Erik Balija: «La disabilità deve diventare una marcia in più»

Intervista al musicista, compositore, interprete e cantante, che convive con la paralisi cerebrale fin dalla nascita

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Erik Balija: «La disabilità deve diventare una marcia in più»
Foto album privato

C’è una voce in Istria che non passa inosservata. Una voce che da Fasana, attraversa i palchi dei talent show nazionali e arriva dritta al pubblico con una sincera rarità. Erik Balija, finalista di “Supertalent” e figura ormai familiare nella scena musicale istriana, ha trasformato la sua storia personale in una forza creativa e civile. Vive con la paralisi cerebrale, ma non ha mai permesso che questo definisse i suoi limiti. Anzi, è diventato uno dei volti più determinati nella battaglia per i diritti delle persone con disabilità, denunciando senza filtri le mancanze del sistema e la fragilità dei servizi di assistenza personale. Oggi Erik è un artista che canta, racconta, provoca, ispira. E in questa conversazione ci accompagna dentro il suo mondo: la musica, le sfide quotidiane, la famiglia che lo sostiene e quella tenacia che lo ha portato a trasformare ogni difficoltà in un palco da cui farsi ascoltare.

Musicista, compositore, interprete e cantante dalla voce potente, ricca di emozioni e capace di attraversare con naturalezza i canti tradizionali e il belcanto. È così che il pubblico la conosce e riconosce. Ma oltre l’artista, oltre la voce e il palcoscenico… chi è davvero Erik Balija, l’uomo dietro le luci e le emozioni che porta in scena?

Quando non canto, devo ammettere che divento – per così dire – un tipo un po’ complicato. È lì che iniziano i problemi, perché sono conosciuto per non avere peli sulla lingua. Quando non sono sul palco, mi dedico all’attivismo per le persone con disabilità: mi batto per i diritti fondamentali, per ciò che ci spetta davvero. Cerchi sempre di essere gentile, ma non è facile. Le barriere architettoniche, le leggi che non funzionano, il diritto all’assistente personale, il nuovo assegno di inclusione, la riabilitazione, le terme, i diritti sociali… sono tutte questioni che ti consumano giorno dopo giorno. E alla fine diventa difficile mantenere la calma e la cortesia. In queste situazioni rischi anche di scontentare qualcuno, e allora ti etichettano come “esigente”. Ma non è così: dici semplicemente la verità e chiedi ciò che spetta di diritto.

Lei vive con una paralisi cerebrale ed è su una sedia a rotelle fin dalla nascita. Eppure la disabilità non l’ha mai fermata nel raggiungere i suoi obiettivi. Che cosa l’ha spinta e che cosa continua a motivarla?

La paralisi cerebrale non è una malattia, e ci tengo a dirlo chiaramente. Non è contagiosa, non è qualcosa che “passa”. È una condizione, il mio modo di stare al mondo dal 1983, da quando sono nato. Non sono malato, vivo semplicemente con questa realtà. Quello che mi muove è una forza interiore che non mi permette di fermarmi davanti agli ostacoli. Non ha senso bloccarsi davanti a un gradino e mettersi a piangere perché non posso salirlo. Bisogna trovare un motivo per andare avanti. Il mio motivo è la musica, la mia famiglia, gli amici, i colleghi musicisti con cui amo lavorare. Quando non sono sul palco, mi alleno, faccio esercizi, cerco di tenermi in movimento. Senza i fisioterapisti non potrei fare musica come la faccio oggi. Funziono come funziono grazie anche a loro, al loro lavoro quotidiano. Sono sempre in movimento, sempre in cerca di qualcosa. Quello che davvero mi spegnerebbe sarebbe restare fermo, nello stesso posto, senza che succeda nulla. Non potrei accettarlo.

Che cosa consiglierebbe allora alle persone che si trovano in una situazione simile alla sua?

Posso dare tutti i consigli del mondo, ma il punto è che molte persone con disabilità – senza offesa – tendono a essere un po’ passive, a lasciarsi andare. Conosco persone che non escono di casa da quindici anni. Io non potrei vivere così. Anzi, da una parte li ammiro: non capisco proprio come riescano a sopportarlo. Se salto un giorno di terapia per qualsiasi motivo, a me manca subito, vado in crisi. Eppure c’è chi riesce a restare fermo per anni. La verità è che la disabilità è una battaglia quotidiana. E la battaglia più grande arriva quando non riesci ad accettare te stesso per quello che sei. Nel momento in cui lo accetti, molti problemi iniziano a ridimensionarsi. Perché non devi trasformare la disabilità in un ostacolo, devi trasformarla in un punto di forza, in quello che gli italiani chiamano “una marcia in più”.

