La cava, il santuario e il condominio: anatomia di un’urbanizzazione dissonante

Iliria e Vernal, rioni suburbani di Pola sospesi tra sacro e profano, dove un luogo di culto mariano convive con siti estrattivi esplosivi, rottami d’auto e nuove costruzioni. Un racconto di contrasti urbani, resilienza e resistenza

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La cava, il santuario e il condominio: anatomia di un’urbanizzazione dissonante
Alloggi con vista sui rottami d’auto

Un santuario mariano caduto in disuso, una cava di pietra che continua a crescere nonostante l’opposizione dei residenti, un centro di rottamazione auto tra palazzine in via di costruzione, negozi e magazzini di arredi per la casa e il giardino, officine di manutenzione di biciclette e di barche da pesca, l’asilo con giardino, la ferrovia, la pista ciclabile, strade inghiottite da altre strade, e poi distese infinite di olivi, pascoli di cavalli e quella striscia di terra di nessuno contesa tra Pola e Dignano che in passato ha causato attrito tra i due sindaci fintanto che a mettere fine alle ostilità non è stato il Governo.

Insomma, un’accozzaglia di fabbricati e attività che urtano l’una contro l’altra e tuttavia convivono in relativa pace con occasionali momenti di rivolta, come quella volta che era scoppiato l’incendio di spazzatura inquinando l’atmosfera da un capo all’altro della città. Siamo all’estremo nord del rione di Siana, che non termina solo col bosco omonimo verso l’aeroporto ma tocca l’agro di Dignano in un crocevia di strade silvestri e campestri di cui la maggior parte dei polesi ignora l’esistenza. Cerchiamo di farne la conoscenza e prenderne atto per non perdere l’usanza del dialogo muto tra città e cittadino. L’area centrale di questo quartiere urbano prende il nome di Iliria, quella posteriore, verso il Centro commerciale Lesnina, porta il nome di Vernal, mentre le zone adiacenti, Vidrian e Valmarin, hanno per punti di riferimento una cava di pietra e una fortezza militare, ma ormai siamo fuori strada e vediamo di limitarci all’area che da più nell’occhio perché si apre al raccordo autostradale che taglia Siana come una lama di pugnale: con un taglio netto.

Il santuario mariano
Il cuore del quartiere è la Chiesa della Beata Vergine delle Grazie, che occupa uno spazio di culto religioso le cui origini si perdono nella notte dei tempi. Tracce accertate conducono a resti bizantini dell’ottavo secolo, sui quali venne edificata una prima chiesa nel 1470, mentre la sua pianta attuale risale agli anni 1885 (l’anno della benedizione della prima pietra) e 1887, anno della sua consacrazione ad opera del vescovo di Pola e Parenzo Giovanni Battista Flapp, che vi celebrò la messa pontificale. Curiosi i passaggi di proprietà e giurisdizione: i Sergi, signori di Pola, concessero il tempio ai Francescani, che se lo tennero fino all’arrivo di Napoleone nel 1805. A quel punto la Chiesa appartenne alla Cattedrale di Pola, che la mantenne fino al 1919. Dopo se ne occuparono i frati di Venezia, le suore e, attualmente, la Chiesa parrocchiale di Sant’Antonio che cura le anime dei fedeli di Siana.
Una guarigione miracolosa
Molte sono le credenze che aleggiano intorno alla Chiesa della Beata Vergine, anche oggi considerata un luogo di eventi miracolosi. Si narra che in un foglietto commemorativo dell’anno 1886 fosse stato scritto: “Maria nata Magno, maritata Bigòlo di Pola da 11 mesi giaceva inferma in modo da non potersi muovere senza l’altrui aiuto. L’arte medica non valeva a vincere il male. L’inferma con grandi istanze pregava di essere condotta alla chiesa delle Grazie. Temevasi che mancasse per istrada. Tuttavia fu collocata sopra un carro a buoi, ché la strada allora era assai campestre. Arrivata alla chiesa, si confessò. L’ora defunto Preposito Mons. Giacomo Daris celebrò la Santa Messa. Poco prima della consacrazione, l’inferma provò dei brividi in tutto il corpo. Le parve che insolito vigore fosse stato infuso nelle sue membra. Volle essere condotta innanzi l’altare. Fece scostare coloro che la tenevano, ed essa rimase sola in piedi, sostenuta leggermente pel solo vestito dalla figlia, di nome Flora. Vi stette in quella posizione fin dopo la comunione che ricevette pure in piedi. Ritornò sola al suo sedile e dopo aver pregato lungamente uscì sola di chiesa, dove trovò le molte persone che l’avevano accompagnata da Pola, e che stupite ragionavano del manifesto prodigio operato da Dio per intercessione della Beatissima Vergine delle Grazie”.
Si dice che l’episodio ebbe luogo nel 1949: la donna graziata all’epoca della miracolosa guarigione aveva 48 anni e dopo visse a lungo e senza problemi di salute. Non stupisce dunque che la Chiesa sia diventata meta di pellegrinaggi di fedeli di tutte le località dell’Istria meridionale, da Dignano a Lisignano, da Gallesano a Marzana. Né stupisce che i devoti ci abbiano dedicato preghiere, invocazioni e scongiuri non solo alla Madonna, fonte inestinguibile di grazie e favori divini, ma anche ai santi Francesco, Rocco, Giuseppe, Policarpo e Antonio, e alle sante Chiara, Lucia, Rita, Anna e Teresa. Né si dimentica che in passato le sue pareti furono tappezzate di ex voto, rimossi solo nel 1971 in occasione del restauro degli interni.

