I tesori nascosti di Mirine-Fulfinum

Questo sito archeologico sconosciuto ai più è situato nella baia Sepen, a Castelmuschio. Consiste nelle rovine di un’antica città d’epoca romana, fondata nel I secolo dopo Cristo, e nei resti di un complesso religioso risalente al V secolo

I resti della chiesa paleocristiana eretta nella prima metà del V secolo

Nella tranquilla baia Sepen a Castelmuschio (Omišalj), sull’isola di Veglia (Krk), immerso nella macchia mediterranea e lontano da occhi indiscreti, sorge un antichissimo sito archeologico: Mirine-Fulfinum. Un’autentica perla di duemila anni, risalente ai tempi dell’Impero romano, che nella mente dell’osservatore fa riaffiorare centurioni, patrizi, bottegai, artigiani, medici, commercianti e ancelle in scene di vita quotidiana. Un luogo ancora sconosciuto ai più, ma la cui storia vale la pena essere raccontata. Ad accompagnarci in questo viaggio indietro nel tempo sono l’archeologa Morana Čaušević Bully, docente presso la Université Bourgogne Franche-Comté di Besancon (Francia), e Andrea Čutul Orlić, direttrice dell’Ente per il turismo di Castelmuschio.
Il «pettine di Mirine»

I resti di alcuni mausolei

“Mirine-Fulfinum è un complesso archeologico costituito da più siti che possono essere osservati sia nel loro insieme che singolarmente – spiega l’archeologa originaria proprio di Castelmuschio –. La città di Fulfinum venne fondata nella prima metà del I secolo dopo Cristo, molto probabilmente come porto dell’antica città di Castelmuschio, che invece sorgeva sulle colline circostanti. Fulfinum fu una città romana a tutti gli effetti, tant’è che ricevette lo status di municipium. Fu una realtà fiorente fino al IV secolo quando iniziò un lento declino perdendo lo status di città, fino a venire completamente abbandonata nel secolo successivo. Viceversa, il sito Mirine consiste nei resti di una chiesa paleocristiana eretta nella prima metà del V secolo. Inizialmente si pensava fosse stata costruita al di fuori dell’antica città abbandonata, ma studi recenti hanno dimostrato il contrario, rivelando che all’epoca Fulfinum ‘vivacchiasse’ ancora. Oltre alla chiesa, il complesso comprende anche una necropoli tardo antica, al cui interno troviamo i resti di un paio di mausolei che sono un unicum nell’archeologia quarnerina, e poi una villa tardo antica che molto probabilmente apparteneva a questo complesso religioso dal momento che fu costruita nello stesso periodo. Qui abbiamo scoperto un pettine dell’epoca, che però veniva utilizzato nelle funzioni liturgiche visto che su di esso sono incise raffigurazioni bibliche. Il pettine di Mirine, realizzato in avorio, è il quinto ritrovamento di questo genere al mondo: gli altri quattro sono conservati al Cairo, al Louvre, a Salona e in Germania”.
Né calamità, né guerre, né pandemie

Il Foro della città di Fulfinum

Dopo un periodo piuttosto florido, che fece di Fulfinum un importante centro dell’area quarnerina, a partire dal IV secolo iniziò un inesorabile declino. “A un certo punto – prosegue l’archeologia il suo racconto – la città perse lo status di centro amministrativo, ma comunque non venne abbandonata completamente, e soprattutto non improvvisamente. Non ci furono né calamità naturali, né guerre, né pandemie, perciò è plausibile che le cause che spinsero la popolazione a lasciarla erano di natura economica in quanto l’Impero romano d’Occidente stava collassando e di conseguenza Fulfinum perse l’importanza di cui godeva nei secoli precedenti. Molto probabilmente allora la gente si spostò a Castelmuschio che si trovava in collina. In realtà all’epoca tale fenomeno era piuttosto comune. Se durante il periodo della massima espansione romana era importante affacciarsi sul mare e quindi avere un porto per poter commerciare, viceversa, durante la fase che portò alla caduta dell’Impero, quindi un periodo caratterizzato dall’incertezza, era più sicuro ‘arroccarsi’ sulle alture”.
Qualcosa non torna

