Come si traduce il dramma della guerra in arte? Perché nei Paesi colpiti da conflitti la produzione artistica non si interrompe? E per quanto tempo, anche una volta raggiunta la pace, i sopravvissuti sentono il bisogno di riflettere su ciò che hanno attraversato, trasformando il dolore in opere? Claudia Zini, storica dell’arte e curatrice originaria di Trento, si pone queste domande dal suo primo incontro con artisti bosniaci, avvenuto diciotto anni fa e, come racconta lei stessa, capace di “cambiarle la vita”. Un cambiamento iniziato con il suo primo viaggio in Bosnia ed Erzegovina, Paese a cui è rimasta profondamente legata fino a farne la sua casa. Oggi Claudia vive a Sarajevo, dove ha fondato e dirige Kuma International, centro di ricerca e formazione dedicato alle arti visive nelle società post-conflitto. In otto anni di attività, il centro ha collaborato con artisti, accademici e professionisti locali e internazionali, diventando un punto di riferimento nel panorama culturale bosniaco e non solo. Sono molti i progetti realizzati e altrettanti quelli in cantiere, con l’obiettivo di espandere Kuma International – come suggerisce il nome – oltre i confini del Paese, portando l’esperienza della Bosnia ed Erzegovina in altri contesti segnati da conflitti. Claudia Zini condivide con noi la sua esperienza di giovane italiana che ha scelto di investire in un progetto tanto innovativo quanto necessario, in un contesto complesso come quello bosniaco. In questi anni Kuma International ha riunito persone da tutto il mondo nel nome dell’arte, della condivisione e della costruzione di legami umani. Perché, come il suo spirito ricorda, non esiste avversità che tenga quando ci si siede insieme attorno a un tavolo, ascoltandosi e allenando l’empatia.
Partiamo dagli inizi. Qual è stato il suo percorso formativo?
“Ho studiato storia dell’arte, la triennale presso l’Università di Padova e la specialistica presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. Dopo la laurea ho lavorato per una galleria di arte contemporanea slovena nel capoluogo veneto, che aveva tanti contatti con artisti dei Paesi dell’ex Jugoslavia e faceva anche da padiglione ufficiale della Slovenia durante la Biennale di Venezia. Nel 2014 ho fatto domanda per un dottorato di ricerca al Courtauld Institute of Art di Londra e sono stata ammessa con borsa di studio. La mia tesi di dottorato trattava l’arte contemporanea bosniaca”.
Amore a prima vista
A quando risale il suo primo contatto con la Bosnia ed Erzegovina?
“In Bosnia sono arrivata per la prima volta nel 2008. Quell’anno un gruppo di artisti bosniaci giovanissimi, che studiavano all’Accademia di Belle Arti di Banja Luka, organizzarono una mostra nella mia città natale, Trento. Andai a quella mostra quasi per caso, me la segnalò mia madre, senza sapere di cosa si trattasse. Fu quello il mio primo contatto con la realtà artistica bosniaca, e del Paese sapevo poco o nulla. In quell’occasione feci amicizia con questi artisti e mi invitarono a passare il Capodanno a Prijedor. Ricordo ancora bene quel viaggio: presi un treno notturno da Venezia che mi lasciò all’alba a Zagabria, e da lì la mattina ne presi un altro che faceva tappa proprio a Prijedor. Ho messo piede nella città senza sapere che fosse tristemente nota per i campi di concentramento allestiti durante l’ultima guerra”.
È scattato qualcosa da quel momento?
“Assolutamente sì. Posso dire che l’incontro con questi artisti bosniaci è stato fondamentale nella mia vita. Dopo quel primo contatto nel 2008 mi sono innamorata del Paese, c’è stato un qualcosa tra me e la Bosnia fin da subito, che faccio fatica ancora oggi a spiegare. Negli anni successivi, presa dall’entusiasmo, ho fatto avanti e indietro tra Venezia, dove studiavo e lavoravo, e la Bosnia. Nel 2009 sono riuscita a riportare questi artisti in Italia insieme ad altri artisti bosniaci e abbiamo realizzato una mostra a Palazzo Forti a Verona dal titolo ‘Padiglione Immaginario della Bosnia Erzegovina’. Nel 2013 ho collaborato con Mladen Miljanović, uno dei primi artisti bosniaci a rappresentare il Paese alla Biennale di Venezia. Ho passato il primo anno di dottorato, nel 2014, facendo su e giù tra Londra e Sarajevo”.
