Il Leone di Münster e la dignità della vita oltre ogni ideologia

Una conferenza dedicata al beato Clemens August von Galen, ospitata dall’hospice di Fiume, struttura specializzata nelle cure palliative, ha ripercorso la coraggiosa opposizione del vescovo al nazismo proponendo una riflessione sull’attualità del suo messaggio

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Il Leone di Münster e la dignità della vita oltre ogni ideologia
L'hospice di Fiume. Foto Goran Kovacic/Pixsell

Chi stabilisce il valore di una vita umana? È questo l’interrogativo radicale che il vescovo tedesco Clemens August Graf von Galen (1878-1946) si trovò ad affrontare nel cuore del Novecento, operando sotto uno dei regimi più oppressivi della storia. Una recente e significativa iniziativa presso l’hospice di Fiume – struttura che ha da poco accolto le reliquie del beato presule, eletto a nuovo patrono dell’istituto – ha riaperto una profonda riflessione su questo tema. Attraverso una conferenza tenuta dal cancelliere dell’Arcidiocesi, Goran Žan Lebović Casalonga, l’incontro ha offerto l’opportunità di rileggere alcune delle pagine più drammatiche della storia moderna per comprendere le sfide bioetiche che interpellano la nostra civiltà contemporanea.

«Vite indegne di essere vissute»

Meno di un secolo fa, la Germania, una delle nazioni più colte e scientificamente avanzate d’Europa, decretò formalmente che esistessero vite “indegne di essere vissute” (Lebensunwertes Leben). Questo processo colpì le fasce più vulnerabili della popolazione: cittadini con disabilità, pazienti psichiatrici e bambini con difficoltà nello sviluppo. Sotto l’influenza di un’ideologia orientata al valore utilitaristico e produttivo dell’individuo, lo Stato stabilì che queste vite rappresentassero un mero peso economico e sociale per la collettività. Con tale capovolgimento etico, la scienza medica tradì la propria missione originaria di cura, trasformando i medici in funzionari di logiche statali improntate alla selezione, mentre lo Stato abdicò al proprio dovere di amministrare la giustizia, arrogandosi il potere di stabilire chi avesse diritto di esistere e chi, invece, dovesse esserne privato.
In questo scenario di silenzio e diffusa complicità si levò la voce di von Galen. Soprannominato il “Leone di Münster” per il coraggio e la fermezza con cui si opponeva a ciò che riteneva inaccettabile, egli si fece – come dichiarò lui stesso – “voce di chi non aveva voce”, ossia di chi non poteva difendersi da solo. Le sue omelie e le sue ferme denunce pubbliche riuscirono a infliggere il primo vero colpo d’arresto al programma organizzato di eutanasia di massa, noto come Aktion T4, costringendo il regime a sospenderlo ufficialmente, anche se le uccisioni proseguirono successivamente in modo clandestino.

La scienza deviata

L’ideologia che portò a tali atrocità non nacque dal nulla, né fu un’invenzione estemporanea di Adolf Hitler. Come spiegato nel corso della conferenza a Fiume, il nazionalsocialismo radicalizzò e tradusse in pratica teorie che circolavano in Europa già dal XIX secolo, un’epoca caratterizzata da un cieco ottimismo nei confronti della scienza. Se nel 1859 la teoria di Charles Darwin nacque come spiegazione biologica della selezione naturale, autori successivi, in particolare Herbert Spencer, la applicarono alle società umane, dando vita a quello che sarebbe stato definito “darwinismo sociale”. I principi della sopravvivenza del più adatto vennero così utilizzati dai nazisti per giustificare la selezione e l’eliminazione dei più deboli, nel tentativo di plasmare una società fondata sul mito della purezza della razza.
Poco dopo, Francis Galton coniò il termine “eugenetica”, teorizzando il controllo dello Stato sulla riproduzione con l’obiettivo di migliorare la specie umana. Quello che all’epoca veniva celebrato come un progresso scientifico d’avanguardia, conteneva già in nuce il potere delle istituzioni di decidere chi avesse il diritto di nascere, di riprodursi e di esistere. La Germania, tuttavia, non fu la prima a subire l’influenza di tali teorie.
All’inizio del Novecento, leggi sulla sterilizzazione forzata vennero introdotte in diversi Stati americani e, successivamente, in alcuni Paesi del Nord Europa, portando all’intervento non consensuale su migliaia di persone con disabilità intellettive o patologie ereditarie. Questo dato storico rappresenta un monito fondamentale: i grandi drammi sociali non si consumano mai in modo isolato o improvviso. Tali processi iniziano sempre con un cambiamento del modo di pensare e del linguaggio, si traducono poi in leggi e ordinamenti e culminano, infine, nella violenza sistematica.

