La convocazione arrivò come un invito a lungo annunciato e perennemente posticipato nella speranza di una disperata ripresa del paziente, ma ormai indifferibile. Nel tardo autunno del 2035, sua maestà il Libro era entrato in coma al terzo stadio, l’anticamera della morte, e per tentare l’ultima chance si volle provare a riunire in seduta straordinaria gli artefici delle due grandi rivoluzioni della parola trasmessa per via tecnologica: quella scritta e stampata su carta e, molti secoli dopo, quella scritta e affidata a internet. Una speciale commissione di esperti accoppiò così in due squadre i quattro pilastri conclamati della modernità nella propria era: Johannes Gutenberg e Aldo Manuzio da una parte. Steve Jobs e Timothy John Bernes-Lee dall’altra. Essendo tre degli eminenti invitati impossibilitati a partecipare in presenza, al capezzale del grande malato si presentò solo un ingobbito ma ancora vigile ottantenne Berners-Lee, l’inventore del World Wide Web. Gli altri tre, invece, grazie a un ottimo collegamento in video-celeste conferenza, era come se fossero lì, in cerchio, tanto che se ne avvertivano persino il respiro increspato, i sospiri prolungati, il mugugno, il silenzio teso, a seconda dei momenti dell’importante consulto allargato.
Il tema era: come e perché si era arrivati a quel punto? E soprattutto quale poteva essere la migliore, o le migliori, vie d’uscita per salvare il libro, patrimonio dell’umanità prima ancora che del sapere? Di sicuro, il parere pur autorevolissimo dei quattro giganti sopra menzionati non poteva bastare da solo a trovare la ricetta miracolosa, ma la commissione di esperti ritenne utile metterli a confronto, ascoltarne proposte, suggerimenti e critiche – senza escludere costruttive autocritiche – prima di varare qualificate sottocommissioni di settore, con altri luminari, intellettuali, uomini d’impresa, al fine di un rinnovamento in grado di rianimare il prezioso strumento conoscitivo che troppe Cassandre avevano dato da tempo per spacciato.
Fine della visione. Noi, naturalmente, ci auguriamo che il libro, e in particolare quello cartaceo, fisico, palpabile, materiale, non muoia mai. E che l’eventuale, temuta, crisi finale non sia fra dieci anni (ipotesi non escludibile a priori), ma venga differita di almeno uno o due secoli, giusto per mantenere un sano distacco emotivo dal sempre incerto futuro. Ma il problema, al di là della più fervida immaginazione, è del tutto reale. La crisi c’è ed è documentata. Basta prendere l’ultimo dato disponibile dell’ISTAT relativo al 2023, da cui si evince che in Italia legge soltanto il 40,1% della popolazione che ha più di dieci anni. Una valutazione diversa da quella offerta dall’AIE (l’Associazione italiana editori), secondo la quale il 73% delle persone fra i 15 e i 74 anni ha detto di leggere almeno un libro (va precisato: di qualunque genere, comprese ad esempio guide di viaggio o di cucina) o ascoltare un audiolibro all’anno. E tuttavia il 49% di chi si è dichiarato “lettore”, specifica l’AIE, non è andato oltre i tre libri in dodici mesi, contro l’appena 9% di chi legge dai 12 libri all’anno in su. Nel complesso, pur nelle differenti angolazioni, la sostanza è che in Italia si legge poco. A fronte di una media europea del 53% – indagine Eurostat 2022 –, nella culla del Rinascimento non si va oltre il 35% (terz’ultimo posto dopo Cipro e Romania). Tanto per capirci, la Svezia segna il 70%, la Francia il 62%, la Spagna il 54%. Il mercato editoriale nazionale va a ruota: nel 2024 è stato registrato un calo dell’1,4%, che si è accentuato quest’anno: nei primi nove mesi del 2025, infatti, sono state vendute 1,9 milioni di copie in meno rispetto all’analogo periodo 2024. Che sia colpa o meno anche dell’abrogazione decisa dal Governo Meloni della carta 18app, o “bonus cultura” per i neo-diciottenni (l’accusa degli editori è stata a suo tempo rintuzzata da Palazzo Chigi, che ha giurato di averla semplicemente ristretta a favore dei meno abbienti), il problema di come sopravvivere in un mercato tanto debole resta nella sua interezza. Non dimentichiamo che in dieci anni si sono perse in Italia quasi mille librerie indipendenti.
