gratitudine. Si incontra molto spesso nelle persone e nelle comunità che si trovano a disagio e che ringraziano anche per quel poco con cui e in cui vivono, convinti che quel poco basti.

Gratitudine nella povertà

Continuando con il ragionamento precedente, mi riferisco alle due povertà: materiale e spirituale. Di solito, la povertà materiale porta ad apprezzare il necessario che serve per vivere, mentre l’attenzione primaria è quella rivolta alla vita spirituale. La seconda diventa sana portatrice della prima, in parole scientifiche. Il sommo testimone della gratitudine nella povertà è San Francesco, spesso chiamato il poverello di Assisi. Ha ripudiato le ricchezze di questo mondo, i tessuti preziosi e la vita agiata che il padre aveva riservato per lui, per vestirsi con un saio di lana, povero e grezzo, “andando a riparare, ricostruire la chiesa di Gesù”. Lo ricordiamo e veneriamo ancora oggi, dopo otto secoli, nel suo esempio di vita semplice e con il suo Cantico delle creature, in cui esprime tutta la sua gratitudine per la meraviglia della vita che lo circonda, un vero inno alla vita. San Francesco ci ha donato, con la sua vita, la massima espressione della propria gratitudine, abbandonando le ricchezze del mondo e abbracciando le ricchezze dell’anima. I suoi fratelli seguono il suo esempio, i giovani lo cantano, ma il mondo sta ancora a guardare da lontano. Sempre più da lontano, a causa dell’ipocrisia che vuole nascondere ciò che a molti giusti è da tempo chiaro: la gratitudine la possono esprimere solo le persone che si prendono cura della propria anima e non rimangono indifferenti ai problemi altrui.

La testimonianza dell’Africa

Il continente che ultimamente ha ottenuto una parte di giustizia a livello mondiale, almeno sulle mappe geografiche, da secoli sta subendo dominazioni e sottomissioni di ogni tipo. I suoi popoli ci venivano descritti nel modo in cui i conquistatori volevano presentarceli, mentre, in realtà, usavano ogni tipo di violenza per realizzare i propri interessi. Lo fanno tuttora.
Il continente africano vanta una straordinaria varietà di culture e la storia ricorda alcune di esse. Eccone solo un paio: l’Antico Egitto, l’Impero del Songhai e del Mali, l’Impero del Benin e le antiche culture Nok e Ile Ife della Nigeria. Si tratta di una storia che affonda le proprie radici nella notte dei tempi e che avrebbe potuto essere tramandata al mondo intero, se l’imperialismo avesse rispettato le culture e le civiltà che aveva incontrato. Oggi, nei maggiori musei del mondo, dei quali non voglio fare i nomi, sono esposti artefatti provenienti proprio da quelle culture che hanno subito le peggiori atrocità, private di gran parte del loro patrimonio materiale, ma non della loro ricchezza spirituale.
Dopo l’evento europeo, le popolazioni hanno accolto sia il cristianesimo sia l’islam e ne hanno fatto un’espressione propria. La profondità delle loro credenze animiste, insieme alle nuove religioni che nel tempo si sono aggiunte, ha alimentato in loro un forte senso di gratitudine verso Dio e verso il prossimo, che esprimono non solo attraverso il canto e la danza. Molti cercano di manifestare pienamente la loro fede e la loro gratitudine con la propria vita.
La gratitudine non è rivolta soltanto verso l’Altissimo. Il prossimo merita tutte le riconoscenze e il massimo rispetto, a partire dai propri figli e dai propri genitori. I figli sono desiderati, accuditi e seguiti, nei limiti imposti dalle condizioni precarie di vita. Ecco perché sono numerosi, considerati una benedizione per le famiglie e per la comunità. Quelli che vengono a mancare sempre di più nelle culture occidentali, per varie ragioni. Ma le condizioni di vita sono spietate in Africa, le istituzioni funzionano a malapena, i sistemi sanitario ed educativo non riescono a rispondere alle domande dei cittadini. Una risposta la stiamo dando noi, con il progetto scolastico Caring Hearts e la scuola Living Light Academy a Benin City, in Nigeria: per dare la possibilità a tutti i bambini di frequentare la scuola. E loro, insieme alle loro famiglie, ne sono grati. Lo esprimono in vari modi: organizzano festini con danze locali, portano a scuola piatti e specialità locali perché il cibo è molto prezioso. I bambini e i ragazzi cercano di dimostrare la bravura e l’intelligenza, le abilità e le capacità nell’apprendimento, raggiungendo le competenze necessarie per funzionare nel mondo.
Avevo già scritto, ma lo ribadisco, anche perché ci si dimentica facilmente e volentieri, specialmente quando si parla di immigrazione e di migranti. Ogni occasione per “denigrarli” è buona, anche se ormai il turpiloquio pieno di disprezzo non funziona più e ritorna al mittente. L’assurdità di molte tesi di storia storpiata non riesce a prevaricare sulla verità: siamo tutti discendenti da migranti storici o siamo migranti oggi, noi stessi. Le migrazioni hanno formato il mondo.
Il continente africano vanta uno straordinario numero di giovani vite: l’età mediana si aggira intorno ai 20 anni, mentre la nostra, quella europea, ha superato i 40 anni. La domanda nasce spontanea (come diceva Antonio Lubrano, noto personaggio televisivo italiano) ed è sempre la stessa: chi siamo noi? E ne aggiungo un’altra: chi erediterà il mondo?
Non conosco tutti gli africani. Non conosco nemmeno tutti i nigeriani: sono più di 240 milioni. Sono persone brave e meno brave, come noi europei. Ma sono stata e sono tuttora testimone di un processo lento e costante con cui si vuole esprimere, prima di tutto, la generosità africana che continua nell’espressione della gratitudine.
Si riconoscono chiaramente nei loro sguardi e nei loro sorrisi.
Quando qualcuno vi chiederà perché i bambini africani abbiano sorrisi così belli, rispondete che crescono educati alla generosità e alla gratitudine: valori dai quali ripartire per costruire società nuove, più giuste e capaci di riconoscere ciò che hanno ricevuto.
Ci avviciniamo all’inverno, stagione fredda, muta, statica. L’Europa si sta avvicinando a un punto di non ritorno: vecchia, oltraggiata, minacciata e derubata dai suoi stessi capi, secondo il mio umile parere. Ha bisogno di nuove forze per raggiungere una nuova primavera, sociale, civile e umana. Accogliamo ed esprimiamo la gratitudine e insieme saremo più forti nel neutralizzare il malessere che ci minaccia, tutti. Una nuova primavera è dietro l’angolo, ma bisogna superare l’inverno dell’anima che riscalderemo con la gratitudine.
Concludo con le parole del cardinale Zuppi, una voce capace di andare controcorrente e di guardare a un futuro comune migliore: “Chiede all’Europa di avere un’anima”.

*docente del Dipartimento
di Studi Italiani
dell’Università di Zara

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