Croazia e Ungheria: 800 anni di arte e cultura

Nella Galleria zagabrese Klovićevi dvori è in visione fino al 22 novembre la mostra proposta dal ministro della Cultura e dei Media, Nina Obuljen Koržinek

La riproduzione del sarcofago di San Simone (Zara)

La Galleria d’arte zagabrese Klovićevi Dvori continua il ciclo di mostre che trattano il tema dei rapporti internazionali nella storia e dei collegamenti culturali e artistici della Croazia con gli altri Paesi d’Europa.
La prima mostra è stata “Le sfide della modernità: Zagabria e Vienna nel 1900”, alla quale è seguita la mostra allestita attualmente, “Ars et virtus: Croazia-Ungheria. 800 anni di patrimonio culturale comune” e che è stata proposta da Nina Obuljen Koržinek, ministro della Cultura e dei Media.

Anche se la memoria collettiva ormai non prende più in considerazione gli importanti legami che fino a un secolo fa condividevamo con l’Ungheria, spiega Antonio Picukarić, direttore della Galleria, nella prefazione al catalogo, rimangono le opere d’arte, quelle architettoniche, le foto e tanto altro a ricordarci quest’aspetto della nostra storia comune. Lo sfarzo e la bellezza di questo lascito offuscherà le guerre e le tensioni politiche che sono esistite tra i due popoli, aggiunge.

Via Martiri antifascisti a Fiume così com’era un tempo

Più di un millennio di storia condivisa
Abbiamo visitato la ricca mostra al secondo piano dei Klovićevi Dvori e abbiamo parlato con due curatrici, Petra Vugrinec e Iva Sudec, le quali hanno illustrato i pezzi più importanti esposti nelle varie sale espositive.

Le prime tracce della presenza magiara sul territorio dell’odierna Croazia, ha esordito Vugrinec, risalgono al Medioevo, seguono dei documenti che attestano le politiche comuni dei due popoli e si concludono poi con la caduta dell’Impero dell’Austria e Ungheria. La prima sala in assoluto è dedicata alla dinastia degli Arpad o, in ungherese, Árpádok, la prima dinastia che regnò in Ungheria dall’896 al 1301. Nella sala sono esposti due dipinti del XIX secolo di Mato Celestin Medović e di Oton Iveković sui quali è rappresentato il re croato Zvonimir nel momento del fidanzamento con Elena la Bella, principessa d’Ungheria, che però non gli diede discendenti. Il trono spettò, dunque, al fratello di lei, Ladislav, che divenne re croato. Nella stessa sala c’è pure il dipinto dell’incoronazione di Ladislav da parte di un vescovo croato, che fa parte di un altare barocco situato nella Cattedrale zagabrese e che è stato ceduto alla galleria d’arte per l’occasione. Tantissime opere d’arte, ha spiegato Vugrinec, testimoniano di questo culto dei governanti e re ungheresi anche nella liturgia religiosa e nell’iconografia. Un altro oggetto interessante in esposizione è l’anello d’oro del re ungherese Colomanno (dal 1097 anche re di Croazia), risalente al 1100 e ceduto dal Museo nazionale ungherese. Si tratta di un anello che possiede una scritta mistica all’interno, che serviva a proteggere il re dalle fatture, dalle malattie e dai fulmini. Allo stesso periodo risale pure il Sacramentario di Santa Margherita, un libro liturgico che rappresenta uno dei volumi più antichi scritti a mano sul territorio dell’Ungheria. Tutti questi oggetti, dipinti e documenti, rappresentano le radici della nostra coesistenza col popolo magiaro, ha concluso Vugrinec.

