Sono come dei piccoli soli che portano allegria e vita nelle nostre esistenze. Piccole fonti di luce ed energia che illuminano la nostra realtà: i bambini, le persone più felici del mondo. Nei loro sguardi si possono riconoscere i fantastici mondi in cui vivono insieme a fate e maghi, orchi, mostri, stregoni e streghe. I primi sono frutto della loro innocente creatività, mentre i secondi sono la conseguenza di paure reali e bizzarre. E già che stiamo parlando di qualcosa di bizzarro, mi viene in mente un bambino magico, Roberto Bizzarro, un bambino con una malattia rara, più rara di così non si può. La mamma lo chiama Frollo, a causa della sua gracilità. Li ho visti in un programma televisivo che racconta casi di vita, più o meno fortunati, mostrando come l’amore dimostri di possedere una forza capace di superare tutte le altre. Immagini dolcissime dell’immensità della vita e della sua fragilità, complessa e oscura, in cui solo i più coraggiosi e i più disperati trovano la forza di vedere la luce che li illumina e li rende resistenti a ogni tipo di prova. Sono storie che fanno riflettere sul fatto che, in alcuni casi, la vita ci sembri molto ingiusta.
Nonostante il suo stato delicato, Roberto è un bambino felice perché, con il suo sguardo profondo e la bocca spesso aperta in sorrisi, pur non pronunciando una parola riesce a trasmettere la gioia che porta dentro di sé. Coccolato da tutti – dai nonni, dal papà e dalla mamma, dalla sorellina e dalle educatrici della scuola materna che frequenta – rappresenta l’essenza stessa dell’amore. I medici hanno detto che la sua vita si consumerà velocemente: un soffio leggero e delicato e poi via. Ma la sua presenza oggi ci parla e vuole dirci che l’esistenza umana possiede molte forme. Più sono nobili e più sono delicate, fragili, intoccabili. Oserei chiamarle presenze celestiali.
Mi sono soffermata a pensare a Roberto, al bambino magico, all’angelo che vedo in lui e in tutti i bambini che affrontano simili difficoltà in questa vita, nella quale il resto dell’umanità riesce a malapena a riconoscerli. Molto dipende dal cuore e dal livello di sviluppo empatico delle persone che vivono accanto a loro e li circondano. Perdonami, piccolo angelo, se parto da te, dalla tua purezza, per parlare di un mondo che ha bisogno di essere ripensato e riamato. Ci vuole un pensiero limpido per continuare a sperare. Una speranza che, tanto tempo fa, i bambini magici non avevano. Rappresentavano una vera e propria vergogna e venivano tenuti rinchiusi tra le mura domestiche oppure in istituti specializzati; certo, con le cure amorevoli e i sacrifici immensi dei genitori e dei parenti, ma sempre isolati.
I tempi cambiano poco: la comunità continua a desiderare membri perfetti. Ma nessuno di noi lo è. Siamo tutti imperfetti: nel corpo, nell’anima e nel cuore. L’imperfezione del cuore, ovvero quel peso granitico che alcuni costruiscono per allontanarsi dagli altri e badare esclusivamente ai propri profitti mondani, è senza dubbio la peggiore di tutte.
Invalidi di cuore ed empatia
Ho conosciuto molte persone invalide, ovvero prive di autentici valori. Non possiedono una vera identità e, per questo motivo, finiscono per riconoscersi in quella dei branchi di diverso tipo. Devo dire che ultimamente ne siamo purtroppo testimoni: branchi più o meno violenti. Quando si parla di branco, il pensiero corre inevitabilmente alla bestia. Ed è proprio questo ciò che si sviluppa nel genere umano quando manca un’educazione di base valida e ricca di contenuti, quando viene meno la trasmissione dei valori positivi da una generazione all’altra. I valori sono il risultato di esperienze vissute, conoscenze acquisite ed elaborate che costituiscono le fondamenta sulle quali si sviluppano le identità personali nella pienezza di principi come il rispetto, la comprensione e l’amore nel suo significato più completo. Siamo testimoni di un’epoca che sta generando una grande confusione di valori. Non è la prima volta: è un fenomeno che si ripete ciclicamente. Quando le società diventano sature di superficialità e indifferenza, arrivano periodi di stasi e di crollo morale, di decadenza sociale e umana. Per fortuna non è un processo che riguarda tutti, ma colpisce soprattutto coloro che sono vuoti dentro, invalidi di empatia. E li colpisce con estrema violenza. Le conseguenze sono dolorose e crudeli. Le vite umane si trasformano in numeri, freddi e distanti, come se non ci riguardassero. E invece sono vite, tutte dotate dello stesso immenso valore della nostra.
