Nel suo lavoro, Marianna Jelicich Buić avanza come una voce che non si limita a coordinare eventi, ma che ricompone, giorno dopo giorno, i fili più sensibili dell’identità di una comunità. La sua traiettoria personale nasce tra i banchi di scuola dove le discipline umanistiche hanno acceso una curiosità destinata a trasformarsi in vocazione. Con quella stessa lucidità che si matura crescendo tra libri, musica e arte, oggi guida il Settore “Arte e Cultura” della Giunta Esecutiva dell’Unione Italiana in cui ogni iniziativa diventa un gesto di tutela, un atto di fiducia verso un patrimonio che vive soltanto se lo si coltiva insieme.
Il suo impegno si muove tra solide tradizioni e nuove possibilità, sostenuto dall’idea che la cultura non sia un territorio immobile, ma un organismo vivo, fragile e potentissimo allo stesso tempo. Marianna non porta avanti semplici progetti, ma custodisce lingue che rischiano di perdersi, sostiene realtà locali che trovano nella creatività la loro forza, cerca equilibrio dove spesso prevalgono rivalità, e continua a credere che l’azione concreta sia l’unico antidoto all’immobilismo.
La sua è una leadership che unisce rigore e empatia, maturata nell’esperienza dell’insegnamento e nel contatto diretto con generazioni che cambiano. Una presenza che tende ponti, che difende il pluralismo e che guarda al futuro con la consapevolezza che solo un ricambio vitale può garantire continuità. Nel mondo della Comunità Nazionale Italiana, Marianna rappresenta un motore silenzioso ma instancabile, capace di trasformare la passione in direzione, e la memoria collettiva in un orizzonte da attraversare insieme.
Partendo dalla sua storia personale, come si è avvicinata al mondo della cultura, dell’arte e dello spettacolo, e quale parte della sua biografia professionale considera più determinante per il ruolo che ricopre oggi?
“Beh, è difficile dirlo con precisione, ma credo che tutto sia iniziato alla scuola media. Ho avuto la fortuna di avere ottimi professori che hanno saputo farmi innamorare delle discipline umanistiche, in particolar modo della storia, dell’arte, della musica e della letteratura. Da qui poi, il percorso universitario non ha fatto altro che soddisfare da un lato le mie curiosità e, dall’altro, rendermi consapevole della vastità del sapere umano e del bisogno, di conseguenza, di “specializzarsi” in qualche modo. Insomma, sapere un po’ di tutto, ma essere “specialisti” nel proprio. Dall’altro lato, e contemporaneamente a tutto questo, credo che la mia fortuna sia stata quella di avere avuto dei “genitori sostenitori” che mi hanno mostrato e dimostrato come anche chi parte da zero possa realizzare qualcosa con il lavoro, il sacrificio, l’impegno e, soprattutto, l’onestà”.
Il Settore “Arte e Cultura” della Giunta Esecutiva dell’Unione Italiana è uno dei pilastri dell’attività culturale della CNI. Quali sono attualmente le principali linee programmatiche e gli obiettivi strategici del settore sotto la sua guida?
“Per anni mi sono sentita molto frustrata dal fatto che non ci fosse iniziativa alcuna che non passasse attraverso un ‘ma, bisognerebbe fare diversamente’, ‘sarebbe stato meglio se aveste fatto così’, ‘la prossima volta servirebbe’ ecc. Poi ho capito due cose: la prima è ‘valutare chi è che dice che cosa’; la seconda è che tutto quello che fa il Settore ‘Arte e Cultura’ è visibile e, pertanto, ‘valutabile’ e/o ‘criticabile’. Risolto questo, il Settore si impegna a portare avanti le manifestazioni storiche della CNI, da Istria Nobilissima all’Ex tempore di Grisignana, passando per Voci Nostre, il Festival dell’istroveneto e dell’istrioto, cercando di apportare migliorie, di anno in anno, per quel che è possibile a livello sia di idee sia di disponibilità economica”.
Nel concreto, quali sono le attività e i progetti che ritiene più significativi in termini di impatto sulla comunità e sulla salvaguardia dell’identità culturale italiana in Istria, Quarnero e Dalmazia?
