Il voto di raccontare gli orrori delle guerre

Un reporter freelance tra memoria e fronte. In questa intervista, il giornalista friulano Marco Macorigh – da 25 anni testimone diretto dei grandi eventi internazionali, dalle tragedie dell’emigrazione italiana all’11 settembre fino al conflitto in Ucraina – ripercorre le tappe della sua carriera e racconta perché ha scelto di «vedere e vivere in prima persona» ciò che narra, con lo sguardo rivolto soprattutto al dramma umano

0
Il voto di raccontare gli orrori delle guerre
Foto concessa da Marco Macorigh

“Faccio il reporter perché voglio vedere e vivere in prima persona le situazioni. Ho fatto il voto di raccontare quello che vedo, quello che provo e quello che sento”. Marco Macorigh, udinese di origine, ma cittadino del mondo per scelta, fa il reporter da ormai 25 anni. Prima di intraprendere questa professione, che è un po’ anche una scelta di vita, aveva avviato un’attività di marketing aziendale a Londra, grazie alla quale ha avuto la possibilità di visitare diverse parti del globo. Nel 2000 diventa direttore di una web TV, quando questo tipo di servizio era agli albori. Sempre in Inghilterra si avvicina quindi al giornalismo, in un’epoca in cui, come ci spiega, “non esistevano le fake news”. Tuttavia, l’evoluzione di Internet e dei social media, e tutte le conseguenze che ne sono derivate in termini di crescente inaffidabilità delle fonti, lo portano a voler verificare di persona ciò di cui parla e che racconta; perciò decide di diventare reporter, così da poter avere esperienza di prima mano delle storie che restituisce al pubblico. Nei suoi ricorrenti viaggi si affeziona in particolar modo alle vicende degli italiani – e dei friulani – nel mondo. Oggi Marco collabora come reporter freelance con diverse testate e televisioni nazionali e internazionali e, negli ultimi quattro anni, ha seguito in prima persona le vicende relative alla guerra in Ucraina. Dal 2022 a oggi, ha svolto dieci viaggi nel Paese per raccontare un conflitto che si sta consumando in Europa, a poco più di vent’anni dalla fine delle guerre nei territori dell’ex Jugoslavia. Quello che interessa a lui, e che vuole restituire ai suoi lettori e spettatori, non sono tanto i combattimenti sulla prima linea, quanto “i risvolti negativi e psicologici della guerra, il dramma umano”.

In occasione del volgere al termine del quarto anno dell’invasione russa dell’Ucraina, abbiamo parlato con Marco, che ci ha raccontato la vita quotidiana scandita dal conflitto nel Paese. Proponiamo ai nostri lettori questa preziosa intervista, che suddivideremo in tre puntate, in ognuna delle quali il nostro interlocutore approfondirà aspetti diversi di questa guerra: dal suo scoppio a come si è evoluta, dalle contraddizioni che si sono formate nella società alla quotidianità che si districa tra allarmi e sirene, passando per la vita dei veterani dopo il fronte e per il trauma che verrà lasciato in eredità alle nuove generazioni. Prima di affrontare tutto questo, però, è necessario fare un passo indietro fino ad arrivare agli inizi della carriera da reporter di Marco.

Foto concessa da Marco Macorigh

Barattare il carbone con la vita

Come accennato poc’anzi, Marco ben presto si affeziona alle realtà italiane emigrate, ed è così che inizia a seguire le vicende relative alla memoria del disastro di Marcinelle. La mattina dell’8 agosto 1956, nella miniera di carbone dell’omonima località belga, scoppiò un incendio che, sviluppandosi inizialmente nel condotto d’entrata dell’aria principale, riempì di fumo tutto l’impianto sotterraneo, provocando la morte di 262 persone delle 275 presenti, di cui 136 immigrati italiani. Il nostro interlocutore ci spiega che le vittime italiane erano figlie di un “atroce accordo”: per sopperire alla mancanza di lavoro, l’Italia del dopoguerra stipulò un patto per cui, per ogni migrante inviato nelle miniere in Belgio, lo Stato italiano avrebbe ricevuto 100 chili di carbone. L’accordo prevedeva di inviarne almeno 50mila, ma in tutto ciò non vennero prese in considerazione le condizioni di sicurezza.

Marco segue la vicenda ancora oggi e, ogni anno, nel mese di agosto – quando si celebra la ricorrenza della tragedia – si incontra con due minatori sopravvissuti che sono ancora in vita. “Ogni anno raccolgo tutta una serie di aneddoti e particolarità di quel tragico evento”, ci racconta.

