L’ultima ottobrata ci ha condotti nel mese in cui il vero freddo si rivela con i primi fiocchi di neve che accarezzano l’erba dalle diverse tonalità autunnali, là sulle praterie di montagna, lontano dal dolce tepore della gentile e generosa stagione. Con il passare dei giorni, anche nelle aree costiere, nonostante l’insistenza dell’ancora morbido calore del mare a mantenere un equilibrio sereno, il freddo arriva come un dolore, cupo e profondo. Per me è sempre un dolore il veder scomparire gradualmente i caldi colori sotto il gelido manto delle prime foschie, delle prime nebbie e della neve in alta quota che vigila dalle vette. L’allegria dei colori sbiadisce e gradulamente scompare. L’autunno si fa più severo, serio e i suoi capelli settembrini così vivaci nelle loro colorazioni, diventano sempre più grigi e bianchi.
Il candore della neve rappresenta una bella immagine che però tarda ad arrivare a causa della disordinata imprevidibilità che si è istaurata nei cieli perché anche le nuvole sembrano seguire lo stato d’animo dell’umanità odierna: arrivano con grande scalpore, quelle cattive minacciano, a volte creano disastri per dissolversi come se niente fosse successo. Le nuvole buone creano però delle bellissime immagini d’infinito e mantengono la speranza delle belle giornate di novembre trattenendo vivi i colori e i profumi. Così, il cielo si dimostra generoso nel tenere in vita il calore autunnale e la natura risponde con la comparsa di nuove fioriture vicine ai frutti maturi. Sugli stessi rami. Sarà un segno, forse? Un messaggio dal cielo, dall’universo? Molto probabilmente, sì.
Mentre l’umanità continua il suo cammino per strade ignote che non portano da nessuna parte, non si accorge di questo fenomeno che si ripete sempre più frequentemente negli ultimi tempi. La natura stessa avvicina l’autunno alla primavera. Chiarissimo il messaggio come lo sono gli albori autunnali, i colori che sono più brillanti del solito e che sembrano inneggiare alla vita, alla fine di una stagione e alla preparazione di una nuova. Una luminosità particolare, forte e insistente, visibile nel chiarore con cui i raggi solari accarezzano le cose del mondo.
Così dovrebbe reagire l’umanità, o meglio dire, gli amministratori del mondo, i cosiddetti potenti. Dovrebbero cercare di reinstaurare l’armonia nel mondo e illuminare con le loro azioni i popoli ad avvicinarsi e condividere i valori che portano nelle loro culture e nel loro essere. Sì, portare stabilità nella pace globale seguendo l’esempio che ci viene dato dalla natura: unire i giovani e promettenti che rappresentano la primavera dell’umanità ai saggi e sapienti, l’autunno del mondo umano. Si tratta di un connubio naturale, presente nello stesso nucleo familiare, la garanzia dell’equilibro della crescita e del progresso civile, umano. Sarebbe bello. Ma l’uomo è limitato nel suo essere, lo sappiamo. E cosa fa? Da sempre? Crea conflitti là dove può ottenere profitti. I conflitti producono ulteriori divari, a volte difficilmente controllabili e l’esistenza ridotta a tale scopo si riduce ancora e si distanzia sempre di più dai valori.
Tra il bene e il male
Ritorno al presente e m’immagino seduta su una roccia del monte alto circa 3.000 metri. Fa freddo, c’è la neve e c’è tanto silenzio, tanta quiete che libera i pensieri. Osservo quello che accade laggiù, lungo le pendici e nelle valli, nelle colline e nelle pianure. Neve in alta montagna, ma estate di san Martino che ritorna in pianura, riproponendo la piacevolezza del caldo prima dell’arrivo del gelo quando il calore rimarrà presente nelle caldarroste che qualcuno si gusterà, riscaldandosi le mani nelle serate avvolte dalla nebbia. Gli odori di un tempo, quelli del mosto e delle vinacce da cui si estraevano gocce di grappa nelle cantine, non ci sono più. Sono scomparsi e sepolti nei nostri ricordi quando i borghi erano abitati da coltivatori e artigiani. Tanti anni fa, prima dell’arrivo del progresso, si conduceva una vita semplice, in cui le stagioni scandivano i ritmi delle attività delle persone. Nel quartiere cittadino dove vivo, le distillerie locali da tempo hanno ceduto il posto a ostelli o bed&breakfast che ospitano visitatori da ogni dove. A pagamento, naturalmente. Su cui si sopravvive tutto l’anno. Altre attività, assenti. Ormai si odono soltanto rumori di macchine e di traghetti che attraccano al vicino molo del porto. Le umili abitazioni si sono trasformate in condomini, ville e villini che accolgono il popolo, amante di vacanze estive. Il resto dell’anno vi regna il silenzio. Triste silenzio, senza vita.
