Sperimentazioni, approcci teatrali innovativi, attenzione alle comunità e interazione con il pubblico. Storie e spettacoli mirati a conoscere sé stessi e gli altri, a riflettere – attraverso elementi semplici tipici delle fiabe per bambini – intorno a varie tematiche. La differenza e l’altro come arricchimento, l’importanza del confronto, dell’accogliere le prospettive altrui e l’insostituibilità del momento dell’aggregazione sociale, essenziale per la formazione individuale e collettiva. È questa la realtà del Teatro Poco Loco di Zagabria, un’organizzazione artistica che riunisce attori professionisti, musicisti, registi, drammaturghi, artisti visivi e pedagogisti teatrali, fondato nel 2014 da Renata Carola Gatica, Maja Katić, Zrinka Kušević, Dunja Fajdić e Dean Krivačić. Abbiamo avuto occasione di incontrare Renata Carola Gatica, attrice e regista teatrale originaria dell’Argentina, ex direttrice del Dramma Croato del TNC “Ivan de Zajc” di Fiume, attualmente direttrice commerciale del Teatro Poco Loco, che ha condiviso con noi la sua idea di teatro e come questa ha influenzato il progetto di Poco Loco stesso.

Cosa l’ha portata dall’Argentina fino alla Croazia, dall’altra parte del mondo?
“Sono argentina, originaria di Córdoba, e sono arrivata in Croazia circa vent’anni fa. Ho incontrato quello che oggi è mio marito, originario della Croazia, in Venezuela, ad un festival teatrale, eravamo entrambi studenti di teatro. Per due anni, mentre finivamo gli studi, venivo due volte all’anno in Croazia. Non ho mai veramente deciso di trasferirmi qui perché avevo la mia carriera a Córdoba. Noi argentini emigriamo molto e siamo molto flessibili, ci adattiamo bene a posti diversi, ma non avevo personalmente il desiderio di trasferirmi. Questo amore tuttavia mi ha portato qui”.

Un atto politico
Il teatro sembra ricoprire un ruolo centrale nella sua vita: cosa rappresenta per lei?
“Ho frequentato l’Università di Córdoba, dove seguiamo l’idea che il teatro sia politico di per sé, fare teatro è un atto politico. Questo non vuol dire soltanto affrontare temi legati alla politica negli spettacoli ma anche suscitare nel pubblico delle emozioni. Durante la dittatura in Argentina (quella che segnò il Paese dal 1976 al 1983 con un regime militare, nda), anche soltanto riunirsi e leggere insieme delle poesie, leggere un qualcosa che potesse mettere in discussione lo stato delle cose, era un atto politico. Il teatro non è necessariamente politico perché tratta di temi legati alla politica ma perché l’atto stesso di essere a teatro è politico. Inoltre, in Argentina concepiamo il teatro come spazio politico per migliorare il posto in cui viviamo, per questo inizialmente volevo rimanere e cambiare in meglio il posto in cui vivevo, mi rendevo conto che c’era tanto lavoro da fare e che quindi era importante rimanere. Pensavo che la mia missione fosse cambiare il mondo attraverso il teatro: ciò può sembrare molto ingenuo ma la mia generazione, che è nata durante la dittatura, ha ripristinato l’ambiente intellettuale, il teatro, le arti, e quindi sperava di utilizzare questi strumenti per creare un mondo migliore”.
Quando è arrivata in Croazia ha notato delle differenze o ha trovato un modo di concepire il fare teatro in assonanza con il suo?
“Sono arrivata inserendomi subito in un gruppo di amici artisti. Per me è stato semplice iniziare a lavorare a teatro. Ho iniziato a fare teatro per adulti, perché è ciò che facevo anche in Argentina, ma molto presto ho capito che non conoscevo il pubblico e non sapevo come comunicarci, non sentivo di essere inserita nel sistema. Quello che ho subito notato è che il teatro qui non era uno strumento politico, non aveva lo stesso scopo che ha in Argentina; per me è stato scioccante. La maggior parte del pubblico croato non apprezza la politica inserita nel teatro, c’è la tendenza a vedere politica e teatro come elementi che debbano essere tenuti separati”.
