“I miti possederanno la terra e godranno di una grande pace”, rivela il versetto 11 del Salmo 37 e noi lo abbiamo tradotto con il detto “gli umili erediteranno la terra”; proprio questo versetto rincorre i miei pensieri da quando la normalità è venuta a mancare nella nostra quotidianità.
Ci sono luoghi su questa benedetta terra in cui la furia delle egomanie belliche dei potenti non arriva. Ancora no. Sono i luoghi abitati da persone umili e semplici, senza distinzione tra montagna, pianura e mare. Sono i piccoli borghi che ancora respirano pace e libertà con i loro piccoli mondi. Non se ne parla ai telegiornali. Non vi accadono eventi clamorosi. Vivono in silenzio.
La vita sembra scorrere piano, tranquilla, tra un incontro e l’altro, svelando l’essenza del quieto vivere. Non si corre all’impazzata o freneticamente come nelle città o nelle metropoli del “grande mondo” che non li percepisce. Lentamente, qui si osserva ogni piccolo dettaglio, si analizza ogni aspetto quotidiano per migliorare la propria vita in semplicità e tranquillità.
Ho avuto la fortuna l’anno scorso di vivere brevemente il sublime silenzio della cara montagna, lasciandola a malincuore con un arrivederci, mentre quest’anno sono ritornata nella pianura padana, dove vive ancora e rimarrà a vivere per sempre un’altra parte di me.
Una stazione ferroviaria della Bassa
Immergendomi nei recenti ricordi, eccomi che sto percorrendo un lungo viale di tigli verdeggianti. La loro fioritura inebriante è terminata alla fine di giugno, ma rimane l’abbraccio fresco delle fronde che mitigano la calura estiva. Vedo a destra la stazione ferroviaria della linea Parma-Suzzara che ancora sopravvive e collega le città, i borghi e i villaggi lungo il suo percorso. La stazione, silenziata per il caldo eccessivo, sembra sorridere a coloro che, guardandola, ritornano nel suo passato, dinamico in tutte le stagioni.
Molti si fermavano a questo punto e scendevano con la speranza di trovare un futuro migliore che le terre del settentrione italiano offrivano a chi veniva dal meridione italiano, povero e abbandonato. La loro speranza è diventata realtà. Oggi gli stessi sogni vivono in coloro che vengono dal sud del nostro emisfero, dai Paesi lontani, da noi spesso definiti esotici. Esotico, però, è solo l’aggettivo, imposto alla nostra conoscenza dai colonizzatori che hanno creato i propri paradisi sugli inferni della povertà estrema di altri popoli, quelli originari e spesso considerati “minori”. Persone in cerca di un senso, di quella dignità negata nei loro Paesi, di serenità e di tranquillità. La stazione li accoglie tutti, ancora e sempre. Sembra come se li dirigesse verso diversi traguardi e realtà in cui queste persone ritrovano forza e dignità.
La stazione di Brescello ha raccolto tutti i loro sogni, come anche quelli della gente autoctona che continua a mantenere lo spirito forte e umile, quello della Bassa, descritto con maestria nelle opere di Giovannino Guareschi.
Il Mondo Piccolo spiegato attraverso le divergenze, le contese e gli scontri tra due personaggi dei suoi romanzi: don Camillo e Peppone. Il passato raggiunge il presente e sembra come se nelle vie silenziose del paese echeggiassero ancora le voci dei due, interpretati dai leggendari attori: il francese Fernandel nelle vesti del parroco e l’italiano Gino Cervi nelle vesti del sindaco comunista. La saga cinematografica, nata tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta del secolo scorso, continua a vivere in questo pittoresco paese, uno tra i tanti paesini della Bassa, noto da sempre per il dolce locale, la Spongata di Brescello, un antico dolce tradizionale tipico del periodo natalizio e non solo.
La libertà conquistata nel silenzio
Oggi Brescello respira prima di tutto il profumo dei viali alberati attraverso i quali si raggiunge il paese e si arriva nella piazza principale, nota come Piazza Matteotti. I viali sono aperti, respirano la libertà. Il presente e il passato collegati ancora nello scenario della piazza: da un lato, accanto alla chiesa parrocchiale, spunta la statua di don Camillo e, dall’altra parte, accanto all’edificio comunale, la statua di Peppone. Ai lati della piazza i due bar: quello di Peppone e, di fronte, quello di don Camillo, insieme alla locanda Guareschi. Un negozio di souvenir dal nome “Negosi in piasa” e, verso nord, il Museo di Don Camillo e Peppone, con un vero carro armato nel piazzale antistante e le insegne in russo che ricordano il periodo burrascoso del primo dopoguerra. Possiamo dire che nel paese tutto riporta a un marchio letterario e cinematografico della celebre saga, una caratteristica artistica e culturale che fa risaltare lo spirito della Bassa. Silenziosamente e dignitosamente.
