David Danijel e la sensibilità come forma di cura

A colloquio con il versatile artista abbaziano, in un racconto di memoria e attenzione

0
David Danijel e la sensibilità come forma di cura
Il canto corale in conclusione del concerto “Gli anni d’oro del Festival di Abbazia”

Mentre nell’aria continuano a indugiare i riflessi sonori della recente serata “Gli anni d’oro del Festival di Abbazia”, ideata e condotta dal versatile artista abbaziano David Danijel, le melodie sembrano aver oltrepassato il confine del palco. Restano come un retrogusto, come una traccia che accompagna il pensiero, simile a certi profumi che riaffiorano a distanza di tempo e riportano con sé immagini precise. Sono melodie che portano il segno di un’epoca in cui la voce aveva una postura riconoscibile, il fraseggio un peso, la parola una cura artigianale. Da quella persistenza prende forma il suo ritratto. Danijel è legato a queste musiche da una consuetudine sedimentata nel corso degli anni, alimentata da ascolti pazienti e da una conoscenza maturata prima ancora del canto. Il suo rapporto con quel repertorio nasce da una vicinanza quotidiana alle impronte lasciate da un’intera stagione della canzone, da un’attenzione costante verso ciò che il tempo ha conservato e reso accessibile a chi sa osservare. Il nostro incontro avviene lontano dal palco, nella sua casa, dove ci accoglie con una tazza di tè caldo profumata di zenzero e limone. Quella scia di sapore e di odore ci accompagna quando il musicista ci invita a seguirlo oltre, entrando in uno spazio che riflette un’estetica fondata sull’attenzione, sulla precisione, sull’idea stessa di qualità musicale. Lo sguardo si posa su vinili allineati, album colmi di fotografie e firme, poster d’epoca, programmi di sala, cimeli di ogni tipo, salviette autografate, documenti, oggetti minimi solo in apparenza. C’è anche un grammofono, accanto ad altri strumenti e supporti che raccontano un modo di intendere la canzone come forma viva, attraversata da gioia, brio, vitalità, rigore espressivo. Un mondo in cui la linearità conviveva con l’invenzione, in cui la semplicità non escludeva profondità, e dove ogni dettaglio contribuiva a dare spessore a un linguaggio musicale ancora oggi sorprendentemente attuale. In tale contesto, David ci spiega che “È qualcosa che mi accompagna da sempre. Fin da bambino avevo un impulso molto forte a raccogliere, a conservare. All’inizio erano oggetti qualsiasi, francobolli, piccole cose. Eppure già allora sentivo una naturale attrazione per tutto ciò che apparteneva a un tempo precedente. Non avevo ancora le parole per definirla, ma quella tensione verso il passato era chiaramente presente”.

David Danijel con il grammofono d’epoca

Una collezione di vite cantate

In casa, l’ambiente musicale seguiva la stessa direzione, o la sua sensibilità si è formata altrove?
“No, mio padre suonava e cantava il rock. Era immerso completamente in quel mondo, che è l’opposto di ciò che poi ho seguito io. Non c’era quindi una continuità familiare verso la musica che mi ha appassionato. La mia sensibilità nasce altrove. Ricordo soprattutto le cassette di mia nonna. Quelle voci più antiche mi parlavano in modo diverso, avevano una postura, un modo di stare nella canzone che mi colpiva”.

Già in quegli anni, però, il supporto materiale sembra assumere un ruolo centrale. Quando il disco, l’oggetto, iniziano a contare quanto la musica stessa nel suo percorso?
“Abbastanza presto. Già alle scuole medie superiori i vinili avevano cominciato ad affascinarmi. Non solo per quello che contenevano, ma per tutto ciò che li circondava. Le copertine, le fotografie, i nomi, le informazioni, ogni disco era un mondo completo. Ho capito dunque che attraverso quegli oggetti si potevano leggere carriere intere, non soltanto ascoltare delle canzoni”.

