Dalle trincee ai parchi giochi: l’evoluzione di una guerra

Il reporter freelance friulano Marco Macorigh da quattro anni a questa parte segue le vicende del conflitto in Ucraina. In questa intervista spiega cosa sia cambiato dal febbraio del 2022 a oggi, dall’improvvisazione militare all’adozione di sofisticati sistemi di difesa. Non si combatte, però, soltanto sul campo di battaglia. La guerra continua anche una volta tornati a casa e chi sopravvive deve fare i conti con vuoti incolmabili

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Dalle trincee ai parchi giochi: l’evoluzione di una guerra

“I vuoti di oblio non esistono. Nessuna cosa umana può essere cancellata completamente e al mondo c’è troppa gente perché certi fatti non si risappiano: qualcuno resterà sempre in vita per raccontare”. Come spiega la celebre storica e filosofa Hannah Arendt con questa citazione, la testimonianza è garanzia di memoria. Memoria della storia, delle atrocità perpetrate, della sofferenza umana. Memoria che deve essere trasmessa di generazione in generazione nella speranza che certe tragedie non vengano ripetute, anche se troppo spesso assistiamo alla loro reiterazione. Come abbiamo illustrato nella prima delle tre puntate dedicate alla guerra in Ucraina, il reporter freelance friulano Marco Macorigh è impegnato dal 2022 a raccontare questo conflitto, rendendosi testimone della storia, dando il suo contributo affinché quel “vuoto di oblio” di cui la Arendt parlava decenni fa, non ricopra con la sua coltre la sofferenza del popolo ucraino. Proprio questo mese ricorre il quarto anniversario della guerra in Ucraina; in questi quattro anni, Marco ha svolto un totale di dieci viaggi nel Paese, e ha potuto constatare in prima persona l’evoluzione del conflitto e della vita quotidiana di chi, non sempre per scelta, è rimasto.

Dai trattori ai droni
“All’inizio l’ho vista come una guerra disperata di partigiani, l’esercito ucraino non era preparato militarmente – ci racconta Marco –. Ricordo che nelle prime settimane della guerra erano state pubblicate delle immagini prese dai satelliti statunitensi che mostravano l’avanzata di colonne di carri armati da 60-70 chilometri, che dalla Russia entravano in Ucraina. Queste immagini, che diventarono pubbliche, fecero sì che i contadini ucraini intervenissero allagando il percorso di questi carri armati. Riempirono le grandi botti che di solito spandono liquame nei campi con acqua e andarono a gettarla di notte sul percorso mostrato dalle immagini satellitari. In questo modo le carreggiate diventarono fangose e i carri armati russi vennero bloccati. I contadini quindi trainarono i carri armati russi e il resto dell’equipaggiamento militare abbandonati con i loro stessi trattori”, spiega. La situazione militare del fronte ucraino al giorno d’oggi è totalmente diversa, e dall’improvvisazione si è passati a un sofisticato sistema difensivo nel quale spicca l’utilizzo dei droni, tanto che ad oggi l’Ucraina è tra i Paesi al mondo che dettano il passo nel loro sviluppo e impiego tattico. Come sottolinea Macorigh, “dal punto di vista tecnologico, la guerra ha visto una grandissima evoluzione: si è passati dai fucili da caccia e trattori, ai droni in pochissimo tempo. Velocemente, anche grazie ai giovani e alle vedove che si sono impegnati in operazioni di crowdfunding, sono nate negli scantinati le prime fabbriche di droni. C’è un costante moltiplicarsi di scuole apposite dove i ragazzi e le ragazze si allenano ad adoperare droni e microdroni, imparando a controllarli da remoto, davanti al computer”. I ritmi produttivi sono estremamente sostenuti: l’Ucraina ad oggi produce circa 4 milioni di droni all’anno, più di tutti i Paesi della NATO messi insieme. “Tutte le settimane vengono consegnati centinaia e centinaia di droni che vengono portati al fronte”, prosegue il nostro interlocutore, ricordando però che, nonostante questi significativi sviluppi tecnologici e al fatto che la lotta sia “tra i cieli e la tecnologia”, al fronte, in combattimento, si continua a morire, complici anche le rigide temperature registrate durante quest’ultimo inverno. Rilevante allo stesso modo è il grande investimento che l’Ucraina sta facendo nel campo della difesa, acquistando sistemi sofisticati da aziende straniere, tra cui molte italiane, che sono “tra le prime fornitrici di munizioni”, afferma Marco. Come lo definisce lui, il settore della difesa è un vero e proprio “business, dal momento che è più dispendioso in termini economici piuttosto che quello dell’attacco”.