Una nuova antropologia

Nel contesto tedesco, il terreno culturale fu tragicamente fertilizzato dal collasso economico e dall’umiliazione politica seguiti alla Prima guerra mondiale. Il Trattato di Versailles lasciò il Paese prostrato dai debiti e privato di ampie porzioni del proprio territorio, aprendo la strada alla devastante iperinflazione del 1923 – quando i cittadini trasportavano i salari in ceste colme di banconote ormai svalutate – e, successivamente, alla Grande Depressione del 1929. Con milioni di disoccupati e una povertà sempre più diffusa, la popolazione si mise alla ricerca di una guida forte che promettesse un riscatto immediato. Fu in questo scenario che si impose la figura di Adolf Hitler, il quale non si limitò a proporre un programma politico, ma delineò una nuova antropologia: l’individuo perdeva ogni dignità intrinseca, acquisendo valore soltanto nella misura in cui risultava utile all’apparato produttivo e militare della nazione, elevata a dimensione mistica. Chi non contribuiva a tale efficienza collettiva finiva così per essere considerato un peso morto da eliminare.

La matita… della morte

Su queste tragiche premesse prese forma il programma Aktion T4, la cui sigla rimandava alla sede centrale di Berlino, in Tiergartenstraße 4. Quello che sarebbe diventato il primo programma sistematico di eutanasia di massa della storia fu ideato e attuato attraverso decreti segreti, poiché i vertici nazisti erano perfettamente consapevoli che tali atrocità non avrebbero retto al giudizio dell’opinione pubblica. Come ha affermato nella sua relazione Goran Žan Lebović Casalonga, le prime vittime furono i bambini affetti da gravi disabilità, sottratti ai genitori con la falsa promessa di un trattamento speciale in istituti dedicati, dove venivano invece uccisi mediante iniezioni letali o per inedia programmata. I corpi venivano immediatamente cremati per impedirne qualsiasi esame forense e le ceneri rispedite alle famiglie in urne sigillate. In seguito, il programma fu esteso agli adulti: un semplice tratto di matita, apposto sui moduli da commissioni di medici che non avevano mai visitato i pazienti, decretava la condanna a morte. In queste strutture vennero, inoltre, allestite le prime camere a gas: una tragica sperimentazione tecnica che l’apparato nazista avrebbe successivamente applicato su scala industriale nei campi di sterminio di Auschwitz, Treblinka e Sobibór. L’eutanasia di Stato rappresentò, a tutti gli effetti, il preludio biologico, organizzativo e logistico alla Shoah.

«Nec laudibus, nec timore»

Nato nel 1878 nel castello di Dinklage, in Bassa Sassonia, da un’antica famiglia aristocratica cattolica rimasta fedele alla Chiesa anche nei periodi storici più difficili e avversi, von Galen fu educato fin da ragazzo a seguire la propria coscienza piuttosto che a ricercare il successo a ogni costo. Ordinato sacerdote nel 1904, trascorse oltre vent’anni come parroco nei quartieri operai di Berlino, a stretto contatto con la miseria e con le ideologie emergenti del secolo, diventando un pastore profondamente radicato nella realtà del suo popolo.
Il giorno della sua ordinazione episcopale scelse come motto un frammento dell’antica preghiera di consacrazione dei vescovi: “Nec laudibus, nec timore” (“Né con le lodi, né con il timore”). Per lui non si trattava di un mero ornamento araldico, bensì di un autentico programma di vita. Era, infatti, profondamente consapevole che ogni pastore, nel corso del proprio ministero, si trovi a dover affrontare due grandi tentazioni: il desiderio di popolarità e la paura delle conseguenze derivanti dal testimoniare la verità. Chi parla solo per compiacere gli altri o tace per timore, perde la propria libertà. Veramente libero è soltanto chi agisce a prescindere sia dagli applausi sia dalle minacce.