A un certo punto, questa tensione sembra trovare una forma più precisa nella figura di Ivo Robić. È attorno al suo nome che la raccolta inizia a organizzarsi, che l’attenzione si fa più consapevole, giusto?
“Sì, ed è successo in modo molto naturale. Le cose legate a Robić hanno costituito il primo nucleo vero della mia collezione. Da lì tutto ha iniziato a prendere una direzione più chiara. Attraverso di lui ho conosciuto altri cantanti di quell’epoca, ho iniziato a incontrarli, a parlare con loro. Molti degli oggetti che oggi custodisco mi sono stati donati direttamente da loro. Non si tratta solo di dischi, ma di fotografie, documenti, materiali che raccontano percorsi artistici completi”.

Nel suo racconto, musica e vite sembrano procedere insieme. Che cosa la trattiene di più in questo lavoro di raccolta? Il valore musicale, la dimensione umana che emerge dagli oggetti…
“Per me le due cose non si separano. All’inizio, quando ancora non cantavo, era soprattutto il gesto del raccogliere ad attirarmi, mi interessava il lato collezionistico. Negli ultimi anni, da quando il canto è diventato parte più visibile del mio percorso, ho sentito l’esigenza di mettere in relazione questi due aspetti. Cantare e, allo stesso tempo, narrare ciò che sta dietro alle canzoni. Attraverso un oggetto, una fotografia, una firma, emergono caratteri, relazioni, modi di stare sulla scena. È un racconto che continua”.

Una carrellata di fotografie degli interpreti

La voce che non sapeva di avere

Qual è stato il momento in cui il canto ha trovato spazio nella sua vita?
“Il canto è entrato nel mio percorso in un secondo momento. Ho iniziato piuttosto tardi, nel 2011, e in modo del tutto spontaneo. Prima di allora, non avrei mai immaginato che la voce potesse diventare parte integrante della mia traiettoria artistica. Avevo studiato pianoforte e completato il corso presso la scuola di musica ‘Mirković’ di Abbazia, ma con l’adolescenza l’interesse per il repertorio classico si era affievolito, e tutto si era interrotto. Solo in un secondo momento ho cominciato a pensare che anche quella dimensione potesse avere spazio. È successo grazie agli incontri, alle frequentazioni, alle relazioni con i cantanti, a quel mondo umano che nel frattempo aveva fatto ingresso nella mia vita. Non avevo aspettative particolari, né obiettivi precisi. È nato così. Il primo brano che ho interpretato è stato un duetto con Nevia Rigutto, una canzone di Ivo Robić. Subito dopo ho avuto la fortuna di farne un altro con Lidija Percan, una ballata pop-rock. Da lì ho iniziato a esibirmi più spesso. Lei mi ha aiutato molto in quei primi passi, portandomi con sé, permettendomi di fare esperienza, mettendomi in contatto con tante persone. In quel periodo i miei riferimenti erano soprattutto italiani, mi colpiva il modo in cui gli interpreti più giovani si esibivano insieme a quelli più affermati. Da noi questo tipo di scambio non era altrettanto riconosciuto, o forse il pubblico non era abituato. Oggi, forse, qualcosa è cambiato. In quegli anni ho iniziato anche a sperimentare forme nuove di dialogo con quel repertorio, come il duetto virtuale con Robić, ‘Vrijeme nježnosti’ (Il tempo della tenerezza, nda). Ho sempre cercato di portare nel nostro contesto elementi che mi avevano ispirato altrove. Devo dire che spesso è stato più difficile del previsto, e più volte senza esito, perché mancava un vero riscontro. Eppure ho continuato a provarci. Parallelamente, ho cominciato a inserire la musica italiana nelle mie esibizioni, e oggi il mio repertorio italiano è piuttosto vasto”.

