Dalla meraviglia al torpore del mondo

A colloquio con Daniela Cotimbo, storica dell’arte e curatrice della mostra «Il mondo è sonnambulo», allestita negli spazi della Filodrammatica di Fiume nell’ambito del programma «Mio, tuo, nostro», promosso da «Drugo more», sulle dinamiche della cultura algoritmica e le sue implicazioni percettive, politiche e simboliche

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Dalla meraviglia al torpore del mondo
Una sequenza di “The bastard fields” del collettivo Most Dismal Swamp. Foto Ivor Hreljanović

Straniamento, inquietudine, fascinazione, disorientamento, attrazione, saturazione e riflessione continuavano a premere mentre uscivamo da “Il mondo è sonnambulo”, senza trovare un punto in cui fermarsi. Fuori, la luce del Corso fiumano, più chiara, più leggera, e quella sensazione netta di riemersione, quando l’aria torna nei polmoni e lo sguardo resta indietro, leggermente fuori fase, mentre per qualche secondo non si è ancora certi di essere lì, né di cosa, esattamente, sia cambiato. La mostra, visitabile fino al 14 maggio prossimo, recentemente inaugurata nell’ambito del programma “Moje, tvoje, naše” (Mio, tuo, nostro) promosso da “Drugo more”, orchestra un ambiente percettivo in cui immagini, suoni e frammenti narrativi si dispongono secondo una logica discontinua, affine alla dimensione onirica. L’esperienza procede per accumuli e scarti, per slittamenti progressivi che incrinano ogni possibilità di orientamento stabile. È all’interno dell’installazione che abbiamo incontrato la curatrice, Daniela Cotimbo (Re:humanism), con la quale abbiamo intrattenuto un dialogo tanto fluido quanto rivelatore, teso a mettere a fuoco le dinamiche profonde che attraversano il progetto. In questo contesto prende forma quella che definisce “trance algoritmica”, una condizione in cui la proliferazione continua di contenuti sintetici precede la coscienza e ne erode gli strumenti critici, generando una forma diffusa di assorbimento percettivo. A questa traiettoria si affianca, nel foyer, l’intervento degli studenti dell’Accademia di Arti applicate dell’Ateneo quarnerino (APURI), sviluppato sotto la guida di Boris Beja e Mihael Giba, i cui lavori si innestano nel percorso con una consistenza propria, rivelando una sensibilità generazionale già immersa nelle dinamiche dell’ambiente algoritmico e attenta a rielaborarne criticamente le implicazioni.

Silvia Dal Dosso e Daniela Cotimbo. Foto Ivor Hreljanović

Sonnambulismo collettivo
Da quella stessa alterazione percettiva ha preso forma, a partire dal confronto con la storica dell’arte pugliese, una riflessione che ha dato spessore a quanto appena attraversato. Ne è derivata la fisionomia di una contemporaneità sempre più prossima a una forma di sogno vigile, in cui il paesaggio mediale, saturo di deepfake, meme e frammenti della cultura post-Internet, si manifesta come una corrente continua di visioni e narrazioni che anticipano e spesso aggirano ogni possibilità di vaglio critico. Qui, contenuti eterogenei penetrano nella coscienza in modo quasi subliminale, saldando dimensioni intime e collettive, paure archetipiche e cliché culturali. La diffusione massiva di contenuti generati tramite intelligenza artificiale si impone come passaggio decisivo, poiché la capacità dei modelli di apprendere da archivi esistenti e reiterarne schemi e ricorrenze dà luogo a un’estetica ambigua, dove l’elevata verosimiglianza convive con una marcata standardizzazione dell’immaginario. Su questo sfondo, l’insieme di queste dinamiche si colloca entro un orizzonte politico ed economico segnato da promesse tecnoutopiche e da un impiego strategico della produzione sintetica, che può agire come amplificatore ideologico o, nei casi più estremi, come strumento operativo in contesti bellici. Ne consegue una condizione percettiva instabile, riconducibile a una forma di sonnambulismo, in cui la nozione stessa di realtà oggettiva si indebolisce, lasciando spazio a narrazioni autoreferenziali e a nuove mitologie algoritmiche. In questa prospettiva, il pensiero di Lévi-Strauss si offre come chiave interpretativa, poiché se il mito costituisce una struttura fondamentale del pensiero umano, oggi esso viene progressivamente riformulato attraverso le logiche di produzione e ricombinazione proprie dei sistemi digitali. Da qui si aprono interrogativi cruciali su chi orienti questi flussi narrativi e su come trasformare tale deriva percettiva in una forma di coscienza critica.

