ESCLUSIVO Radin: «La CNI è sempre stata la mia priorità»

Dopo oltre tre decenni di attività al Sabor croato e all’indomani del suo congedo, l'ormai ex deputato della CNI traccia in una lunga intervista un bilancio della sua esperienza parlamentare: le conquiste legislative, il rapporto con l’Italia e l’invito a continuare a difendere i diritti minoritari

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ESCLUSIVO Radin: «La CNI è sempre stata la mia priorità»
Furio Radin ha salutato il Parlamento croato dopi 34 anni. Foto: Patrik Macek/PIXSELL

Dopo 34 anni trascorsi in seno al Parlamento croato, Furio Radin, polesano classe 1950, storico rappresentante della Comunità Nazionale Italiana e deputato con la più lunga permanenza nella storia dell’assemblea legislativa croata, ha lasciato il suo seggio. Il suo congedo ufficiale, avvenuto a metà mandato, è avvenuto lo scorso 24 giugno, con il passaggio di testimone a Marin Corva. Eletto per la prima volta nel settembre del 1992 come rappresentante della minoranza italiana, Radin ha attraversato tutte le stagioni politiche del Paese, i cambiamenti di Governo e le trasformazioni istituzionali che hanno segnato oltre tre decenni di vita democratica croata. Personalità di spicco del Sabor, ha ricoperto incarichi di rilievo, come la presidenza della Commissione parlamentare per i diritti umani e i diritti delle minoranze nazionali e svolto, dal 2017, il ruolo di vicepresidente dell’assemblea legislativa. Nonostante questi successi, non gli piace chiamare la sua permanenza in Parlamento “un’era”, termine ampiamente usato in riferimento alla sua attività. Quello che l’ha sempre mosso, come ci ha detto lui stesso, è stato l’impegno nei confronti della CNI, che per lui ha una “valenza affettiva”. All’indomani del suo congedo, abbiamo intervistato Furio Radin, il quale ha ripercorso con noi i vari momenti della sua vita – personale, professionale e politica – svelando retroscena del lavoro nella sede del potere legislativo croato e riflettendo ampiamente e affettuosamente sulla realtà della CNI.

La sua infanzia si è svolta negli anni in cui la Comunità italiana dell’Istria, del Quarnero e della Dalmazia era segnata dall’esodo. Cosa significava crescere da italiano in quel contesto?

“Io sono di Pola e quindi posso parlare del contesto di questa città. La mia infanzia è stata segnata da un continuo partire di amici e conoscenti. Negli anni ‘50 gli italiani diminuivano di mese in mese. C’era questa atmosfera di attesa su chi si sarebbe visto il giorno dopo, perché le famiglie che andavano via lo confidavano soltanto a pochi intimi. All’epoca si parlava ancora molto l’italiano e c’erano molti più italiani di quanti ce ne siano oggi. Nonostante parlare italiano non fosse proprio un tabù, parlare croato era comunque più largamente accettato. Io da bambino il croato non lo sapevo molto bene: quando mia madre mi mandava a fare la spesa andavo nei negozi dove si parlava l’italiano. In generale, c’era un’atmosfera strana e non proprio favorevole alla cultura italiana; molti miei coetanei in famiglia avevano un’educazione non propriamente pro-italiana e mi dicevano di ‘tornarmene da dove ero venuto’. Dai miei 17 anni, Pola è uscita dal mio quotidiano: sono, infatti, andato in giro per l’Europa a svolgere varie attività, soprattutto di carattere umanitario, sono andato a Parigi nel 1968, e poi sono andato a studiare psicologia all’Università di Zagabria”.

Come si è avvicinato alla politica?