“Credo che tutte le manifestazioni che ho elencato sopra, così come ogni iniziativa, manifestazione, pubblicazione che viene portata avanti dalle singole Comunità sia fondamentale. Chi mi conosce saprà già che sono una grande sostenitrice dell’istroveneto da un lato, dell’istrioto e del fiumano dall’altro. Ecco, credo che proprio le manifestazioni che si occupano di preservare e promuovere ciò che per noi è più sentito e autentico, la madrelingua, sia quello che ci anima di più, che ci fa sentire unici e autentici, diversi e specifici: cosa che effettivamente siamo. A prova di questo, tutti e tre gli idiomi sono stati riconosciuti come beni culturali immateriali dello Stato nel quale viviamo, e lo sono diventati perché noi, con le nostre forze, abbiamo impiegato tempo ed energia per ottenerlo”.
La sua esperienza nel mondo dell’educazione, in particolare come professoressa di lingua e letteratura italiana alla SEI “Galileo Galilei” di Umago, come influisce sul suo modo di programmare e immaginare le attività culturali dell’Unione Italiana?
“Il mondo della scuola è un universo complesso, costituito da innumerevoli tasselli e se pensiamo alle scuole italiane, è ancora più complesso e i tasselli si moltiplicano. L’unico nesso che riesco, ora come ora, a rintracciare tra il lavoro di insegnante e quello di responsabile del Settore ‘Arte e Cultura’, è la pianificazione. Così come da insegnante devi aver presente l’intero anno scolastico, da ‘ministro della cultura’, devi aver presente l’intero anno solare. Sono entrambi costituiti da scadenze che vanno programmate con largo anticipo, possibilmente rispettate, tenendo conto di lasciare spazio sufficiente per gli imprevisti”.
In qualità di referente del settore culturale, quali sono le principali sfide che riscontra nel coordinare realtà molto diverse tra loro, scuole, associazioni artistiche, CI locali, cori e gruppi teatrali, all’interno della CNI?
“Posso essere sincera? Come spesso sento dire, ‘siamo pochi, ma cattivi’. La nostra realtà, parlo come CNI, è qualcosa di stupefacente per me e non credo riuscirò mai a comprendere perché siamo proprio noi i peggiori nemici di noi stessi. A cinquant’anni (quasi) credo io possa dire la mia. Sono molto amareggiata nel riscontrare praticamente a livello quotidiano situazioni di astio, conflitto, rivalità, là dove dovrebbe esserci unitarietà. A me spiace, ma continuo ad avere davanti agli occhi la mia ‘idea’ di Comunità, quella che mi ha accolta quando ho maturato la consapevolezza di appartenere a un gruppo, quando ero poco più che adolescente, quando ascoltavo i cori, guardavo le filodrammatiche e mi stupivo nel vedere quanta brava gente, di tanti luoghi così lontani, per me, allora: tutti ‘che parlava come mi’. E quello è stato amore. Investire buona parte della propria vita per contribuire a far crescere questo ‘mondo magico’ è un ‘atto di fede’ o quasi. Scoprire da grandi che la realtà può essere diversa, fa male. Quindi, rispondendo alla sua domanda, le sfide maggiori sono cercare di trovare compromessi, impegnarsi a capire il punto di vista e le ragioni degli altri e a volte essere risoluti se si è convinti di essere nel giusto. Infine, essere consapevoli, ‘che no andarà mai ben per tuti’”.
Molti la considerano una delle figure più dinamiche e propositive sul piano culturale all’interno della Comunità Nazionale Italiana. Quali valori personali guidano il suo lavoro e quali risultati ritiene più emblematici del suo operato?
“Per prima cosa ringrazio quelli che la pensano così. Credo di aver sempre fatto il meglio che ho potuto, di essere stata disposta a imparare dagli altri, di essere stata corretta e sincera. Credo nel lavoro e credo che solo l’azione concreta possa cambiare la realtà. Reputo che qualsiasi risultato ottenuto non sia mio né sia per me, ma che sia nostro e per noi. Le mie ambizioni personali si sono esaurite molti anni fa, quando ho avuto la grande fortuna di scoprire gli altri e ho raggiunto la consapevolezza che più persone hanno più idee, più talenti, più forza. Se mi guardo, mi vedo come un motore che nulla potrebbe fare senza gli ingranaggi e senza combustibile”.