Erosione dei diritti religiosi

Tale programma di vita fu ben presto messo alla prova. Dal 1933 il regime iniziò a chiudere le scuole cattoliche, a limitare le associazioni e a violare sistematicamente il Concordato, l’accordo stipulato nel luglio di quello stesso anno tra la Santa Sede e il nuovo Governo tedesco. A tale accordo bilaterale aveva contribuito in modo determinante, conducendo i negoziati, il cardinale Eugenio Pacelli, futuro papa Pio XII, che conosceva a fondo la realtà tedesca grazie alla lunga esperienza maturata come nunzio apostolico, prima in Baviera e poi a Berlino. Nelle intenzioni della Chiesa, il Concordato avrebbe dovuto costituire uno scudo giuridico capace di garantire la libertà di culto e l’autonomia delle istituzioni cattoliche di fronte all’avanzata del totalitarismo. Tuttavia, la firma si rivelò ben presto una fragile barriera: l’apparato statale nazista ne tradì quasi immediatamente i contenuti, avviando una sistematica campagna di erosione dei diritti religiosi.
Von Galen non era un rivoluzionario violento; rispettava l’autorità civile legittima, ma, applicando i principi classici di san Tommaso d’Aquino, distingueva nettamente l’obbedienza alla legge dall’obbedienza all’ingiustizia. Secondo la dottrina tomista e, più in generale, quella cattolica, quando una norma dello Stato contrasta con la legge naturale e morale cessa, infatti, di essere autentico diritto, poiché non persegue il bene comune e non vincola la coscienza dei cittadini. Giunse così un momento in cui il silenzio non rappresentava più una forma di prudenza, bensì una forma di correità.

Il ruggito che scosse la Germania

Nell’estate del 1941, di fronte alle azioni del regime – che ormai comprendevano il sequestro sistematico di monasteri e l’arresto continuo di sacerdoti –, il Leone di Münster prese la decisione più difficile della propria vita e pronunciò tre storiche omelie che scossero la Germania nazista.
Nella prima omelia, pronunciata il 13 luglio 1941, il vescovo denunciò con forza il sequestro sistematico di monasteri e beni ecclesiastici da parte delle autorità tedesche. Non lo fece per difendere un privilegio materiale del clero, bensì per contestare radicalmente l’idea che lo Stato potesse trasformarsi in un potere assoluto, privo di qualsiasi limite giuridico. Evocando lo scenario in cui un cittadino possa essere arbitrariamente privato dei propri beni o perfino della vita, von Galen ammonì che nessuna autorità terrena può porsi al di sopra della legge di Dio, né sospendere il valore universale del comandamento “Non uccidere”.
Citando le leggi tedesche allora in vigore, il vescovo mise in luce come il regime stesse scardinando la propria stessa legalità formale. Evidenziò così un pericolo imminente: se lo Stato si arroga il diritto di definire il bene e il male senza un punto di riferimento morale superiore, la giustizia si dissolve per lasciare il posto alla pura forza. È proprio in questa denuncia che si coglie il nucleo del suo pensiero: quando l’ordinamento politico si erge a unico arbitro della morale, l’essere umano viene privato della propria dignità intrinseca, cessando di essere una persona per ridursi a un mero strumento al servizio del potere.