“Nel mio contesto familiare si è sempre parlato di politica. Mio padre era giornalista de ‘La Voce del popolo’ e per vent’anni corrispondente della RAI per Radio Trieste. A casa mia venivano molti polesani di sinistra, internazionalisti, ma disillusi dalla politica del Partito; venivano da mio padre perché anche lui la pensava come loro. Nel dopoguerra, nonostante gli statunitensi gli avessero offerto una promozione da sergente a patto che fosse andato in America – aveva infatti fatto sei anni da militare, quattro nell’8ª Armata del Regio Esercito e due sotto il governo del maresciallo Pietro Badoglio al fianco degli Alleati – e molti suoi amici stessero lasciando Pola, lui decise di restare, gli piaceva fare il giornalista e parlare di politica. Come molti altri polesani, era però disilluso da quel comunismo che si stava instaurando in Jugoslavia. Con lui c’erano anche altri giornalisti e redattori de ‘La Voce del popolo’, tra i quali Paolo Lettis e Bruno Flego. Quest’ultimo ebbe problemi con le autorità e fu incriminato di ‘minare l’ordine statale’, per questo per molti anni fu costretto a lasciare l’attività giornalistica e fare invece l’idraulico”.

È rimasto vicino agli ambienti politici una volta andato via da Pola?

“A me la politica ha interessato sempre, non politica partitica, ma politica dissidente. Una volta a Zagabria, da studente, mi unii a un gruppo attorno alla rivista filosofica ‘Praxis’, alla quale collaboravano grandi filosofi, sia jugoslavi che non (come, per esempio, Erich Fromm). La rivista era di sinistra, ma avversa al Partito, e infatti alcuni miei amici hanno avuto delle condanne per la loro attività. Una volta laureato e dopo l’esperienza da psicologo militare, sono entrato all’Istituto per la Ricerca Sociale di Zagabria, e anche quell’ambiente era notoriamente dissidente di sinistra, lontano dal Partito”.

Come è iniziato il suo percorso in Parlamento?

“Scoppiata la guerra, l’Unione Italiana chiese a me, dal momento che mi trovavo a Zagabria già da molti anni, di andare a rappresentare la CNI presso l’Ufficio per i diritti dell’uomo e i diritti delle minoranze nazionali. Successivamente, quando il Parlamento croato si è democratizzato, sono diventato deputato. Inizialmente, pensavamo che per i deputati sarebbe rimasto lo stesso trattamento in vigore durante la Jugoslavia, ovvero che per questo incarico non fosse previsto un vero e proprio stipendio, ma che avremmo mantenuto il nostro lavoro abituale: credevo che avrei continuato a occuparmi di insegnamento e ricerca all’Istituto per la Ricerca Sociale e che mi sarei recato alle sedute del Parlamento a titolo gratuito. Dopo un paio di mesi, però, è diventato chiaro che le leggi portavano verso la professionalizzazione dei deputati e perciò siamo diventati politici anche di professione. Nonostante sia diventato il mio lavoro, io non mi sono mai sentito un politico di professione: non ho fatto il deputato per la paga che percepivo, ma per difendere i diritti di chi rappresentavo, della CNI, perché a casa mia, a Pola, essere italiani era motivo di orgoglio”.

Ha dei ricordi particolari legati al suo primo periodo da deputato?

“Il mio primo giorno fu segnato da uno scontro con Šime Đodan, uno dei ‘falchi’ dell’HDZ, dal quale uscii più che indenne. Ai tempi tutti seguivano i lavori del Parlamento, che era una novità. La mattina di quella mia prima giornata da deputato ero uno sconosciuto; la sera, a sessione conclusa, mentre scendevo per Via Radić (la strada di Zagabria che collega la centrale Piazza bano Jelačić alla Città Alta, dove si trova il Sabor, nda), tutti si voltavano verso di me e mi riconoscevano, per me era una sensazione molto strana”.

Come si lavorava in Parlamento durante quella prima fase?

“I dibattiti si svolgevano in modo diverso rispetto a oggi. Al tempo gli interventi dei deputati non avevano un limite di durata, non potevano essere interrotti. Inoltre, non c’erano limiti al diritto di replica. Stranamente, senza i vincoli odierni e con tutte queste libertà, i punti all’ordine del giorno duravano più o meno come durano oggi, per due motivi principali. Primo, la risonanza di ogni punto all’ordine del giorno ha una vita propria ed è correlata a quanta eco ne viene data sui media; quando questi non coprono più un argomento, non se ne parla più neanche in Parlamento, o comunque se ne parla di meno. Secondo, essendo al tempo la percentuale dei deputati nelle fila dell’HDZ di circa il 70%, questi si accordavano per intervenire e di solito uno o due prendevano la parola, accorciando i tempi complessivi. Inoltre, all’epoca durante i dibattiti si parlava dei problemi, mentre oggi invece si parla delle persone. Era difficile assistere a offese tra deputati, cosa che oggi è all’ordine del giorno”.

