“In quello che era il Caffè Estrada, a Sarajevo, nel febbraio 1992, prima dell’inizio dell’assedio della città, un collega fotografo bosniaco di nome Adnan mi ha insegnato una frase che non dimenticherò mai: Rata neće biti (Non ci sarà la guerra). Il luogo dove ho imparato questa frase è saltato alle prime bombe a mano, perché era tutto di cristallo. Rappresenta la fragilità di qualcosa che va difesa e che non possiamo dare per scontata, la pace”. Mario Boccia – fotogiornalista freelance italiano, che ha lavorato a lungo in scenari di guerra in tutto il mondo, realizzando numerosi reportage per diverse testate giornalistiche – ha seguito l’assedio di Sarajevo dal suo inizio fino alla conclusione. I suoi numerosi scatti sono una preziosa testimonianza della vita della città durante quegli anni, della scelta di esistere e resistere oltre la sopravvivenza. Alcune fotografie di quel periodo sono esposte nella mostra “Sarajevo 1992-1996 – l’assedio più lungo”, allestita negli spazi dell’Istituto Italiano di Cultura di Zagabria, dove saranno visitabili fino al 30 giugno. In prossimità dell’inaugurazione della mostra, che ha avuto luogo il 5 maggio scorso, Boccia ha proposto una visita guidata dei suoi scatti, durante la quale ha parlato delle storie dietro ciascuna delle fotografie. Tra quelle esposte all’IIC, alcune ritraggono luoghi iconici della capitale bosniaca, come per esempio la Biblioteca nazionale e universitaria della Bosnia ed Erzegovina, che ha sede nell’Aula consiliare del Municipio della città.
A margine della cerimonia di apertura della mostra a Zagabria, abbiamo avuto l’occasione di parlare a lungo con Mario Boccia, il quale ci ha trasmesso tantissimi aneddoti, anche inediti, della sua lunga attività dietro alla macchina fotografica. Un’intervista fiume, che divideremo in tre parti, in modo da abbracciare al meglio ogni argomento trattato. Boccia ha esordito raccontando che “nell’agosto del 1992, più di due milioni di volumi ospitati nella Biblioteca furono bruciati nell’incendio provocato da un attacco con bombe incendiarie e cannonate”. “Quando incontro i ragazzi delle scuole e chiedo loro perché una biblioteca con dei libri viene colpita come se fosse un obiettivo militare – ha affermato –, alcuni di loro rispondono dicendo che ciò avviene perché la cultura è un’arma contro la guerra”. Altro luogo celebre della città è l’Hotel Holiday Inn, famoso per aver ospitato numerosi reporter provenienti da tutto il mondo durante gli anni dell’assedio. Mario ha precisato di aver frequentato l’albergo raramente: “Lì dentro si trovavano esclusivamente giornalisti, alcuni dei quali non mettevano la testa fuori per nessuna ragione al mondo, ma si facevano raccontare le storie da qualcuno che si recava lì a pagamento. Inoltre, alloggiare là costava troppo e non me lo potevo permettere, avevo un budget molto limitato. Preferivo essere ospitato nelle case delle persone e vivere la loro vita”.