I sacerdoti internati

La seconda omelia, pronunciata il 20 luglio 1941, si rivelò ancora più incisiva. In quell’occasione, il vescovo denunciò apertamente gli arresti arbitrari di religiosi e religiose, ponendo una domanda che andava ben oltre quel particolare momento storico: che cosa resta di uno Stato di diritto se l’autorità può privare un cittadino della libertà in assenza di prove e senza un giusto processo? La sua argomentazione non si fondava unicamente sulla fede, ma anche sul diritto naturale e sulla dignità della persona, rivolgendosi tanto ai credenti quanto ai non credenti per dimostrare che la tutela dell’essere umano è una questione che riguarda ciascuno.
Le denunce di von Galen contro gli arresti del clero non erano prive di fondamento, ma trovavano un drammatico riscontro nella realtà. Nel contesto della persecuzione contro la Chiesa cattolica, infatti, oltre duemila sacerdoti furono internati nel campo di concentramento di Dachau, dove più di mille trovarono la morte. Eppure, in quel luogo di profonda sofferenza, non mancarono straordinarie testimonianze di speranza e di fede. Fu proprio lì che, nel 1944, venne celebrata l’unica ordinazione sacerdotale clandestina nella storia dei lager: quella del beato Karl Leisner, consacrato segretamente dal vescovo francese Gabriel Piguet, anch’egli prigioniero. Malato di tubercolosi, Leisner morì poco dopo aver celebrato la sua prima Messa e venne proclamato beato da Giovanni Paolo II a Berlino, nel 1996.

Un monito profetico

La terza omelia, pronunciata il 3 agosto 1941, fu la più potente e oggi viene considerata uno dei più alti discorsi di opposizione al regime nazista durante la Seconda guerra mondiale. In quella storica pagina, infatti, per la prima volta si ruppe il silenzio pubblico sull’uccisione segreta dei malati psichiatrici. Von Galen affrontò questo drammatico tema senza cedere all’emotività, ma affidandosi a una logica stringente: avvertì che, se si accetta il principio secondo cui lo Stato può privare della vita un uomo soltanto perché non più utile e produttivo, l’incolumità di nessun cittadino potrà più dirsi garantita. “Se oggi la condanna colpisce le persone con malattie mentali – ammonì il presule di Münster –, domani si estenderà ai soldati gravemente feriti al fronte, successivamente agli anziani e, infine, a tutti coloro che non sono più in grado di contribuire attivamente attraverso il lavoro”. Lungi dall’essere un’esagerazione, quel monito si rivelò profetico, come la storia avrebbe tristemente confermato.

La forza intrinseca delle parole

L’eco di quel monito scosse l’opinione pubblica tedesca, provocando l’aspra reazione dei vertici del regime e di Hitler stesso. Fu così che le macchine da scrivere si misero in moto nella clandestinità: i testi, trascritti in segreto, circolarono ovunque, superando perfino i confini del Reich. Una copia dell’omelia giunse persino sul tavolo dell’allora presidente statunitense Franklin Delano Roosevelt, che rimase profondamente colpito dal coraggio del vescovo. Gli Alleati ne stamparono migliaia di copie, lanciandole dagli aerei sopra le città tedesche.
Martin Bormann, all’epoca capo della Cancelleria del Partito nazionalsocialista, ne chiese l’immediata impiccagione per tradimento. Dal canto suo, Joseph Goebbels, ministro della Propaganda, accusò duramente il presule, sostenendo che le sue parole stessero gravemente minando il morale del popolo tedesco. Tuttavia, il suo arresto e la sua eventuale eliminazione vennero rinviati per ragioni puramente opportunistiche: von Galen godeva di un immenso prestigio nella Vestfalia cattolica, al punto che la sua esecuzione avrebbe potuto innescare una rivolta interna mentre l’esercito era impegnato su più fronti.
La popolazione vedeva in lui un pastore autorevole, deciso a non abbandonare i fedeli di fronte alle minacce del regime. Per questo motivo, la considerazione nei suoi confronti superò i confini della Münster cattolica, trovando riscontro anche tra molti protestanti e non credenti: la forza delle sue parole era tale da essere riconosciuta anche da chi professava visioni del mondo profondamente diverse. Hitler decise quindi di rimandare la resa dei conti con il vescovo alla fine della guerra: un epilogo che il dittatore non avrebbe mai vissuto.