Il suo lavoro dialoga quindi spesso con la tradizione della canzone del Belpaese. Che ruolo ha avuto Sanremo nella formazione del suo sguardo artistico?
“Il mio primo concerto solistico all’albergo ‘Kvarner’ era dedicato proprio alla musica italiana, e si intitolava ‘Chiamami ancora amore’ (2014). Un momento importante è arrivato quando Melita Sciucca mi ha proposto di tenere un concerto al pianoforte presso la Comunità degli Italiani di Fiume, ‘E penso a te’ (2016). Dopo quella serata sono stato invitato a esibirmi in diversi sodalizi, soprattutto in Istria, e da lì sono nate altre occasioni. Sanremo è uno di quei modelli che hanno definito un modo di intendere la canzone, fondato sull’attenzione alla forma, sulla qualità dell’esecuzione e su un’idea di repertorio destinato a diventare memoria. Nel mio lavoro cerco sempre di mantenere quella cura e quella serietà, anche quando mi trovo in contesti differenti”.

Il confronto con diversi contesti istituzionali ha segnato varie fasi del percorso. Che tipo di esperienza è stata e quali effetti ha avuto?
“Negli anni, il mio percorso si è intrecciato con varie istituzioni. Quando ho iniziato a muovermi in modo più concreto, avevo diciotto o diciannove anni. All’epoca, il sindaco di Abbazia era Amir Muzur, che sosteneva i miei progetti. È allora che ho realizzato il primo concerto dedicato a Ivo Robić, insieme al sito web. C’era ascolto, c’era
disponibilità, il che mi permetteva di lavorare con serenità. Con la fine del suo mandato e l’arrivo di Ivo Dujmić, la situazione è cambiata radicalmente. Avevo proposto una collaborazione nell’ambito di un progetto di ampio respiro, ma il sostegno che era stato concordato non si è mai concretizzato, e proprio questa assenza ha segnato la fine del rapporto. Da quel momento non ho più ricevuto alcuna forma di supporto da parte della stessa realtà. È anche per questo motivo che, negli anni, ho costruito il mio percorso professionale lontano da Abbazia, una scelta che spesso suscita domande. La spiegazione, purtroppo, va ricercata nella politica. Per lungo tempo ho lavorato senza alcun appoggio istituzionale a livello locale, trovandomi costretto a cercare altrove le condizioni minime per poter sviluppare il mio lavoro con
continuità e libertà. Il dialogo si è riaperto solo più tardi, con l’arrivo di Fernando Kirigin. Nel 2022, in occasione del gemellaggio tra Abbazia e la città polacca di Zakopane, mi ha invitato a esibirmi durante la cerimonia ufficiale, e la performance è stata accolta con grande calore. Da lì è partita l’idea del concerto omaggio a Ivo Robić, che ha segnato una nuova fase del mio lavoro”.

Lo spazio riflette un’estetica fondata sulla cura e sull’attenzione

Custodire il tempo

La collezione appare come un organismo in costante trasformazione. Che rapporto ha con questi oggetti e che ruolo occupano oggi nella vita quotidiana?
“Gli oggetti che custodisco fanno parte della mia vita di ogni giorno. Non li considero mai pezzi da tenere nascosti. Quando qualcuno deve fotografarli o documentarli, di solito viene qui e lavora direttamente nello spazio in cui si trovano. L’unica uscita davvero significativa è stata nel 2020, in occasione della mostra ‘Falat zemlje šteri ima dušu…’ (Un pezzo di terra che ha un’anima, nda), organizzata per il 95esimo anniversario della nascita di Ljubo Kuntarić. In quell’occasione ho messo a disposizione molti materiali, ed era giusto così. Mi interessa che queste cose vengano viste e osservate, naturalmente con la certezza che tornino poi al loro posto. Ogni pezzo porta con sé una storia. Penso, ad esempio, a un album con le firme dei cantanti che ho acquistato a Zagabria, in un mercatino, e che ho pagato ottocento kune, che per me, allora, erano una cifra importante. È uno di quegli acquisti che segnano un momento preciso della vita. Nel tempo sono arrivati anche altri materiali preziosi, come i premi che mi ha regalato recentemente Anica Zubović e il Microfono d’oro risalente a una competizione del 1961, alla quale partecipavano sia grandi nomi sia dilettanti. Sono testimonianze dirette di un’epoca, oggetti che raccontano molto più di quanto possa sembrare”.

