Fiume. Gli artigiani ambulanti di «Zitavecia»

Riscoprire i meandri del passato della vecchia Fiume, grazie anche agli antichi mestieri spazzati via dalla modernità

El carboner cicio

Travolti dalla passione di riscoprire dai meandri del passato, dal buio del silenzio di tanti decenni, l’immagine viva e quotidiana della vecchia Fiume – passione attizzata dal libro “Folkore fiumano” di Riccardo Gigante – procediamo in questo divertente e curioso percorso di “archeologia economico-social-popolare”.
Il rione in cui la vita scorreva più schietta e rumorosa era senz’altro la “Zitavecia”, e in particolare la Piazza delle Erbe, ossia del Mercato, dove, oltre alle venderigole di frutta e verdura non mancavano mai gli artigiani ambulanti – allora indispensabili – che vendevano e/o offrivano a domicilio, nei cortili, sugli scalini delle case, i loro utili servizi. Antichi mestieri spazzati via dalla modernità.
I carboneri detti «Cici»

L’arrotino elegante

Il commercio girovago di carbone di legna era esercitato dai romeni del Monte Maggiore, detti “Cici”. Scendevano da Sappiane, Castelnuovo, Mune con carri carichi di carbone di faggio, tirati da cavalli sfiancati o da buoi, oppure in colonne di donne e vecchi, ognuno con un sacco di carbone legato sulla schiena. Il loro grido era “Carbonai Marcaduna!”
Con una “guantiera” (vassoio) di legno attaccata al collo “el cartoler” offriva in vendita carta, penne, matite e inchiostro. La carta da lettere era ornata di “calcomanie” o di litografie colorate rappresentanti fiori, cuori appaiati o trafitti, colombe ecc. Peggio ancora, talvolta sul foglietto erano appiccicate delle cornicette di carta impressa a rilievo a foggia di pizzo, e nel centro un fiore. I “cartoleri” vendevano pure sottili foglietti di similoro, “oro cantarin”, che, agitati, emettevano un suono argentino e frusciante. “Lapis! Carta! Tinta! Oro cantarin!” gridava il “cartoler”.
I cadorini o «cargneli»

El conzapignate

Abitualmente i vetrai erano cadorini o “cargneli” e portavano sulla schiena un supporto carico di lastre di vetro delle dimensioni più usate per le finestre. Richiamavano l’attenzione delle massaie col grido: “El conzalastre! Chi ga vetri da giustar?”
I “conzapignate”, invece, erano di due specie: italiani e slovacchi. Portavano sulla spalla o ad armacollo il filo di ferro e, in una borsa o sacchetto, i ferri del mestiere. L’italiano gridava: “El conzapignate!”, e lo slovacco: “Lonzepadele“, accentuando sulla prima sillaba di “padele”. Lo slovacco, chiamato dal suo richiamo “El lonzepàdele”, vestiva di rozzo panno bianco, coi calzoni aderenti alla gamba, la camicia che usciva dal giubbetto senza maniche. Una larga cintura di cuoio in cui teneva riposti i ferri, gli cingeva i fianchi. Sui capelli lunghi e spioventi un cappellino rotondo con piccola tesa rialzata ed ai piedi le “opanche”, una specie di ciocie.
Coltellinai friulani vendevano per le strade coltelli, temperini e forbici “forfe” di Maniago, disposti in vista nel primo tiretto d’una cassetta appesa al collo. Talvolta spingevano un carretto pieno della loro merce. Per richiamo gridavano: “Cortei! Forfe! Temperini! I taja tuto quel che i vede! Roba bela de Maniago!”
Slavi di Ciana o dell’Alto Timavo – i cosiddetti “Cragnolini” – scendevano a Fiume coi carri rigurgitanti di “fasseti de fajo” (fascine di faggio) detti nel loro linguaggio “bùtorize”. Gridavano: “Ala, bùtorize”. Qualcuno usava pure il richiamo italiano: “Beli fascieti!” con la i e la e staccate, secondo le regole della pronuncia slava.
Il venditore di fiammiferi

Citavecia di Fiume: luogo d’azione privilegiato dagli artigiani

Altro animatore delle piazze “de le Erbe, dei Tre Re, del Late” e dei mercati era il venditore di fiammiferi, stringhe e forcine. Portava la sua misera merce in una cassetta sostenuta da una cinghia poggiata sul braccio e gridava: “Ala, done! Fulminanti! Spighete per le scarpetè! Forchete! A un soldin!”.
Il più popolare di questi girovaghi era quello soprannominato “Spagna”, un uomo mite e malinconico, con una barba da cappuccino, che aveva l’aria di mezzo scemo, ma non lo era. Sopportava pazientemente lazzi e dileggi, ma quando si stancava dava delle risposte spiritose, pungenti, che facevano scappare scornato fra le risate degli altri chi lo aveva provocato. Era d’un pallore di donna romantica e mostrava dagli strappi delle vesti la pelle bianchissima, tanto che questo candore era diventato un termine di paragone e si diceva: “bianco come el cul del Spagna”.
Gli arrotini, “gùa”, spingevano il loro apparecchio a ruote e si fermavano agli angoli delle piazze o nei crocicchi. Il loro grido era: “El gùaaaaa!” ed i monelli rispondevano: “co la coda!”.
Nei giorni delle fiere
Non soltanto nei giorni di fiera, ma varie volte all’anno venivano a Fiume i venditori di occhiali, lenti e binocoli. Erano cadorini di Calalzo, ampezzani o trentini di Canal San Bovo. Portavano appesa al collo una cassetta con vari tiretti, ne reggevano con una mano, un’altra ad armacollo contenente gli astucci coi binocoli. Gridavano: “Li ociali! Ociali per tute le viste! Lente per poder veder quel che no se vede! Canociai che ve fa sbater sul muso le persone che xe diese metri lontani”.
Gli “onbreleri” venivano dal Veneto. Ad armacollo portavano un fascio di vecchi ombrelli, sul braccio un rotolo di filo di ferro e pendente al fianco un sacchetto coi ferri del mestiere. Giravano per le piazze e le strade, o entravano nei cortili, gridando: “L’ombrelaro! El giusta ombrele e ombrelini!” ed eseguivano il lavoro seduti sulle soglie dei portoni o sulle scale.
Litografie colorate

El stagner

Una festa per i ragazzi era la comparsa del venditore di brutte litografie colorate, rappresentanti Santi o quadretti in genere. Egli le appendeva su alcuni spaghi tesi sul muro d’una casa e ne declamava i soggetti. Erano effigi di santi, scene di caccia, marine, scene domestiche, più le immancabili “quattro età dell’uomo“, il risparmiatore e lo scialacquatore, la morte del giusto e del peccatore.
Il “santaro” o “figuriner” gridava: “Santi! Bei Santi! Qua le Madone, le bele Madone de tute le qualità!”
Lo “stagnaro” si fermava sotto le finestre o entrava nei cortili gridando: “El stagnaro! El stagnaro! Chi ga caldiere da stagnar?” Portava sulle spalle, a contrassegno del suo mestiere, un vecchio paiuolo sforacchiato, con qualche buco turato con stagno lucentissimo, e ad armacollo una cassetta con l’occorrente per stagnare.
​Quanti maestri artigiani a quei tempi!

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