L’attualità del dibattito bioetico

Esiste un legame profondo tra l’Aktion T4 e i dilemmi bioetici contemporanei, ha illustrato ancora Goran Žan Lebović Casalonga. Lungi dall’equiparare i programmi di sterminio totalitari alle odierne leggi democratiche sull’eutanasia e sul suicidio assistito, l’interrogativo di fondo rimane il medesimo: può la vita umana perdere la propria dignità intrinseca a causa della malattia o della sofferenza? Nel dibattito attuale si fa spesso riferimento al cosiddetto argomento della china scivolosa, una tesi secondo cui l’accettazione di un primo e apparentemente limitato passo normativo avvia un percorso irreversibile, destinato a condurre, con il passare del tempo, a conseguenze estreme inizialmente escluse.
L’esperienza di alcune nazioni contemporanee, come il Canada, mostra infatti che, quando si scardina il principio dell’inviolabilità della vita, i criteri tendono progressivamente ad ampliarsi. Nati per applicarsi esclusivamente ai malati terminali coscienti, i criteri legislativi canadesi relativi all’eutanasia e al suicidio assistito sono stati progressivamente estesi alle patologie croniche e alle disabilità, mentre si registrano forti spinte verso l’inclusione delle sofferenze psichiatriche e, secondo alcune proposte legislative, perfino dei minori. Se la dignità non viene considerata un valore intrinseco e inalienabile, la pressione politica, sociale ed economica volta ad ampliare tali criteri diventa costante, con il rischio di favorire gravi e inaccettabili abusi, nei quali, ad esempio, persone anziane o affette da demenza potrebbero essere indirizzate verso tali pratiche per accelerare questioni patrimoniali o ereditarie.

L’approccio utilitaristico

Questo approccio utilitaristico non investe soltanto la fase terminale dell’esistenza, ma si riflette anche sulla vita nascente. Il dibattito bioetico contemporaneo si trova infatti ad affrontare tendenze concrete, spesso presentate attraverso il linguaggio della scelta, della pianificazione e del progresso scientifico. L’evoluzione della diagnostica prenatale, ad esempio, offre nuovi e importanti strumenti alla medicina: se da un lato permette di intervenire positivamente attraverso la chirurgia fetale per correggere specifiche malformazioni prima della nascita, dall’altro consente di individuare precocemente condizioni genetiche come la sindrome di Down. Tuttavia, questa tecnologia si muove su un confine sottile tra l’orizzonte della cura e quello della selezione eugenetica.
In diverse società europee, infatti, la nascita di bambini con questa sindrome ha registrato una drastica riduzione. Questo dato non deriva da una vittoria scientifica sulla patologia, bensì dal ricorso sistematico all’aborto selettivo. Di fronte a tale realtà, l’interrogativo di von Galen riemerge in tutta la sua forza: può la dignità di un essere umano essere subordinata al suo stato di salute fino al punto da legittimare la privazione della vita a causa della malattia?

Custodire la dignità della persona

Dinanzi a questi dilemmi, la riflessione bioetica cristiana propone una risposta organica, che rifiuta la logica della selezione e dell’abbandono in ogni fase dell’esistenza. L’autentica cura esclude sia la pratica dell’eutanasia sia il ricorso all’aborto, rifiutando al contempo ogni forma di ostinazione terapeutica. La teologia morale cattolica distingue, infatti, da tempo tra mezzi di cura ordinari e straordinari, evidenziando come non ogni intervento medico sia moralmente obbligatorio. È pienamente legittimo, infatti, rinunciare a trattamenti sproporzionati o inutili, che non offrano una ragionevole speranza di guarigione. Questa dottrina trovò un riscontro concreto negli ultimi momenti di vita di san Paolo VI: quando comprese che le cure non potevano più produrre alcun effetto terapeutico a fronte di un quadro clinico ormai irreversibile, il Pontefice manifestò la volontà che non si insistesse con ulteriori trattamenti, chiedendo di essere lasciato andare incontro alla morte naturale.
Per rispondere a questa fondamentale esigenza di dignità nel fine vita, la vera alternativa civile e umana risiede nello sviluppo della medicina palliativa. Questa disciplina non rappresenta una resa, bensì una forma di cura incentrata sulla totalità della persona, capace di alleviare il dolore fisico, accogliere l’angoscia psicologica e accompagnare la transizione biologica e spirituale.
Strutture come quella di Fiume, l’hospice in Belvedere appunto, dove l’assistenza e la vicinanza familiare sono garantite ventiquattr’ore su ventiquattro, dimostrano concretamente che il malato non rappresenta mai un peso per la comunità. Mentre la logica utilitaristica sentenzia che una vita fragile non abbia più alcun valore, l’hospice testimonia che l’autentico progresso civile di una società si misura proprio dalla sua capacità di custodire la dignità della persona nel momento della massima debolezza.