Torniamo alla musica. Quando ha iniziato a occuparsene, che cosa l’ha spinta e come sono stati i suoi inizi?

Mi sono avvicinato alla musica fin da piccolissimo. Uno dei miei ricordi è una piccola tastiera Bontempi che mi regalarono da bambino: ci suonavo con un dito, per gioco. Poi, crescendo, ho iniziato a fare musica con mio nonno, che conosceva solo canzoni italiane. Così ho cominciato a imparare i brani di Lidija Percan e tutte che quelle vecchie “Canzoni di una volta” che a casa ascoltavamo in continuazione. Riconoscevo persino le cassette dal colore e sapevo l’ordine delle canzoni a memoria. Le musica, però, non era solo un passatempo: era anche un modo per affrontare le terapie che dovevo fare da piccolo. Non le amavo, ovviamente, e per evitare che piangessi mia madre metteva la musica. Io cantavo, e intanto i terapisti lavoravano sule mie gambe. La musica mi aiutava a sopportare tutto quel percorso. Poi è arrivata un’altra fase importante. Mi zio, che suona la chitarra, veniva spesso a casa e mi faceva ascoltare i Beatles, i Led Zeppelin… così ho scoperto anche il rock. Mia madre, invece, mi cantava Baglioni, Battisti… Da una parte avevo la tradizione italiana e istroveneta di mio nonno, dall’altra il cantautorato e il rock che arrivavano da casa. È così che ho costruito la mia “cultura musicale”. E poi, tra il 1993 e il 1994, ho capito che volevo fare sul serio. Sentivo che mi mancava qualcosa, che dovevo crescere. Così mi sono iscritto alla scuola di musica “Mali Princ”. Da quel momento la musica è diventata una parte stabile della mia vita. Nel 1994 ho avuto anche la mia prima vera esibizione, alla Casa delle Forze Armate di Pola. Dopo qualche anno ho capito che mi mancava la teoria: la scuola offriva solo pratica, e per crescere avevo bisogno di una base più solida. Così ho frequentato per due anni l’elementare di musica, per prepararmi alla scuola media, che per me rappresentava un ostacolo. Il programma prevedeva lo studio del pianoforte, ma io non possono utilizzare tutte e dieci le dita: ne uso due con la mano sinistra e tre con la destra, e con cinque dita non è possibile seguire quel percorso. Per questo sarebbe servito un programma adattato, basato sulle tastiere elettroniche, che programmo in modo che, premendo un solo tasto, lo strumento riproduca un accordo completo, come se lo suonassi con tutte e dieci le dita. Con quel tipo di adattamento avrei potuto proseguire senza problemi. C’era anche la volontà delle istituzioni di venirmi incontro, ma per scrivere la musica avrei avuto bisogno di un computer. E lì si è bloccato tutto. Il ministero non ha dato l’autorizzazione. Un peccato. Nonostante tutto, ho continuato a studiare privatamente. Purtroppo, però, non ho un diploma ufficiale di scuola media di musica, ma nella mia testa – e nella mia preparazione – sarei pronto per il Conservatorio.

Questo non l’ha fermata dal continuare a fare musica. E così, non solo ha continuato il suo percorso, ma ha addirittura collaborato con molti musicisti della scena istriana e croata. C’è una collaborazione alla quale è particolarmente legato?

Ricordo con simpatia Aldo Spada, degli Anelidi, con cui ho realizzato nel 2010 il mio primo singolo, “Fazana misto moje”. Subito dopo ho pubblicato “Fasana stella”, con parole di Valmer Cusma e musica di Bruno Krajcar, una scelta per dare una canzone anche alla comunità italiana di Fasana. Tra tutte le collaborazioni, però, quella che ricordo con più affetto è quella con Oliver Dragojević. Un uomo straordinario, ma semplice, autentico e vicino alla gente. Nel 2008 abbiamo condiviso il palco in un concerto di beneficenza al Teatro Popolare Istriano. È curioso: stavo cercando un biglietto per assistere alla spettacolo, e il giorno prima mi chiama la direttrice del Centro per i bambini con paralisi cerebrale di Veruda chiedendomi se volevo esibirmi con lui. Alla fine sono stato un “doppio umanista”: ho pagato il biglietto, ho donato un quadro che avevo dipinto e ho cantato sul palco. Oliver era straordinario. Quel giorno sono arrivato presto per le prove, ma lui, con la sua naturalezza, mi ha detto. “Prove? Ma quali prove. Andiamo a bere qualcosa, poi sul palco ci mettiamo d’accordo”. Era fatto così, spontaneo, umano, unico.