Era tecnologica
Domanda: ha senso prendersela con l’arrivo di Internet e dei computer, e successive evoluzioni, attribuendo loro la responsabilità del declino del libro cartaceo, come già accaduto con i giornali, sempre più confinati in riserve indiane di sopravvivenza? Naturalmente no, se pensiamo all’introduzione degli e-book e, più in generale, ai grandi vantaggi che ne abbiamo ricavato, fra cui un più facile immediato ed economico accesso alla conoscenza. E purtroppo spesso anche all’ignoranza, alla nuova industria del “fake”, diffusasi in rete come trent’anni fa nei distretti del made in Italy i laboratori clandestini della moda taroccata. Guardiamo al bicchiere mezzo pieno: i libri ancora circolano, anzi ne aumenta a dismisura la pubblicazione, a prescindere dalla qualità, e il loro principale supporto è ancora la carta che possiamo tastare, accarezzare come una coperta rassicurante. Ma non sono più un dominus incontrastato, lo scrigno privilegiato che racchiude tutti i tesori del sapere. ll mondo che li circonda, li prepara, li cura, li diffonde, è profondamente cambiato.
Come se ne esce, allora? Che futuro possono avere queste oasi di erudizione interdisciplinare ancora rintracciabili sul territorio che sono le librerie indipendenti? Prendiamo due esperienze concrete, due esempi di successo. La prima in Veneto, la seconda in Lombardia. A Villorba (nell’hinterland di Treviso) e a Trieste le librerie “Lovat” lavorano attivamente da anni su calendari settimanali fitti di presentazioni di novità editoriali, incontri con l’autore, aperitivi letterari, conferenze a tema e iniziative per il mondo dell’infanzia. Un caso-pilota, che fa scuola da vent’anni grazie soprattutto all’energia da pila Duracell di una imprenditrice appassionata come Carlotta Borghi. A lei e al marito Loris Lovat vanno il merito di avere bene investito l’eredità spirituale di Adamo Lovat, leggendario fondatore di una dinastia di librai aperti per mentalità e intrecci famigliari alle novità del mondo.

“Negli anni Ottanta mio suocero Adamo invitava gli autori nelle biblioteche che riforniva, e quando morì nel 2001, sentii che era quella la strada giusta da battere e sviluppare per dare una svolta alla nostra attività. Ad aiutarmi fu anche la sua magica agendina scoperta per caso, con tutti i numeri di telefono dei più famosi scrittori italiani. Partii da lì, organizzando presentazioni per conto dei Comuni, poi continuai nella nuova sede di Villorba realizzata nel 2008 su millecinquecento metri quadrati, di fronte al nostro precedente magazzino. Superate le difficoltà iniziali dovute agli effetti negativi della crisi Lehman-Brothers, quella che poteva dirsi una ‘cattedrale nel deserto’ è diventata nel tempo un autorevole contenitore di stimoli culturali, una agorà, in cui anche il lavoro di Lovat-Cafè ha trovato la sua ragion d’essere come luogo di socialità oltre che di ristorazione di qualità. A Trieste la formula è la stessa, e ha dimostrato di funzionare egregiamente. Quanto alle scelte di vendita, noi abbiamo deciso di lavorare sul catalogo e non sulle novità, come fanno le catene, e la libertà di manovra di cui godiamo ci consente di dare spazio e voce a tanti piccoli editori, un aspetto per noi qualificante”.
