La luce del mattino, ancora incerta, si apre lungo il profilo del pendio, rifrangendosi da un ovale metallico sulle mani di una fanciulla. Non è uno specchio perfetto, ma è sufficiente perché possa distinguere i propri occhi, scuri come la notte appena trascorsa. Solleva, con fare delicato, un monile prezioso in bronzo e ambra, una fibula che porterà con sé quando gli spiriti del mondo ultraterreno la condurranno in un’altra vita. Poi, con la stessa cura, la alza all’altezza del collo per allacciare la tunica regalatale dalla madre. Decorazioni geometriche giocano intervallandosi a bordure colorate e a fili di metallo lucenti. E lei si osserva, ancora una volta, incuriosita nel vedersi bella e ormai donna.

Rituali solenni e complessi
“Sole e resina, luce e linfa. Sangue e destino, per sempre uniti alla mia famiglia”. Sarà stato questo il suo pensiero, il giorno in cui si apprestava a incontrare, per la prima volta, il futuro sposo?
Per qualche minuto, la mia interlocutrice rimane in silenzio, ancora assorta nella scena che le ho proposto e che, con grande probabilità, le risulta lontana dalla realtà femminile dell’Età del Ferro in Italia (X-VIII sec.a.C.).
“È piuttosto difficile rispondere. L’unica cosa certa è che sarà stata molto impegnata in rituali solenni e complessi”.
Inizia così la conversazione con Nunzia Laura Saldalamacchia, giovane archeologa napoletana, esperta in Preistoria e Protostoria. Dopo essersi laureata in Archeologia e Storia dell’Arte presso l’Università “Federico II”, nel capoluogo campano, prosegue gli studi conseguendo un dottorato di ricerca sulle fibule in ambra, alla “Leopold-Franzens-Universität” di Innsbruck, sotto la supervisione del prof. Alessandro Naso – attuale professore ordinario di Etruscologia e Antichità Italiche, Università “Federico II”. Nel corso della sua carriera, ha partecipato a numerosi progetti archeologici, internazionali e nazionali, con un focus specifico sullo studio degli ornamenti metallici del costume femminile, tra VIII-VI secolo a.C. nel Mediterraneo centro-orientale. Inoltre, ha collaborato e collabora con autorevoli riviste scientifiche del settore e ha svolto attività di assistente alla didattica e ricerca nell’ambito dell’Etruscologia, sempre presso l’ateneo “Federico II”. È stata assegnataria di una borsa di studio dell’Istituto Storico Austriaco di Roma e dell’Istituto Archeologico dell’Accademia Austriaca delle Scienze, a Vienna.
L’Archeologia in uno spettro di discipline
Il suo essere versatile e poliedrica, negli anni, l’ha indotta a coltivare una passione in cui esprime un talento straordinario: il disegno. È infatti fondatrice di un marchio, attraverso il quale realizza opere d’arte ispirate all’archeologia, proponendo lavori unici nel loro genere, tanto da meritare un posto speciale, dal 2018 e grazie all’intuito dell’allora direttore – il prof. Valentino Nizzo, un eminente studioso di Etruscologia – nel bookshop del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, a Roma, tra i più famosi al mondo.
”Anticipo una sua possibile domanda in merito ai motivi che mi hanno persuasa ad approfondire questo campo di studi. Non dirò che, fin da bambina, avrei voluto fare l’archeologa. La verità è che a me è sempre piaciuto apprendere qualsiasi cosa. Amavo scrivere e disegnare. Studiando, mi sono appassionata alla fisica quantistica e alla biologia, generalmente poco gradite agli studenti. Nel ricercare un percorso universitario, poi, che racchiudesse insegnamenti di mio interesse, ho scoperto che l’Archeologia sarebbe stata l’unica a inglobarli tutti, in quanto abbraccia un ampio spettro di discipline: chimica, arte, biologia, storia, letteratura, non manca nulla”.
E la passione artistica, questo posso chiederlo? – e non resistiamo alla tentazione di sorridere con leggerezza.
“Il lato artistico è un’eredità materna. Avrei potuto sviluppare le mie qualità creative con studi accademici specifici, anche se in realtà ambivo a diventare una scienziata, non un’artista. Certo, una dote naturale non si può rinnegare, esiste a prescindere. Mi considero il risultato di entrambe: scienza e arte. La precisione scientifica e l’estro artistico creano, direi, una combinazione inusuale”.