La minoranza umana, ciò che resta della vera umanità, conserva la pulsazione sana del cuore e della mente e si ritira per non essere trascinata dall’intensa brutalità che viene pubblicamente esibita, manipolando costantemente il pensiero collettivo. Nonostante tutto, questa minoranza si oppone attraverso il proprio esempio, perché sente il dovere di diffondere la verità – qui mi limito esclusivamente alla verità storica – e di ricordare che siamo tutti parte di un mondo composto da persone che dovrebbero godere degli stessi diritti e delle stesse condizioni di vita. Persone che dovrebbero proteggere i più deboli e aiutare a crescere i più nobili e forti.
Mi sembra di vivere al di fuori di una realtà che non sa e non vuole ricordare la storia umana. Se la conoscesse davvero e se volesse comprenderla, capirebbe la necessità di riflettere su un cambiamento di rotta. Quella che oggi viene proposta non conduce da nessuna parte, perché genera soltanto nuovi conflitti e nuove ostilità, costruiti su menzogne, falsità e manie di grandezza dei dittatori contemporanei.
Nuove lezioni africane
L’Africa, il continente che, dal punto di vista territoriale, potrebbe contenere gran parte dell’Europa, gli Stati Uniti, l’India e la Cina insieme, rappresenta una realtà particolare tra i Paesi in forte crescita. Ancora sotto le grinfie di dinamiche riconducibili al potere coloniale, questo continente, nel quale ho vissuto e al quale ritorno più che volentieri quando ne ho l’occasione e i mezzi, sta cercando di svilupparsi e di unire le proprie forze per liberarsi da molte dipendenze e gestire le proprie risorse attraverso leader responsabili. Il processo è lungo e doloroso perché, al momento, la maggioranza della popolazione vive in condizioni più che precarie. Mancano le infrastrutture essenziali e i servizi pubblici, come la sanità e la scuola, sono quasi inesistenti oppure funzionano soltanto in alcuni centri urbani. La popolazione vive prevalentemente di agricoltura, che cambia a seconda delle necessità economiche e delle richieste del mercato. Quando i cosiddetti “padroni” hanno bisogno di carburante, intere foreste vengono abbattute e sostituite da piantagioni di palma da olio. Posso confermarlo personalmente, perché avrei voluto ammirare la savana da lontano e invece sono rimasta sbalordita davanti a distese immense di piantagioni che hanno annientato la biodiversità locale. Perché racconto tutto questo? Per partire proprio da quella visione di piantagioni che producono il biocarburante destinato ai serbatoi delle nostre automobili. Per partire da quelle piattaforme offshore di proprietà multinazionale che esportano petrolio greggio e fanno poi rientrare i derivati nello stesso Paese d’origine a prezzi esorbitanti. E tutto parte dall’energia, dal carburante che dovrebbe sostenere la crescita dell’economia locale, ma che spesso non basta, a causa della forte dipendenza dai Paesi importatori e, in modo particolare, dalla Cina. Si vedono tracce di sviluppo in alcune città e si percepisce un grande desiderio di fare di più, di fare sempre meglio e di costruire una società civile sicura e dignitosa per tutti. Si parte dalle scuole. So di ripetermi, ma alcune cose devono essere ripetute per essere comprese e ricordate. Le scuole pubbliche faticano a garantire una presenza stabile del personale. Nessuno vuole fare il maestro o l’insegnante per uno stipendio da fame. Non si riesce a vivere dignitosamente e così si è costretti a cercare altre attività per far fronte ai bisogni personali e familiari. In questo ci riconosciamo un po’ anche noi. Sì, lo spirito occidentale è presente anche qui, ma si cerca di contrastarlo attraverso valori culturali e civili, antichi e moderni, che continuano a essere trasmessi sia dai genitori sia dagli educatori scolastici. Il ruolo cruciale della scuola, capace di offrire un reale salto di qualità nella vita delle persone, è profondamente rispettato. Frequentare una scuola non rappresenta soltanto un obbligo: è considerato un onore e una speranza. La speranza di vedersi un giorno inseriti in una professione che contribuisca sia allo sviluppo del Paese sia alla propria realizzazione personale.
I Paesi africani possiedono tra i più alti tassi di natalità al mondo, purtroppo accompagnati anche da elevati tassi di mortalità. Penso alla presenza africana nel mondo e ai recenti flussi migratori: essa rappresenta una forza vitale destinata a crescere, nonostante tutte le difficoltà e tutti i paradossi che la realtà produce e tenta di contenere e ridurre. Si tratta di un processo necessario per dare nuova linfa al mondo. E questa nuova linfa sono i giovani e i bambini, dei quali tutti noi dovremmo prenderci cura in modo serio e responsabile.