Il passato ha visto gli abitanti di questi paesi nelle loro povertà estreme: famiglie numerose con tanti figli da sfamare, il lavoro duro nelle campagne dalla mattina alla sera, la mezzadria, le malattie diffuse come la malaria, lo sfruttamento dei padroni, le violenze, le alluvioni, la precarietà. Eppure, con dignità, coraggio e caparbietà, silenziosamente sono riusciti a vincere le loro battaglie, uniti tra loro. Le lezioni della vita del tempo che fu sono servite a costruire un paese unito e forte che ora sta soffrendo a causa delle divisioni interne e che dovrebbe ricordarsi sempre dell’umiltà che accompagnava e accompagna ancora i veri vincitori. La libertà non si conquista. È da ipocriti dire: ho o hanno conquistato la libertà, perché non sono permesse violenze di alcun tipo nella libertà. Quella assoluta presuppone un alto livello di saggezza e responsabilità e riconosce la sofferenza, il sacrificio, la sincerità, perché spesso si realizza attraverso loro.
Oggi siamo testimoni di realtà che ci ricordano il passato, secondo il mio punto di vista, molto simili a quelle che hanno vissuto i nostri antenati. Si parte dalla terra, dai braccianti, dal lavoro duro e costante, dalla resistenza alle violenze di ogni tipo, dalla sopravvivenza e dalla propria decisione di riuscire a migliorare la propria vita e la vita altrui con dignità e con tutti i mezzi possibili, legali e pacifici. Ne sanno qualcosa i Paesi africani con le loro guerre intestine che non finiscono mai. La loro vita quotidiana, che sembra caotica, è solo il riflesso dell’influenza occidentale che viene imposta loro, nelle città dove i vecchi e i nuovi colonizzatori mantengono il predominio, personalmente o tramite i loro vassalli che diventano servi per pochi spiccioli. I villaggi e i paesi riescono ancora a resistere e, grazie all’istruzione presente, si sta ricostruendo la mentalità che custodisce e tramanda le antiche tradizioni, le usanze, i mestieri, l’arte, ma prima di tutto la dignità e il rispetto verso il prossimo. Nei paesini la vita scorre tra la chiesa locale e le autorità, oserei dire tra il sacro e il profano, ed ecco un paragone perfetto con i celebri incontri e scontri tra don Camillo e Peppone che finiscono sempre con il darsi una mano l’un l’altro. Tutto succede molto lontano, ma sembra così vicino. Nelle terre degli umili.

La libertà che si respira
Dal passato ci arrivano descrizioni scritte in un italiano elegante e raffinato, oggi difficilmente usato e considerato antiquato. Ci troviamo nei primi decenni del Novecento, con le parole del notaio Luigi Campari che vedeva il paesino sopra il quale “il cielo è spesso d’un bell’azzurro, come ovunque in Italia, salvo nella stagione men buona, in cui si levano fittissime nebbie”, circondato da “i campi di ondeggianti messi, listati per tutto da filari di viti sposate agli oppii (…) coronati da prode di ben chiomati gelsi, mostrano la ferocità del suolo (…) frumento, granoturco, uve in copia, bachi da seta, canape, trifoglio, sono i principali prodotti (…)”, aggiungendo la descrizione delle attività legate all’allevamento dei “buoi, bestie suine e pollame, insidiato questo dal martore e dalla faina: il cacciatore vi scova non poche lepri, preda soventi volte delle volpi, e a tempo, fendono l’aria quaglie, tortore, pernici dal pennaggio brizzolato, beccacce che bezzicano il terreno a mo’ di crivello, e altri volatili di passo: vedi sopraccapo grandi schiere di rapidi storni: stuoli d’anitre stendendosi d’inverno sul Po. (…) Un passaggio “in quella conca dove ti appinzano le zanzare, ma nelle smaglianti notti d’estate l’incantevole usignolo accompagna del soavissimo suo canto la divina armonia dell’universo lamentando forse che una simile non addolcisca i liberi cuori degli uomini”.
La libertà si respira a Brescello, a Boretto, a Gualtieri, a Guastalla, a Santa Vittoria, a San Rocco, a Lentigione, a Sorbolo, a Pieve Saliceto… tanti sono i paesini, i borghi, le cittadine che respirano la stessa libertà della pianura. Nei loro piccoli centri, però, regna il silenzio. Oramai i cittadini che vi abitano sono attempati, ma arzilli e vigili. Li vedi passare ancora con le biciclette, nel primo mattino o tardi la sera, mentre si recano a Messa, al rosario oppure spesso al mercato locale. Si scambiano qualche parola, qualche esperienza o lamentela di questo mondo che corre troppo veloce e poi tornano lungo le strade che costeggiano i canali dei campi su cui matura il granoturco. I giovani che sono rimasti son ben pochi: la maggioranza si è spostata nelle grandi città, per lavoro o per far carriera, e altri sono addirittura volati all’estero.