Passando ai progetti specifici: “Voci nostre”, il Festival della canzone per l’infanzia, è un’iniziativa storica dell’Unione Italiana. Come si è evoluto negli ultimi anni e quali sono, secondo lei, gli elementi che lo rendono ancora oggi un progetto centrale per i più piccoli?
“‘Voci nostre’, così come altre manifestazioni, sono cambiate. Dalle parole di chi si è occupato di questa manifestazione dedicata ai più piccoli, ho appreso che si trattava di un progetto vero e proprio, con tanto di audizioni, selezioni, periodi di attività laboratoriali. Ci hanno lavorato con impegno e passione, tra gli altri, Vlado Benussi e Leonardo Klemenc. Ciò che riuscivano a fare allora non credo sia realizzabile ai giorni nostri per tutta una serie di motivi. Comunque sia, l’interesse da parte degli autori è sempre vivo, l’impegno delle Comunità è presente, i maestri che preparano i minicantanti lo fanno con passione. A prova di questo, sono ben 18 le canzoni del repertorio di quest’anno che andremo a vedere e ascoltare oggi, 13 dicembre al Teatro di Buie”.
Il Festival dell’istroveneto è un evento unico nel suo genere, volto alla tutela del dialetto istroveneto attraverso momenti musicali, letterari e performativi. Qual è, a suo giudizio, il ruolo che il festival svolge nella conservazione e nella trasmissione intergenerazionale del patrimonio linguistico della nostra Comunità?
“Il Festival dell’istroveneto è nato come una scommessa e senza troppe ambizioni, rivelandosi invece come qualcosa di molto grande che trascende i propri contenuti. In questi anni, anche grazie al Festival, si percepisce una maturata consapevolezza tra i parlanti, che hanno riscoperto l’importanza e il valore di usare la propria lingua. Essendo il primo, in ordine di ‘nascita’, credo che il Festival dell’istroveneto sia stato un volano per il Festival dell’istrioto e per il Festival della canzonetta fiumana che ne hanno seguito i passi e l’esempio, impegnandosi anche loro, oltre nel programmare l’attività annuale, a intraprendere l’iter per il riconoscimento dell’idioma presso il competente ministero. Il Festival dell’istroveneto non si limita a preservare l’idioma in quanto tale, ma va oltre, producendo un nuovo patrimonio teatrale, musicale e letterario. La fortuna della manifestazione risiede anche nel fatto di essere un punto di convergenza tra le diverse realtà territoriali, a livello internazionale. È nell’istroveneto che troviamo la sinergia istituzionale tra Stati, Regioni, Comuni e Comunità e, quindi, come mi piace dire, ‘l’istroveneto è la lingua che abbraccia tutti’”.
La CNI è ricchissima di istituzioni scolastiche e associazioni culturali, cori, filodrammatiche, atelier artistici e iniziative spontanee. In che modo il suo settore sostiene e valorizza queste realtà, spesso animate da volontariato e grande passione?
“Ogni Settore della Giunta Esecutiva cerca di sostenere nell’ambito delle proprie possibilità tutte le iniziative che arrivano in maniera spontanea fino a noi. Quello che forse è difficile da capire a chi opera ‘fuori dal sistema’ è che la Giunta Esecutiva ha un piano finanziario al quale deve attenersi rigorosamente e che le richieste ‘estemporanee’ sono difficili da sostenere, implicando uno spazio di manovra molto limitato. Pertanto, è sempre auspicabile programmare in anticipo ogni nuova iniziativa che, indicata per tempo, sarà certamente vagliata in modo adeguato e inserita nella programmazione”.
In un contesto dove i giovani sono sempre più attratti da modelli culturali globali, come riuscite ad avvicinarli ai progetti dell’Unione Italiana e a renderli protagonisti nella creazione culturale?
“Questa è una questione annosa che tutti affrontiamo regolarmente. Mancano i quadri professionali a scuola, manca l’impulso vitale e l’affezione verso la CNI. Per me questa non è una questione specifica della CNI, ma lo è in modo più generico e globale. Come ho detto prima, cambia la società e noi dobbiamo adeguarci. Credo che l’Unione Italiana offra strumenti e attività incentivanti in ogni settore e che stia ai giovani la saggezza di saper cogliere le innumerevoli opportunità che vengono offerte. Nessuno di noi può obbligare l’altro a portare determinate decisioni. Sta alla famiglia e alla collettività, in modo più generico, a consapevolizzare le giovani generazioni sulla valenza e l’importanza della realtà minoritaria. È un atto d’amore e consapevolezza, nonché di riconoscenza nei confronti di chi negli anni si è impegnato per ottenere determinati diritti e benefici dei quali tutti noi oggi possiamo godere”.