La realtà futura dell’inclusione
Il futuro è rappresentato dai giovani e dai bambini di oggi che, almeno nelle nostre realtà, sono sempre meno numerosi. I nostri cortili, un tempo spazi dedicati al gioco, sono diventati aree di parcheggio. I pochi bambini rimasti sono spesso confinati nelle loro case o in spazi sempre più ridotti. Il calo demografico interessa ormai quasi tutti i Paesi sviluppati. È un dato di fatto che difficilmente potrà essere modificato nel breve periodo. Nei Paesi in via di sviluppo, invece, la situazione è completamente diversa e, sotto questo aspetto, più positiva. Non si registra una crisi di questo tipo. I bambini crescono e diventeranno la forza lavorativa che porterà benessere, a partire dalle società locali. Immaginate i mille bambini di una scuola africana che cito spesso nei miei articoli, la Living Light Academy. Un giorno diventeranno maestri, infermieri, medici, ingegneri, ricercatori, artigiani, agricoltori, pescatori oppure leader sociali e politici capaci di guidare le rispettive comunità in modo autorevole e responsabile. Che bel futuro. È il futuro che immagino per tutti coloro che frequentano la scuola con costanza e dedizione.
Immaginate, però, anche i bambini di tutto il mondo che, una volta diventati adulti, si prenderanno cura innanzitutto di altri bambini. Europei, asiatici, africani, australiani, americani e tanti altri ancora. Un futuro di pace, perché i bambini non possono crescere dove si combattono le guerre. Non è il loro ambiente naturale. La guerra non è naturale: è il prodotto di manipolazioni e interessi altrui. Le guerre le facciano coloro che desiderano competere e combattere, magari in qualche galassia lontanissima da qui. Lo dico provocatoriamente, perché ritengo che oggi le guerre non dovrebbero esistere affatto, soprattutto in un mondo che si definisce così avanzato e progressista. O sbaglio?
Immaginate un mondo nel quale non si vedano le differenze, ma soprattutto le somiglianze tra le persone. Il pensiero contemporaneo sta cercando di comprendere come l’inclusione non rappresenti soltanto un termine teorico, ma un vero modo di vivere la realtà. I bisogni della società globale sono molteplici e riguardano, prima di tutto, la crescita sana e integrale della persona, dal bambino fino all’età adulta e anziana.
Diversi, ma uguali nei diritti
Tutti noi siamo diversi, ma uguali nei diritti: bambini e adulti. Tra questi diritti, i più delicati riguardano le persone di ogni età che devono affrontare problemi di salute, curare malattie, cercare di vincerle e guarire oppure essere accompagnate con amore lungo un percorso che conduca a un’esistenza dignitosa.
Di solito limitiamo il significato dell’inclusione ai casi scolastici in cui sono presenti bambini speciali, diversamente abili, che necessitano di sostegno. Oggi, però, sempre più bambini hanno bisogno di supporto per ragioni differenti. Si parla quindi di inclusione e di integrazione. L’inclusione, a mio parere, dovrebbe essere analizzata e realizzata anche in un altro modo: includere le persone insieme agli argomenti che riguardano direttamente la vita quotidiana. Ad esempio, includere la geometria nella realizzazione di un piccolo oggetto utile, applicando concretamente le formule apprese e memorizzate durante le lezioni di educazione tecnica. In questo modo molte conoscenze teoriche acquisirebbero una dimensione concreta e la loro importanza apparirebbe più evidente. La comprensione risulterebbe facilitata e l’apprendimento diventerebbe più significativo.
L’inclusione dovrebbe rappresentare il nuovo modo di vivere insieme, noi che siamo allo stesso tempo diversi e simili. Dovrebbe contribuire a far crescere la consapevolezza di appartenere al genere umano, aiutandoci ad abbandonare quelle limitazioni che spesso vengono confezionate e diffuse attraverso una propaganda semplice, ma efficace, finalizzata alla manipolazione. Nel futuro del mondo immagino una realtà nella quale non vengano più generate ostilità, ma occasioni di avvicinamento, di scambio e di comprensione reciproca. Una realtà capace di valorizzare i diversi aspetti della vita e i differenti concetti culturali di cui spesso ci vantiamo, ma che troppo raramente mettiamo davvero in pratica, come dimostrano i numerosi episodi di violenza che continuano a ripetersi. Dovrebbe funzionare un po’ come il programma Erasmus, grazie al quale gli studenti trascorrono un periodo in realtà accademiche diverse, imparando a conoscersi meglio e a rispettarsi reciprocamente. Da un Erasmus scolastico a un Erasmus globale, senza visti e senza restrizioni di alcun genere. È possibile realizzare tutto questo in una società globale più consapevole? Credo che si debba partire da noi stessi, dalle piccole comunità nelle quali è più facile comunicare, collaborare e organizzarsi. Qualcosa di simile è già stato fatto in passato e sono convinta che sarà possibile ristabilire nuovamente l’armonia nel mondo, a partire dalla magia dei bambini che noi tutti manteniamo nel cuore e nel pensiero.
*docente del Dipartimento
di Studi Italiani
dell’Università di Zara
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