La fine dello stupore
È proprio entro questa dissoluzione del reale che, nel corso della nostra conversazione, ha trovato espressione il primo nodo teorico sollevato dalla curatrice, richiamando la fase originaria della diffusione dei video generati mediante intelligenza artificiale, quando tali immagini apparivano perturbanti, quasi inquietanti, suscitando uno stupore venato di timore. Tale risposta, ha osservato, si è rapidamente attenuata nel giro di pochi anni, lasciando spazio a una forma di assuefazione che segnala una trasformazione profonda del nostro rapporto con la rappresentazione visiva. Ciò che un tempo appariva eccezionale si è progressivamente integrato nella quotidianità percettiva, segnando uno slittamento decisivo nel rapporto tra immagine e realtà. Questo mutamento viene indagato nell’esposizione attraverso una costruzione installativa immersiva che richiama la frammentazione continua dell’esperienza digitale. Cotimbo ha evocato dinamiche proprie della cultura di rete, come il doom scrolling, ovvero lo scorrimento ininterrotto e disordinato di contenuti eterogenei, che conduce a una graduale desensibilizzazione. In questa prospettiva rientra anche il riferimento al fenomeno dei “core”, e in particolare al core core, forma di montaggio collettivo e spontaneo che riflette e amplifica tale dispersione percettiva. In questo orizzonte, si individua un antecedente significativo nel lavoro di Adam Curtis, la cui pratica di montaggio, alimentata dall’accesso agli archivi della BBC, ha definito un linguaggio fondato sul contrasto tra immagini e colonna sonora, tra documento e costruzione narrativa. La mostra ne riprende l’impostazione nell’installazione di Silvia Dal Dosso, rielaborandola attraverso dispositivi contemporanei e introducendo, non senza ironia, una voce sintetica modellata su quella dello stesso Curtis, che accompagna e commenta le sequenze visive.

Dane Sutherland, Daniela Cotimbo, Silvia Dal Dosso, Marcin Ratajczyk e Chiara Kristler. Foto Ivor Hreljanović

Slittamenti del controllo
In quel passaggio si è fatta strada anche un’altra linea di osservazione, legata all’evoluzione dell’uso creativo dell’intelligenza artificiale. Se nelle prime fasi essa appariva come uno strumento sperimentale nelle mani di artisti e ricercatori, nel tempo la sua gestione si è progressivamente spostata verso grandi imprese, attori politici e centri di potere, con una conseguente trasformazione delle finalità e degli effetti prodotti. Cotimbo ha segnalato che, in poco tempo, si è consumata una vera e propria parabola di appropriazione e normalizzazione, mentre le reazioni del pubblico risultano ampie e differenziate, accomunate tuttavia da una marcata propensione al dibattito. Le opere, concepite anche come dispositivi discorsivi, sollecitano interrogativi su ciò che accade nel presente e trovano diffusione non soltanto in contesti espositivi, ma anche in ambiti educativi, come le scuole, dove vengono impiegate per sintetizzare e rendere leggibili le trasformazioni in atto. La distinzione introdotta dalla curatrice tra tecnologia in senso strutturale e prodotti di largo consumo chiarisce ulteriormente il quadro: mentre la prima apre spazi di intervento, personalizzazione e ricerca, i secondi restano sistemi opachi, il cui funzionamento interno rimane inaccessibile agli utenti. Questa opacità genera implicazioni rilevanti, non soltanto sul piano tecnico, ma anche su quello etico ed epistemologico, incidendo sulla percezione della creatività, sull’autorialità e sui meccanismi di legittimazione culturale. Quanto alla propria pratica, Daniela ha affermato di utilizzare tali strumenti con un atteggiamento vigile e riflessivo, evitando ogni delega totale e instaurando una relazione dialogica che richiede costante attenzione.

L’arte nel campo delle forze
In questo scenario, la curatrice con base a Roma individua nell’arte una peculiare prontezza reattiva, riconoscendole la possibilità di porsi come uno dei pochi ambiti in cui il dibattito può ancora essere sviluppato, esplorato e reso visibile. Tale posizione resta tuttavia ambigua, poiché gli artisti, mentre analizzano criticamente i dispositivi tecnologici, risultano al contempo implicati nei processi di sperimentazione sostenuti dalle stesse strutture industriali che ne determinano l’esistenza. Anche sul piano allestitivo, il percorso espositivo eccede la dimensione puramente visiva per assumere una qualità ambientale e avvolgente, in cui l’oscurità degli spazi, la presenza di elementi scultorei e la costruzione di assetti percettivi complessi contribuiscono a generare un’esperienza che esige concentrazione e una fruizione raccolta, sottratta alla dispersione sociale. In questo contesto, le interazioni tra umano e artificiale vengono tradotte in strutture visive e diagrammatiche, offrendo una mappatura tecnica dell’esperienza comunicativa contemporanea. Su un piano più ampio, Cotimbo ha ricondotto tali dinamiche a quella forma già evocata di sonnambulismo, entro cui immagini e narrazioni penetrano nella coscienza eludendo una piena vigilanza. Questo stato appare profondamente radicato nelle logiche di funzionamento dei sistemi, soprattutto in quei processi latenti che, pur restando invisibili, plasmano l’immaginario in modo incisivo. Pur nella consapevolezza delle criticità, la sua prospettiva si orienta verso una spinta operativa alimentata anche dall’incontro con una nuova generazione di artisti e operatori culturali. In questa oscillazione tra inquietudine e apertura prende forma uno spazio di intervento fondato sulla comprensione, sull’uso consapevole e sulla costruzione di pratiche alternative, in grado di attraversare il presente senza esserne interamente determinati.