La ricerca, però, non si arresta. In che modo prosegue questo lavoro di esplorazione?
“Prosegue quotidianamente. Appena mi sveglio controllo le aste e gli annunci su ‘Njuškalo’, per vedere se compare qualcosa di interessante. Ci sono dischi che ancora mi mancano, poster di cantanti che so essere esistiti e che continuo a cercare. A volte li insegui per anni e poi, all’improvviso, compaiono. Altre volte sai che non li troverai mai più. Purtroppo molte cose sono andate perse definitivamente, soprattutto perché alcuni eredi di musicisti e cantanti non hanno avuto la sensibilità di conservarle e hanno buttato via tutto. È una perdita enorme, perché si tratta di materiali che non possono essere recuperati”.

Ha mai pensato di dare a questo patrimonio una forma più strutturata?
“Sì, ci ho pensato. Mi sono informato a Zagabria su come si fonda un museo e mi hanno spiegato che si tratta di un percorso complesso, con molte condizioni da rispettare, a partire dalla presenza di un curatore. Per questo ho immaginato un’altra soluzione, pensando a una collaborazione con un ente museale o con un’istituzione, per realizzare una mostra tematica una volta all’anno, magari per un periodo limitato. Questo patrimonio permette molti percorsi diversi, molte letture possibili. Mi piacerebbe anche che questi allestimenti potessero spostarsi, essere visti in luoghi differenti, raggiungere pubblici diversi”.

La collezione comprende una miriade di oggetti e cimeli risalenti agli “anni d’oro”

Il piacere di esserci

Il suo profilo è dichiaratamente poliedrico e comprende il canto, il pianoforte, la conduzione delle serate, la progettazione e l’organizzazione. Come vive la scena e che rapporto instaura con il pubblico?
“Condurre un concerto o una serata non rappresenta per me una difficoltà. Più che di trepidazione, parlerei di un forte senso di responsabilità. Tengo molto a ciò che faccio e desidero che ogni cosa sia al suo posto, che ogni momento venga curato e pienamente valorizzato, indipendentemente dal fatto che io canti un solo brano o mi esibisca davanti a un pubblico ristretto. Ritengo importante che tutto sia svolto con un adeguato livello di attenzione. Naturalmente entrano in gioco molte emozioni e una certa tensione. In passato capitava che, una volta rientrato a casa dopo una serata, avvertissi una sensazione di vuoto molto forte. Oggi questo non accade più. L’esperienza ha modificato il mio modo di vivere la scena. Sono consapevole di poter coinvolgere pubblici molto diversi, dai più giovani agli adulti, e questo avviene in modo particolare durante l’estate, quando mi esibisco con il programma Dance Party. In quelle occasioni arrivano molti ragazzi, ballano, conoscono le canzoni e si divertono davvero. E io, al contempo, provo un piacere autentico nel condividere quel momento. Ascolto e amo musiche molto diverse tra loro. Da un lato è una ricchezza, dall’altro comporta anche il rischio di essere incasellati e di venire identificati in un solo ambito. È qualcosa che fa parte del percorso”.

Sua madre è di origine tedesca e questo legame rappresenta per lei una seconda dimensione culturale. Trova spazio anche nel lavoro musicale?
“Sì, anche se si tratta di un aspetto che il pubblico conosce poco. Poiché lavoro come guida turistica, mi capita spesso di esibirmi con una band in contesti legati al turismo. In queste occasioni proponiamo repertori in lingua tedesca, in particolare successi degli anni Sessanta e Settanta, che funzionano molto bene. Si tratta però di serate organizzate, di carattere chiuso, pensate esclusivamente per gruppi di turisti. È un’attività che si svolge al di fuori dei circuiti pubblici, ma che rientra pienamente nel mio lavoro”.