Le rovine della villa tardo antica in cui si concentrano i nuovi scavi

Contemporaneamente al crepuscolo della città, a Mirine si rafforza la comunità religiosa.
“Una delle prime teorie sosteneva che qui si stabilì una comunità di monaci che vi costruì un monastero. Il primo accenno di un convento benedettino che sorgeva fuori da Castelmuschio risale al XIII secolo, ma ad oggi della struttura non vi è alcuna traccia. C’è però un qualcosa che non torna. Studiando la zona dell’atrio della chiesa paleocristiana, sono venuti alla luce diversi sepolcri. Analizzandoli con il metodo del carbonio-14, abbiamo scoperto che le sepolture venivano eseguite dal VI fino alla fine dell’VIII secolo, ma non ci sono resti risalenti ai secoli successivi. In secondo luogo, tra le persone tumulate ci sono corpi anche di donne e bambini, il che è strano per un monastero di monaci. È probabile quindi che non si trattasse di una comunità di monaci. E poi c’è un’altra curiosità. All’epoca, ogni città romana doveva ‘trasformarsi’ in diocesi. In base a questo principio, sull’isola di Veglia sarebbero dovute essercene due perché nell’antichità sorgevano due città, Curicum, ossia l’odierna città di Veglia, e appunto Fulfinum. La prima diventò diocesi, ma la seconda no. Sulla terraferma invece, Tarsatica era già una diocesi: ciò potrebbe suggerire che Fulfinum si stava eclissando a favore dell’antica Fiume, che gradualmente stava acquisendo un’importanza sempre maggiore”.
La stanza misteriosa

Il basamento sul quale venne eretta una statua

Il complesso archeologico cela al suo interno ancora un’infinità di segreti e di risposte a domande ancora aperte. Segreti che a breve potrebbero venire portati alla luce visto che questa settimana hanno preso il via dei nuovi scavi.
“Le ricerche sono concentrate sulla villa tardo antica. Sappiamo che era disposta su due piani: quello superiore era di tipo residenziale, mentre quello inferiore veniva impiegato per la produzione dell’olio d’oliva. A collegarli c’era una stanza che ora è il nostro principale oggetto di studio e la quale dovrebbe darci risposte più precise sul processo di lavorazione delle olive e di produzione dell’olio. Reperti di questo genere risalenti alla tarda antichità sono molto rari, perciò siamo eccitati per gli scavi. Che cosa ci aspettiamo di trovare? Tutto o niente”, conclude enigmatica Morana Čaušević Bully.

«La pandemia ha mandato tutto all’aria»
Sebbene Mirine-Fulfinum sia un sito archeologico dall’inestimabile valore storico e culturale, in pochi sono a conoscenza della sua esistenza. Sotto il profilo turistico potrebbe (e dovrebbe) venire sfruttato molto di più, mirando a “confezionare” un prodotto dal grande potenziale di richiamo. Negli ultimi anni, l’Ente per il turismo di Castelmuschio sta tuttavia compiendo vari sforzi in questa direzione, puntando a farlo scoprire a un pubblico sempre più vasto. “Il nostro compito è proprio quello di valorizzare quest’immenso patrimonio culturale. Il fatto che la maggior parte dei residenti sull’isola non ne sia a conoscenza, ha esortato l’Ente e il Comune a fare il possibile per promuoverlo a fini turistici. Da qui sono nate numerose manifestazioni nei mesi estivi, come ad esempio il concerto di musica classica che riunisce ogni anno artisti rinomati e che si tiene all’interno della chiesa, e poi ancora il Docu film festival, fino ad arrivare all’evento principe che sono Le Giornate dell’antichità, una tre giorni in cui vengono riprodotte scene di vita quotidiana dell’epoca e che vede coinvolta tutta la comunità locale.

La direttrice della Pro loco locale, Andrea Čutul Orlić

All’ingresso ai visitatori vengono consegnate le tuniche, perciò tutti i presenti indossano abiti dell’epoca, viene suonata esclusivamente musica antica, è possibile assaggiare pietanze consumate duemila anni fa… Insomma, facciamo il possibile per raffigurare quanto più fedelmente la vita di allora. Peraltro anche la National Geographic viene qui tutti gli anni proprio per questo. Inoltre, quest’anno siamo riusciti a stanziare mezzi importanti a sfondo promozionale, ma purtroppo la pandemia ha mandato tutto all’aria”, ha spiegato la direttrice dell’Ente per il turismo di Castelmuschio, Andrea Čutul Orlić.

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