Tra le due sponde dell’Adriatico
Inizierei dalle fibule, argomento essenziale dei suoi studi. Cosa sono esattamente?
“Le fibule sono spille antiche, di solito realizzate in bronzo, ossia in metallo fuso. Alcune presentano un rivestimento centrale in materiale organico: ambra, avorio, osso di bovino, madreperla, a volte anche pasta vitrea. L’associazione di sostanze organiche e inorganiche le rende oggetti eccezionali e complessi, che richiedevano competenze diversificate e il lavoro integrato in officine plurispecializzate. Le fibule parlano di costumi, di culture e persone. Sono un tramite per raccontare l’archeologia, la storia e la vita umana. Narrano un passato che, in fondo, ci appartiene”.
L’ambra è un elemento ricorrente nei suoi lavori di ricerca. Può spiegarcene il motivo? Mi ha anticipato che alcuni reperti, rinvenuti nelle Marche e in Croazia, sarebbero interconnessi.
“Le fibule in ambra, scoperte nelle due aree da lei citate, sono state il tema della mia tesi magistrale. Quelle nel Piceno – più o meno corrispondente all’attuale regione delle Marche – e in Croazia rientrano in una tipologia che non si trova altrove. Mi riferisco ad esempio, a una forma paroboloide, simile al cappello di una medusa, oppure allungata e piatta. Negli anni ‘70, la prof.ssa Fulvia Lo Schiavo, un’esperta di fibule – la prima ad analizzarne la presenza nelle aree della Croazia – aveva scritto numerosi articoli in merito e io ho voluto approfondire. La studiosa menzionava fibule esposte al Kunsthistorisches Museum di Vienna, provenienti dalla Croazia, estremamente simili, per l’appunto, a quelle del Piceno. Si parla di due sponde opposte dell’Adriatico, ma con parallelismi di immenso rilievo. È ipotizzabile che l’ambra, attraversando le acque adriatiche, sia giunta in Italia, nell’odierna regione delle Marche, dando vita a una serie di botteghe per la sua lavorazione e diffusione. Spesso, le fibule venivano commissionate da famiglie aristocratiche, ma non soltanto. Infatti, in alcune tombe rinvenute sia in Croazia sia nel Piceno, sono stati ritrovati pochissimi oggetti, riconducibili a persone di un ceto meno abbiente. L’utilizzo della fibula era comunque capillare. Essa poteva chiudere un sudario, un mantello o una parte del vestiario sotto il collo. Considero l’ambra una capsula del tempo, poiché incorpora materia di milioni di anni fa. È un pezzo di storia, una finestra sul passato e una testimonianza di scambi economici e culturali”.
Monili vissuti ed emozioni
Croazia e Italia, unite dunque dalle fibule di ambra?
“Direi di sì. Accennavo poc’anzi che ne esistono molte e simili in entrambi i Paesi. Ho trovato anche alcune ambre forate, probabilmente perché si volevano eliminare gli inclusi (animali, foglie ecc.), per purificarle. Forse non erano graditi! Sovente, vi sono tracce, non decorative, di colore bianco, come se fossero state riparate. Altre forature, invece, propongono qualcosa di somigliante a veri e propri disegni. A volte, venivano inseriti pigmenti per accentuarne il profilo estetico”.
Quali sono le sensazioni che si provano nel trovarsi a contatto diretto con questi reperti? Si può entrare in relazione con un tempo così distante dal nostro?