La misura della civiltà

La difesa coerente della vita ha unito i pontefici dell’ultimo secolo in una visione antropologica condivisa. L’uomo non è il proprietario assoluto della propria esistenza – è stato rilevato durante la conferenza all’hospice di Fiume –, bensì il suo custode; essa rappresenta un dono ricevuto, del quale siamo responsabili dal concepimento fino alla morte naturale. Nel 1995 Giovanni Paolo II, nell’enciclica Evangelium Vitae, mise in guardia contro l’affermarsi di una “cultura della morte”, nella quale il valore della persona viene subordinato alla salute, alla produttività, all’autonomia o all’utilità sociale. Il Pontefice ricordava, infatti, che la vera compassione non consiste nell’eliminare chi soffre, bensì nel condividerne la sofferenza, offrendo ogni sostegno medico, psicologico e spirituale e accogliendo ogni vita umana come un dono.
A questo proposito è significativo ricordare che il termine stesso “compassione” deriva dal latino cum pati, il cui significato letterale è proprio “patire con”. Le crepe della mentalità utilitaristica denunciate dal Pontefice si manifestano anche sul piano sociale, quando un datore di lavoro discrimina una donna per una potenziale maternità, considerandola un mero costo, oppure evita l’assunzione di persone con disabilità per ragioni di puro profitto economico.
Benedetto XVI – che elevò von Galen agli onori degli altari nel 2005 – ribadì con forza che l’essere umano non cessa mai di essere una persona, nemmeno quando la sua vita dipende interamente dagli altri, sia egli un bambino concepito o appena nato, una persona con grave disabilità, un individuo affetto da demenza o un malato terminale. La loro dignità non viene meno per il solo fatto di dipendere dall’aiuto altrui, né la loro vita diventa inutile soltanto perché non sono più in grado di compiere determinate azioni in autonomia.

La cultura dello scarto

A sua volta, papa Francesco denunciò costantemente l’odierna “cultura dello scarto”, ammonendo che la società contemporanea tende a emarginare coloro che non sono considerati efficienti, produttivi o economicamente utili. Per questo motivo sostenne con convinzione lo sviluppo della medicina palliativa e degli hospice, ricordando che l’autentica civiltà si riconosce dalla capacità di accompagnare e proteggere i suoi membri più fragili.
Infine, proseguendo lungo questa stessa linea di pensiero, papa Leone XIV ha recentemente sottolineato, nel suo discorso rivolto alle autorità pubbliche in Spagna, come la tutela della vita non sia soltanto una questione confessionale o religiosa, bensì uno dei parametri fondamentali di umanità per qualunque comunità. Ha evidenziato in particolare come lo sviluppo delle cure palliative rappresenti un autentico traguardo di civiltà, poiché testimonia la scelta morale di una società che rifiuta di abbandonare l’uomo nella sua fragilità, scegliendo invece di accompagnarlo con dedizione, assistenza medica e vicinanza umana.

«La voce di chi non ha voce»

La missione di von Galen, ha proseguito il cancelliere dell’Arcidiocesi nel suo intervento, si intrecciò in modo quasi provvidenziale con l’ascesa e la caduta del totalitarismo nazista. Consacrato vescovo di Münster proprio nel 1933, l’anno dell’ascesa di Hitler al potere, il suo ministero pastorale durò circa dodici anni, coprendo l’intero periodo del Terzo Reich. Morì nel 1946, poco dopo essere stato creato cardinale da papa Pio XII, a meno di un anno dalla conclusione della guerra e dal definitivo tramonto del nazionalsocialismo. Per tutta la durata del conflitto, il presule rappresentò un autorevole punto di riferimento morale non solo nella sua diocesi, ma nell’intera Germania. Alla base di questa statura morale vi furono le quattro virtù cardinali che plasmarono la personalità e l’agire di Clemens August Graf von Galen, dimostrando come la sua forza derivasse da un profondo rigore interiore e non da un semplice impulso momentaneo.
Il vescovo agì innanzitutto con prudenza, percorrendo inizialmente ogni via legale, il dialogo istituzionale e le lettere ufficiali; scelse la parola pubblica solo quando il silenzio rischiava di trasformarsi in complicità e la passività in resa morale. La sua condotta fu animata anche da un profondo senso di giustizia, virtù che lo portò a superare ogni calcolo e ogni logica di sicurezza personale per farsi scudo di ogni essere umano indifeso, ridando voce a disabili, malati, bambini e anziani sistematicamente uccisi. Proprio l’impossibilità di queste persone di difendersi e di avere qualcuno che parlasse in loro favore lo condusse ad affermare con fermezza: “Io sono la voce di coloro che non hanno voce”.