Quando ha deciso che sarebbe rimasta in Bosnia ed Erzegovina?
“Penso di aver deciso di rimanere in Bosnia nell’estate del 2015: furono dei mesi molto importanti, durante i quali a Sarajevo conobbi persone incredibili. All’inizio era tuttavia molto precaria come idea, decisi di rimanere per fare delle ricerche sul campo legate alla mia tesi di dottorato, senza immaginare cosa il futuro avrebbe avuto in serbo per me. Quello che posso dire è che fin dalla prima volta che ho messo piede nel Paese mi sono sentita a casa, in un posto che mi dava molti stimoli e molta gioia, le persone mi hanno accolta a braccia aperte. Una delle cose più interessanti per me è stato il fatto di aver incontrato dei coetanei, totalmente simili a me negli interessi e nel modo di vivere, con però un passato molto pesante alle spalle, segnato dalla guerra, mentre io negli stessi anni avevo vissuto la mia infanzia serena a Trento. Ammiravo questi giovani pieni di entusiasmo e di energia che, a pochi anni dalla fine del conflitto, combattevano contro il sistema, contro l’economia che non funzionava, contro la cultura totalmente abbandonata a sé stessa, cercando di fare qualcosa nel campo dell’arte senza però le risorse che avevamo, per esempio, in Italia. Questo mi dette fin da subito molta forza e mi ha ispirato”.
Una realtà complessa
Come nasce Kuma International?
“Kuma International nasce nel 2018 mentre stavo ancora scrivendo la tesi di dottorato, anni durante i quali mi trovavo a Sarajevo grazie alla borsa di studio. Girando l’Europa per conferenze e per presentare la ricerca che stavo portando avanti, mi resi conto che gli artisti, le opere e le storie che stavo scoprendo erano totalmente sconosciute al di fuori della Bosnia. Pensai che si trattasse di un qualcosa di talmente prezioso che volevo dare la possibilità anche a persone esterne di entrare in contatto con la realtà culturale bosniaca. Parallelamente, mi resi conto anche del fatto che nella quotidianità interagivo con persone sopravvissute alla guerra e all’assedio di Sarajevo. Da lì iniziai a chiedermi cosa significasse per un artista – che nella mia testa di storica dell’arte italiana al Rinascimento è una persona che si occupa principalmente di armonia e bellezza – vivere in un contesto di violenza, devastazione, sofferenza e tragedia. Ero interessata a capire come gli artisti avessero vissuto quegli anni e come avessero successivamente tentato di coglierne il senso nelle loro opere d’arte. Kuma diventò quindi per me un’idea fissa nel 2017, un anno prima di fondare l’organizzazione: volevo creare questo posto in cui si potesse discutere di tutto quello che stavo scoprendo. Tuttavia, con il mio background, sentivo di non avere tutti gli strumenti per affrontare cosa stavo vedendo nelle opere degli artisti bosniaci. Non si trattava solo di arte: dietro ogni disegno, dietro ogni installazione, c’era un racconto emotivamente impegnativo, traumi, storie di grande violenza. Di fronte a ciò inizialmente mi sono sentita inadeguata e persa. Con Kuma volevo quindi cercare di costruire un centro di ricerca, immaginandomi un tavolo al quale persone con diversi background – non solo storici dell’arte come me, ma anche giornalisti, storici, antropologi – potessero sedersi, per capire insieme la complessità dell’arte in Bosnia”.
Che ruolo ha l’arte nelle società post-conflitto, come quella della Bosnia ed Erzegovina?