“L’aspetto interessante è che, occupandomi di ornamenti, mi prendo cura di oggetti personali. Alcuni presentano indizi di usura, di riparazioni o migliorie e ne ho scoperti molti. Ciò mi fa riflettere sul fatto che l’oggetto tra le mie mani sia stato indossato da una persona in carne e ossa. Nell’Archeologia, si deve avere un approccio scientifico; tuttavia, è difficile dimenticare che si tratta di un monile vissuto, amato e che porta con sé emozioni. È inevitabile pensare alle donne che li hanno indossati, persone con una loro famiglia, una loro storia. Si tratta di gioielli che hanno avuto un contatto diretto con il loro corpo, a differenza, ad esempio, di un vaso. Mi emoziono quando vedo le riparazioni apportate. Talvolta, nelle tombe si trovano degli anelli digitali – riferiti a quelli per le dita delle mani – più grandi di diametro rispetto ad altri. Si ritiene siano stati un omaggio alla donna sepolta, forse da parte di uomini, e questo ne spiegherebbe le maggiori dimensioni. Di spille ne esistono di femminili e maschili, e quando nella tomba di una donna si rinviene una spilla maschile, tra tante femminili, si deduce essere stato un dono, forse da parte del padre, del marito o di altre persone. Le tombe che ho studiato sono molto ricche, con centinaia di gioielli. Si può ipotizzare che il rito funebre, legato all’esposizione del corpo della donna, comprendesse un momento in cui si appoggiavano su di esso gioielli, magari non propri della defunta, ma che si usavano per l’ultimo saluto. È ovvio immaginare tutto quello che può essere accaduto e non si può essere disumani, anche di fronte a degli scheletri. Provo una complessità di sensazioni nel toccare gli ornamenti e, parlando di fibule, so che sono state sottoposte a una lunga lavorazione, addirittura di mesi interi. Ospitano un’anima. Chi è più sensibile lo percepisce rispetto, non so, a un oggetto prodotto industrialmente. Alcune fibule presentano una composizione di oltre duecento pezzi in uno, come le fibule a intarsio, con segmenti in osso, tasselli in ambra e avorio incastonati. Su molti resti di ambra ho riscontrato tracce degli strumenti di lavorazione. Si possono individuare la perforazione fatta con trapani a mano e i graffi causati dalla limatura. Tutto questo rimanda alle mani dell’artigiano che le ha realizzate oltre duemila anni fa. È una preziosità difficile da ignorare”.
Manualità naturale e creatività scientifica
All’inizio, abbiamo accennato al suo talento creativo. Il disegno archeologico in cosa differisce da quello artistico?
“Nel mondo dell’Archeologia, il disegno è un vero passaggio di iniziazione. È articolato, fatto di momenti obbligati e di precisione. Ma è anche il tempo in cui si conosce davvero il reperto che stiamo analizzando. Ho una manualità naturale, dicevo. Infatti, quando ero all’università, disegnavo i frammenti ceramici, utilizzando strumenti propri del campo archeologico. Ho imparato talmente bene che poi ho iniziato a insegnarlo. Il disegno archeologico è molto tecnico, la parte artistica, forse, è soltanto nella fase finale, nelle ombreggiature, ma risponde sempre e comunque a criteri tecnici”.
Vi sono state figure di riferimento importanti nella sua formazione, non necessariamente accademica?
“Paolo Costabile, un illustre maestro orafo di Torre del Greco. Mi ha aiutato tantissimo. Andavo da lui la sera e mi insegnava le tecniche basilari dell’arte orafa. Un momento indimenticabile, tra i più belli della mia vita. Grazie a lui, non solo ho conosciuto figure eminenti dell’Arte Contemporanea, che spesso lo andavano a trovare e io li ascoltavo conversare su argomenti interessantissimi, ma ho anche appreso come creare le fibule che, successivamente, ho presentato in numerose conferenze. Mi sembrava di vivere in un romanzo. È stato in quel periodo così ricco, che ho iniziato a progettare un’idea che unisse la mia competenza di archeologa a quella innata di disegnatrice, un cammino che, nel tempo, mi ha condotto a realizzare creazioni artistiche particolari. Purtroppo, Paolo Costabile è venuto a mancare prematuramente e non ho avuto la possibilità di condividere con lui i risultati conseguiti. Un’altra persona determinante è stata, però, anche mio nonno materno, Gigino. Era un orologiaio e possedeva un banchetto su cui lavorava ogni giorno. Io, da bambina, lo osservavo con grande curiosità. Oggi, quel banchetto si trova nel mio laboratorio-atelier”.
Partire da «zero»
Ha menzionato un suo progetto artistico, di cosa si tratta?