Insieme agli arzilli vecchietti, sempre più frequentemente s’incontrano giovani e bambini provenienti dal sud estremo (come lo chiamo io) del nostro emisfero. E parlano lo stretto dialetto di “Barsel” o ad “Boret”, ma anche le loro lingue native, come il wolof del Senegal, l’amazigh del Marocco o l’igbo e lo yoruba della Nigeria, oppure il tamil dello Sri Lanka, insieme al francese e all’inglese. Tre continenti collegati linguisticamente e culturalmente nei paesi della Bassa. Silenziosamente e dignitosamente. Durante il giorno si parla l’italiano insieme al dialetto, mentre la sera si gioca a pallone e si assiste a eventi culturali locali, scambiandosi frasi (forse anche imprecazioni, spesso nei giochi) in lingua nativa. Le classi delle scuole locali (ma anche di quelle cittadine) sono miste e questo è un dato di fatto. Il futuro della provincia italiana è complesso e ben venga questa integrazione che, se gestita sapientemente, può portare solo benefici a tutti. Li stiamo già vivendo anche pubblicamente, visti i recenti risultati eccellenti dello sport italiano, in cui incontriamo queste giovani promesse provenienti da tutte le parti del mondo. Un’Italia multiculturale che eccelle in tutti i campi in cui gli umili e i silenziosi fanno vedere il lato forte e positivo delle varie battaglie personali. Una nuova Italia, fresca, meravigliosa, che affronta gli ostacoli e li supera, mantenendo la propria enorme identità ereditata, a cui si aggiungono nuovi valori, provenienti da tanti Paesi e continenti, diversi e simili tra loro, e accendono le speranze di molti, quelle legate al progresso dell’umanità, il futuro portato dai miti e dagli umili.
Il Cristo parlante di oggi
Ritorno a Guareschi e a don Camillo che spesso, dopo qualche sua marachella (le solite diatribe con Peppone), s’inginocchiava davanti all’altare sotto la Croce e si confessava al nostro Signore che gli rispondeva. A volte si ribellava, ma seguiva la strada indicata da Lui: l’unica che portava alla soluzione.
Se Guareschi potesse riscrivere Don Camillo in chiave moderna, cosa ci direbbe il suo Cristo Crocifisso, a don Camillo di oggi e a tutti noi?
Prima di tutto, ci direbbe che i don Camillo e i Peppone ci sono da sempre in mezzo a noi e in noi. Per poter capire meglio il mondo, bisogna leggere tanto. La letteratura mondiale ci insegna, ma è necessario anche riconoscerla nel presente. Mi sono cibata di parole e conclusioni altrui che hanno dato un grande contributo alla formazione del mio pensiero personale che non necessariamente è quello giusto, ma è mio e me lo tengo stretto. Guareschi si riferiva a tutti attraverso le vicissitudini dei suoi personaggi, ma il Cristo Crocifisso era suo, la voce della sua coscienza, e dice: “Non bisogna stupirsi che uno possa spaccare la zucca a un altro, ma onestamente, però: cioè senza odio. E che due nemici si trovino, alla fine, d’accordo nelle cose essenziali”. Li definisce “affari interni suoi” e li ha voluti condividere con tutti i lettori. Pertanto, diventano anche affari interni nostri: “Ognuno per sé e Dio per tutti”.
Alla fine vorrei ripetere le parole di Giovannino Guareschi che giunge alla conclusione legata ai piccoli mondi: “Il piccolo mondo del Mondo piccolo non è qui però. Non è in nessun posto fisso: il paese di Mondo piccolo è un puntino nero che si muove, assieme ai suoi don Camilli, ai suoi Pepponi e ai suoi Smilzi, in su e in giù lungo il fiume per quella fettaccia di terra che sta tra il Po e l’Appennino: ma il clima è questo. Il paesaggio è questo: e, in un paese come questo, basta fermarsi sulla strada e guardare una casa colonica affogata in mezzo al granturco e alla canapa, e subito nasce una storia”.
La mia storia finisce qui. Mi sono fatta aiutare (molto!) dal caro amico Giovannino e dai ricordi, un po’ tristi, ma anche pieni di speranza, perché ha ragione l’autore di don Camillo: Dio è per tutti. E la storia continua.
*docente del Dipartimento di Studi Italiani dell’Università di Zara
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