Scene di vita quotidiana
Quello che il fotogiornalista amava fotografare erano scene di vita quotidiana dei cittadini, prediligendo scatti che testimoniano il saper adattarsi dei civili alla situazione di precarietà, piuttosto che immagini sensazionalistiche e pregne di dolore e tragedia. Motivo per il quale, come ha spiegato, “molte di queste foto non le ho mai vendute ai giornali, perché durante la guerra sono considerate interessanti le foto di sangue, di uomini armati, di persone morte”. Boccia andava invece alla ricerca della vita e della bellezza in grado di superare il dramma che si consumava tutto intorno. Molti protagonisti delle sue foto sono i cittadini più giovani. Un giorno fotografa un gruppo di bambini che giocano per le strade; anni dopo viene contattato da alcuni che si riconoscono nello scatto, arrivato in televisione. In questo modo scopre che, senza saperlo, aveva “fotografato la comunità molteplice di Sarajevo. Tra quei bambini, infatti, c’erano serbi, croati, musulmani e figli di coppie miste, e giocavano tutti insieme”. La maggior parte di questi continuavano ad andare a scuola. In uno scatto c’è Almedina, che nel settembre del 1993 viene ritratta mentre è intenta a studiare in una stanza con i vetri rotti, a causa delle esplosioni, e in mancanza di energia elettrica. In un altro c’è Amra, mentre, grazie a un generatore, segue un corso di informatica. “Amra mi spiegò che seguiva questo corso perché aveva l’intuizione che l’informatica rappresentasse il linguaggio del futuro. Il fatto che pronunciasse la parola futuro, in quel momento mi colpì”, ha proseguito il nostro interlocutore, raccontando di come anni dopo fu contattato da Amra stessa, la quale riconobbe il suo scatto in televisione. “Amra mi raccontò che non aveva intenzione di lasciare Sarajevo, ma che ha avuto un’opportunità di lavoro a Monaco di Baviera, in Germania, e che si è quindi trasferita là per i suoi due figli. La foto che le ho scattato racconta quindi, a distanza di trent’anni, del fenomeno dell’emigrazione dei giovani di Sarajevo”. Purtroppo, non tutti quei bambini e quei giovani sono sopravvissuti. A guerra finita, una ragazza gli ha chiesto di accompagnarla nella casa della sua migliore amica a Grbavica, nel tentativo di trovarla. “Entrammo in questo appartamento che si trovava in un palazzo su quella che era la prima linea del fronte. All’interno non c’era rimasto più niente, soltanto un pianoforte. La ragazza si commosse e mi chiese di non fotografarla. Mi disse che non sapeva dove si trovasse la sua amica, ma che quel pianoforte era una traccia del loro legame, perché avevano imparato a suonarlo insieme”. La guerra non divideva soltanto le amicizie, ma anche le famiglie. Boccia ha fotografato il momento in cui una madre salutava il figlio. “Nei momenti di tregua, che duravano 24-48 ore, alcune donne venivano autorizzate a passare dalla parte della città occupata”. In particolare, molte passavano attraversando il ponte Bratstvo-jedinstvo (Fratellanza-unità), che collegava al quartiere Grbavica. Ed è proprio su questo ponte che il nostro interlocutore ha avuto modo di scattare il momento del congedo familiare: “Il figlio rimaneva nel centro città, mentre la madre si recava dal padre nella casa di famiglia che si trovava a Grbavica; nel momento in cui li ho fotografati, non sapevano se si sarebbero rivisti. Mi ha colpito l’imbarazzo del soldato, che reggeva la valigia e avrebbe voluto non dover assistere a quella scena”.

Sulla prima linea
“In ogni guerra è difficile distinguere il bene dal male, un esempio è quello del mercato nero”, ha continuato il suo racconto Mario. In uno scatto, infatti, ritrae un signore, molto magro, che osserva i prezzi di alcuni prodotti, consapevole che non può permetterseli. Dall’altra parte del bancone, colei che vende i prodotti, come lo vede con la sua macchina fotografica, chiama la polizia e lo fa allontanare. “Era in corso una guerra fondata sul pretesto dell’esclusivismo etnico, ma le mafie rimanevano interetniche, gli affari proseguivano, bastava guardare cosa arrivava al mercato per capirlo. Da dove passavano queste merci? Perché trovavo delle sigarette serbe a prezzi esorbitanti nel Mercato di Markale?”