La dinastia degli Angioini e il XIV secolo
“Questo periodo della nostra storia è particolarmente importante – ha spiegato la curatrice – in quanto la vita culturale croata viene inserita negli ambiti europei. Questo è anche un periodo d’intensa produzione artistica e artistico-artigianale, ovviamente legata principalmente alla chiesa e agli ambienti clericali, come ad esempio i conventi. Un bell’esempio di questa produzione è un’opera tessile, la più antica in possesso dell’Arcidiocesi zagabrese, il velo omerale di Augustin Kažotić. Tipici dell’epoca erano pure i reliquiari, che purtroppo spesso sono andati perduti. Siamo riusciti a ottenere il Braccio di Sant’Anselmo, di Zlatar Šimun e una riproduzione del sarcofago di San Simone, custodita nella Chiesa di San Simone a Zara e che è stata commissionata da Elisabetta Kotromanić, moglie di Lodovico d’Angiò e regina d’Ungheria, di origini bosniache. Secondo la leggenda Elisabetta ha profanato una reliquia di San Simone, il quale portò Gesù durante le visioni nel Tempio e da qui questa commissione, che rappresenta uno dei più importanti lavori d’oreficeria dell’epoca sul territorio croato. In un rilievo piuttosto profondo raffigura delle immagini della vita del Santo e delle leggende che accompagnano la storia sull’arrivo dei suoi resti fino a noi. Caratteristica principale di quest’opera è l’horror vacui (terrore del vuoto) gotico, ovvero l’atto di riempire completamente l’intera superficie di un’opera con dei particolari finemente dettagliati. Su uno dei lati troviamo il testamento di Elisabetta Kotromanić, altrettanto decorato. Non abbiamo potuto esporre il sarcofago originale in quanto contiene le ossa del Santo ed esiste una procedura piuttosto complicata per poterlo spostare. Un’altra opera importante è la Crocifissione di Gianfrancesco da Tolmezzo, realizzata con la tecnica della tempera e olio su tela, uno dei più antichi dipinti di questo tipo. A destra della croce sono raffigurati i Santi re ungheresi: Santo Stefano, San Ladislao e Sant’Emerico”. Nell’esposizione delle tante opere che vengono conservate nei musei e nelle chiese della capitale, Vugrinec ha sottolineato pure i danni causati dal terremoti di quest’anno, le statue (dei Santi Ladislao ed Emerico ad esempio) scheggiate, gli altari danneggiati, ma ha anche spiegato che le scosse hanno portato al rinvenimento di alcune opere che sembravano perdute, come ad esempio la parte centrale del monumento funerario del vescovo Luka Baratin, che si trovava nell’abside della Cattedrale.

Il ritratto della testa di Nikola Šubić Zrinski, disteso in questo quadro

Una famiglia dalla doppia identità nazionale: gli Zrinski
La famiglia Zrinski possedeva una doppia identità nazionale. I suoi membri erano bilingui, scrivevano sia in croato che in ungherese, traducevano da entrambe le lingue e persino in inglese, erano intellettuali, poeti, guerrieri, proprietari terrieri, politici. Li ricordiamo soprattutto per il loro contributo nella lotta agli Ottomani, ovvero ai Turchi. Nella sua ultima battaglia contro i Turchi, Nikola Zrinski fu decapitato e la sua testa fu inviata all’imperatore magiaro Massimiliano. Ci rimane il suo ritratto postumo, realizzato da Adriaen van Conflans nel XVII secolo e esposto alla Galleria Klovićevi Dvori assieme a numerose altre opere d’arte legate alla famiglia.

In primo piano la sciabola e l’elmo di Nikola Zrinski

Petra Vugrinec ha spiegato che il culto della famiglia Zrinski è essenziale pure nel XIX secolo, all’epoca del risveglio nazionale croato, quando viene composta la nota opera “Nikola Šubić Zrinski”. La sciabola di Nikola Šubić Zrinski e il suo elmo, usati nell’assedio di Sziget, sono esposti al museo, come pure il testamento di Nikola Zrinski e l’ultima lettera scritta da suo fratello Petar prima di venire giustiziato e indirizzata a sua moglie, Katarina Zrinski.