Oltre a quel concerto con Oliver, c’è un altro momento che le è rimasto particolarmente nel cuore?

Ce ne sono molti, ma due mi sono rimasti impressi. Il primo è un concerto alla Galleria Cvajner di Pola, con Nikola Milat al pianoforte: la sala era così piena che la gente rimaneva fuori. Tutto era improvvisato, spontaneo, ed è stato uno dei momenti più belli della mia carriera.
Il secondo è un concerto a Edimburgo con un’orchestra sinfonica internazionale. Lì ho dovuto interpretare una canzone che non sentivo mia, nata da una musica che mi era stata imposta. Nonostante il brano non fosse riuscito, l’orchestra ha suonato in modo straordinario e ha trasformato una situazione difficile in un ricordo comunque prezioso.

E poi è arrivata l’esibizione a Supertalent nel 2016. Come è nato tutto?

Quello che il pubblico non sa è che sono stati loro a chiamare me. Cercavano nuovi concorrenti, mentre io – prima di Supertalent – giuravo che non mi sarei mai iscritto a quel tipo di programmi. Sapevo come funzionano: se piaci a qualcuno della produzione, poi ti spingono a cantare le loro canzoni, a seguire le loro scelte. Io non volevo che nessuno decidesse al posto mio cosa cantare o suonare. Inoltre, l’anno prima avevo subito una delusione. Mi ero iscritto a un quiz televisivo. Mi chiesero una foto del documento d’identità e una fotografia a figura intera, più una piccola audizione. Feci tutto, ma poi mi chiamarono per dirmi che la fotografia che avevo mandato era “un po’ strana”. Ho capito subito che si riferivano alla sedia a rotelle”. Non sono passato. Ho chiesto una spiegazione scritta, ma non è mai arrivata. Detto questo, ai produttori di Supertalent ho posto le mie condizioni, tra cui quella di garantirmi un assistente per l’intero fine settimana delle riprese del programma. Hanno accettato. E così, mi sono presentato al pubblico di Supertalent con un brano dedicato a mio padre, “Hvala ti na svemu stari moj”. La canzone ha colpito così tanto che tutta la Croazia si è commossa. Da lì sono poi arrivati più concerti, più occasioni e più visibilità. Quell’esibizione mi ha aperto molte molte. Una, in particolare: l’anno dopo ho debuttato al MIK (Melodije Istre i Kvarnera), dove dal 2017 sono sempre presente.

Torniamo al suo paese natale. A Fasana è molto attivo anche nella Comunità degli Italiani: canta nel coro e ora anche in una klapa…

Esatto. La klapa è un progetto nato da poco. Ci stiamo impegnando, anche se lo facciamo soprattutto per piacere. Nel coro canto, invece, come tenore. Interpretiamo canzoni italiane, le stesse che cantava mio nonno. Per me è una valvola di sfogo, un modo per tornare a quei ricordi, alle serata passate in sua compagnia o con i pescatori sul molo. La klapa, invece, è un tentativo della CI di Fasana di creare un gruppo vocale e tenere viva la tradizione istroveneta. Ci proviamo, e finora abbiamo avuto tre o quattro esibizioni più significative. Non va sempre tutto alla perfezione, ma quello che conta è l’intenzione.

Ha qualche altro hobby nel tempo libero, al di fuori della musica?

Mi piace passeggiare, stare in compagnia. Ogni tanto gioco a briscola. In passato ho praticato anche il gioco delle bocce per persone con disabilità. Ma alla fine, tutto nella mia vita finisce sempre per ruotare intorno alla musica.

Parlando con Erik, si capisce subito che la musica è solo una parte della sua storia. Il resto lo fanno la sua tenacia, la sua sincerità disarmante e quel bisogno instancabile di andare avanti, sempre. Fasana, la Comunità degli Italiani, i palchi piccoli e grandi, tutto per lui è casa. E mentre si racconta è impossibile non pensare che il meglio – per lui e per chi lo ascolta – debba ancora arrivare.

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