Il palio dell’assurdo accende le Crete Senesi

Dal cuore di Siena al deserto di Accona: la battaglia dei cittadini contro un progetto eolico che promette energia, ma rischia di cancellare secoli di equilibrio naturale e culturale. Quando il «verde» diventa speculazione e mette a rischio biodiversità, produzioni agricole e bellezza storica

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Il palio dell’assurdo accende le Crete Senesi
Sabina D’Angelo, Silvano Vigni e l’ing. Giovanni Corti. Foto Valerio Di Donato

Per capire bene, forte e chiaro cosa significa violare un tesoro ambientale inestimabile finito nelle mire speculative dei nuovi eco-predoni travestiti da paladini della sostenibilità, con scarsa scienza e poca coscienza, ero pronto ad affrontare indomito i quattrocento scalini della Torre del Mangia. Sì, mi sentivo mosso da una fermezza incrollabile e anche da una larvata baldanza atletica, custodita idealmente nelle scarpe da running che sempre mi porto appresso come la coperta di Linus. È da Siena, dal suo imponente corazziere di tufo e mattoni alto ottantotto metri che protegge e domina Piazza del Campo, che mi era stato consigliato di iniziare l’esplorazione di quello che si è preannunciato fin dal primo momento come un potenziale e clamoroso misfatto ai danni di un capolavoro della Natura unico al mondo. La costruzione di un parco eolico nelle Crete senesi steso su una linea di dieci chilometri e costituito da dieci pale alte duecento metri con un raggio di 80, visibili dal capoluogo come da Montalcino e da Pienza. Per chi le conosce e ci è transitato almeno una volta, sa di che cosa si parla: una distesa ondulata di straordinarie dune, calanchi e biancane, detta anche “deserto di Accona”, dal terreno argilloso venato di tinte grigie e azzurre che rimandano a preistoriche ascendenze geologiche, distante appena una ventina di chilometri in linea d’aria dalla Torre. Giunti in cima e protetti dalla muratura dei merli, è questo il migliore punto di osservazione sull’insolito paesaggio, che da lassù sembra un bonsai della Luna, steso fra la strada Lauretana e la via Francigena. Al paventato danno, si rumoreggia, seguirà una sicura beffa qualora il progetto dovesse andare in porto, in quanto benedetto nel nome del progresso verso un utilizzo sempre più ampio delle fonti rinnovabili, sulla spinta dei generosi incentivi europei messi a disposizione dalla green transition. Peccato, però, che – a parte l’irreparabile ferita al paesaggio e il pesante danno incombente sull’intero sistema economico della zona – neppure l’ambizioso risultato energetico sembri oggettivamente raggiungibile. Ammesso che si faccia, sarà, come si capirà meglio più avanti, un colossale buco nell’acqua. O meglio, un vuoto nell’aria non di poco conto. Il Mangia, però, è chiuso in questa domenica generosa di sole e affollata di gente, che scende frivoleggiando da via Banchi di Sopra verso i mercatini prenatalizi di Piazza del Campo, dal cui concavo ventre arcuato il respiro antico di Siena sussurra piano, come da una conchiglia l’eco del mare. Pare che sia stato il gesto estremo di una giovane donna a imporne improvvisi lavori di messa in sicurezza.
Una seconda soluzione è tuttavia a portata di mano, adiacente alla Torre e certamente meno faticosa da raggiungere. La Loggia trecentesca dei Nove si trova al quarto piano del Palazzo Pubblico in cui hanno sede il Comune e il Museo Civico e rappresenta nientemeno che l’ampia terrazza puntellata da quattro imponenti pilastri dove ai Nove eletti a governare la Repubblica di Siena, chiusi nel Palazzo comunale per i due tassativi mesi di mandato amministrativo esercitato a rotazione, era consentito ritemprarsi fra una riunione e l’altra. Il panorama di cui potevano godere vedeva stagliarsi in primo piano la sagoma collinare delle Crete e la Val d’Arbia, per scivolare più in lontananza verso il Monte Amiata e la Rocca di Radicofani. Spettacolare. Vi accedo dopo essermi caricato di suggestioni storico-culturali e fermandomi prima nella Sala del Mappamondo a contemplare la potenza spirituale della Maestà di Simone Martini, e incantandomi poi – più a lungo – nel Salone della Pace davanti all’Allegoria ed effetti del Buon Governo, affrescata tra il 1338 e il 1339 da Ambrogio Lorenzetti. Eccole, le preziose colline oggi a rischio di scempio tecnologico, immortalate proprio dalla Loggia nella loro naturale purezza e secolare vocazione agropastorale. Mentre mi immagino l’artista senese assorto a modellare il suo pathos creativo, mi domando cosa avrebbero commentato i Nove “governatori e difenditori del Comune e del popolo di Siena” scorgendo all’orizzonte dieci altissimi pali di legno a sostegno di altrettanti oblunghi mulini a vento? Come minimo, credo, avrebbero premesso alle più variopinte invettive un inorridito “Oh bischeri!”.