“Si ricollega agli studi in Archeologia, uniti alla mia vena artistica. Ho sempre ricevuto dalla vita segnali che ho ritenuto provvidenziali, indicazioni che mi hanno spinto a perseverare. Sono partita da zero, costruendo un lavoro che non è mai esistito. Non è facile farsi comprendere quando si vuole concretizzare qualcosa di inedito. È stato molto arduo, anche se i miei genitori mi hanno sempre supportata. La formazione accademica è stata, ed è, fondamentale, poiché mi ha permesso di esplorare il costume femminile in un arco temporale che va dall’VIII secolo a.C. fino al V secolo a.C. Si parla di 2.700 anni fa: un periodo vastissimo. I secoli VIII a.C. e VII a.C. sono particolari, perché si evince una profonda influenza, da parte delle corti orientali dell’Asia Minore, nelle diverse culture italiche”.
Gioielli come «significanti»
Questa influenza d’Oriente, quindi, si è andata a unire con delle culture preesistenti?
“Sì, gli ornamenti che ho studiato risentono del ‘senso’ del lusso, dell’oreficeria che giungeva dall’Oriente, con una lavorazione artigianale locale che già utilizzava l’ambra. Un sincretismo culturale meraviglioso. In una sola tomba si possono rinvenire vasi di origine locale che imitano quelli greci, vasi di importazione greca, oggetti di lusso provenienti dall’Egitto e dall’Asia Minore, oppure scarabei di imitazione fenicia che copiano quelli egizi. Tutto il mondo in una tomba! È una fase protostorica in cui, nonostante le vicende politiche siano piuttosto fumose, sappiamo che si stava formando l’aristocrazia, quindi a ‘parlare’ erano i ricchi. Tramite questi oggetti, provenienti da tutto il mondo, possiamo dire che regnasse una sorta di ‘pace culturale’. Analizzando i corredi ornamentali femminili di tombe a inumazione e a incinerazione – di tante culture diverse di questo ambito cronologico – ho riscontrato un gusto minimale e geometrico, le cui decorazioni venivano arricchite da figure umane e animali, ed è qualcosa che si avvicina, in modo straordinario, alle nostre preferenze contemporanee. Per questo motivo, ho deciso di condividere, mediante il mio progetto artistico, la conoscenza di uno stile così attuale, scegliendo di riprodurre in chiave moderna non solo le fibule in ambra, ma anche altri ornamenti di questa epoca. Non ho mai voluto proporre la copia filologica di accessori antichi, tra l’altro molto pesanti se pensiamo che un bracciale o una cavigliera possono pesare anche cinquecento grammi. A me piaceva quel tipo di stile e il desiderio di crearne una versione al presente, per poterli spiegare a tutti in quanto pressoché sconosciuti, mi entusiasmava. Insomma, un gioiello che parlasse di cultura. Grazie agli insegnamenti del maestro Costabile, ho potuto realizzare le fibule in ambra e, in seguito, con il Maestro Mario Triunfo, ho imparato a modellare la cera, in base all’antica tecnica della fusione ‘a cera persa’”.
Quale tipo di messaggio trasmettono le sue creazioni artistiche?
“Le mie opere riacquistano quel ruolo antico del gioiello, inteso come significante, cioè come mezzo di comunicazione. Voglio che parlino di archeologia, della storia del reperto da cui traggono ispirazione. Gli ornamenti indossati da quelle donne trasmettevano dei significati ben precisi. Esisteva un vocabolario costituito da segni, conosciuto e comprensibile alle persone. Quindi, erano strumenti per comunicare. Le donne potevano provenire da culture diverse e, quando si trasferivano nella famiglia del marito, unendosi a essa, ne portavano testimonianza, persino gioielli appartenuti ad altre generazioni. Gli ornamenti erano dei veri e propri significanti. E mi sono detta: ‘Perché non ripristinare questa funzione originaria? L’archeologo ricostruisce la cultura antica, che include l’economia, la filosofia, la storia, la politica, l’alimentazione, l’istruzione. L’esistenza umana comprende tutto questo e la mia figura deve studiare seriamente per conoscerlo. Non ci si può limitare a un solo determinato aspetto. Si deve comprendere la funzione, la materia, il contesto, le relazioni tra culture celati dietro i reperti archeologici. E, naturalmente, non sempre si riesce. Nella mia specializzazione non vi sono documenti scritti, ma cultura materiale che, se analizzata e studiata, può raccontare molto più di quanto si possa immaginare, anche se entro i limiti dell’inevitabile parzialità delle informazioni ottenute”.