Un martirio interiore quotidiano

Questa missione richiese, inoltre, la virtù della fortezza. Essa non coincide con il semplice coraggio, che può configurarsi come un impulso momentaneo; la fortezza è invece la capacità permanente di rimanere fedeli al bene anche quando ciò comporta un prezzo altissimo. Von Galen visse così un vero e proprio martirio interiore quotidiano: non sapeva se avrebbe visto la fine della guerra, né se da un momento all’altro la Gestapo lo avrebbe arrestato o ucciso, ma era consapevole che un giorno sarebbe comparso davanti a Cristo, e proprio questa certezza orientava ogni sua decisione. In ciò risiede il significato più profondo del suo motto episcopale: non permise mai né alla lode né al timore di governare la propria coscienza.
Il cuore del suo operato rimase infine la carità, la regina delle virtù, che traspare con chiarezza dalla sua figura. In Germania, soprattutto tra quanti vivono lontani dalla Chiesa, von Galen viene spesso ricordato come un grande combattente; sebbene tale definizione sia storicamente corretta, la sua non fu una battaglia contro le persone, i medici o il popolo tedesco, bensì contro la concezione utilitaristica che privava l’uomo della sua dignità. La sua unica arma fu la parola della verità e il suo unico obiettivo la salvezza dell’essere umano: in questo risiede l’essenza stessa della vera carità.

La profezia di Paolo VI

Scelse di stare accanto ai più deboli e vulnerabili – ha continuato il suo racconto Goran Žan Lebović Casalonga –, traducendo in azione il messaggio evangelico, da sempre rivolto a coloro che il mondo non vede e per i quali nessuno alza la propria voce. Sebbene potesse apparire più conveniente tacere, la Chiesa, attraverso von Galen, rimase fedele al proprio mandato originario, rifiutando di piegarsi al silenzio del consenso. Riconoscendo in quei malati il volto di Cristo sofferente, il vescovo comprese l’urgenza spirituale e morale di agire, testimoniando il valore inestimabile di ogni essere umano. È infatti la manifestazione suprema dell’amore sulla Croce a rivelare quanto l’uomo valga agli occhi di Cristo, ponendosi come misura stessa della dignità umana.
In un’epoca in cui lo sviluppo tecnologico procede a ritmi straordinari, risuonano le parole profetiche pronunciate da Paolo VI quasi sessant’anni fa: se il progresso tecnico non è accompagnato da una corrispondente maturità dello spirito e della responsabilità morale, l’umanità rischia di smarrirsi. Una civiltà, infatti, non si misura dal grado di sofisticazione delle sue tecnologie, bensì dal modo in cui sceglie di custodire i propri membri più deboli.
Elevato a patrono dell’hospice di Fiume, il Leone di Münster continua a parlare alla nostra contemporaneità. La sua non fu una testimonianza confinata a un singolo momento storico, né la sua battaglia si concluse con la caduta del nazismo. La sua figura ricorda ancora oggi a ogni cittadino e a ogni istituzione che la dignità della vita umana non è negoziabile, non appartiene alle decisioni dei mercati né alle concessioni degli Stati, ma risiede interamente in quell’essenza che la visione cattolica riconosce come un dono e un diritto inviolabile.
In definitiva, il contesto clinico in cui un medico prospetta a un malato che la sua esistenza non possiede più alcuna utilità e quello dell’hospice, in cui una professionista gli stringe la mano in un silenzio che promette presenza e fedeltà, mostrano il confine invalicabile tra due diverse concezioni di civiltà: l’una elimina l’essere umano per estinguere il dolore, l’altra riscatta la sofferenza attraverso l’amore, ha concluso il relatore.

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