Tra tutte le leggi alle quali ha lavorato e che sono state approvate, quali sono quelle di cui è più soddisfatto?

“Per quanto credo che ci possano essere sempre margini di miglioramento, tre leggi mi hanno lasciato più soddisfatto: la Legge costituzionale sui diritti delle minoranze nazionali, la Legge sull’uso della lingua e della scrittura delle minoranze nazionali e la Legge sull’educazione e l’istruzione nella lingua e nella scrittura delle minoranze nazionali. La prima Legge costituzionale, approvata prima del 1992, era la migliore, ma era stata fatta soltanto per una prospettiva estera; infatti, appena siamo entrati nel Consiglio d’Europa, metà degli articoli di questa Legge sono stati abrogati. Ad oggi ci troviamo a un numero di otto seggi riservati alle minoranze nazionali in Parlamento, un numero che ci può permettere di fare la differenza. Per quanto riguarda le scuole italiane, seppure con alti e bassi, hanno sempre continuato a funzionare; anche l’uso della lingua è stato ripreso. Per la realizzazione di tutte e tre queste importanti Leggi ho partecipato attivamente e ho lottato, talvolta ‘litigando’ con il Governo. A starmi particolarmente a cuore è anche l’emendamento che ho fatto nel 2006, con il quale tutte le Città, tutti i Comuni e tutte le frazioni dell’Istria bilingui a livello locale sono bilingui anche a livello nazionale. C’è una Legge apposita nella quale sono elencate tutte queste entità locali, e ad avere questo bilinguismo anche a livello nazionale è solo la CNI”.

Come sono stati i rapporti con i deputati delle altre minoranze?

“Ognuno dei deputati delle minoranze è un’isola con attorno abbastanza mare prima del prossimo deputato isola: con questo voglio dire che ognuno ha i propri interessi, ognuno ha il proprio gruppo nazionale che rappresenta, e tutti lo fanno nel modo migliore per la propria minoranza. Io e altri deputati, come per esempio Milorad Pupovac, abbiamo comunque cercato di tenere insieme le minoranze, e questa è una cosa alla quale ho sempre tenuto particolarmente”.

Marin Crova e Furio Radin. Foto Roni Brmalj

Per quanto riguarda invece i rapporti tra la CNI e i Governi italiani che si sono susseguiti in questi anni, come si sono evoluti?

“Noi siamo immensamente grati alla Madrepatria per l’aiuto finanziario che abbiamo sempre ricevuto. Ci sono stati degli alti e dei bassi con i vari Governi italiani e nelle varie fasi degli stessi Esecutivi. Mentre i diversi Governi si sono comportati in modo diverso l’uno dall’altro, noi abbiamo sempre instaurato dei rapporti istituzionalmente corretti. Se parliamo di chi ci ha aiutato di più, io non vado a cercare partiti, ma persone. Le persone che ci hanno dimostrato più comprensione sono state due, assolutamente diverse politicamente l’una dall’altra. Una è Piero Fassino, che ci ha aiutato su molti fronti, era molto presente nella vita dell’Unione Italiana e in quella comunitaria. L’altra è Carlo Giovanardi, che ci ha aiutato a far passare la Legge che consente ai nati e ai residenti nei territori dell’ex Regno d’Italia, passati alla Jugoslavia dopo il 1947, e ai loro discendenti in linea retta, di riacquistare la cittadinanza italiana senza dover risiedere nella penisola. Tra le altre persone che ci sono state vicine ricordo anche Franco Frattini, Luciano Violante e Gianfranco Fini”.

Pensa che la CNI sarà in grado di adattarsi ai cambiamenti e di affrontare, volta per volta, le sfide del futuro?

