Auguriamoci un anno migliore di quello passato, con sfide da affrontare a partire da subito, per dare più luce ai tempi in cui stiamo vivendo. Il nome del primo mese dell’anno suggerisce il modus operandi: la visione rivolta al futuro, che è tutto da costruire, mantenendo però lo sguardo verso l’anno appena terminato. L’immagine della divinità romana conferma il fatto che, per accettare saggiamente le novità in arrivo, è indispensabile considerare tutte le situazioni pregresse e vissute.
Ci troviamo nel periodo più freddo dell’anno e le sue giornate gelide, accompagnate da qualche fiocco di neve, mi fanno tornare in mente i versi del caro Rodari (a cui ritorno spesso e volentieri), che parlano dei bimbi avventurieri dal cuore senza paura, a cui non servono sentieri per tentare l’avventura e che marciano arditi dove la nevicata è intatta, aprendo strade nuove nel deserto d’ovatta. Una lunga metafora che descrive la nostra natura fanciullesca, in cui non siamo consapevoli dei pericoli che ci circondano e guardiamo il mondo con innocenza e meraviglia. Momenti indimenticabili che ci rendono felici.
Rodari però dà un suggerimento a quei fanciulli un po’ cresciuti e, secondo me, ci invita a creare nuovi sentieri dove la nevicata è intatta, ad aprire nuove strade nei deserti del nostro abbandono alle condizioni di vita in cui ci troviamo, forse inconsapevoli degli inganni che il comfort nasconde. Gli obiettivi principali di una persona qualunque di oggi (di ieri e di domani) sono chiari e sempre orientati verso una vita vissuta a proprio agio, nel benessere economico e nella comodità. Nessuno è esente. Tuttavia, c’è sempre qualcuno che non si riconosce nei deserti d’ovatta e cerca di aprire nuovi sentieri, non solo per dare più luce alla propria vita, ma anche per stimolare coloro che sono alla ricerca di itinerari autentici, creando e aggiungendo valore al mondo.

Ma chi sono i più grandi esploratori, inventori e autentici scopritori? I bambini! Da sempre. Con tutta la loro curiosità, sincerità e innocenza si aprono al mondo, mostrando con esse anche la loro fragilità. I bambini, con i loro sguardi pieni di meraviglia e di incanto. Anch’io ritorno bambina, particolarmente davanti all’incanto della neve. Parlando da dalmata vissuta quasi tutta la vita in simbiosi con il mare, ammetto che la sola idea della neve mi fa tornare alle piccole (dis)avventure di quelle poche volte in cui a Zara è nevicato. La prima neve la ricordo ancora, vista e vissuta nel piccolo cortile ricoperto da un candido velo, e io, con in mano una pallina delicata che sembrava panna, molto fredda e scioltasi all’istante al contatto. Mi lasciava le mani infreddolite e bagnate: un pugno d’acqua gelida. Quell’episodio mi ha insegnato subito che la magia dura poco, ma anche che il suo fascino riscalda il cuore, dove l’incantesimo rimaneva – e rimane tuttora – conservato, risvegliando il calore nel cuore quando il ricordo riaffiora. La memoria del momento fa sì che il cuore sobbalzi nel pensiero e ricrei l’attimo piacevole del candore, della dolcezza e della fragilità, avuti e tenuti nelle mani. A questo ricordo si aggiunge lo scricchiolio della neve nelle camminate invernali, come se volesse dare forza al coraggio di lasciare impronte personali sulla neve. È indescrivibile quella sensazione di intraprendere nuovi percorsi e spianare la strada a nuove scoperte, con i piedi che sprofondano nel biancore, lasciando un segno forte del passaggio. Un’impresa gloriosa di chi cammina per la prima volta sulla, o nella, neve: si prova quell’emozione unica in cui, dopo essere stati circondati dal freddo e dal gelo, si ritorna al calduccio delle case, rincuorati e rinvigoriti. Il freddo allora cessa di esistere: sono solo le mani e i visi che ricordano ancora il contatto con il rigido ambiente esterno, sprigionando calore e allegria con il loro rossore. Il caldo avvolge il freddo e non gli permette di diffondersi. Ci si affaccia alle finestre e si osservano di nuovo gli alberi e le cose, scomparse sotto quella cappa candida che creava un senso di uniformità. Nel cortile, il tetto del pollaio e la palma che piega i propri rami sotto quello strano peso. Nei vasi di coccio, i limoni che resistono, protetti dai nani da giardino. Nella mia fantasia li vedevo arrampicarsi sui rametti durante la notte e difendere i limoncini dal freddo, a spada tratta. Erano i miei piccoli eroi.