Di sicuro, neppure l’essere una delle più affermate librerie indipendenti d’Italia permette di cullarsi sugli allori di una storia costellata di soddisfazioni, non ultima il Premio Mauri come “libreria dell’anno” nel 2023. “Dopo l’esplosione del fenomeno Manga e di Book Tok che ha portato una generazione di ragazzi in libreria, questo mercato sta vivendo una significativa flessione – ragiona Tommaso Lovat, 25 anni, che cura la filiale triestina della libreria di famiglia –. Quindi dobbiamo essere molto reattivi e dinamici, cogliendo tutti i movimenti che il mercato e il gusto dei lettori compiono anche a distanza di poche settimane e per questo dobbiamo sempre di più essere attenti e tenerci informati attraverso riviste di settore, dialogo costante con gli editori e altre accortezze. Le nostre proposte e iniziative devono sempre essere calibrate tenendo conto di quello che ci circonda e delle esigenze specifiche della clientela locale”.

Famiglia di librai
Se il fenomeno Lovat è esploso in poco più di quarant’anni, la storia della “Libreria Tarantola 1899” di Brescia affonda le radici addirittura agli albori del ventesimo secolo, ed è forse il miglior esempio di come una delle più importanti famiglie di librai del Nord Italia, abbia saputo mantenere un ruolo di impegno civile e intellettuale di primo piano nella città della Leonessa, nonostante la chiusura di molti suoi punti vendita, grazie alla vivacità della libreria gestita da Marco e Roberta Serra Tarantola, padre e figlia, e allo “scouting” letterario svolto dalla casa editrice di cui si occupa con totale abnegazione il primo. È lui a puntare il dito senza troppi giri di parole sulle responsabilità della grande distribuzione nel progressivo deterioramento del mercato, e prima ancora sui danni della politica “pigliatutto” e di “appiattimento qualitativo in campo editoriale e televisivo risalente a Silvio Berlusconi fra gli anni ‘90 e duemila”. “Di fatto – continua – le librerie di catena oggi vendono copertine e non libri, puntando sugli sconti e gli ampi spazi espositivi, ma sono carenti nella consulenza ai lettori, che invece contraddistingue le librerie indipendenti come la nostra e molte altre. Per noi è diventato fondamentale creare tutti i giorni un evento in libreria e offrire, con il bar interno, un punto di ristoro, lettura, dialogo fra le persone”.
Il pessimismo cosmico di Edgar Allan Poe inciso due secoli fa nei suoi Marginalia, dove scriveva che “l’enorme moltiplicarsi dei libri in ogni ramo dello scibile è uno fra i peggiori flagelli dell’età nostra, uno dei più seri ostacoli al raggiungimento d’ogni conoscenza positiva”, non rende certo giustizia all’importanza che oggi si dà a una cultura che sia alla portata di tutti.
Ma fa comunque tristezza arrivare a pensare che, con quasi 70 mila nuovi titoli in uscita e circa 200 milioni di volumi materialmente stampati in Italia ogni anno, di cui solo la metà effettivamente acquistati, uno tsunami di carta potrebbe seppellire per sempre – chi può dire quando – sua maestà Il Libro. Un suicidio inconsapevole e poco assistito, che nessun genio della comunicazione pare in grado di scongiurare.