Cosa è successo quando si è resa conto di questo?
“Ad un certo punto ho concluso che l’unico modo che avevo per fare la differenza era fare teatro per bambini, perché i bambini ascoltano qualcosa a teatro che non hanno mai ascoltato prima, possono essere genuinamente sorpresi, lo scopo di rendere il mondo un posto migliore ha un senso nel teatro per bambini. Ho quindi deciso di smettere di fare teatro per adulti e ho deciso di intraprendere questo nuovo percorso. Questo mi ha riportato alle mie origini”.
Le sue origini contemplano il teatro come atto politico: come può questo trovare spazio in spettacoli indirizzati ai bambini?
“Naturalmente, non si trattano argomenti legati alla politica con i bambini. La portata politica più importante del teatro per bambini non è cosa succede durante lo spettacolo ma cosa succede dopo, quando i bambini tornano a casa e pongono delle domande ai genitori legate allo spettacolo; oppure quando i genitori, prendendo ad esempio un elemento della rappresentazione, lo collegano a degli episodi della vita quotidiana dei figli. Si tratta di piccole azioni politiche”.
Intraprendere la via del teatro per bambini l’ha quindi spinta a non rinunciare al suo scopo?
“È proprio così che ho trovato sintonia con il pubblico croato e, anche se il teatro per bambini non era molto pubblicizzato né finanziato, ho iniziato a sentirmi molto più a mio agio, molto più utile perché potevo avere una reazione più genuina da parte degli spettatori. Penso che, a fronte di tutti i dispositivi tecnologici presenti nella nostra vita quotidiana, il senso del teatro sia – oggi più che mai – lo stare insieme, l’avere un’esperienza collettiva in cui bisogna mettere via il cellulare e concentrarsi su un elemento per la durata della rappresentazione. Questo vale ancora di più per la generazione di bambini nati durante la pandemia. Il teatro offre la possibilità di aprire discussioni sui più svariati temi”.

L’arte è un diritto
Pensa che le tecnologie abbiano cambiato il modo in cui si usufruisce del teatro?
“Il pubblico che avevo dieci anni fa è completamente diverso da quello di oggi; i bambini che vanno oggi a teatro sono diversi, crescono con il cellulare sempre a disposizione. Per capire questo nuovo pubblico e la sua capacità di concentrarsi e di seguire una storia, per capire perché si va a teatro quando si hanno una miriade di contenuti a disposizione sul cellulare, si deve essere flessibili, cambiare i propri format”.
Come ha accettato questa sfida, quella di riavvicinare i bambini delle nuove generazioni allo spazio del teatro?
“Ho aperto Teatro Poco Loco nel 2014, come uno spazio dove cercare nuovi modi di fare teatro, aderendo alla mia idea di teatro come luogo per le persone, che il pubblico possa utilizzare come uno spazio di socializzazione, non un qualcosa che si consuma ma un luogo d’incontro. Questo piccolo teatro è cresciuto moltissimo in poco tempo; in tre anni è diventato una compagnia. Con la compagnia giriamo in vari teatri come ospiti, portiamo il teatro in posti dove non c’era prima. Questa mia idea viene dall’America Latina, che la cultura, l’arte non siano un privilegio ma un diritto; la società ad un certo punto ha iniziato a commercializzare questo diritto e, specialmente nelle grandi città, è molto rischioso iniziare a pensare il teatro come un qualcosa di cui possono usufruire soltanto le persone che hanno le possibilità economiche per pagare. Anche i teatri indipendenti sono in larga parte supportati economicamente dalle municipalità; penso quindi che, dal momento che riceviamo fondi pubblici, dobbiamo restituire ciò che riceviamo e dobbiamo essere disponibili, dobbiamo essere in vari quartieri, nelle città più piccole. Zagabria ha molti teatri e molta cultura, perciò dobbiamo raggiungere i posti in cui la cultura non è così presente. Poco Loco è mobile, va in giro, in ogni posto dove veniamo chiamati cerchiamo di andare. Oggi lavoriamo con bambini che sono nati durante la pandemia; questi bambini non hanno molti modi di socializzare, che è una differenza rispetto alle generazioni passate. È chiaro che i bambini a teatro non si comportano più come in passato, riscontriamo molti più problemi con la concentrazione. Stiamo perciò cercando di andare verso un teatro più interattivo”.