Al mare fa ancora caldo e i più ostinati bagnanti resistono ancora, grazie ai caldi venti meridionali. È vero che circolano golfini e felpe, qualche elegante soprabito insieme a giacche leggere. Quelle invernali insieme ai cappotti rimangono ancora negli armadi. Mi giungono notizie che in montagna le mucche pascolano ancora libere all’aperto. L’erba cresce e il cavallo campa. Il fieno può attendere nelle stalle. Le temperature sono più basse, ma durante il giorno la natura offre spettacolari vedute in un ambiente piaceviole e accogliente. Anche la neve può attendere. Solo sulla vetta della montagna antica s’intravede il biancore dell’inverno che sta annunciando il suo arrivo.
La montagna mi parla: dall’alto intravede la vita nei paesini, nelle borgate e nelle città. Vede i percorsi dei fiumi e la vastità del mare. Le vette sono le prime ad accorgersi dei cambiamenti, dell’avvicinamento di perturbazioni, meteorologiche e umane. E si sgretolano. Sono esposte sia ai forti venti che ai primi gentili raggi solari che continuamente richiamano in vita l’essenza. Ma il mondo si è capovolto. La quiete e il silenzio sono in continua ritirata di fronte all’avanzata della corsa sfrenata dell’esistenza e del rumore della violenza. Si tratta di una guerra vera e propria che si svolge tra il bene e il male. Quali sono gli esiti, ne siamo testimoni ogni giorno e, volendo ricordare la sentenza attribuita a Cicerone “bene bonis, male malis”, alla fine ognuno dovrebbe ricevere quello che semina e sappiamo che chi semina vento, raccoglie tempesta, risultato delle scelte sbagliate. Chi sceglie la strada sbagliata dovrebbe tornare sui propri passi, pentirsi, riconciliarsi, cercare di ristabilire l’equilibrio nella vita e umilmente procedere per quella giusta che non è per niente facile, ma è l’unica che porta alla pace, interna ed esterna. Vale per tutti, per gli umili e particolarmente, per i potenti.
Per la pace si combatte, ma mai con le armi. La pace si vince con la fermezza delle decisioni e degli atti che resistono e si oppongono a tutte le forme di violenza. Sì, alla violenza bisogna opporsi e mai tacere. All’inizio con le parole, perché le parole sono più efficaci delle pallottole. Ambedue possono fare molto male, ma le pallottole colpiscono per annientare e seminano morte a cui segue il vuoto. Le parole, invece, fanno riflettere. Sempre. Danno consigli, stimolano, consolano e fanno rinascere i sogni, le opere portando l’esistenza stessa verso un nuovo equilibrio.
L’equilibrio del mondo
Se fosse possibile ascoltare la montagna e se fosse possibile far capire a coloro che hanno la responsabilità di decidere, allora la parola chiave dovrebbe essere: equilibrio. La salute è al primo posto dell’esistenza umana. Se non si è sani, l’equilibrio vacilla e si frantuma. Nascono dubbi, timori e si perdono le forze. Chi conosce la perfidia delle malattie e chi l’ha vinta, sa che non deve arrendersi mai a pensieri che possono portare alla sconfitta. La speranza ha una forza portante dell’attitudine positiva verso la guarigione che aumenta nel tempo e crea miracoli. La salute della mente e del corpo sono la base del benessere, insieme alla salute del cuore. Insieme, formano la triade invincibile della stabilità esistenziale dell’uomo. Tutto il resto di buono e positivo vi si aggiunge: la serenità per prima.
