Dal Veliko Rujno a Starigrad Paklenica

Un viaggio nell’arido Carso del Velebit meridionale

Il torrente della Velika Paklenica sul fondo della gola

La strada sterrata antincendio dai grandi tornanti che s’insinuano nell’arido Carso del Velebit meridionale ci sta portando al vasto pianoro del Veliko Rujno. Per secoli i pastori dei minuscoli abitati che circondano Starigrad Paklenica sono risaliti lungo le falde del massiccio con gli animali, durante la transumanza, portando a schiena e a dorso di mulo tutto il necessario per trascorrervi la bella stagione. I portatori di sale hanno fatto lo stesso, proseguendo poi per la Lika oltre il passo di Buljma, per scambiare questo bene, un tempo preziosissimo, con grano e altri generi di prima necessità. L’antico percorso, reso agevole da tratti lastricati di grosse pietre calcaree, sarebbe rimasto intatto, a costituire l’unico collegamento, se nel 2007 non fosse scoppiato il tremendo incendio che si è portato viga una vasta parte della stupenda foresta di pini neri dalmati, relitto dell’ultima era glaciale.
Una… manna dal cielo
Nel 2008, i pianori erbosi del Malo e del Veliko Rujno sono diventati quindi raggiungibili per mezzo dei veicoli, per la gioia dei rari pastori che ancora vi pascolano le loro greggi e soprattutto per quella dei Vigili del fuoco, la cui immane fatica, profusa nello spegnimento in quest’area estremamente impervia, si spera non debba mai più ripetersi. Per noi, che portiamo invece gli zaini con un impegno sempre più grande, arrivare a quasi mille metri d’altezza senza sforzo alcuno è una vera manna dal cielo. Come si vedrà, recupereremo abbondantemente in seguito…
Sul muretto dello stan (o stanzia) dell’amico Ivica, il vecchio ramarro che da anni fa la guardia alla minuscola casa in pietra prende il sole d’ottobre, con gran beatitudine. Da qui, dopo un pasto frugale, partiremo alla volta dei monti che fanno da fantastica corona alle gole della Velika e Mala Paklenica.
La raccolta della resina
Il tratto pianeggiante è breve e anche un po’ deprimente per le cataste di tronchi bruciacchiati ormai in sfacelo, testimoni del disastro non ancora sanato e tratti fuori dal bosco per scongiurare l’attacco dei parassiti, capaci di arrecare seri danni agli alberi sopravvissuti. È però un piacere inoltrarsi nella fitta pineta, che diventa a mano a mano più folta; tra le chiome ispide si espande l’odore pungente della resina, un tempo raccolta tramite incisione e usata per calafatare le imbarcazioni. È infatti dal termine paklina/resina che il territorio trae il nome; diventato nel 1949 Parco nazionale, ha inglobato successivamente anche l’area del Bojinac.
Quando la stanchezza prevale…
Salendo verso Struge il panorama si allarga a est, abbracciando tutto l’immenso pianoro e i monti dei Višerujna. Alla sella di Stražbenica, il sentiero si biforca: da una parte scende verso la gola e il rifugio alpino e dall’altra continua a salire verso il massiccio e la sella di Buljma. Ecco che appare la gola con tutte le valli confluenti, ricoperte dal verde intenso della pineta, seguito dalla fascia color ruggine dei faggi alpini: da essi emergono i versanti a strapiombo e le cime che vanno dal Vaganski allo Sveto brdo.
L’assurdità dei conflitti
Proseguendo verso il pozzo di Marasovići, bisogna stare bene attenti a non allontanarsi dal sentiero battuto. Lo sminamento del terreno è ancora da effettuare, per la qual cosa è bene attenersi alle raccomandazioni della Società alpina croata. Ci sono le tabelle d’avvertenza anche più avanti, tra i pini mughi, a testimonianza di quanto sia assurdo e atroce per l’uomo e la natura un qualsivoglia tipo di conflitto.
Il Vaganski vrh (1.757 m) è la cima più alta del massiccio del Velebit. La splendida flora che ci aveva stupito anni fa, durante una passeggiata in estate, è solo un ricordo, ma tra l’erba secca, i semi di numerose specie alpine sono giunti a maturazione. La bora li spargerà e la neve li conserverà fino alla primavera, quando si spera germinino producendo una nuova pianta delle oltre mille specie che popolano il territorio.
Un panorama unico
A destra, in un profondo imbuto, occhieggia il Babino jezero, un tempo importante punto di abbeveramento delle numerose mandrie che pascolavano sugli alpeggi. Il percorso prosegue un po’ scendendo e un po’ salendo tra i pini mughi, lungo crinali erbosi o nel mezzo di desolate pietraie, costituite dai grigi detriti di falda e dai massi erosi dalle intemperie dalle forme più bizzarre. Da un lato ferisce gli occhi il luccichio del mare con le isole dell’arcipelago zaratino, mentre dall’altra il vasto altopiano della Lika assume i colori dell’autunno: un panorama unico che solo il Velebit è in grado di offrire. Lungo il percorso, centinaia di uccelletti volano, quasi a volere aprire il cammino.
Un bivacco supertecnologico
Raggiungiamo la cima dello Sveto brdo. Il rilievo ai piedi del monte in direzione sud ha un qualcosa di irreale; in lontananza s’intravvedono le spettacolari Tulove grede, mentre ancora più in là, verso la linea dell’orizzonte, spuntano dalla bruma i coni delle Incoronate.
Il supertecnologico bivacco del Vlaški grad offre acqua corrente, pannelli solari e quant’altro, mentre gli ultimi raggi accendono i colori autunnali delle faggete; il sole si spegne repentinamente in mare e calano nuovamente la notte e il gelo.
Lontano dalla civiltà…
Il sentiero verso Starigrad è quasi tutto in discesa verso Ivine vodice, dove si può gusare con grande piacere la deliziosa acqua sorgiva, seduti sulle scale del minuscolo rifugio. Il percorso si snoda adesso lungo l’area del Klimenta, che si protende seguendo il torrente della Velika Paklenica. La foresta primaria di faggi giganteschi è immersa nella penombra; qua e là funghi di varie specie testimoniano la ricchezza di un mondo vivente assolutamente eccezionale in quanto a varietà. È un’immensa cattedrale, lontano dalla civiltà, dove il silenzio è turbato solo dal gorgogliare dell’acqua che scende tra le rocce sul fondo della gola…

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