Qual è il suo punto di vista sul dialogo tra cultura italiana/istroveneta e cultura croata/istriana nel territorio? Esistono progetti o collaborazioni che ritiene particolarmente efficaci nel creare sinergie interculturali?
“Sotto questo aspetto, desidero essere autocritica. Reputo che non sia stato fatto abbastanza da entrambe le realtà, sia da quella maggioritaria, sia quella minoritaria, per stabilire un’autentica collaborazione. Nuovamente qui il discorso non è unilaterale. Mi è stato insegnato che ‘la maggioranza dovrebbe aver cura della minoranza’, ma è anche vero, che spesso la minoranza non si approccia in modo adeguato e la maggioranza si dimentica che esistono altre realtà. Bisogna essere intellettualmente onesti e dirci che non ci siamo impegnati sufficientemente a instaurare un dialogo autentico, a richiamare l’attenzione su di noi, a offrire la nostra disponibilità e che spesso, si sia agito in modo irruente. Il mondo CNI dovrebbe essere un ponte, una componente che unisce culture e lingue diverse perché, proprio noi, abbiamo un sapere linguistico più ampio, siamo bi-, tri- o pluri-lingui dalla nascita. Le nostre menti sono naturalmente predisposte al diverso e pertanto siamo noi a poter sopperire alle manchevolezze dell’altro. Va benissimo lottare per i propri diritti, a patto che prima sia stata tesa una mano”.
Guardando al futuro, quali nuovi progetti, sogni o direzioni vorrebbe sviluppare all’interno dell’Unione Italiana per continuare a promuovere l’identità culturale, linguistica e artistica della Comunità Nazionale Italiana?
“Dopo quindici anni trascorsi nell’ambito della Giunta Esecutiva dell’Unione Italiana, il mio desiderio più grande sarebbe che il Settore ‘Arte e Cultura’ si riempisse di nuova linfa. Nuove persone portano nuove idee e nuova forza che, sicuramente non possono essere sostituite per immediato con l’esperienza pregressa, ma possono certamente portare beneficio alle attività e ai progetti. Desidero rimanere vicina al mondo della CNI, ma, al contempo, trovo sia necessario un ricambio generazionale. Questo da un lato mi dispiace, ma dall’altro sono consapevole di non avere più lo slancio del quale ogni iniziativa ha bisogno. Pertanto, sono certa che avrò un degno successore il quale avrà, a sua volta, un valido consulente, in caso di bisogno”.
Quindi, guardando il suo percorso, Marianna Jelicich Buić appare come una figura che ha dedicato alla Comunità Nazionale Italiana non soltanto competenze e progettualità, ma una parte profonda di sé. Ha attraversato anni complessi, ha dato struttura a manifestazioni che oggi rappresentano autentiche colonne portanti della nostra identità, ha difeso idiomi che rischiavano di svanire, e ha cercato, anche quando era difficile, di mantenere uniti frammenti spesso distanti. La sua visione non ha mai smesso di evolversi, radicata nella consapevolezza di ciò che siamo, ma proiettata verso ciò che potremmo diventare. È una visione che riconosce la necessità del rinnovamento, della freschezza delle nuove generazioni, dell’arrivo di energie capaci di alimentare un’eredità preziosa senza incastonarla nel passato. Una visione che non teme di ammettere le sfide, i limiti, le difficoltà, perché è proprio da questa sincerità che nasce la possibilità di crescere.
Nel suo sguardo verso il futuro si legge un invito chiaro dove la cultura vive solo se ci si prende cura gli uni degli altri, se si sceglie di collaborare, se si ha il coraggio di tendere la mano prima di alzare la voce. La storia che Marianna lascerà in eredità al Settore “Arte e Cultura” non sarà fatta solo di risultati, ma di un metodo, una responsabilità e un amore tenace per una comunità che continua a cercare la propria voce. Una voce che, grazie anche al suo contributo, oggi è più forte, più consapevole e più pronta ad attraversare il domani.
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