Fiume. Un treno in centro a 10 metri dal Teatro

Il treno passa davanti al Teatro

Succede che sulla bacheca di Facebook capiti che un amico voglia lasciarti testimonianze attraverso foto o frasi che resteranno tra i ricordi per molto tempo, e intendo proprio tra i ricordi della mente, non quelli suggeriti dall’applicazione stessa e dai suoi algoritmi perché acclamati da numerosi “pollici in su”. Se poi i ricordi vengono fissati su carta, ovvero sullo schermo, fanno ancora più piacere per la dedizione che la persona ha messo nel costruire associazioni di pensiero spesso sorprendenti.

Un caffè a Volosca

Tutto prende il via qualche giorno fa quando incontro a Volosca una coppia di amici, Raffaella Bonivento e Massimiliano Cividati, oggi sposati con due figli maschi, entrambi conosciuti ormai già troppi anni fa quando erano fidanzati, come allievo degli importanti laboratori teatrali per l’attore di San Miniato. Incontrarli è una bellissima sorpresa perché come tutte le sorprese inaspettata. Entrambi hanno una formazione teatrale ed entrambi guidano la compagnia Aia Taumastica in un bellissimo spazio alle porte di Milano: la Torre dell’Acquedotto. Su Raffaella occorrerebbe proporre un ritratto a parte: scopro che ha origini istriane da parte di padre. Il nonno Bonivento, infatti, era esule da San Lorenzo del Pasenatico. Raffaella svolge numerose attività ed è impegnata, tra l’altro, come produttrice esecutiva per un progetto a sostegno di giovani autori per la televisione che vede tra i partner anche Netflix Italia. Massimiliano è attore e regista, collabora con diverse Università, insegna regia alla Civica scuola di teatro Paolo Grassi di Milano. È un “enfant prodige”. Quando l’ho conosciuto, giovanissimo, aveva alle spalle già una formazione straordinaria con tutte le leggende del teatro: Karpov, Manfredini, Grotowski e Nekrosius solo per citarne alcuni.

Da Fiume a Parma

Prendere con loro un caffè sulla terrazza che sembra sospesa sul mandracchio di Volosca è stato davvero un piacere. Peccato che la chiacchierata non sia potuta durare più a lungo, mi sarei volentieri offerto per fare loro da guida, presentargli la città e le persone care che in questi anni hanno arricchito la mia vita. Stavo però per partire da Fiume quel giorno per una breve visita a mia madre, nella pianura piatta ma non monotona del parmense ad annusare in bicicletta l’odore dell’erba medica, ma non prima di scambiare con Raffaella e Massimiliano qualche suggestione sulla città di Fiume, sul Teatro e sulla minoranza italiana, che da anni è anche la mia comunità.

Il treno in centro a Fiume

Raccontare la città

Ecco che l’indomani mattina, a Parma, leggo sulla mia bacheca di Facebook il testo scritto da Massimiliano che desidero condividere con i lettori della Voce. Lo propongo nella versione integrale, con gli “a capo” e le parole scritte in maiuscolo. Un testo che consiglio di leggere a voce alta. Se dovessi trovare un inizio possibile e intrigante per raccontare a un italiano la Fiume di oggi e scegliere un punto della città da cui partire per la mia narrazione, ruberei di bocca le parole a Max. Ha saputo cogliere in un post, i termini chiave per descrivere una città dal passato così complesso e molto nascosto dalle scelte politiche del presente. Quanto è difficile cercare di essere unici, cogliere le differenze e saperle discutere. Non solo in termini individuali, ma anche come città, comunità e teatro.

Come va? Come stai oggi?

In attesa di poter rivedere Massimiliano dal vivo, magari gustando un suo lavoro proposto su un palco o in una forma alchemica di collaborazione con il Dramma Italiano, invito i più curiosi a cercarlo su Facebook, YouTube, ad ascoltarlo nelle sue interessanti e molto seguite narrazioni. Non solo quelle squisitamente teatrali come l’impresa in Antartide di “Ernst Shakleton e la spedizione dell’ Endurance”, ma anche quelle realizzate durante il lockdown che aprono con la frase: “Come va? Come stai oggi?”. Esperimenti di video senza testo scritto, costruiti sulla chiave della spontaneità e dell’onestà e per nulla autoreferenziali. E ora prima di lasciarvi alla lettura, da parte mia un grazie a Massimiliano e Raffaella.
Nel centro di Fiume, in Croazia, c’è il Teatro nazionale. Imponente, nobile, fresco di restauro. Tra coloro che contribuirono ai suoi preziosi decori persino Gustav Klimt, coadiuvato dal meno celebre fratello. Il Teatro è proprio lì, nel cuore della città.

Volosca

Un centro ad uno sputo dal mare, ad un urlo dal porto turistico dove riposano sovente lussuosissimi costosissimi yacht.
Un centro abitato dalla fast fashion di qualsiasi capitale europea: stessi marchi, stesse luci, stesse vetrine.

Un centro che ambisce, in barba alla propria piccola nazione, ad essere UGUALE AL RESTO.
Ma di fianco al teatro, a due passi, due: ci sono i binari del treno.

Non del tram … del TRENO.
In centro. In mezzo a tutto quell’atteggiarsi a capitale europea.
Binari senza passaggio livello alcuno.
Binari probabilmente al servizio del porto.
E allora capita che mentre guardi il teatro. Mentre ripensi a quello che poche ore prima ti ha raccontato un amico che ci lavora, mentre sei lì: un anomalo sferragliare, dalle tue spalle, allerta ogni tuo muscolo.
Ti sposti di un paio di metri e … il TRENO PASSA.
Lì, in centro, un lungo pesante, sporco, treno merci.
E ti senti in un film di quel bosniaco di Kusturica.
Un treno a due passi da Zara, da Prada, da Hugo Boss e tutta la degna combriccola.
Il treno passa … e tu continui a far oscillare il tuo sguardo dai suoi vagoni alla facciata nobile, linda, da cartolina, del Teatro.
E l’impressione è che quel treno, quei binari siano l’ULTIMA ARTERIA di un corpo, di una creatura, di una città, che sta facendo di tutto per smettere di assomigliare a sé stessa … per essere ANONIMAMENTE europea.
Una città meravigliosamente piena di contraddizioni. Come ogni città che si rispetti. Ma contraddizioni, spigoli, ossimori… unici. Come ogni città che meriti di essere vista.
E allora… se ti allontani da quel centro che mira a essere il “solito albero di Natale”, scopri gli organi dimenticati
di quella creatura che è stata Fiume: il vecchio stadio
sul mare, il porto dei pescatori e le loro baracche, la spiaggia popolare con le famiglie che fanno i pic nic e un scalcinato campo da beach volley…
E allora, quei pochi giorni che quest’anno hai incastrato – grazie a dio –- tra un lavoro e l’altro, quei 6 giorni striminziti, ti ricordano quanto sia vitale, difficile, e contro corrente, preservare la propria unicità… e quanta energia e amore sia fondamentale investire perché
anche i nostri ragazzi imparino a vedere nell’asimmetria, nella stranezza, nell’incoerenza del “loro treno al fianco del Teatro” una meravigliosa ricchezza… e non una minaccia.
Grazie a Fiume e alla Croazia per la dolce ospitalità, al mare per i suoi colori e le sue onde… e a Mirko Soldano per la chiacchera e il caffè: a presto spero.

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