Foto concessa da Marco Macorigh

Una tragedia dell’umanità

C’è un evento che ha cambiato per sempre gli equilibri dell’ordine mondiale e che ha quasi sfiorato Marco. L’11 settembre 2001, infatti, si trovava in California e, appena due giorni prima, era stato a New York, passando per le Torri Gemelle. “Non penso che esista alcuna persona al mondo che non si ricordi dove si trovasse l’11 settembre 2001: si è trattato di una tragedia, di una ferita che ha coinvolto tutti quanti, anche coloro che non l’hanno vissuta in prima persona”, afferma spiegandoci che “a causa della chiusura dello spazio aereo in seguito al tragico evento, rimasi bloccato in California per quindici giorni, dove conobbi persone che avevano avuto parenti coinvolti nella drammatica vicenda”. A distanza di anni, però, un’altra circostanza lo legherà a quell’11 settembre. Tra gli attori che hanno avuto un ruolo chiave nella ricostruzione della Torre della Libertà (Freedom Tower) – l’edificio più alto degli Stati Uniti, costruito sul sito dove un tempo si trovavano le Torri Gemelle – figura la Collavino Construction Company, guidata dai fratelli friuliani Mario e Arrigo Collavino. “Ho avuto modo di conoscere i fratelli Collavino, ai quali mi sono affezionato, che mi portarono a visitare il sito della Freedom Tower ancora in fase di costruzione”. Alla base della Freedom Tower sono situati pannelli di bronzo sui quali sono riportati i nomi delle vittime dell’11 settembre e, mentre faceva delle riprese e delle fotografie, Marco si accorse della presenza di cognomi di origine friulana. Risalire alle loro famiglie è però molto complicato, dal momento che molti documenti e fascicoli relativi a quell’episodio sono ancora oggi secretati. Conobbe quindi Giulio Picolli, che in quel tragico 11 settembre perse il figlioccio. “Picolli si è impegnato per anni nelle ricerche sugli italiani e sugli italoamericani morti in quella circostanza, che sarebbero più di 300. Ho deciso di aiutarlo in queste ricerche, in particolare per quanto riguarda le vittime di origine friulana”, ci spiega Marco, che ormai da quattro anni affianca Picolli in questa attività. Attività non semplice, come sottolinea, dal momento che “soltanto il 30% dei resti delle vittime è stato identificato. Nel collasso delle torri non è rimasto assolutamente niente: le ricerche sono condotte attraverso i resti e gli esami del DNA, ma è sempre più difficile perché, a distanza di anni, sono venuti a mancare molti parenti delle vittime”. Ma non è tutto. Marco ci spiega che, a quanto pare, “nell’elenco delle vittime ci siano anche nomi di alcune persone che avevano grossi guai con la giustizia statunitense, che si sarebbero fatte morire all’interno della tragedia, ma che in realtà conducono la loro vita in altri Paesi”. Nonostante le difficoltà, quest’anno – nel 25º anniversario della tragedia – dovrebbe vedere la luce un progetto portato avanti da Marco Macorigh insieme a Giulio Picolli per commemorarne le vittime italiane e italoamericane. Inoltre, negli ultimi tre anni, Marco è stato accreditato per poter partecipare alla cerimonia che si tiene ogni 11 settembre a New York, cerimonia che è aperta, oltre che alla stampa, soltanto ai parenti, ai colleghi delle vittime e alle autorità. “Ormai da tre anni, durante quella giornata incontro i parenti delle vittime e raccolgo testimonianze. Inoltre, verso sera, partecipo alla cerimonia del Consolato Generale d’Italia a New York, in memoria dei connazionali caduti”, ci dice.

Foto concessa da Marco Macorigh

Lo scoppio della guerra in Ucraina

Marco Macorigh, tuttavia, non è soltanto impegnato a onorare la memoria e il ricordo di tragedie passate, ma è pronto a immergersi in quelle del presente. Nel febbraio 2022 l’ombra della guerra incombe, dopo poco più di vent’anni di pace, sul vecchio continente. A seguito di varie crisi che hanno interessato la Crimea e il Donbass a partire dal 2014, è appunto nel febbraio 2022 che ha inizio l’invasione russa dell’Ucraina e, da quel momento, le truppe regolari di entrambi i Paesi sono coinvolte in uno scontro diretto. “Quando scoppiò la guerra, io sapevo molto poco della situazione dell’Ucraina”, ci rivela Marco. Ancora una volta nella sua vita, però, c’è un elemento che rende inevitabile che egli si leghi a ciò che stava avvenendo. “Sono amico di vecchia data di Roberto Sarcià, udinese, console onorario d’Italia a Nyíregyháza, città dell’Ungheria”, ci racconta. Nyíregyháza si trova a meno di 100 chilometri di distanza dal confine ucraino: “Chiamai Sarcià il giorno dopo lo scoppio della guerra. La situazione era di grande emergenza: arrivavano continuamente profughi ucraini nella città di Záhony, proprio al confine con l’Ucraina e a circa 65 chilometri da Nyíregyháza. La gente scappava in macchina, in treno, ma anche a piedi. Tuttavia, tutte le televisioni trasmettevano la fuga dei profughi verso la Polonia e nessuno trasmetteva quella sul versante ungherese”. Ecco quindi che Marco, dopo pochi giorni, intraprende un viaggio con il suo furgone attrezzato per trasmettere via satellite e parte alla volta di Záhony, portando anche un carico di aiuti umanitari, in quello che sarebbe stato il suo primo viaggio nel Paese in guerra. “Ho attraversato la Slovenia e l’Ungheria, c’erano code interminabili di auto”, ci racconta. “A Záhony, che conta 5mila abitanti, arrivavano circa 20-25mila profughi al giorno. L’intera città si era mobilitata: non solo le organizzazioni presenti, ma anche le famiglie distribuivano pasti caldi”, ci spiega. L’avventura di Marco inizia così; di lì a breve ottiene i permessi e le autorizzazioni per entrare in Ucraina e per poter operare, scattare foto e girare video. Ancora oggi, come allora, a distanza di quattro anni, il nostro interlocutore si reca in Ucraina, indossa il giubbotto antiproiettile con la scritta Press e continua a mantenere fede a quel voto di raccontare “ciò che vede, che prova e che sente”.

Foto concessa da Marco Macorigh

Tutti i diritti riservati. La riproduzione, anche parziale, è possibile soltanto dietro autorizzazione dell’editore.

L’utente, previa registrazione, avrà la possibilità di commentare i contenuti proposti sul sito dell’Editore, ma dovrà farlo usando un linguaggio rispettoso della persona e del diritto alla diversa opinione, evitando espressioni offensive e ingiuriose, affinché la comunicazione sia, in quanto a contenuto e forma, civile.

No posts to display