Ho letto che ha espresso il desiderio di incontrare Julio Iglesias. Ci spiega che cosa rappresenta per lei?
“Quando ho iniziato a cantare, sono arrivati spesso commenti legati alla somiglianza nello stile di canto e nel colore della voce. Io sapevo già a chi si riferivano, conoscevo alcune di quelle canzoni, e da lì ho cominciato ad ascoltare quel repertorio in modo più approfondito. Mi è piaciuto. A un certo punto, nel 2020, ho deciso di affrontarlo interamente e a Laurana ho tenuto il mio primo concerto a lui dedicato, ‘The Best of Julio Iglesias’, proponendo tutto il suo repertorio. Mi dispiace che oggi questo progetto non trovi maggiore spazio, ma il desiderio di riproporlo resta. È qualcosa che sento ancora come possibile”.

Ha un modello di riferimento, un artista o una figura alla quale sente di guardare con particolare ammirazione?
“Mentre lavoravo alla biografia di Alfi Kabiljo, ho compreso fino in fondo quanto abbia ottenuto grazie alla sua tenacia e al suo lavoro. Ho visto con chiarezza come, nonostante ostacoli e difficoltà provenienti da molte direzioni, abbia proseguito senza deviare, seguendo la propria visione, fino a costruire una storia di respiro internazionale. Esistono persone che meritano ammirazione proprio per questo, e anche perché, pur attraversando molto, sono rimaste alla mano, con i piedi per terra. In un certo senso, io seguo un percorso simile. Procedo per la mia strada, senza compromessi, anche quando questo può risultare più o meno interessante per gli altri. All’inizio molti non comprendevano la mia storia né la mia passione. Negli ultimi due o tre anni, invece, succede sempre più spesso che le persone si avvicinino, giovani e meno giovani. Mi ringraziano, riconoscono ciò che faccio e capiscono”.

L’artista con il poster autografato di Patty Pravo

L’etica del rispetto e dell’autenticità

Nei suoi concerti, soprattutto quando condivide la scena con interpreti delle cosiddette stagioni d’oro, si avverte un atteggiamento di profondo rispetto, attenzione e riconoscenza. Come si è costruito questo rapporto con quella generazione di artisti?
“Non sono una persona rivolta al passato, né ritengo che ciò che è venuto prima fosse, in assoluto, superiore a tutto il resto. Mi piace ascoltare la radio, seguire ciò che accade oggi, inserire nuovi brani nel repertorio. Allo stesso tempo, credo sia necessario avere attenzione per ciò che è stato, per un periodo in cui la canzone aveva una qualità diversa, più curata sotto molti aspetti. Attraverso questa musica ho vissuto soprattutto esperienze positive. Ho incontrato persone straordinarie e ho avuto accesso a luoghi nei quali probabilmente non sarei mai arrivato altrimenti. Naturalmente questo ambiente porta con sé anche situazioni meno piacevoli. Il mondo dello spettacolo può essere duro, talvolta persino ostile. Per questo motivo frequento poco i miei coetanei o i colleghi della mia generazione. Ci conosciamo tutti, i rapporti sono corretti, ma non esiste una vera consuetudine. Non so dire se questo sia un bene o un limite. Tra i cantanti e gli artisti di quella stagione, invece, il clima era diverso. Non esisteva una rivalità aggressiva. Ognuno aveva una propria identità, una propria cifra, e questo favoriva una forma di riconoscimento reciproco. È anche per questo che amo trascorrere tempo con loro. Purtroppo sono sempre meno, perché con il passare degli anni le persone se ne vanno, e nel nostro contesto non viene loro riservata l’attenzione e l’importanza che meriterebbero. Questo mi provoca una grande amarezza, soprattutto quando mancano risorse e sostegno per progetti che li riguardano. Riflettendo su questi temi, mi viene in mente il primo contatto con Radojka Šverko. Ero all’ultimo anno della scuola media e mi presentai da lei con l’idea di realizzare il suo sito web. Una persona con una carriera simile avrebbe potuto rifiutare senza difficoltà. Invece, fin dal primo momento mostrò disponibilità e apertura, riconobbe l’idea e si relazionò con me come se fossimo sullo stesso piano. Lo stesso accadde con Alfi Kabiljo. Forse hanno colto la mia sincerità, l’interesse autentico, il modo in cui mi ponevo. In fondo, credo che qualunque lavoro si svolga richieda di crederci davvero e di farlo con convinzione”.