“Nonostante la Bosnia sia un Paese molto piccolo, è incredibile il numero di artisti e di persone che si occupano di arte e cultura, sia di quelli che sono sul territorio sia di quelli che durante la guerra o subito dopo hanno lasciato il Paese e fanno parte della diaspora. Mi ha sempre sorpreso il numero di opere realizzate sul tema della guerra e delle sue conseguenze, e mi colpisce che ancora oggi, a trent’anni dalla fine del conflitto, ci siano artisti che nelle loro opere tornano a riflettere su quegli anni che sono stati uno spartiacque per tutti. La conclusione alla quale sono arrivata è che l’arte è diventata, fin dagli anni della guerra, un elemento importante tanto quanto il pane, tanto quanto trovare l’acqua durante l’assedio di Sarajevo: c’è sempre stato un bisogno di esprimere le proprie emozioni e di raccontare quello che succedeva, ed è quello che sta succedendo al giorno d’oggi anche in Ucraina. Gli artisti quindi hanno, sia durante la guerra che dopo, un bisogno di raccontare e di denunciare quello che succede, un bisogno di tenere viva la memoria. È come se gli artisti avessero una missione, che non è solo processare le loro emozioni e usare l’arte come una forma di terapia, ma utilizzare il mezzo artistico anche come una forma di resistenza per parlare delle ingiustizie che il Paese ha subito e che subisce ancora ad oggi. Il ruolo dell’arte è perciò fondamentale. Gli artisti con cui lavoriamo è come se avessero un continuo bisogno di tornare alla guerra, di capire, di riflettere su quanto accaduto e di portare le loro testimonianze affinché questo conflitto non venga dimenticato, in un contesto come quello della Bosnia ancora ad oggi diviso, dove è come se la guerra non fosse mai finita”.
Ci può fare qualche esempio di artisti con i quali è entrata in contatto?
“Tra i lavori più recenti mi viene in mente Ado Hasanović, che ha realizzato un documentario su suo padre, sopravvissuto al genocidio di Srebrenica; è uscito un anno e mezzo fa, si chiama ‘I diari di mio padre’. Trent’anni dopo la fine della guerra Ado è tornato sulla storia della sua famiglia, è andato a leggere i diari di suo padre, ha messo in piedi questo documentario meraviglioso, e come lui tanti altri. Anche Ibro Hasanović, originario di Srebrenica come Ado, ha fatto uscire quest’anno un cortometraggio utilizzando preziose registrazioni video d’archivio che suo padre ha fatto durante la guerra intitolato ‘Lettere da casa'”.
Collaborazione con Università italiane
Torniamo a Kuma International. Quali progetti ha realizzato negli anni?
“La Summer School è il nostro progetto più longevo, siamo riusciti a fare otto edizioni consecutive senza mai saltare a partire dall’estate del 2018. Si tratta di un programma dedicato all’esplorazione delle pratiche artistiche contemporanee create nel contesto di conflitti e traumi, che riunisce a Sarajevo studenti, artisti e ricercatori provenienti da tutto il mondo, per una settimana ricca di lezioni, laboratori, incontri con artisti e gite fuori porta in altre città della Bosnia. Negli anni riceviamo sempre più richieste e candidature. Tra gli altri progetti, abbiamo pubblicato tre libri – uno sull’architettura di Sarajevo, uno sulle fotografie dell’assedio di Sarajevo fatte da Enrico Dagnino, e un altro sulla città di Goražde – e realizzato due documentari di cui uno è a sua volta incentrato su Goražde, raccontando come la città sulla Drina sia sopravvissuta ad un assedio di quattro anni. L’altro documentario racconta il progetto multimediale ‘Music in my suitcase’. L’idea dietro a questo progetto era quella di lavorare con i migranti della rotta balcanica, utilizzando la musica come strumento per entrare in contatto con loro. Insieme ad Haris Abdagić, cantautore e musicista bosniaco, abbiamo registrato un album con dieci canzoni, suonate e cantate insieme tra musicisti bosniaci e musicisti non professionisti che abbiamo trovato tra i migranti del campo di Sarajevo. La cosa interessante è che lo staff di Kuma che ha lavorato al progetto, Ferida