. Boccia si recava anche in prima linea. In questo contesto ci ha raccontato un aneddoto ironico, quanto tragico: “Un giorno di dicembre del 1992 stavo scendendo con la macchina dal monte Trebević, dove c’era l’ufficio stampa della Repubblica Serba. Avevo numerosi cartellini scritti in croato: ‘Republika Srpska’, ‘Hrvatska Republika Herceg-Bosna’, ‘UNPROFOR’… Certe volte mi fermavano e non sapevo che tesserino far vedere, perché erano molto simili tra loro. Quel giorno i soldati erano molto nervosi, avevano cacciato tutti i giornalisti. Quando arrivai all’ufficio stampa, c’era una troupe della TV greca che veniva cacciata ed erano stupefatti perché i greci, in quanto ortodossi, erano di solito ben accolti dai serbi. Mi trovavo con due giornalisti che stavano cercando di capire la situazione. Un soldato mi si avvicinò con il fucile in mano. Io gli mostrai il tesserino Roma Club Amore Giallorosso, e gli feci il nome di Siniša Mihajlović, perché quell’anno giocava nella Roma. Gli feci, quindi, il segno della gamba sinistra, e gli dissi ‘raketa’, missile, come per dire che quando tirava le punizioni era fortissimo. Il soldato tirò fuori una bottiglia di rakija, grappa, e quando arrivarono i miei due colleghi giornalisti, ci trovarono intenti a bere, con il soldato che mi dava le pacche sulle spalle”. Il soldato mostrò a Mario la postazione dalla quale sparava e gli chiese se volesse che imboccasse il fucile perché potesse fotografarlo. “Gli dissi di no, che non mi interessava. Dovevo stare attento, perciò glielo spiegai tecnicamente: gli dissi che non mi interessava ritrarlo mentre sparava perché c’era il rischio che la foto venisse mossa”. In altre occasioni, si trovò a maneggiare documenti appartenuti a soldati serbi caduti durante l’offensiva bosniaca per prendere il controllo del monte Igman: “Trovai foto di bambini (forse figli dei soldati caduti, nda); un diario personale di guerra, di una banalità sconcertante, che sembrava contasse i giorni che mancavano al ritorno a casa; alcune circolari, che sono state successivamente consegnate al Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia, contenenti ordini di servizio per i tiratori scelti, timbrate e firmate da responsabili militari. Ma la cosa che più mi ha impressionato è stata la tessera di un donatore del sangue”. Verso la fine del conflitto, in prossimità del Natale del 1995, Boccia ha avuto uno degli ultimi incontri con i soldati serbi ritratti nelle sue fotografie. “Al tempo, dicembre 1995, era già iniziata la trattativa a Dayton. Notai un fucile, una Zastava M76 da tiratore scelto, adagiato sulla parete con accanto la cuffia per le orecchie. Chiesi ai soldati se sparassero anche a Natale, e uno di loro mi rispose di sì, che si trattava di musulmani e che non festeggiavano il Natale. Gli chiesi quindi se sparassero anche ai bambini. I miei interlocutori si misero a ridere e mi dissero che quei bambini da grandi sarebbero diventati mujahidin e che avrebbero sparato ai serbi”.
La bellezza fra le macerie
Tornando alla città, ai suoi abitanti, Mario Boccia è riuscito a ritrarre scene che non raccontano soltanto la quotidianità, ma anche la sopravvivenza della cultura e di elementi all’apparenza superflui, ma indispensabili per poter mantenere una parvenza di normalità. Come per esempio il coro femminile della chiesa ortodossa dei Santi Arcangeli Michele e Gabriele. “Tutte queste signore uscivano di casa e si curavano come meglio potevano per partecipare a questo coro. È cultura, alla quale non volevano rinunciare”.
Un altro esempio è quello di un concerto rock, organizzato in un momento di tregua, con i generatori a benzina. “La band suonava un rock molto duro e attorno ad essa si radunò un pubblico atipico per il genere musicale. Era, infatti, un pubblico che voleva stare spalla a spalla, assieme. Era la comunità della Sarajevo molteplice che andava in piazza”. E ancora, una giovane ragazza, Ines, che dipingeva murali sulle macerie di una caserma del centro distrutta. “I giovani chiedevano alle Nazioni Unite di fornire loro colori per dipingere. La risposta era che non si trattava di beni di prima necessità e che quindi non sarebbero stati loro spediti. I ragazzi allora replicavano dicendo che erano studenti dell’Accademia di Belle Arti e che la loro necessità era dipingere. E così, continuavano a dipingere, erano artisti”. In un mercato il fotogiornalista ha ritratto, tra gli altri, una signora che vendeva fiori. “A Sarajevo mancava tutto ma lei vendeva fiori… il superfluo, la bellezza, l’importanza del poter regalare un fiore a qualcuno che si ama”. Boccia ricorda con estrema lucidità l’incontro con questa fioraia, su ispirazione del quale ha scritto un libro, “La fioraia di Sarajevo”, per ricordare chi non volle piegarsi alle divisioni etniche e religiose. “Le chiesi se fosse serba, croata o musulmana, e mi rispose che era nata a Sarajevo. Allora io le domandai come si chiamasse, per capire la sua nazionalità dal nome, e lei mi rispose cvjećarka. Pensai si trattasse di un nome. Lo riportai quindi all’interprete, che mi spiegò che cvjećarka significava fioraia. Si trattò di una lezione incredibile”, ha detto.