Patrimonio dell’Unesco

Il timbro internazionale di città “patrimonio mondiale dell’Unesco” dal 1995 e di provincia “carbon free” dal 2011, avrebbe dovuto scoraggiare d’ufficio qualunque malsana idea di venire a catturare il vento nelle celebri Crete con installazioni mutuate forse da quelle della Nasa, fraintendendo l’aggettivo “lunare” ripetutamente associato dalla promozione turistica a un luogo visitato soprattutto per quel suo particolare fascino extraterrestre e un finora incontaminato equilibrio. La bomba mediatica è esplosa esattamente tre mesi fa, con la pubblicazione il 29 settembre sull’albo pretorio del Comune di Asciano dell’avviso di avvenuta presentazione al Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica di una richiesta di autorizzazione per collocare i dieci aerogeneratori su seicento ettari nel cuore delle Crete Senesi, con una capacità produttiva massima di 72 gigawatt, sulla quale il Mase ha avviato a norma di legge la necessaria “valutazione di impatto ambientale” (Via).
Il palio delle pale eoliche è partito così, in sordina, e il mortaretto di inizio ha squarciato l’aria come il classico fulmine a ciel sereno. La mobilitazione è stata generale. Tutta la politica locale, in esemplare concordia bipartisan, da Fratelli d’Italia al Pd, si è schierata contro, dai parlamentari di zona ai consiglieri e assessori dell’intera provincia. Significativo il documento firmato a fine novembre da trentuno sindaci contro “le speculazioni finanziarie travestite da investimenti green”. Ma in prima linea ci stanno loro, gli abitanti delle Crete, contadini, produttori di cereali e olio, viticoltori, allevatori di ovini e bovini, operatori turistici. Da Asciano a Buonconvento a Montalcino è nato dalla sera alla mattina il Comitato “Salviamo le Crete Senesi”, che ha raccolto finora millesettecento firme di incoraggiamento in tutto il mondo. Obiettivo: rintuzzare con appropriate osservazioni e dati scientificamente provati il progetto presentato da una srl milanese, il “Gruppo Visconti”, costituita con un capitale sociale di 2.500 euro da un geometra foggiano residente in un paesino dell’Appennino Dauno, Antonio Visconti, e distintosi per aver già presentato al Ministero dell’Ambiente quattro dei dieci progetti del valore di 100-120 milioni ciascuno, per zavorrare di pale eoliche ancora più alte (fino a 236 metri) le colline della Maremma, compresi i terreni che ospitano i celebri vigneti del Morellino di Scansano. Il metodo è quello di uno sbrigativo copia e incolla zeppo di strafalcioni toponomastici e di false acquisizioni di “consenso” da parte degli espropriandi (la vicenda è stata denunciata in un ottimo servizio de “Le Iene” andato in onda su Mediaset poco più di un anno fa). Nel Paese che eccelle in snervanti lungaggini burocratiche e giudiziarie, il termine per la presentazione dei ricorsi era ridotto a una sbrigativa finestrella di soli trenta giorni.