La Chiesa della Beata Vergine delle Grazie

Il nemico di classe
Da non credere che quello della Madre di Dio sia l’unico altare in circolazione. Un monumento con tre lapidi bilingui sulla vecchia statale Pola-Fiume, poi inghiottita dal raccordo autostradale, è stato per anni un luogo del “culto comunista”. Il cippo è stato eretto in ricordo a sedici compagni, “vittime nella lotta contro il nemico di classe per la causa della rivoluzione popolare e per il benessere della Jugoslavia socialista”. L’organizzazione di base N-5 di Pola pose. Monumenti di questo genere sono spariti di scena con la complicità del buio negli anni Novanta, ma questo di Siana si è mantenuto integro in tutte le sue componenti: la base, le tre lapidi, la colonna e le due stelle rosse che decorano il recinto in ferro lottando disperatamente contro l’edera, nemica della lotta di classe. Non per fare gli uccelli del malaugurio, ma anche in questo caso si vede bene che alla lunga vince sempre l’edera…

Un monumento ai caduti dimenticato dai vivi

Ferrovia e ciclopista
Dalla Chiesa della Madonna delle Grazie, via Vernal conduce letteralmente fuori porta, in aperta campagna. Dopo le ultime casette, attraversata la strada ferrata, prati tappezzati di margherite, oliveti gravidi di olive e pascoli d’una soffice erba verde e fragrante si aprono alla vista del viandante che ne trae un immenso piacere. Persino il profumo dell’aria sa di primavera mentre siamo in ottobre inoltrato. La ciclopista 312 parte proprio dal piazzale del santuario, si snoda tra case e casette di campagna, svolta a sinistra sulla strada sterrata tra steccati e un campo giochi, costeggia le piantagioni di olivi, s’immerge nel bosco di conifere e riemerge sui lati della collina sventrata della cava di pietra. Poi prosegue in direzione della fortezza e l’abbeveratoio per animali selvatici, fino a incrociare altre due ciclopiste in quel di Montegrande.

Una ciclopista fuori mano da volrizzare

Scavi e detonazioni
La cava di pietra è uno dei maggiori difetti urbanistici di questa porzione di perimetro urbano. Il sito di estrazione è stato abbandonato nel 2016 ma ora è tornato in funzione e dovrebbe anche aumentare di superficie. al punto da avvicinarsi spaventosamente alle abitazioni. In seguito a una Valutazione d’impatto ambientale positiva, la cava è stata riaperta e il suo campo d’estrazione Vidrian I verrà ulteriormente ampliato per nuovi 3,86 ettari di superficie collinare, da ricavarsi mediante esplosioni controllate. La miniera dovrebbe poi restare in funzione per altri 32 anni. In questi giorni sono in corso opere di abbattimento roccia che hanno già avuto conseguenze dirette sulla stabilità delle pareti divisorie delle case in via Vernal. Inutile dire che i residenti delle zone limitrofe sono già insorti dopo le prime detonazioni di esplosivo a opera del costruttore polese Cesta. Ma le case sono poche e gli interessi dell’industria voraci. Difficile che i cittadini l’abbiano vinta.
Alloggi e rottami
Piuttosto, un altro frutto alquanto bizzarro di una pianificazione urbanistica poco ortodossa è quello che ha visto spuntare un edificio residenziale dopo l’altro sul pendio che sovrasta il centro di rottamazione auto della società concessionaria Jadran Metal, per cui gli alloggi avranno il privilegio del panorama sulle carcasse d’auto e sulle presse per autodemolizioni. D’accordo che il mercato edilizio è ancora in piena espansione, che le zone edificabili sono poche e la domanda elevata, ma qua bisogna proprio chiedersi quanto siamo disposti a sopportare per mettere su casa (o investire i risparmi in mattoni contro la svalutazione dei contanti) perché un conto è pagare caro l’alloggio di nuova costruzione e un altro è pagarlo caro con la discarica in giardino. Questa è follia allo stato puro. Sarà che si conta su un eventuale futuro trasloco del centro di rottamazione auto (in verità verosimile), ma anche aspettare che la cosa s’avveri non pare la migliore delle credenziali per un investimento vantaggioso sul breve o medio periodo. Per il momento restiamo a guardare come vanno i lavori di muratura, poi osserveremo chi avrà lo stomaco di mettere su casa in uno di questi condomini.

Edilizia abitativa o cementificazione?

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