Mons. Lingua: «In Croazia ho imparato molto»

L’arcivescovo italiano ha celebrato a Zagabria la sua ultima liturgia prima di recarsi in missione in Terra Santa. Al centro della sua omelia i malati, i vulnerabili e Stepinac

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Mons. Lingua: «In Croazia ho imparato molto»
Mons. Giorgio Lingua. Foto Matija Habljak/PIXSELL

Il nunzio apostolico mons. Giorgio Lingua ha celebrato la sua ultima messa in Croazia prima di partire alla volta del Medio Oriente. Il 22 gennaio scorso, si ricorda, Papa Leone XIV ha nominato l’arcivescovo piemontese (titolare della diocesi di Tuscania) nel ruolo di rappresentante pontificio in Israele e di delegato apostolico in Gerusalemme e Palestina. Il congedo liturgico di mons. Lingua (che in Terra Santa subentrerà all’arcivescovo Adolfo Tito Camacho Yllana prossimo alla pensione) si è svolto mercoledì scorso nella cattedrale di Zagabria nella ricorrenza della Madonna di Lourdes. Alla cerimonia – concelebrata anche dal cardinale Josip Bozanić e dall’arcivescovo di Zagabria mons. Dražen Kutleša – hanno partecipato arcivescovi e vescovi, rettori provinciali, sacerdoti, suore, seminaristi, fedeli e membri del corpo diplomatico accreditato in Croazia.

Mons. Giorgio Lingua (al centro) durante una liturgia celebrata a Fiume nel 2020 davanti alla Cattedrale di San Vito. Foto Goran Žiković

Una questione di cuore

“Parto per una Terra cara a tutti noi, e la chiamiamo ‘Santa’ perché consacrata da uomini come Salomone, dai patriarchi con la loro fede incrollabile, dai profeti con la loro saggia lungimiranza e, soprattutto, dallo stesso Figlio di Dio – che lì nacque, predicò, morì e risuscitò – dalla sua Santissima Madre e dai suoi primi discepoli”, ha detto l’Arcivescovo Lingua. “Dopo oltre sei anni di servizio in questo Paese, è tempo di fare un bilancio, è arrivato il momento di guardare nel mio cuore e vedere cosa vi è rimasto. Trovo una grande gratitudine. Ho imparato molto da voi, da questa Chiesa, da questo popolo; dalle sue ferite, dai suoi traumi, ma anche dalla sua fedeltà, dalla sua vitalità, dalla sua nobiltà”, ha sottolineato mons. Lingua, che nella sua omelia ha rivolto una pensiero particolare ai malati (l’11 febbraio ricorre la Giornata mondiale del malato, una ricorrenza della Chiesa cattolica istituita nel 1992 da Giovanni Paolo II). Ha ringraziato i colleghi del corpo diplomatico; i vescovi che, insieme ai diplomatici, sono stati i suoi primi collaboratori; i leader di altre confessioni cristiane e di altre religioni, le autorità civili, nazionali e locali, il Ministero croato degli Affari Esteri ed europei; le suore che lo hanno assistito, la Caritas, i giornalisti… “Ovunque ho sempre incontrato porte e cuori aperti, comprensione e un sincero desiderio di cooperazione”, ha detto il nunzio.

Ferite aperte

Mons. Lingua ha anche sottolineato che “non possiamo negare che ci siano ferite nella Chiesa in Croazia che, nonostante il desiderio e i grandi passi avanti già compiuti, non sono ancora sufficientemente guarite. Si tratta di vittime di varie forme d’abuso che, se non stiamo attenti, possono diventare anche vittime dell’indifferenza. L’Ufficio nazionale per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili, recentemente istituito presso la Conferenza episcopale croata, che fornisce supporto agli uffici diocesani, è una vera benedizione in questo senso. Guardare con il cuore significa mettere gli ultimi al centro. Gli ultimi dovrebbero essere i primi, non solo nell’eternità, quando riceveremo la ricompensa finale per ciò che abbiamo fatto qui sulla terra, ma già ora, perché – come preghiamo quotidianamente nel ‘Padre Nostro’ – vogliamo fare la volontà di Dio, sia in cielo che in terra!”.

Riconciliazione

Il nunzio ha ricordato la sua prima predica nella cattedrale zagabrese: “dissi che nel profondo del mio cuore sentivo che il Beato mi diceva di non preoccuparmi tanto della sua santità quanto della mia. Questo pensiero mi è tornato spesso in mente, senza dubbio più come un rimprovero che come un complimento. Dopo aver viaggiato in lungo e in largo per la Croazia, capisco meglio chi era Stepinac per questo popolo e quanto ha fatto. Ho anche capito che prendersi cura della propria santità non esclude il riconoscimento della sua santità e l’impegno affinché venga riconosciuta. Tuttavia, sono sempre più convinto che questo riconoscimento da parte della Chiesa debba giungere solo al termine del cammino di vera riconciliazione, senza la quale la sua santità diventerebbe vana. La canonizzazione, infatti, non è una sorta di ‘campionato’ in cui la vittoria della mia squadra implica la sconfitta della tua. Davanti a Dio, non ci sono vincitori e vinti perché… siamo tutti fratelli e sorelle!” ha concluso il nunzio informando i presenti di attenderli a Gerusalemme!

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