Iconica bellezza italiana

Ecco cosa mi ha portato fino a qui. La voglia di capire, e prima ancora la speranza di avere conferma di quanto questa battaglia di civiltà, cultura e rispetto per un’iconica bellezza italiana, un’opera d’arte disegnata dalla Natura che all’estero ci invidiano e ammirano, non possa che concludersi con il rigetto e l’archiviazione di una sfrontata speculazione finanziaria. In località Staffolino del Comune di Asciano mi aspetta Sabina D’Angelo, titolare di uno storico agriturismo con annessa produzione biologica di cereali, che si ritroverebbe a dover ospitare tre gigantesche pale “nel giardino di casa” e un voluminoso magazzino di stoccaggio energetico a pochi metri dal confine con la sua proprietà. Non parliamo di un anonimo fabbricato di campagna, ma di una elegante cascina appoggiata a un dolce declivio, che potrebbe gemellarsi con una “very pittoresca” farm dello Yorkshire. “Mio padre – racconta – è stato fra i primi a fare coltura biologica in Toscana e io ho seguito con convinzione la sua scia, figuriamoci se non credo nel ‘verde’. Ma questo non è green, è distruzione”, fa mostrando il rendering della sua tenuta proiettata in un distopico futuro. “A parte l’estetica – incalza con piglio da pubblico ministero – il problema creato dalle pale è innanzitutto il rumore, che si sente fino a trecento, quattrocento metri di raggio. Sa cosa significa? Che gli animali se ne vanno, e senza animali e insetti non c’è impollinazione. Le nostre colture e gli allevamenti andrebbero in rovina, come hanno già sperimentato in Sardegna, dove le pecore hanno smesso di produrre latte per il rumore generato dalle pale. Qui da noi vorrebbe dire addio al famoso pecorino delle Crete senesi. E non solo. Anche i turisti in cerca di silenzio e tranquillità se ne scapperebbero”. “Altro problema”, stacca la seconda spina, “è l’instabilità del terreno, perché la creta per sua natura si muove. Guardi l’irregolarità del fondo stradale, che richiede continua manutenzione”, e punta l’indice sull’attigua e sinuosa Lauretana proprio mentre sta sfilando un gruppetto di infagottati motociclisti, che molleggiano puntati sulle pedane fra le crepe e le gibbosità dell’asfalto. “Hanno previsto una palificazione sottoterra di almeno 60-70 metri e una piattaforma di 180 per 180 metri per ogni pala installata. Una cosa devastante. Mi dica lei quanto cemento ci vuole? Per non parlare degli adeguamenti viari, strade da raddrizzare, ponti da rifare. Uno stravolgimento totale del territorio. Dettagli, precisazioni, paralleli, emergono a fiotti come da un geyser islandese. Passata una decina di minuti, arrivano in successione altri due interlocutori chiamati a raccolta da Sabina D’Angelo. Uno è l’ingegner Giovanni Corti, il consulente scelto per stendere tecnicamente il ricorso – in tutti i sensi – controvento. L’altro veste un nome che ha fatto storia e comunica un’indole da combattente: “Bastiano”, al secolo Silvano Vigni, è stato uno dei fantini più famosi e amati del Palio di Siena fra gli anni Ottanta e Novanta, annoverando nel suo palmarès cinque edizioni della celebre disfida ippica fra le contrade. Non ha nulla dello stereotipo del fantino minuto, leggero e ingobbito. Il fisico e l’aspetto sono piuttosto quelli dell’ex gladiatore, e il nome di battaglia scelto in onore di San Sebastiano patrono della Contrada della Selva, è quello giusto. Sulla faccenda complessa dell’eolico è, per l’appunto, un vero bastian contrario. Ma non per partito preso. Gli argomenti che espone sono razionali, i modi schietti, non è uno che le manda a dire. Vigni vive a Vèscona, dove produce grano duro da quattro generazioni su una superficie di 65 ettari e gestisce con la famiglia anche lui un agriturismo, destinato al tracollo delle presenze qualora gli piantassero una mastodontica pala a quattrocento metri di distanza, come prefigurato. A poche decine di metri sorge la chiesetta di San Florenzo, un gioiellino dell’anno Mille più volte rimaneggiato per gli smottamenti del terreno, sotto tutela dei Beni Culturali. “Da noi – conferma anche lui – la gente ci viene per il silenzio, la delizia del paesaggio e la natura incontaminata, può immaginarsi le conseguenze”. Come nel backstage del Colosseo, gli occhi di Bastiano sprigionano lampi di guerra. La trincea è pronta.
Quando la nebbia prolungatasi fino a mezzogiorno toglie finalmente il disturbo, la perlustrazione oculare della vasta brughiera, bella e struggente anche nel suo pallore invernale, suggerisce non a caso l’accostamento a una probabile “linea del Piave” contro un eolico senza freni né limiti. “Se passa qui, dilagherà ovunque”, riassume lapidario Bastiano. Ma la madre di tutte le obiezioni è scientificamente esibita dall’ingegner Corti. Nelle osservazioni presentate su mandato di Sabina D’Angelo e altri tre committenti, da lui firmate e convalidate con uno stuolo di formule algebriche, algoritmi e citazioni di articoli e commi ben precisi, il professionista osserva che il vulnus più clamoroso dell’elaborato in fase di valutazione ministeriale è “l’assenza di vento”. No, non è uno scherzo. Cifre alla mano, si fa notare infatti che “nessuna delle 10 turbine eoliche arriva a garantire almeno 1.700 ore/anno di funzionamento equivalenti (ossia, equivalenti rispetto alla potenza dell’impianto) e che l’intero parco eolico garantisce 1.480,6 ore/anno di funzionamento equivalenti, un dato inferiore alle 1.700 ore/anno indicate dal PAER (ossia, il Piano Ambientale ed Energetico Regionale) quale soglia di non idoneità”. “Manca, insomma, un serio studio sulla ventosità dell’aria, non hanno utilizzato la banca dati della Regione Toscana, ma le informazioni disponibili su Internet, e dunque l’hanno sovrastimata”, chiosa Giovanni Corti. Morale: del nobile obiettivo di favorire il passaggio alle rinnovabili implementando la produzione di energia eolica non si vede un sostenibile fondamento nelle Crete.