Come affrontare le ostilità
È una particolare esperienza di vita che si presenta come risposta alla domanda su come mantenere il nostro cuore protetto, o “al caldo”, durante il periodo in cui dall’esterno arriva l’aria gelida. Parlando anche metaforicamente: solo nell’affronto diretto – guardare negli occhi il pericolo, toccarlo con le mani (muniti di guanti impermeabili e resistenti, o forse meglio senza) – e farlo sparire con il calore della propria forza vitale. Può sembrare un atto di incoscienza o di imprudenza, perché non si è mai protetti abbastanza nell’atto del confronto, ma nel momento in cui si affronta l’incognito cessano tutte le paure. Lo dico da esperta. Si tratta di un’altra metafora che l’inverno e la neve ci rivelano: la vita si conquista nel contatto diretto, nel combattere le ostilità di persona, uscendo dal luogo sicuro in cui spesso ci rifugiamo e ci nascondiamo. Il cuore allora pulsa e vive, si rinnova e diventa il luogo in cui ci rifugiamo, senza paura di congelarci l’anima. Ritirarsi o evitare le sfide sono strategie che ci indeboliscono, mentre gli affronti creano esperienze dirette e per questo preziosissime, a volte spiacevoli, ma necessarie per maturare e renderci più forti e resistenti.
Partendo dal contatto con il freddo, si può dedurre come affrontare le avversità. La vita non è sempre ostile, ma l’uomo deve essere preparato e pronto a sostenere e vincere le proprie battaglie, specialmente nelle situazioni sconosciute e impervie.
Al cuore (e allo spirito) non si comanda
Le situazioni impervie sono particolarmente attraenti per coloro che sono abituati a combattere e pertanto decisi a superare continuamente i propri limiti. Se si aggiunge la forza dell’anima e del cuore, i limiti si dissolvono, aprendo nuovi orizzonti. Ecco perché si dice che al cuore non si comanda: è la razionalità che cerca di contenere la vita negli schemi della sicurezza.
Le sfide superate fanno crescere le ali dello spirito, che è in stretto contatto con il cuore, e quando si raggiungono gli orizzonti previsti, la visione si allarga e continua ad aumentare verso l’infinito. È il momento in cui alcuni decidono di fermarsi, forse intimoriti o forse solo per il bisogno di accontentarsi della sensazione di poter controllare la vita. I più audaci vanno avanti e si lasciano guidare dal cuore, pronti a sentire le proprie mani congelarsi nel gelicidio – e questa volta penso a quello che fa male. Il cuore aperto, un po’ selvaggio e indomabile, abbatte i limiti umani e crea la differenza, armato di caparbietà alimentata dalla forza dello spirito. L’unica resa possibile e accettabile è quella che si appoggia alla forza spirituale: i rischi e le conseguenze sono imprevedibili, ma la costanza del cammino oltre i limiti degli orizzonti visibili porta a creare veri miracoli che la logica umana, secondo me, non riesce e non riuscirà mai a spiegare.
Il logico, il sicuro e l’affascinante
Spieghiamo facilmente l’inizio di un anno, che di solito viene accolto come la fine di quello precedente. Il percorso del tempo però, secondo me, non considera affatto il concetto di fine. Si tratta piuttosto della necessità umana di racchiudere, ancora una volta, la vita in schemi prevedibili e comprensibili. Oggi li chiamiamo algoritmi, in seguito alle espressioni usate nell’impiego sempre più diffuso dell’intelligenza artificiale. Alcune manifestazioni della vita si prestano a tali interpretazioni: si tratta del tentativo di definire e controllare fenomeni legati allo scorrere del tempo, che all’uomo non piace. L’uomo vorrebbe addirittura fermare il tempo, e ciò è inconcepibile. Quello che si ferma è l’uomo.