Abdagić e lo stesso Haris, erano stati a loro volta profughi rifugiati in Croazia durante la guerra, e c’è stato quindi questo passaggio di esperienze tra loro e i migranti di oggi. Tra i progetti si contano anche molte residenze artistiche, che sono iniziate nel momento in cui Kuma ha cominciato ad essere conosciuta anche all’estero, soprattutto in Italia: negli anni abbiamo ricevuto tante richieste da artisti, fotografi e ricercatori di poter venire in Bosnia a passare un periodo di ricerca con noi. Durante la pandemia abbiamo rallentato ma non ci siamo fermati: ho curato online una serie di conversazioni con artisti della diaspora bosniaca, che hanno raccontato la loro esperienza di immigrati che si sono dovuti ricostruire una vita altrove, e come questo abbia poi influito sulla loro produzione artistica. Gli ultimi due anni abbiamo iniziato a lavorare tanto con i licei italiani. L’interesse del’Italia sulla Bosnia lo vedo da sempre, e mi pare che negli ultimi anni sia aumentato; è un paio d’anni che ospitiamo in primavera studenti liceali, organizzando per loro dei laboratori con alcuni artisti locali. Infine, l’ultimo progetto al quale abbiamo lavorato è ‘La Bosnia che non ti aspetti: voci di viaggio tra memoria e bellezza’, un podcast realizzato in collaborazione con l’Università di Macerata, che la scorsa estate ha portato a Srebrenica una cinquantina di studenti provenienti da dieci università italiane. Il podcast – disponibile in italiano e in inglese sul nostro sito – raccoglie riflessioni molto acute e molto interessanti di un gruppo di giovani italiani che vengono in Bosnia per la prima volta”.
Ha deciso di scommettere su una realtà molto fragile come quella bosniaca, dalla quale molte persone scappano. Quale sfide ha dovuto affrontare in questi anni?
“Quando sono arrivata ero dieci anni più giovane di ora: avevo molto entusiasmo ed energia, sentivo che ero arrivata in un posto che mi rispondeva, avevo meno paure rispetto a quelle che ho adesso. Ero giovane e un po’ ingenua forse, non mi svegliavo la mattina pensando di essere in un contesto fragile ma felice di trovarmi a Sarajevo. Il primo ostacolo che ho incontrato è stato dato dal fatto che la Bosnia è fuori dall’Unione Europea. Dovevo rinnovare il visto ogni 12 mesi, quindi ogni anno non sapevo se potessi rimanere oppure no, e questo ha creato un grande stress, perché da una parte cercavo di costruirmi una vita qui, senza però avere la sicurezza di quanto sarei potuta rimanere. Per un certo senso sono contenta di essere passata attraverso questo processo perché il mio passaporto italiano mi ha spesso consentito di viaggiare agevolmente, e non mi ero mai resa del privilegio di potermi spostare in libertà. Riguardo la decisione di mettere in piedi un’organizzazione, presa dall’entusiasmo e dalla passione, non ho valutato attentamente i possibili ostacoli, gli adempimenti legali, burocratici e amministrativi, per lo più in bosniaco, e non avevo alcun background manageriale o di progettazione. Era tutto nuovo per me, ma credo che in quegli anni l’entusiasmo abbia fatto la differenza nell’andare avanti. L’unico momento in cui ho avuto seriamente un po’ paura di essere qui in Bosnia è stato nel febbraio 2022, quando l’Ucraina venne invasa: a Sarajevo c’era un clima di timore per via dei legami della Russia con la Republika Srpska. Al di là delle difficoltà, credo di aver avuto molta fortuna, sono stata aiutata dai miei amici bosniaci e dalle persone che ho incontrato qui. Fin da subito sono stata benvoluta, e anche l’Ambasciata italiana mi ha dato una grossa mano. È vero, è un Paese dal quale in tanti se ne vanno, e quindi negli anni mi è stato spesso chiesto perché rimanessi, c’è sempre molto stupore da parte delle persone. Detto questo, non sono l’unica che è rimasta qui, ci sono tanti cari amici del posto che lavorano nel mondo dell’arte e della cultura che sono rimasti. C’è tanta gente che se ne va, ma anche tanti altri che rimangono, con tutti gli ostacoli di un contesto fragile e instabile”.