Un prezzo altissimo da pagare

Gestire un’azienda agricola abbinata a un agriturismo è l’attività economica più diffusa e congeniale alla vocazione spontanea del luogo. Riccardo Ricci è un imprenditore agricolo dai toni pacati e l’eloquio fluente e sicuro. È lui a presiedere il “Comitato salviamo le Crete Senesi”, e per incontrarlo abbiamo imboccato con la dovuta prudenza una strada sterrata e maestosa, dove anche i sassi sembrano rispettare una coreografia ben studiata e la polvere scendere direttamente dalle stelle. Si chiama “L’Eroica”. È definita uno tra i percorsi ciclistici più spettacolari d’Italia inserito nel circuito protetto della Strade Bianche, ma è molto amato anche dai mototuristi. Stretta di mano e affaccio dal belvedere della cascina che merita da solo una visita. Il resoconto che mi fa è la cupa diagnosi di un disastro annunciato. “Qui si vive tutti su un turismo lento, sul gradimento di una clientela che si affeziona e ritorna anno dopo anno, per ammirare il panorama, fotografare, starsene in pace. Pochi sanno che questa è la zona più buia nel sud della Toscana, e le pale eoliche porterebbero anche un inquinamento luminoso finora sconosciuto. Poi c’è il problema del rumore che provocano, con le conseguenze sugli allevamenti degli animali, di cui le avranno già parlato. Poi l’impatto sulla viabilità. Le pale non si possono smontare, ma vanno trasportate intere, e sono lunghe ottanta metri, non so se mi spiego. Dovranno sbancare rifare allargare strade e ponti, stravolgendo la fisionomia dei luoghi. Chi ama fare trekking e mountain bike sceglie di venire qui sapendo bene cosa troverà. Piantarci delle pale alte due volte la Torre del Mangia sarebbe uno sfregio irreparabile. Per quanto mi riguarda, io perderei l’80 per cento della mia clientela e manderei in rovina tutta la mia produzione di cereali, lino, ceci, lenticchie, olio. Ma tutti pagheremmo un prezzo altissimo”.
Va detto che anche la politica sul tema appare compatta, “a sinistra come a destra, a livello locale e nazionale”, assicura sereno Ricci. Che non ha dubbi sul comportamento della Regione Toscana, da altri ritenuto per lo meno timido, se non sospetto. “Il governatore Giani si è espresso chiaramente ed è dalla nostra parte. Il piano del Gruppo Visconti non ha, peraltro, tenuto in minimo conto la classificazione regionale, che definisce quest’area come di altissimo pregio agricolo e paesaggistico”. Il riferimento è al Pit (Piano di indirizzo territoriale) della Toscana, richiamato anche da “Italia Nostra”, che ha denunciato nella fase di raccolta dei ricorsi un’operazione di “aggressione alle Crete Senesi”. “I limiti, quindi, ci sono – continua – e ci auguriamo che il ministero sappia dargli il giusto valore”. Sferzante il giudizio sull’intero impianto e la credibilità del progetto presentato dal Gruppo Visconti. “Hanno scritto che i proprietari da espropriare sono d’accordo, ma nessuno di noi ricorrenti ha mai visto in faccia o sentito questi signori. Hanno scritto che il nostro territorio non presenta criticità, che è tutto pianeggiante. Pensano forse di appiattire le colline? E come la mettiamo con l’instabilità strutturale del terreno incompatibile con interventi di tale portata? Sia chiaro: nessuno di noi è contro la transizione energetica in sé, ma ci sono situazioni dove non crea particolari impatti e altre in cui devasta. Quella immaginata sulle nostre Crete è in realtà tutta una speculazione finanziaria, che non deve passare”.