L’Ucraina ad oggi produce circa 4 milioni di droni all’anno (Foto gentilmente concessa da Marco Macorigh)
L’Ucraina ad oggi produce circa 4 milioni di droni all’anno

La forza di un popolo
Che sia sul fronte di battaglia o nelle città, il popolo ucraino resiste, e non è disposto ad alcuna resa né a cedere territori. Come ha constatato Marco parlando con diverse persone, la percezione diffusa è quella di un tradimento da parte della Russia, motivo per il quale c’è un forte scetticismo riguardo potenziali trattative di pace, anche se mediate da Paesi terzi. “Dopo quattro anni di guerra e dopo un milione e mezzo di morti, nessuno è disposto a cedere territori – rileva –, l’opzione di firmare un trattato di pace che preveda la cessione di terre come la Crimea e il Donbass non è contemplata. In generale, il popolo ucraino è pronto al sacrificio totale. Tutte le persone con le quali ho parlato durante i miei viaggi pensano che il conflitto durerà ancora diverso tempo e che non si sia assolutamente vicini alla fine, proprio perché non credono a questi accordi e a queste trattative di pace”. Tra le varie preoccupazioni legate alla firma di un accordo di pace, c’è anche il timore di un possibile ulteriore esodo degli ucraini per paura di ripercussioni, soprattutto dai territori ceduti. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky riceve spesso avvertimenti e minacce che lo intimano a non accettare alcun compromesso. “All’inizio Zelensky, anche grazie al suo carisma, ha acceso la fiamma ed è stato il trascinatore del popolo. Ma ad oggi, dopo quattro anni, non è più il leader a trascinare la folla, ma è la folla che lo spinge”, afferma Marco. Molti ucraini sono disposti a pagare con la propria vita il prezzo della difesa del proprio Paese: “Nelle prime settimane della guerra ho visto ragazzi e ragazze ucraini in giro per l’Europa rientrare in patria per andare ad arruolarsi. La storia si ripete: per esempio, anche durante la Prima guerra mondiale in Italia rientrarono più di 300mila tra emigrati diretti e figli di emigrati per tentare di salvare il Paese. La storia è una bellissima materia: la leggiamo, ma non impariamo mai niente”, è la considerazione amara del nostro interlocutore.

La vita dopo il fronte
Per coloro che riescono a sopravvivere al campo di battaglia e a tornare a casa, la guerra spesso continua, seppure in un’altra forma. Chi torna dal fronte ha infatti un significativo rischio di sviluppare il disturbo da stress post-traumatico e diverse altre patologie. Inoltre, molti soldati rimangono mutilati durante i combattimenti. Tra civili e militari in Ucraina dal febbraio 2022 ad oggi più di 100mila persone hanno perso un arto, e oggi il Paese è diventato la più grande fabbrica di protesi del mondo, con la domanda che supera di tre volte la produzione. Marco ha conosciuto di persona alcuni veterani amputati che ogni giorno compiono non soltanto la scelta di sopravvivere, ma anche quella di vivere, adattandosi a una nuova quotidianità.
“La missione Don Bosco a Leopoli ha riunito più di 90 ragazzi, tutti amputati, e ha creato delle squadre di calcio, organizzando allenamenti tre volte alla settimana e offrendo loro supporto psicologico. Ho intervistato due di loro e mi hanno confessato che senza questa iniziativa probabilmente si sarebbero suicidati”, racconta. Un grande problema, aggiunge, è la scarsa disponibilità di lavoro una volta tornati dal fronte, e la maggior parte di questo è nel settore informatico, nel quale è difficile inserirsi se si è perso un braccio in combattimento. “Ho visto lavorare un uomo che aveva perso tutte e due le braccia e lavorava al computer esclusivamente con i piedi”, riferisce Marco. Il dramma della quotidianità non affligge soltanto chi porta addosso i segni eterni della guerra, ma anche coloro che sopravvivono ai propri cari morti al fronte. Genitori che perdono figli, figli che perdono genitori, coniugi che perdono il proprio sposo o la propria sposa: lutti che rendono straziante restare in vita e guardare al futuro. In una fredda giornata di gennaio, Marco si trova al cimitero di Leopoli e nota un uomo che passa le ore davanti a una tomba: “Da quando il suo unico figlio è morto, passa ogni giorno quattro-cinque ore al cimitero, anche se fa molto freddo e nevica. Porta con sé un thermos e un pacchetto di sigarette e parla con la tomba del figlio”, racconta, evocando un’immagine fin troppo comune e diffusa, un’immagine che restituisce la vera essenza della guerra, che va oltre ogni trattativa e piano strategico.

Squadra di calcio di ragazzi amputati a Leopoli (Foto gentilmente
Squadra di calcio di ragazzi amputati a Leopoli

Un trauma intergenerazionale
La vita che continua nella devastazione e nel dolore, con la consapevolezza che il futuro è irrimediabilmente compromesso e che, come tutte le guerre ci insegnano, il trauma causato verrà trasmesso come un’eredità anche alle generazioni future. “Con l’aumentare degli anni del conflitto cresce vertiginosamente il numero di vedove e di orfani, si parla di decine di migliaia. C’è una generazione che sta crescendo nell’odio: la perdita di un caro in guerra è un’esperienza che si trascina nel tempo, causando problemi psicologici incredibili, in questo momento secondo me inimmaginabili. Si tratta di un trauma intergenerazionale – dice Macorich –. Diverse associazioni cercano di avvicinare i più giovani alle discipline sportive, ma non è facile. Nei parchi giochi si possono osservare bambini che non giocano con il pallone, ma con il fucile di legno”. I bambini, emulando i grandi, giocano alla guerra. È quindi il caso di domandarci quando il mondo dei grandi – e dei potenti – smetterà di fare questo gioco così perverso e deciderà una volta per tutte di dare il buon esempio.

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