Un abbraccio del Bel Paese
Com’è la vita quotidiana a Sarajevo? Cosa le manca dell’Italia?
“Considero la Bosnia un Paese molto vicino all’Italia, come mentalità, come modo di guardare alla vita. Dal punto di vista culturale ci siamo sempre intesi molto bene ed è per questo che mi sono sempre sentita a casa. Condivido il destino di molte persone che vivono all’estero: per quanto si apprezza il posto dove si è, manca il proprio Paese. Con il passare degli anni mi mancano sempre di più la mia famiglia e i miei amici più cari: negli anni ho speso tutte le mie energie e il mio tempo per Sarajevo e a Sarajevo con Kuma, quindi ho un po’ trascurato la mia vita italiana. Una cosa che con il tempo sempre meno sopporto di Sarajevo è l’inverno, è una città estremamente inquinata”.
Possiamo dire che con la sua attività sta contribuendo a costruire un ponte tra questi due Paese, l’Italia e la Bosnia ed Erzegovina?
“Mi piace vederla così. Rispetto al 2008, ad oggi vedo molto più interesse verso la Bosnia, soprattutto da parte degli italiani. Nel 2024 ho ricevuto l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine della Stella d’Italia da parte del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, per il lavoro di diplomazia culturale che faccio tra Italia e Bosnia. È stato un riconoscimento arrivato del tutto inaspettatamente, è stato come ricevere un grande abbraccio dal proprio Paese. In questi anni non sono mancati momenti di dubbio e scoraggiamento, e ricevere questo riconoscimento è stata un’enorme iniezione di fiducia e una conferma che sto svolgendo un buon lavoro. Grazie a quel riconoscimento sono arrivate anche altre opportunità di lavoro, è un paio di anni che ho ripreso il mio lavoro come curatrice ed educatrice. Ci tengo a dire che, nonostante mi sia da sempre trovata bene qui, non ho mai dimenticato da dove vengo”.
Quali progetti ha in serbo per il futuro?
“A dicembre sono stata contattata dall’Allianz Foundation, per comunicarmi che avevo vinto una Fellowship. Il mio nome era stato raccomandato da una persona che lavora per la Fondazione Moleskine, con la quale un paio di anni fa Kuma ha vinto un premio. La notizia di questa borsa di studio – che avrà la durata di dieci mesi – è stata una sorpresa, ed è arrivata in un momento in cui cercavo di capire che direzione far prendere a Kuma in futuro. Per quanto sia estremamente soddisfatta e contenta del lavoro svolto qui in Bosnia, vorrei espandere Kuma, raggiungere altri posti, raggiungere altre persone e altri artisti. Kuma l’ho aperta a Sarajevo, ma fin dall’inizio cerchiamo di tenere un occhio anche su altre realtà, su altre società post conflitto del mondo. Vorrei sfruttare questa borsa di studio come trampolino per espandere e portare la mia esperienza maturata in Bosnia altrove. Sicuramente non ho intenzione di abbandonare Sarajevo, che rimarrà la mia base: quello che mi piacerebbe è essere un po’ più mobile, e come prima realtà con la quale entrare in contatto sto pensando all’Ucraina. Mi piacerebbe realizzare un archivio che raccolga tutte le esperienze artistiche legate alla guerra che sono emerse dalla Bosnia e poi connetterle con tutto quello che dal punto di vista artistico e culturale sta succedendo in Ucraina. In futuro mi piacerebbe arrivare anche in Italia, e sto pensando proprio a Venezia, che dal punto di vista artistico e culturale è una città internazionale e alla quale sono enormemente legata”.






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