Riccardo Ricci. Foto Valerio Di Donato

Un caso clamoroso

La storia dell’eolico in Italia è di fatto lunga, frastagliata e contraddittoria. Il caso delle Crete Senesi è clamoroso per l’evidente insensatezza oltre che non economicità dell’investimento proposto, ma non è certo la Toscana la regione più esposta alla furia del vento. InfoData, lo scorso aprile, ha pubblicato una mappa di 347 infrastrutture “quasi esclusivamente onshore”, come ha spiegato Il Sole 24 Ore illustrandola. Le regioni in cui la produzione di energia eolica si concentra sono Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna. Non sempre le mobilitazioni popolari e le proteste dei territori sono riuscite a fermare gli interventi. “Noi siamo pronti a utilizzare tutti i mezzi legali a disposizione”, assicura Riccardo Ricci, forte del consenso unanime che lo sostiene. L’incertezza, al momento, regna sovrana. Come pure la confusione. L’intrico di norme tra livello regionale, nazionale e comunitario è tale che la soglia di vigilanza e attesa dei cittadini interessati è altissima. Ci sono delle aree di rispetto previste dai regolamenti di cui sarebbe clamoroso non tenere conto. Dopo la Valutazione di impatto ambientale spetterà infine alla Regione Toscana pronunciarsi. Le alternative per garantire lo sviluppo delle rinnovabili non mancano, sostengono al Comitato: basterebbe incentivare il fotovoltaico, già largamente diffuso e sicuramente a impatto ambientale e visivo molto ridotto. Ma di sicuro da tutta questa storia emerge l’ambiguità che avvolge il concetto di “verde”, di “sostenibilità”. Possibile che i fautori della transizione energetica verso le fonti rinnovabili, per antonomasia “pulite”, siano al tempo stesso complici dei potenziali distruttori di ambienti tutelati sotto il profilo storico-culturale e paesaggistico? Si può essere “verdi” in due accezioni opposte e conflittuali? Il poeta Mario Luzi cantava “la terra senza dolcezza d’alberi, la terra arida che rompe sotto Siena il suo mareggiare morto”, vedendo in essa “un luogo non posseduto dal senso, una plaga diversa che lascia transitare i pensieri”. Un “non sciolto enigma” lo macerava: se quella “plaga diversa” fosse “inganno o verità, miraggio o evidenza.” Un’unica voce collettiva sale oggi dalle Crete: che le pale eoliche restino pure un miraggio, che il combinato disposto di leggi e buon senso lo dissolva per sempre.

Il dito de «Le Iene» nella piaga dell’eolico
Sbaglierebbe chi pensasse che quello delle Crete Senesi costituisce una rara eccezione. In realtà, il caso attualmente in fase di “valutazione di impatto ambientale” da parte del Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica è solo la punta dell’iceberg di un fenomeno molto più ampio e da tempo in essere. Sembra quasi che ci sia una (si spera involontaria) congiura ai danni delle bellezze storico-artistico-naturalistiche dell’Italia. Merita, in proposito, di essere vista fino in fondo la puntata che il programma di Mediaset “Le Iene”, riprendendo un impeccabile e graffiante articolo di Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera, ha dedicato poco più di un anno fa a uno sconsiderato progetto-fotocopia proposto al Mase riguardante la realizzazione nella Maremma toscana di un parco eolico ancora più vasto e parimenti inutile sotto il profilo della resa energetica. A essere devastato ne risulterebbe anche tutto il suggestivo territorio coltivato a vigneti in cui si produce il celebre Morellino di Scansano. Al centro dell’operazione, c’è sempre l’inquietante “Gruppo Visconti” di Milano, sospettato, al pari di altre inconsistenti società molto attive nel campo dell’eolico, di agire per conto di potenti multinazionali. Lo stesso metodo del “copia e incolla” e delle rilevazioni prive di fondamento tecnico e scientifico, è stato seguito in territori di pregio come Orvieto (Terni) e Bagnoregio (Viterbo), quest’ultimo candidato con il suo borgo medievale di Civita di Bagnoregio a entrare nel patrimonio mondiale dell’Unesco. A battersi con fermezza per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica e delle istituzioni sull’effetto devastante provocato dalla scelta di installare pale eoliche sovradimensionate e per lo più inutili in luoghi sensibili, sottoposti a precisi vincoli di rispetto ambientale e architettonico da parte delle regioni interessate, è in particolare l’associazione “Amici della Terra”, presieduta da Monica Tomasi. Per approfondire meglio gli argomenti citati e farsi un’idea più articolata sulla “truffa speculativa” che spinge troppo spesso lo sviluppo dell’eolico nella Penisola, si rimanda ai seguenti link:

https://www.google.com/maps/d/viewer?mid=1eZ5tOor3vedId1Q5uTceD-2HojB8P7s&ll=42.51884513682974%2C11.809774017769703&z=14
https://mediasetinfinity.mediaset.it/video/leiene/pecoraro-eolico-in-maremma-ecologia-o-speculazione_F313613601012C03.

*giornalista, scrittore e direttore
della rivista “IL DIARIOonline”
di Mogliano Veneto

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