Una conoscenza fruibile e viva
“Cultura attiva”, è un’espressione che ama utilizzare. Cosa si intende?
“È qualcosa in cui credo molto. Indica la funzione che svolgono le opere artistiche, i gioielli, da me creati. Il design, ispirato al reperto archeologico e combinato all’articolo scritto da un professionista, assume tale funzione, ossia quella di divulgare una conoscenza fruibile e viva. Il mio intento è proporre qualcosa di alto livello, ma comprensibile anche a chi non sia del settore. Per farlo è comunque necessaria una preparazione accurata e rigorosa”.
Idee distanti dalla realtà
A tal proposito, cosa pensa dell’approccio comunicativo proposto da alcuni musei?
“Non amo la banalizzazione e il qualunquismo nel condividere contenuti storici. Nei musei, purtroppo, le ricostruzioni, ad esempio degli indumenti, sono spesso tristi. Si vedono oggetti ornamentali elaborati, considerata l’epoca di riferimento, e poi accanto, una figura che indossa un sacco di juta. Data la loro complessità, sicuramente anche il vestiario la rifletteva. A causa della conoscenza parziale e l’impossibilità di effettuare ricostruzioni scientifiche, le soluzioni espositive che ne derivano, però, non offrono un’idea realistica del costume antico. Si ricava un’idea errata su come vestivano nella vita reale. In molte tombe femminili, sono presenti strumenti tessili (in quelle degli uomini, le armature): rocchetti su cui vi era del cotone arrotolato, le fusaiole, le tavolette (pensiamo a Penelope che tesseva, l’epoca era la stessa!). Gli utensili erano sofisticati e chissà quali decorazioni e tessuti bellissimi! A volte, ne ho scoperto traccia. Per esempio, sulla lama di un coltello in ferro, ho riconosciuto la trama del tessuto, completamente scomparso, su cui poggiava. Anche su alcune spille sono state rinvenute delle impronte. In un sito a Verucchio, in provincia di Rimini, le tombe a cremazione si erano conservate in condizioni talmente eccezionali da consentire la ricostruzione di una tipologia decorativa di alcuni tessuti. È stato addirittura scoperto una sorta di poncio con le frange”.
Sperimentare senza filtri
Lo scorso anno ha partecipato all’Expo di Hangzhou «Cultural and Creative Industry». È stata la sua prima esperienza in Cina?
“Sì. Ho scelto di andare personalmente, anche se avrei potuto farmi rappresentare da terzi, proprio perché ero curiosa di vedere con i miei occhi e di sperimentare senza filtri. Ho presentato il mio progetto artistico e la cosa più bella è stata vedere come i visitatori cinesi, anche se non esperti di Archeologia, fossero fortemente interessati e desiderosi di imparare qualcosa di nuovo. Li ho trovati sorprendenti e dotati di una grande apertura mentale. Hanno osservato con scrupolosità e posto numerose domande. Grazie all’Archeologia, e pur non parlando la lingua cinese, sono riuscita a dialogare con loro”.
Di recente è stata insignita di un riconoscimento prestigioso da parte del Nanjing Cultural Investment Holding Group, nella città di Nanchino, in Cina.
“Ho ricevuto comunicazione del premio qualche giorno fa. Sono profondamente onorata ed emozionata. È un’ulteriore conferma al valore culturale del mio progetto artistico. Partirò per Nanchino alla fine di giugno”.
Poco prima della pubblicazione di questa intervista, Nunzia Laura Saldalamacchia mi invia una serie di fotografie che la ritraggono felice durante la premiazione – medaglia di bronzo, unica e prima partecipante non cinese, per l’XI edizione del concorso “Zijin Award Cultural Creative Design Competition”, nella categoria del design culturale – la cui motivazione in sintesi recita: “Una giovane archeologa napoletana è riuscita ad aprire la strada verso l’integrazione tra ricerca scientifica e design orafo, realizzando una serie di gioielli artistici ispirati a reperti archeologici che dalla preistoria approdano all’epoca classica. […] Queste creazioni non sono soltanto opere d’arte da indossare, bensì veri e propri messaggeri culturali che superano i confini del tempo, capaci di evocare una risonanza profonda tra bellezza e memoria storica”.
*Referente Senior
per Progetti Commerciali
e Culturali Sino-Europei
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