Il creolo e la tartaruga

Il sisma che ha devastato Haiti riporta alla memoria la distruzione che ha investito l’isola caraibica negli anni passati. Proponiamo ai lettori un ricordo commovente di una scena documentata nei fondali marini

Il recente terremoto che ha distrutto Haiti mi ha impressionato tantissimo, al punto da riportare a galla i ricordi della tragedia avvenuta in passato, alla quale avevo purtroppo assistito. Una settimana dopo il terribile terremoto che aveva devastato l’isola caraibica di Haiti, sbarcavo a Port-au-Prince per motivi che non avevano nulla che fare con la subacquea. La tragedia era in pieno svolgimento. Un caos simile, una tale disperazione e un odore molto penetrante della morte erano i punti di riferimento che ci accompagnavano nell’acre atmosfera della polvere e dei lamenti che facevano della capitale creola uno spaventoso girone dantesco pieno di imprevisti.

 

Il lavoro che dovevo svolgere mi portava a essere in continuo contatto con la moltitudine dei disperati che lottavano spesso per accaparrarsi un pezzo di pane, che si rapinavano a vicenda terrorizzati per la mancanza di cibo e di ogni più elementare forma di sicurezza. Non c’era neppure un’abitazione rimasta indenne alle scosse. Tutti scavavano in una confusione a stento normalizzata dalle squadre di soccorso guidate da cani infaticabili.

Fuggire dalla disperazione

Ogni tanto cercavo di fuggire da questo teatro di disperazione e mi rifugiavo in riva al mare. Pensavo alle tante immersioni che avevo fatto nel mare caraibico, alle cose che avevo visto, che avevo fotografato e che parevano ormai appartenere a un passato remotissimo se messe a confronto con la realtà che vivevo. Negli ultimi giorni del soggiorno avevo avuto la fortuna di rintracciare una vecchia bombola, un altrettanto vecchio erogatore americano, un paio di pinne e una maschera. Avevo bisogno di staccare per qualche ora e così un pomeriggio, indossata quell’attrezzatura di recupero, mi calai in acqua dallo sperone di una piccola baia.

Prigioniera della rete

Anche il mare deserto sembrava in attesa degli eventi. Avevo con me una piccola fotocamera digitale con relativa custodia in plexiglas che avevo acquistato “in offerta” al Duty Free dell’aeroporto di Miami: portata con me soltanto per abitudine.

Ad un tratto notai una nuvola di sabbia sollevata da movimenti convulsi in prossimità di una rete da pesca abbandonata sul fondale. Mi avvicinai con curiosità e rimasi colpito da quella bagarre. Un sub, vestito con un’attrezzatura forse ancora più vecchia di quella che indossavo io, lottava con una grossa tartaruga attorcigliata dalla rete che la tratteneva al fondo.

Si notava chiaramente che la povera bestia era allo stremo e che aveva disperatamente bisogno di una boccata d’aria. Chissà da quanto tempo era imprigionata.

Raggiungere la superficie

Il sub, con un coltello in mano, cercava di districarla tagliando le maglie, preoccupato di schivare i colpi di pinna e il becco del rettile terrorizzato da quella situazione. Cercando di immobilizzarla afferrandola per il carapace veniva sbattuto a destra e sinistra, sollevando una nuvola di sabbia ad ogni movimento. Quasi automaticamente girai attorno a quella scena scattando alcune foto, sino a che vidi liberare dalle maglie anche l’ultima pinna della tartaruga. Il sub la spinse velocemente verso l’alto mentre lei con foga pinneggiava per raggiungere la superficie e ricominciare a vivere.

Finalmente libera…

Rimasi emozionato per quello che avevo visto. Non tanto per la scena in sé stessa, quanto per ciò che questa significava, soprattutto se considerata nel contesto di ciò che stava succedendo ad Haiti in quei giorni. La fame era la preoccupazione più grande. Non era raro beccarsi una coltellata se si girava con un panino per strada. Quella tartaruga avrebbe potuto sfamare tranquillamente un paio di famiglie per alcuni giorni: ed era stata liberata!

Gesti che non si scordano

Conobbi quel sub il giorno dopo. Era un creolo; un biologo marino: il gerente dell’acquario di Port-au-Prince anche questo distrutto dal sisma. Prima della mia partenza per l’Italia, mi venne a salutare. Gli lasciai il mio indirizzo e gli regalai la fotocamera con la custodia. Durante il volo di ritorno ripensai alla scena della tartaruga e mi ricordai che avevo dimenticato di estrarre la scheda dalla fotocamera.

Peccato!

Giorni dopo ricevetti una telefonata da un nostro operatore che era rientrato da Haiti. Doveva spedirmi una scheda che gli era stata caldamente raccomandata da un creolo che gli aveva fornito il mio indirizzo.

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