Intimità artificiali
A seguire, la storica dell’arte ha ampliato la propria riflessione includendo la sfera delle relazioni, rimarcando come un numero crescente di individui costruisca legami affettivi nel digitale, fino a giungere a forme di innamoramento rivolte all’intelligenza artificiale. Tale fenomeno alimenta una progressiva confusione tra reale e virtuale, tra esperienza vissuta e simulazione, entro cui l’arte assume un ruolo specifico quale spazio di rielaborazione critica. A sua detta, le ricerche presenti in mostra analizzano queste trasformazioni e intervengono sulle narrazioni dominanti sull’IA, aprendo nuove possibilità interpretative. Dal punto di vista curatoriale, la nostra interlocutrice ha sottolineato come gli artisti coinvolti appartengano a una comunità relativamente ristretta e interconnessa, dove chi opera su questi temi tende a conoscersi e a partecipare a progetti affini. Tuttavia, l’assetto della mostra rappresenta un caso inedito, poiché, pur avendo già esposto singolarmente, non erano mai stati riuniti in questa forma. La selezione risponde a una logica precisa, entro cui la ricerca di Silvia Dal Dosso assume la funzione di punto di avvio per raccontare l’assurdità e le trasformazioni legate all’intelligenza artificiale, mentre gli altri contributi concorrono a esplorare modalità di attraversamento e comprensione di questa realtà complessa.

Dentro lo straniamento
Ci siamo avvicinati così a “The future is weird AF” (Il futuro è dannatamente strano, 2023-2025), lavoro di Dal Dosso, artista, scrittrice e ricercatrice attiva nell’ambito delle tecnologie digitali e delle subculture del web, nonché cofondatrice del collettivo Clusterduck, presente in mostra, con cui abbiamo avuto modo di scambiare alcune riflessioni mentre stava ultimando l’allestimento della sua installazione. La trilogia video si propone come una vera e propria capsula temporale del presente, registrando l’irruzione massiva dell’intelligenza artificiale nella vita quotidiana. Attraverso un montaggio serrato di materiali reperiti online, l’opera compone un paesaggio mediale saturo e disorientante, in cui la distinzione tra reale e simulato si fa progressivamente incerta. Durante la nostra conversazione, l’artista ha descritto il sonnambulismo come condizione diffusa del presente, che tuttavia non coincide con una perdita di senso, ma si articola come spazio produttivo, atto a generare nuove forme di pensiero e narrazione. I tre video, costruiti a partire da fan footage, si presentano come registrazioni composite di un tempo accelerato, in cui, paradossalmente, all’aumento di verosimiglianza delle immagini generate (emblematici i celebri spaghetti di Will Smith) corrisponde una crescente estraneità del mondo. Ciò che diventa tecnicamente più realistico appare, sul piano percettivo, sempre più precario, segnato da dinamiche di feedback tra sistemi e soggetti che sfuggono a ogni controllo, come in uno stato di veglia inconsapevole. Dal Dosso mostra come tale condizione investa anche le dimensioni più elementari dell’esperienza, dal cibo alle relazioni, dall’affettività alla costruzione del desiderio, sempre più mediati e virtualizzati. Ne deriva un ecosistema in cui influencer sintetici, resurrezioni digitali e scenari bellici coesistono con la quotidianità, mentre il desiderio viene costantemente intercettato da dispositivi algoritmici. Il ricorso a una voce sintetica ispirata ad Adam Curtis, generata tramite software di text-to-speech, rafforza questa dimensione documentaria e perturbante. Il lavoro si presenta così come un tentativo ostinato di estrarre senso da un flusso continuo di visioni e dati, lasciando affiorare la vertigine di un presente in cui, mentre tutto diventa più credibile, il mondo stesso appare irrimediabilmente “strano”.