Durante la preparazione dei concerti dedicati ai cantanti, come sceglie le storie da raccontare al pubblico tra un brano e l’altro?
“È una scelta complessa, perché cerco sempre di mantenere un certo grado di obiettività. Penso soprattutto al pubblico che ascolta e a ciò che può risultare interessante. Se dovessi seguire esclusivamente il mio gusto personale, il concerto durerebbe sei ore, con centinaia di canzoni, molte delle quali probabilmente risulterebbero impegnative per chi ascolta. Io canterei solo ballate, e dopo mezz’ora il pubblico sarebbe stremato. Per questo devo sempre prendere le distanze, osservare l’insieme e trovare una soluzione che funzioni per tutti”.

L’angolo dedicato a Lidija Percan

La musica, sempre

C’è un episodio, tra le tante esibizioni, che le è rimasto particolarmente impresso?
“La scorsa estate, mentre cantavo a Crikvenica, si sono avvicinate tre ragazze ungheresi, molto giovani, forse nemmeno maggiorenni. Stavano ballando, mi hanno indicato il cellulare e mi hanno chiesto se potevo cantare ‘These boots are made for walking’ di Nancy Sinatra. Sono rimasto sinceramente sorpreso, in senso positivo, perché quella canzone è molto più vecchia di loro. Avevo la base, la conoscevo, e l’ho cantata. La reazione è stata immediata, l’entusiasmo si è diffuso subito. Mi fa molto piacere rendermi conto che anche tra i giovani ci siano persone che conoscono e apprezzano questi brani”.

Le capita di riascoltarsi o di rivedersi in video dopo una serata?
“Sì, lo faccio, soprattutto per me stesso. Mi serve per capire che cosa migliorare la volta successiva. Sono piuttosto severo nei miei confronti. Dopo il recente concerto ‘Gli anni d’oro del Festival di Abbazia’, ad esempio, in alcuni momenti mi sono detto ‘bravo’, mentre in altri ho pensato che avrei potuto fare scelte diverse. Anche quando registro una canzone, mi piace riascoltarla più volte, per capire se c’è davvero quel qualcosa in più”.

Ci sono situazioni in cui una storia o una reazione del pubblico la toccano in modo particolare, anche dopo tanti anni di esperienza?
“Ogni anno mi esibisco nella Casa di riposo di Cantrida e in quelle occasioni l’atmosfera può diventare molto intensa. Propongo canzoni che appartengono a un altro tempo e il pubblico si immedesima completamente. A volte le persone iniziano a piangere, perché quelle melodie le riportano indietro. In certi momenti devo abbassare lo sguardo, perché l’emozione è forte. Ma è qualcosa di bello. Applaudono, cantano insieme, senza alcuna esitazione”.

Che cosa la aiuta a ritrovare calma e concentrazione?
“La musica, sempre”.

Tutti i diritti riservati. La riproduzione, anche parziale, è possibile soltanto dietro autorizzazione dell’editore.

L’utente, previa registrazione, avrà la possibilità di commentare i contenuti proposti sul sito dell’Editore, ma dovrà farlo usando un linguaggio rispettoso della persona e del diritto alla diversa opinione, evitando espressioni offensive e ingiuriose, affinché la comunicazione sia, in quanto a contenuto e forma, civile.

No posts to display