Spettacoli per il pubblico della CNI
Teatro Poco Loco ha un ricco e interessante repertorio. Spicca il format «Raccontami una storia», dove, accanto all’interattività, un elemento spesso presente è quello di proporre la narrazione in lingua italiana.
“Lavorando a Fiume con il Dramma Italiano – mentre dirigevo il Dramma Croato per sei anni – mi sono resa conto che, nonostante la forte presenza italiana, il repertorio italiano rimanga all’interno del teatro. Ho quindi preso il nostro format ‘Raccontami una storia’: parte dal rituale della mamma che legge una fiaba al proprio bambino prima che si addormenti; in questo contesto, le madri tendevano a fare domande, a verificare che il bambino seguisse, cambiavano voce a seconda dei personaggi… è un momento che va restituito ai bambini, ad oggi non si legge più, perciò con questo format leggiamo una storia e cerchiamo di catturare il più possibile l’attenzione dei bambini, facendo domande, parlandoci, per gli autori è possibile uscire dalla storia, interagire con i bambini e poi tornare al momento della lettura, non si tratta di uno spettacolo. Inoltre, in questo format, i bambini non siedono sulle sedie ma per terra, e in questo modo sono liberi di muoversi e interagire tra loro, creando un senso di comunità. Per quanto riguarda le zone in cui sono presenti comunità italiane, proponiamo il format con gli attori del Dramma Italiano. Nelle aree di Fiume e dell’Istria sempre meno persone parlano la lingua italiana. Le nuove generazioni che provengono da famiglie italiane tendono a parlare esclusivamente croato; per noi è stata una scoperta positiva vedere come il format possa dare una possibilità ai genitori della Comunità Nazionale Italiana di iniziare a trasmettere la lingua ai bambini. Il risultato è stato eccezionale; abbiamo fatto 17 spettacoli in due settimane. Questo progetto in lingua italiana è completamente nostro, non abbiamo alcun finanziamento esterno. C’è un grande interesse per questo progetto, che portiamo in asili e scuole di Fiume e dell’Istria. Vorremmo continuare a portarlo avanti e renderlo il più possibile accessibile a tutti”.
Come è stato accolto questo progetto?
“Siamo stati in molti asili in cui i bambini croati ascoltavano lo spettacolo in italiano; si tratta di storie come ‘I tre porcellini’, i bambini sanno già cosa succede nel racconto, perciò non hanno bisogno di capire ogni singola parola, per loro è molto facile adattarsi. Ci siamo resi conto che possiamo parlare italiano davanti a bambini che non lo sanno e per loro non è comunque un problema, mentre per un adulto sarebbe frustrante. Diamo ai bambini molti elementi facili da seguire, ripetiamo alcune strofe più volte, i bambini quindi possono mettere insieme concetti diversi. Per i bambini italiani è l’opportunità di spiegare a quelli croati cosa sta succedendo nella storia, cosa che di solito non avviene per coloro che provengono dalle minoranze linguistiche”.

Un altro format che proponete, «Fiaba per l’aria aperta», è nato invece dall’esigenza di continuare ad offrire delle forme di spettacolo durante la recente pandemia.