Oltre il giudizio umano
Tra le opere, “IUDICIUM” (Giudizio, 2022) di Zach Blas scorre su un grande pannello video che ricorda un tablet, circondato da uno spesso bordo nero. L’artista statunitense, attivo tra arti visive, cinema e teoria, noto a livello internazionale per il suo lavoro critico sulle tecnologie digitali e la sorveglianza, costruisce un dispositivo visivo e sonoro di straordinaria complessità simbolica, in cui la logica algoritmica viene trasfigurata in una teologia del calcolo. Rielaborando il “Giudizio Universale” michelangiolesco, l’opera colloca i processi decisionali automatizzati entro un immaginario escatologico, portando alla luce la dimensione ideologica e quasi religiosa che permea la cultura tecnologica contemporanea. Al centro della composizione, un cubo nero rotante, insieme macchina predittiva e reliquia esoterica, condensa la metafora della “scatola nera”, dando forma a una costellazione simbolica che connette biometria, geometria sacra e diagrammi neurali. Attorno ad esso, frammenti di corpi e griglie di riconoscimento facciale orbitano in uno spazio rituale oscurato, mentre una voce sintetica, generata a partire da corpora eterogenei – testi religiosi, manifesti aziendali, filosofia morale – enuncia un sermone apocalittico, accompagnato da un paesaggio sonoro ipnotico prodotto tramite apprendimento automatico. Blas mette così in scena una forma di trascendenza computazionale, in cui l’intelligenza artificiale, elevata a istanza giudicante, riduce il vivente a dato e previsione, promettendo salvezza e dominio in un orizzonte segnato da tensioni tecnoutopiche e logiche neoliberiste, alimentate anche dall’immaginario messianico della Silicon Valley. “IUDICIUM” si impone come una potente allegoria del presente, dove il desiderio di delegare il giudizio all’algoritmo lascia intravedere, sotto nuove forme, la persistenza di antiche strutture di fede, controllo e potere.

Quei campi bastardi, paludosi
Inquietante e visionario, si presenta “The bastard fields” (I campi bastardi, 2025), del collettivo Most Dismal Swamp, progetto artistico di realtà mista fondato dall’artista britannico Dane Sutherland, che sviluppa un ambiente immersivo e allucinatorio, in cui il collasso dei modelli di realtà si manifesta come proliferazione di narrazioni instabili e figure liminali. Tra paludi, grotte e paesaggi degradati, scheletri dialogano con robot artigianali, predicatori deliranti emergono da flussi di streaming, e creature ibride abitano uno spazio in bilico tra rovina e simulazione. L’opera mette in scena una condizione di “model collapse”, in cui la produzione incessante di contenuti conduce a una degradazione semantica e percettiva. La palude diviene così metafora di un ecosistema mediale saturo, al contempo rifugio e trappola, attraversato da tensioni tra umano e artificiale, fede e tecnologia. I riferimenti ai Covenanters (setta protestante scozzese perseguitata nel XVII secolo) e a comunità marginalizzate amplificano la dimensione politica del lavoro, suggerendo analogie tra persecuzione, invisibilità e sopravvivenza nei territori, fisici e digitali, della contemporaneità.

Archivi della fatica digitale
Su un piano affine, “AI fatigue rehab agent” (Agente di riabilitazione dalla fatica da IA, 2026) del collettivo Malpractice, fondato da Chiara Kristler e Marcin Ratajczyk, si sviluppa come meccanismo discorsivo volto a indagare criticamente le manifestazioni emergenti di burnout cognitivo legate all’esposizione prolungata ai sistemi di intelligenza artificiale. Nella mostra fiumana è stata attivata una versione aggiornata del sistema, dando origine a un archivio conversazionale inteso come deposito vivo di enunciazioni, resistenze e derive soggettive. Strutturato come entità dialogica, coinvolge i partecipanti in scambi non sceneggiati, nei quali si alternano sabotaggio ludico e momenti di riflessività, portando in superficie questioni legate al sovraccarico percettivo, alla precarizzazione del lavoro creativo, alla sorveglianza diffusa e alla crisi dell’autorialità. In questo stesso orizzonte si colloca anche la performance “All inclusive AI hell cruise” (Crociera infernale IA tutto incluso), che traduce tali dinamiche in un attraversamento ironicamente distopico dei “gironi” della saturazione digitale. Le interazioni vengono convertite in sequenze visive fluttuanti, generate algoritmicamente, che richiamano tracce mnestiche di eventi mai accaduti, collocando l’esperienza in una percezione intermittente e alterata. Da qui si delinea un archivio dinamico del presente, che fornisce con precisione quasi diagnostica le modalità attraverso cui la soggettività contemporanea negozia, assorbe o respinge la pressione pervasiva degli ambienti algoritmici.

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