In fuga dalle bombe
Una delle sue foto più note ritrae una ragazza che corre. “Nonostante sia uno dei miei scatti più conosciuti, si tratta di una foto che scattai di ripiego. Mi trovavo in una via che era una traversa di quella che oggi è via Mula Mustafe Bašeskije. Stavo bevendo un caffè con un altro giornalista, quando improvvisamente scoppiò una bomba a mano. Corsi per vedere se c’era qualcosa di interessante da fotografare, ma non trovai niente. Venni quindi preso da un signore che mi trascinò vicino alla Fiamma eterna (il monumento Vječna vatra). Mi misi in grandangolo, ma non riuscii ad alzare la camera, mi sembrava di violare l’intimità delle persone, non riuscii a scattare. Misi giù la camera, e stavo per andarmene, quando vidi questa ragazza che correva verso di me. Scattai prima una foto a lei e successivamente un’altra a una coppia che correva tenendosi la mano. Per vent’anni ho temuto che questa ragazza fosse arrabbiata con me perché la stavo fotografando, fino a quando non mi arrivò un messaggio proprio da lei”. Il messaggio recitava: “Buongiorno, mi chiamo Bojana, sono io la ragazza che corre, volevo dirle che sono sopravvissuta. Grazie”. Similmente, Boccia è venuto a conoscenza dell’identità degli altri due ragazzi ripresi mentre correvano molti anni dopo lo scatto. “Più di vent’anni dopo quell’episodio, pubblicai questa foto sulle piattaforme social. Ricevetti un commento da una persona dal Kosovo che disse che nella foto era ritratto il poeta Hadžem Hajdarević. Un altro commento di un signore da Zagabria disse che quella ritratta accanto a Hadžem, era sua moglie. Arrivò quindi il commento di Hadžem Hajdarević stesso da Sarajevo, che confermò il tutto”. La foto era stata scattata per un particolare ben preciso, ovvero che la coppia correva tenendosi per mano, e darsi la mano rallenta la corsa. “Pensai che si amassero e quindi scattai la foto”.

Amela
Uno degli ultimi scatti che il nostro interlocutore ci ha descritto, è quello fatto alla piccola Amela. “Era una delle prime volte che entravo a Sarajevo passando da sud, era il 31 dicembre del 1992 e passai il Capodanno insieme ad altri giornalisti bloccato in macchina a Ilidža, tra due palazzi. Entrammo in città la mattina del 1º gennaio 1993 e intanto c’era una colonna di blindati delle Nazioni Unite, eravamo fermi con la macchina. Avevo portato con me un orsacchiotto e c’era questa bambina che si avvicinò. Le regalai il pupazzo; si chiamava Amela. Venne subito fuori la mamma e guardò le sigarette che fumavo. Gliene offrii una, e poi un’altra, e prima di andare via le offrii l’intero pacchetto, ma lei mi disse di no, che era troppo. Ebbi così un’altra lezione di dignità. Da quel momento in poi, tutte le volte che entravo a Sarajevo andavo a casa loro. Come divano usavano un sedile di dietro di una macchina. Portavo loro delle cose che raccoglievo a Roma. Queste visite andarono avanti per tutta la durata dell’assedio. Purtroppo, proprio alla fine del 1995, una delle ultime bombe a mano lanciate, quando si trasferirono in una casa a Buća Potok, uccise la mamma”.
(1 e segue)
Tutti i diritti riservati. La riproduzione, anche parziale, è possibile soltanto dietro autorizzazione dell’editore.
L’utente, previa registrazione, avrà la possibilità di commentare i contenuti proposti sul sito dell’Editore, ma dovrà farlo usando un linguaggio rispettoso della persona e del diritto alla diversa opinione, evitando espressioni offensive e ingiuriose, affinché la comunicazione sia, in quanto a contenuto e forma, civile.










