Carlotta Borghi. La creatrice di eventi con Lussino nel cuore
Carlotta Borghi è una donna che vive in perenne movimento, spostandosi con l’agilità di un felino da un luogo all’altro. A volte anche solo da una telefonata all’altra. Ricorda il Nuvolari di Lucio Dalla, che “quando corre mette paura, perché il motore è feroce mentre taglia ruggendo la pianura”. E che lei sia una “macchina da guerra” glielo hanno detto o, almeno, l’hanno pensato in tanti, perché è fuor di dubbio che senza il suo indomabile attivismo e la sua frenetica ideazione di sempre nuove iniziative, le librerie “Lovat” di Villorba (Treviso) e Trieste non sarebbero diventate la quintessenza della moderna libreria indipendente che opera al di fuori dei tradizionali schemi di domanda e offerta. Tutto ha inizio negli anni ‘70, quando il futuro suocero Adamo Lovat da emigrante in Svizzera a costruire orologi rientra nella nativa Marca Trevigiana deciso a seguire la sua grande passione per i libri. Prima fa il rappresentante di enciclopedie, poi lavora per varie librerie. Una decina d’anni dopo, riesce a mettersi in proprio aprendo con la moglie Franca, a Villorba, un capannone che riforniva di libri le biblioteche. Scomparso nel 2001, saranno il figlio Loris e la nuora Carlotta (nata a Torino, formatasi nel campo grafico al “Rossellini” di Roma e trasferitasi infine a Treviso), ad acquistare nel 2007 un fabbricato adiacente e riconvertendolo in spaziosa e accogliente libreria, dove realizzare un polo integrato di socialità e cultura, sull’esempio di analoghe positive esperienze europee. Nel 2009, replica dell’investimento a Trieste, nell’altrettanto spaziosa struttura di via XX Settembre, sopra l’attuale Oviesse.
Da allora, Carlotta Borghi non ha mai smesso di correre, non solo metaforicamente, per portare autori grandi e piccoli, noti e meno noti, a presentare i loro libri nelle due sedi del Nordest. Fino a generare un collaudato e attrattivo effetto movida: fra Lovat Lab (spazio per le iniziative culturali), Lovat Cafè e Carta Straccia (la sezione dedicata ai giovanissimi), il movimento di gente è continuo. “Ora però è arrivato il momento della terza generazione. Sono i miei figli Niccolò di 37 anni a Villorba e Tommaso di 25 a Trieste a gestire prevalentemente, insieme a validissimi giovani collaboratori, la consulenza al cliente e la scelta del catalogo. Io mi occupo quasi solo di presentazioni di autori e di ristorazione”.
Troppo lunga la lista dei grandi nomi, italiani e stranieri, che hanno varcato negli anni la soglia delle librerie Lovat per presentare le loro opere. Due personaggi in particolare, però, sono rimasti nel cuore di Carlotta Borghi: Paolo Maurensig e Ettore Mo. Dello scrittore nato a Gorizia ricorda “un sincero amico e un libro immenso come ‘La variante di Lunenburg’ “ oltre al “privilegio di aver organizzato con lui il mio primo incontro con un autore, in provincia di Padova”.
Del celebre inviato del Corriere della Sera, l’imprenditrice di Villorba rievoca “il garbo e l’innato umorismo”. “Mi diceva, scherzando, che quando finiva in prima linea per le sue cronache di guerra, riusciva sempre a salvarsi perché ‘sparano ad altezza d’uomo, ma io sono di bassa statura’”.
C’è infine un lato meno conosciuto della libraia Carlotta Borghi: il suo amore sviscerato per l’isola di Lussino, che diede i natali al nonno materno Roberto Bracco, ex ufficiale di Marina emigrato con i suoi sette fratelli a Milano, per avviare un’attività commerciale, prima che scattasse il grande esodo della popolazione italofona. “Ero legatissima a lui e a Lussino, dove ci vado tutte le estati fin da quando ero bambina. Ancora oggi è il mio buen retiro dove scappo a rifugiarmi appena posso”. Anche il riposo, per lei, prevede inevitabili tratti di corsa. Neanche un drone, ne siamo certi, sarebbe in grado di intercettarla.