“Per me è motivo di orgoglio il fatto che siamo riusciti a continuare a esistere. Quando ero bambino ci dicevano che tra pochi anni non ci saremmo più stati, oggi ci dicono che tra pochi anni non ci saremo più. Teniamo di conto, però, che al Censimento del 1981 gli italiani risultavano 11mila in Croazia e 4mila in Slovenia, mentre nel 1991, seppure rimasti invariati in Slovenia, in Croazia erano saliti a 21mila. Questo, dopo tutti i cambiamenti e il risveglio che c’è stato, perché prima molti italiani esitavano a dichiararsi tali. Dunque c’è una mobilità etnica, in Istria soprattutto, per la quale una famiglia può riconoscersi come italiana in una generazione e poi come croata in un’altra, per ridiventare italiana dopo tre o quattro generazioni. Come numero siamo inferiori agli altri, ma come cultura direi proprio di no. La cultura italiana è troppo grande per sparire dall’Istria e dunque non spariranno neanche gli italiani. Continueremo a esistere perché la cultura che ci sostiene è troppo forte”.

Cosa lascia di aperto? C’è qualche battaglia che non è riuscito a concludere e che spera che il suo successore, Marin Corva, porti avanti?

“A livello governativo è stato recentemente formato un Tavolo tecnico italo-croato. In seno ad esso, dal prossimo autunno si instaureranno delle commissioni, che cominceranno a lavorare; ci sarà molto da fare. In generale, quello che mi sento di dire è che i piccoli gruppi, i piccoli segmenti di popolazione, come può essere una comunità nazionale o una comunità etnica minoritaria, hanno gli stessi problemi e le stesse dinamiche dei grandi gruppi, e dunque sono in evoluzione, e i problemi non mancheranno mai”.

Si riferisce a qualche problema o questione in particolare?

“Magari! Mi riferisco al fatto che la vita stessa delle minoranze porta a bisogni diversi e nuovi, alla perdita di certi diritti e al guadagno di altri, alle battaglie… Il mondo è fatto così. Chi pensa che una volta raggiunto un traguardo questo sia assicurato per sempre sbaglia, dobbiamo stare sempre sul chi va là. Questo è stato anche uno dei consigli che ho dato al mio successore: ci sarà sempre del lavoro da fare, e dobbiamo utilizzare i metodi utilizzati da tutti gli altri. Se si fa gli agnellini in un branco di lupi, si dura poco. La cosa fondamentale è per chi si lavora: se lo si fa per sé stessi o per i propri amici, allora questa è corruzione; se, invece, lo si fa per coloro che si rappresentano, allora ci si avvicina alla democrazia”.

Concluso questo capitolo della sua vita, quali programmi ha per il futuro?

“Lavoro già da un paio di anni con l’Associazione VIVA NOI!, che si occupa di trasmissione di identità dalle persone della terza età alle persone giovani e viceversa. Ci sono molte persone anziane che vivono da sole, separate da quella che è la vita sociale o anche la vita della nostra Comunità nazionale, e ci sono tanti giovani che cercano sé stessi e che sono molto volenterosi di agire. Individuiamo, quindi, dei ragazzi che passino del tempo con queste persone anziane più isolate, per parlare con loro, per leggere loro qualche libro e magari anche ‘La Voce del popolo’, che vadano a fare la spesa, che li aiutino con i nuovi strumenti tecnologici… Il nostro obiettivo è fare in modo che queste persone non si sentano sole, ascoltarle, parlare con loro di come si viveva, di quali erano i valori una volta, per capire qual è la nostra cultura che sta alla base della nostra identità. Abbiamo in programma di realizzare dei convegni su queste attività e di diffonderle tramite diversi canali”.

Parlando di giovani, vuole lanciare loro un messaggio?

“Come diceva il celebre produttore cinematografico Samuel Goldwyn, ‘Se vuoi lanciare un messaggio, manda un telegramma’. Tuttavia, se mi viene chiesto di mandare un messaggio attraverso questa intervista lo faccio volentieri. Il messaggio che voglio mandare ai giovani è di essere orgogliosi della propria identità e della propria cultura. Quando i grandi sono orgogliosi, allora creano una situazione pericolosa, ma quando i piccoli sono orgogliosi, si possono formare delle nicchie culturali che sono di una grandissima importanza e soprattutto di una grandissima bellezza”.

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