La montagna conosce benissimo la natura umana. La rispetta e la giudica perché ne ha tutti i diritti. Subisce le conseguenze delle attività umane, positive e negative. Dove c’è il rispetto, la natura risponde altrettanto. Dove il rispetto manca, la natura reagisce, a volte ribellandosi. La violenza non è naturale, ma solo un’equa risposta al danno subito e l’espressione della volontà di ristabilire l’ordine preesistente. Se la natura, nel nostro caso la montagna, si ribella, bisogna riconoscere la causa del male che quasi sempre si trova nelle intenzioni e azioni umane. In tal caso, e qui mi riferisco alle tragedie umane legate ai cambiamenti delle condizioni del suolo che causano inondazioni, alluvioni, frane, bisogna avere il coraggio e la dignità di dichiarare la propria sconfitta, non necessariamente espressione di debolezza, ma del desiderio di restirtuire e ristabilire l’ordine naturale.
La vittoria degli umili
Il più grande compito che spetta all’uomo del futuro è, secondo me, l’attiva partecipazione a ristabilire l’equilibrio e l’ordine naturale. Lo possono fare solo coloro che sono pienamente consapevoli delle circostanze e delle conseguenze a lungo termine dell’esistenza umana. Il tutto deve essere fatto in pieno e completo rispetto verso il prossimo e verso l’ambiente. Ci meravigliamo del fatto che, da una parte esistono comunità che stanno scomparendo e, dall’altra parte, comunità in forte crescita. La meraviglia dovrebbe portare a un’apertura per equilibrare le due comunità mentre, al momento, si fa di tutto per farle apparire ostili. Non sapremo mai abbastanza gli uni degli altri se ci guarderemo attraverso le lenti dell’intolleranza e dell’odio, molto spesso imposteci da coloro che vedono solo e soltanto il profitto. A volte basta sotanto osservare un fenomeno da un altro punto di vista. Quello che possiamo vedere allora, è la realtà dell’altro mondo, quella che non conoscevamo e che allarga gli orizzonti della comprensione.
La montagna accoglie sia i vigorosi boschi di conifere, che gli alberi di latifoglie che prevalentemente abitano le colline e le pianure. La montagna accoglie gli arbusti, i cespugli, gli alti alberi secolari e le erbacce (così le chiama l’uomo), le felci, i licheni e il muschio. Tutti hanno pari importanza e vivono in una specie di simbiosi, condividendo lo stesso ambiente e aiutandosi a vicenda.
Così dovrebbe fare l’umanità: avvicinare i potenti agli umili e convivere serenamente per creare una simbiosi di esistenza nel segno di uno scambio di valori e, in tal modo, ristabilire un nuovo ordine, dare spazio a coloro che ora stanno in silenzio perché gli hanno tolto la possibilità di parlare. Coloro che, in realtà, sono in maggioranza e rappresentano la parte umile del mondo. La montagna conosce la loro voce, i loro sogni perché li condivide lei stessa, ne è stata testimone e lancia una sfida all’umanità: quante nuove scoperte e quante novità si potrebbero raggiungere nel ricreare un mondo che riconosce il valore del sorriso di un bimbo che sta solo in mezzo a un deserto, sopra un burrone, sul cuore della terra, come dice il poeta. Lei stessa è maestosa ed enorme, sta lì da migliaia e migliaia di secoli, mai prepotente, in difesa degli umili, e guarda con fiducia perché sa che, prima o poi, loro conquisteranno la vittoria sulla vita. La risposta spetta a ognuno di noi, perché siamo tutti corresponsabili del bene comune. Nessuno vive per sé stesso, nemmeno la montagna. Che senso avrebbe esistere senza le valli e le pianure? L’esistenza è fatta di insiemi di diversità che portano alla creazione di qualcosa di nuovo. Andiamo a riscoprire quel qualcosa. Ne vale la pena.
*docente del Dipartimento di Studi Italiani dell’Università di Zara
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