La lettera di Petar Zrinski alla consorte

I nobili ungheresi in Croazia
Una sala della mostra è stata curata da Dubravka Botica e Marina Bagarić del Museo dell’Arte e dell’Artigianato e tratta il tema dei nobili magiari e dei loro possedimenti e castelli in Croazia. Una delle famiglie più influenti è stata la famiglia Erdődy, che ha lasciato tantissimi oggetti di grande valore e ornati dai simboli dello stemma familiare: il cervo ad esempio, il quale è un attributo di San Ladislao in quanto gli mostrò il luogo in cui costruire la Cattedrale zagabrese. Il sarcofago di Emerico Erdődy, opera di Johann Phillipp Stumpf, è stato restaurato recentemente e si trova a Klanjec e per questo motivo non è stato possibile esporlo, ma restano preziosi calici, stemmi, quadri e altre decorazioni da tavola a testimoniare lo sfarzo delle regge magiare. Tra le altre famiglie presentate alla mostra pure gli Esterházy, i Festetics, gli Inkey, i Majláth o i Khuen Belassy di cui rimangono alcuni ritratti, ma anche le prime fotografie scattate in Croazia, abiti da sposa, mobili, busti e altro. Uno dei quadri più interessanti è l’autoritratto di Julijana Erdődy Drašković, in cui l’artista si dipinge voltata di schiena e inserisce nel riquadro alcuni dei simboli tipici della nobiltà, come ad esempio il pianoforte o i cavalli. Interessante anche una delle prime fotografie d’autore, la foto di Karlo Drašković che immortala Stjepan Erdődy in un salto sopra una panchina. Tra gli oggetti in mostra pure l’abito con strascico lungo più di due metri, indossato dalla baronessa Štefanija Majláth-Prandau all’incoronazione di Francesco Giuseppe I. Per quanto riguarda la famiglia Esterházy, uno degli oggetti di maggior valore che ci è rimasto è la più antica bandiera croata, usata nel corso delle cerimonie di incoronazione a rappresentare il popolo croato.
I nobili croati con possedimenti in Ungheria

L’abito dalla baronessa Štefanija Majláth-Prandau all’incoronazione di Francesco Giuseppe I

“Nell’allestimento della mostra – ha spiegato Vugrinec – ci siamo concentrati soprattutto sulle famiglie ungheresi, in quanto più influenti. Quando i colleghi di Budapest hanno visto i risultati delle nostre ricerche, si sono dati da fare per trovare informazioni e documenti inerenti alle famiglie croate dei Drašković, Janković, Keglević, Pejačević e Grašalković, le quali hanno segnato in maniera significativa la storia ungherese”. Anche in questo segmento della mostra sono in esposizione ritratti e fotografie d’epoca.

Fiume, il porto magiaro sull’Adriatico
Una parte importante dell’esposizione è stata curata da Julija Lozzi Barković, docente alla Facoltà di Lettere e Filosofia di Fiume, ma anche dai colleghi ungheresi, ed è stata dedicata a Fiume, Abbazia e Crikvenica, le località sul mare più amate dai nobili ungheresi. Visto che nel 2020 Fiume è Capitale europea della Cultura, la Galleria Klovićevi Dvori non ha ottenuto in prestito gli originali dei dipinti e delle fotografie, ma ha dovuto esporre delle copie.

Una famiglia ungherese di fronte ad un albergo di Crikvenica

“A quell’epoca (XIX sec. nda) Fiume era uno dei centri commerciali più importanti dell’Impero – ha spiegato Vugrinec – e il secondo porto più trafficato in Europa. L’infrastruttura è stata costruita dagli ungheresi, in particolare la ferrovia, il Palazzo del governo, tantissimi edifici che noi definiamo funzionali, come ad esempio le poste, le stazioni e tanto altro. Dagli architetti austriaci, invece, si attingeva lo stile, ovvero il linguaggio secessionista autoctono dell’Austria. I nostri colleghi del Museo nazionale ungherese hanno insistito a voler inserire alcune fotografie di famiglie ungheresi in vacanza nel Quarnero e noi abbiamo accettato di inserirvi quelle in cui si vedono gli alberghi o le ville da loro costruiti”. Tra i ritratti in mostra troviamo quello di Giovanni de Ciotta, sindaco fiumano, realizzato da Franjo Pavačić, ma anche la riproduzione della storica fotografia della sinagoga fiumana, scattata nel 1902 da Lipót Baumhorn.