A volte mi fermo anch’io e osservo il comportamento delle persone, i ritmi della vita e la loro dinamicità. Sono ripetitivi e mi sembra di vedere una cabinovia – come quelle di montagna – che va su e giù tra due stazioni lungo un’unica fune. A volte il meccanismo si ferma, a volte succedono inconvenienti e disgrazie, ma la cabina, con le persone all’interno, continua a compiere lo stesso viaggio in salita e poi in discesa. Così la gente si lascia trasportare dalla fune, sentendosi protetta da quello spazio limitato, costruito allo scopo di portarla da un punto all’altro in modo comodo e sicuro. C’è chi però non ama gli spazi e gli schemi chiusi e allora intraprende un percorso personale: inizia con le proprie forze, faticosamente e lentamente, le salite, per poi lanciarsi nelle bellissime discese. In tali percorsi, autentici e unici, si aprono nuove prospettive e si intravedono nuove soluzioni. Come nello sci alpino, così anche nella vita vediamo nascere i grandi campioni. Il vero fascino sta proprio lì. Il suo segreto è nascosto nel coraggio di esporsi al rischio, in parte consapevoli e in parte inconsapevoli, raggiungendo i punti più alti e superando ostacoli che dal basso sembrano insuperabili.

L’orizzonte più comune
Parlando di orizzonti, vorrei soffermarmi su quello più vicino e comune a tutti noi. Lo chiamo orizzonte: quel bisogno primario di mantenere la vitalità dinamica in questi giorni freddi e cupi, attraverso il calore e il fuoco. La parola focolare ci conduce all’intimità della vita comune, calda e gioiosa. In sostanza parliamo del fuoco, che rappresenta luce, calore, energia e speranza. Il focolare porta con sé anche il significato profondo della famiglia e della vita comunitaria. Un tema importante e molto vasto che cercherò di interpretare nei prossimi articoli: il focolare familiare.
Dalla notte dei tempi l’uomo usa il fuoco per manifestare il bisogno di stare insieme, al caldo e al sicuro, ma anche per esprimere la propria gioia e il desiderio di manifestare la vitalità e l’energia che porta dentro di sé. Durante l’inverno, nei paesi di montagna, si svolgono fiaccolate notturne in cui i partecipanti scendono dalle pendici dei monti, creando coreografie particolari, incrociandosi, volteggiando, ballando sugli sci nella neve: immagini magiche che affascinano adulti e bambini.
Nel percorso delle fiaccole portate in mano si seguono le scie di luce che partono dalle alture per scendere nelle valli, illuminando la natura circostante, avvolta dal manto nevoso, come se si volesse contrastare il silenzio del buio e del ghiaccio. L’immagine può essere interpretata come un messaggio forte di appartenenza alla comunità, dell’importanza della tradizione mantenuta, del valore spirituale con cui il fuoco e la luce prevalgono sulle tenebre.
Logica del pensiero ed emozioni positive
L’impressione lasciata dalla fiaccolata mi guida verso una visione futura in cui potremmo riconoscerci, tenendo le nostre fiaccole – intese come valori – in mano, alzandole in alto e resistendo alle intemperie oppressive delle mediocrità che minacciano sia la logica del pensiero sia le emozioni positive. Oltre ai nostri deserti personali esistono anche i deserti che ci circondano, per non parlare del grande deserto dell’esistenza umana, minacciato dalle innumerevoli assurdità che limitano la crescita dell’umanità in ogni senso. Mi domando se e come sia possibile infiammarli. Il deserto personale dipende solo da noi: dai nostri atteggiamenti, dalle nostre scelte e dalle nostre decisioni. È facile infiammarlo. Dipende da noi. Per gli altri, invece, è necessario creare una comunità vera e propria, compatta e forte, invisibile ma intelligente e incisiva, capace di mantenere la fiamma sempre accesa, di trasmetterla a chi ne ha bisogno e di infiammare la comunità stessa, rimanendo partecipi di tutte le meraviglie che una fiamma comune può creare.
*docente del Dipartimento
di Studi Italiani
dell’Università di Zara
Tutti i diritti riservati. La riproduzione, anche parziale, è possibile soltanto dietro autorizzazione dell’editore.
L’utente, previa registrazione, avrà la possibilità di commentare i contenuti proposti sul sito dell’Editore, ma dovrà farlo usando un linguaggio rispettoso della persona e del diritto alla diversa opinione, evitando espressioni offensive e ingiuriose, affinché la comunicazione sia, in quanto a contenuto e forma, civile.










