Marco Serra Tarantola. Libraio e editore colto e visionario
Nessuno forse meglio di Oriana Fallaci ha scolpito, in pochi magistrali tratti di penna, il profilo di un originale popolo dell’Appennino tosco-ligure, diventato famoso per capire il valore dei libri anche senza saper leggere. “La storia dei pastori librai della Lunigiana si perde nel tempo. Si ignora il nome di chi si lanciò per primo nella grande avventura; si sa solo che la partenza dei neo-librai fu sempre solenne. Sembrava obbedissero a una strana ispirazione: si presentavano ai vicini e dicevano: ‘Vado’”. Fra questi ardimentosi, si annoverano anche i fratelli Alfredo e Ulisse Tarantola, che dal paesino di Catizzola, provincia di Massa Carrara, andarono nel 1920 fino a Milano per aprire un semplice banco di libri in piazza Duomo. Da lì, attraverso passaggi intermedi e peripezie varie che meriterebbero ben altro spazio per essere raccontati, diedero avvio a un’epopea famigliare e professionale che li porterà a creare un piccolo impero librario in Nord Italia, con un picco di 53 punti vendita nei primi anni Sessanta. Un boom nel boom. Furono loro a inventare, con altri colleghi lunigiani, il celebre premio chiamato non a caso “Bancarella”, vinto nella sua prima edizione da Hemingway con “Il vecchio e il mare”.
Non può allora stupire l’apprendere che l’indimenticata autrice di “Un uomo”, “Insciallah” e di memorabili interviste, come quella nel 1979 all’Ayatollah Khomeini, fosse un’amica stretta di Silvana e Marco Serra Tarantola, figlia l’una e nipote l’altro del capostipite Alfredo. Il nome Serra Tarantola, a Brescia, è stato per decenni sinonimo di indiscusso prestigio. “Siamo arrivati a gestire cinque librerie in città, negli anni ‘70, e quella di mia madre Silvana era considerata per fatturato e qualità la quarta d’Italia. Poi, pian piano, lo scenario culturale è cambiato, è iniziata la crisi del libro, e ci siamo trovati a dover ridurre i negozi, fino ad arrivare all’unica rimasta in funzione, la ‘Tarantola 1899’ gestita con passione e ottimi riscontri da mia figlia Roberta”, riassume l’imprenditore bresciano.
Le presentazioni – e le iniziative collaterali come conferenze, laboratori di scrittura, corsi – sono diventate anche qui la locomotiva aziendale. “Senza quelle – non ricorre a giri di parole – le librerie tradizionali sono destinate a morire, per questo noi spingiamo molto sugli avvenimenti. Anche l’inserimento di un caffè letterario risponde alla stessa logica attrattiva, e infatti lanceremo penso a breve il servizio del ‘tavolo in affitto’, utile a chi arriva da fuori, per poter lavorare, studiare, incontrare persone”.
La storia secolare dei Serra Tarantola annovera frequentazioni e aneddoti importanti. Nel retrobottega della libreria di nonno Alfredo a San Pellegrino, ad esempio, veniva a lavorare alla stesura del suo Gattopardo negli anni ‘50 Tomasi di Lampedusa. A Brescia, Montanelli si fece aiutare da Silvana e Marco per raccogliere fra gli industriali locali i primi fondi per aprire Il Giornale. E sull’epica operazione di finanza solidale portata a termine da Marco Serra Tarantola per consentire all’amico Dominique Lapierre di acquistare i famosi battelli-ambulatorio che solcarono il Gange per curare migliaia di indiani indigenti, ci sarebbe da scrivere un romanzo. A testimoniare il passaggio nel tempo, per le librerie dei Serra Tarantola, di tanti illustri personaggi (come Papa Giovanni XXIII, Tomasi di Lampedusa, Montale, Calvino, Montanelli, Biagi) è la famosa sedia dove essi sostarono e parlarono col pubblico, oggi conservata con orgoglio nel punto vendita di Brescia. Non meno importante, per Marco, è l’antica passione per l’editoria pura, ereditata da nonno Alfredo. Oltre alla Tarantola Editore che a Brescia vanta 850 titoli in catalogo e 500 presentazioni, opera dal 2011 a Trieste la sua “San Giusto”, specializzata in letteratura e biografie in ambito religioso. “Ma sono apertissimo – giura – a pubblicare opere di vario genere, che mi venissero proposte da privati a Trieste come in Istria e a Fiume, luoghi che frequento da tempo e amo profondamente”.

*giornalista, scrittore e direttore
della rivista “IL DIARIOonline”
di Mogliano Veneto
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