“Durante il secondo anno della pandemia, tra le restrizioni, ci siamo adattati e abbiamo ideato il format ‘Fiaba per l’aria aperta’, che prevede che i bambini siano divisi in tre gruppi e siano affidati ciascuno ad uno dei personaggi di Cappuccetto Rosso – la protagonista, il lupo o la nonna – con i quali si muovono per un parco, ascoltando la storia e venendo coinvolti in diverse attività. Per i bambini è anche un modo per fare dell’esercizio fisico e per stare a contatto con la natura. Portiamo questo format nei parchi per tutta la Croazia. Abbiamo ideato un format nuovo, un nuovo modo di fare teatro rispettando le misure imposte per contenere il contagio, lo abbiamo fatto per sopravvivere come teatro. Ad oggi, questo è un format che continuiamo a portare ed è molto apprezzato”.
Che cosa può dirci invece di «È meglio se (non) ne parliamo»?
“Abbiamo iniziato la rassegna ‘È meglio se (non) ne parliamo’ due anni fa, e con essa affrontiamo tematiche considerate tabù nel teatro per bambini, come il mondo LGBT, la guerra, la religione… Ogni volta che il teatro mette in scena spettacoli che affrontano questi temi vengono cancellati dopo un paio di rappresentazioni. Selezioniamo alcuni spettacoli che trattano questi temi, così da avere una vetrina, e dopo ciascuno spettacolo abbiamo un podcast dove si spiega il perché è importante vedere questo spettacolo. Consegniamo quindi questo podcast al teatro così da incoraggiare il pubblico a vedere lo spettacolo. Per me, questo è un vero atto politico, è un modo per permettere alle nuove generazioni di discutere su varie tematiche”.
Poco Loco ha dei progetti rivolti ad un pubblico che non sia esclusivamente quello dei bambini?
“Per gli adolescenti abbiamo ‘Lezione di teatro’: si tratta di una lezione di storia, durante la quale un attore, che interpreta il ruolo di professore, inizia a parlare di un determinato personaggio storico; ad un certo punto un altro attore, che interpreta il personaggio storico in questione stesso, prende la voce e parla della sua vita in prima persona. Dopo di ciò si apre uno spazio di discussione con i ragazzi su vari argomenti. In questo periodo stiamo proponendo questo format riguardo Marija Jurić Zagorka, la prima attivista femminista croata, una figura poco conosciuta. Questo format può offrire ai professori una serie di spunti per delle attività da proporre in classe. Infatti, il teatro serve per provocare i ragazzi, per destare la loro curiosità”.

Un gruppo che supera i confini nazionali
Poco Loco è attivo soltanto in Croazia?
“No. Con Poco Loco abbiamo partecipato a vari festival della regione, anche fuori dal Paese: in Bosnia ed Erzegovina, Serbia e Macedonia del Nord, anche in questi Paesi abbiamo avuto un riscontro molto positivo da parte del pubblico. Abbiamo collaborato anche a qualche progetto in Austria, a Linz, e in Finlandia, soprattutto con le comunità di croati, bosniaci e serbi. Ora siamo molto impegnati nelle rappresentazioni in lingua italiana, quindi lavoriamo molto a Capodistria e a Trieste; sono molto curiosa di continuare a esplorare questo pubblico e vedere che porte ci può aprire il teatro in lingua italiana. Un altro pubblico che voglio continuare ad esplorare è quello dei Balcani”.
Quali sono i vostri progetti futuri?
“Prossimamente Poco Loco aprirà il proprio teatro a Zagabria, vicino al Parco Maksimir, dove proporremo il nostro repertorio, ma abbiamo anche un piano per aprire dei laboratori per bambini. Tuttavia, continueremo a girare altre città e a portare il nostro repertorio in posti diversi. Personalmente, andrò a lavorare a Novi Sad, in Serbia, per una produzione della ‘Cenerentola’, e dopo andrò a lavorare in Macedonia del Nord, ad una produzione del ‘Flauto magico’ nel teatro con le marionette. Lavorerò anche a Linz, per curare un teatro per bambini con il quale anche Poco Loco collaborerà. Come per ‘I tre porcellini’, Poco Loco proporrà in italiano anche ‘Lo Schiaccianoci’ e altre due fiabe”.

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