Il XIX secolo e la crescente resistenza al dominio ungherese
L’ultima parte dell’interessante mostra riguarda il periodo a noi più vicino, ovvero il primo ventennio del secolo scorso, quando si assiste a una fioritura dell’arte e dell’architettura in Croazia. Uno dei pittori più noti e apprezzati dell’epoca è sicuramente Vlaho Bukovac (alla nascita Biagio Fagioni), il quale subito dopo essere rientrato da Parigi, ottenne le prime commissioni firmate dall’allora governo ungaro-croato. Quest’informazione è essenziale, ha spiegato Vugrinec, in quanto se non fosse stato per questi lavori non sappiamo se sarebbe ritornato a Zagabria e se avrebbe portato alla modernizzazione dell’arte a livello nazionale. Bukovac ha dipinto pure Francesco Giuseppe I mentre tiene in mano l’Accordo croato-ungherese del 1868, che contiene la clausola definita “straccetto fiumano” in base al quale Fiume come “corpus separatum” passava direttamente sotto il governo ungherese. Accanto al quadro di Bukovac è esposto l’Accordo originale con lo “straccetto fiumano”, che però non è visibile in quanto si trova sul retro del documento chiuso in una bacheca.

Il periodo dei primi due decenni del secolo ha visto una rinascita anche in senso architettonico e la partecipazione della Croazia alle mostre d’arte e architettura internazionali è significativa in quanto, a differenza degli altri popoli dell’Impero, i croati sono gli unici a esporre le proprie opere in un padiglione a sé stante. La mostra più importante dell’epoca è stata quella che si è tenuta a Budapest nel 1896 e dedicata al millennio di dominazione magiara. Tale esposizione è stata la scintilla che ha fatto scattare uno spirito creativo senza precedenti in Croazia e che ha visto in Vlaho Bukovac la sua guida. Per la necessità della mostra gli artisti hanno ottenuto degli atelier in cui hanno lavorato per ben due anni, fornendoci dei veri capolavori di cui una parte è esposta alla Galleria Klovićevi Dvori, accompagnata da fotografie d’epoca e raffigurazioni dei quattro padiglioni d’arte, di cui uno possedeva un autentico acquario con le specie di pesci tipiche dell’Adriatico e disegnato da Herman Bollé. Gli ambienti di tali atelier sono successivamente stati trasformati nella prima Accademia d’arte croata.

«Dubravka» di Bukovac
Uno dei dipinti più importanti per la storia dell’arte croata è “Dubravka” di Bukovac, un quadro che raffigura i personaggi più in vista della Ragusa barocca. È interessante notare, ha aggiunto Vugrinec, che nella parte alta del dipinto Bukovac ha realizzato un autoritratto, posizionandosi alla finestra, assieme all’amico e collega, il pittore simbolista Bela Čikoš Sesija e alle consorti. Nel dipinto si trovano personaggi come Ivan Gundulić, Ruđer Bošković, Sebastian Dolci, Dinko Ranjina, Benedikt Stay, Benedikt Rogačić, Junije Palmotić, Marko Galjuf, Rajmond Kunić, Giorgio Baglivi, Anselmo Banduri, Dionis Remedelli, Stjepan Gradić, Marin Getaldić, Michelangelo Bosdari, Bernardo Zamagna e tanti altri. Tutti guardano il dramma di Ivan Gundulić, ovvero “Dubravka” che lotta col satiro che vuole rubarle una pecora, ma il riferimento è ai versi dell’Inno alla libertà, un anelito all’autodeterminazione dei popoli. La mostra “Ars et virtus” rimarrà in visione fino al 22 novembre, dal martedì alla domenica, dalle ore 11 alle 19. Dal 16 dicembre al 15 marzo dell’anno prossimo sarà allestita al Museo nazionale ungherese di Budapest.

“Dubravka” di Vlaho Bukovac

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