Denaro pubblico ai partiti: sono 100 milioni all’anno

Raccolta di firme per l’indizione di un referendum per abolire il finanziamento da Bilancio

La raccolta delle firme davanti a Radio Fiume

I partiti croati si mangiano ogni anno 100 milioni di kune. Fondi pubblici, che potrebbero venir usati per fare del bene ai cittadini e che invece non fanno altro che alimentare la macchina della politica. È giunto il momento di dire basta. I cittadini devono prendere in mano il loro destino e contribuire al miglioramento del Paese con questo referendum”: è con queste parole che Antonio Dražović, coordinatore regionale di Barriera umana (Živi zid), ha riassunto l’essenza dell’iniziativa popolare che vorrebbe tagliare i finanziamenti pubblici ai partiti.
Secondo lui e gli altri sostenitori della raccolta firme per il referendum, i partiti dovrebbero essere in grado di funzionare grazie ai loro soci, con le quote di associazione, e con le donazioni provenienti da sostenitori privati, ma in nessun caso, con i mezzi pubblici. “Se un partito non ha una sua base elettorale pronta a sostenerlo, anche con dei finanziamenti, vuol dire che non sta facendo un buon lavoro nel rappresentare quella parte dell’elettorato. Dunque, non ha motivo di esistere”, sostiene Dražović.

Fondi neri

C’è dell’altro, però. Secondo i promotori dell’iniziativa i finanziamenti pubblici permetterebbero ad alcuni partiti di coprire le donazioni, che al momento vengono usate per alimentare dei fondi neri. “Alcuni grossi partiti ricevono già ora molte donazioni, ma non le rendono pubbliche. Questo avviene per due semplici motivi: non vogliono far sapere a nessuno quanti soldi hanno realmente a disposizione e non vogliono che si sappia chi sono i loro reali finanziatori. Perché se queste informazioni dovessero diventare di pubblico dominio i cittadini scoprirebbero che i partiti hanno un grosso interesse a far passare delle leggi che favoriscono i loro finanziatori e non il popolo”, ha affermato Dražović.

I possibili investimenti

Idealismo e voglia di giustizia sarebbero certamente due ottimi motivi per sostenere un’iniziativa come questa, ma a detta dei promotori c’è un motivo ancora più valido: il risparmio e la possibilità di investire quei mezzi per altri scopi. “Immaginate se avessimo 100 milioni di kune in più ogni anno. Potremmo aiutare i pensionati, potremmo occuparci meglio della sanità pubblica o ancora, potremmo dare un futuro migliore ai nostri figli investendo nell’istruzione. Le possibilità sono illimitate, con molti settori che trarrebbero un vantaggio notevole da un aumento dei fondi dedicati a esse. La Croazia non è un Paese ricco, con una popolazione benestante e con un Bilancio da nababbi, non siamo mica la Norvegia. Noi dobbiamo risparmiare su tutte le spese superflue, con l’obiettivo di migliorare i servizi ai cittadini”, ha affermato Dražović.

Poche firme

Nonostante queste argomentazioni dopo un paio di giorni di raccolta firme il risultato raggiunto sembra molto deludente. “In Croazia non c’è ancora la cultura del referendum e della partecipazione alle decisioni politiche. Ho degli amici in Svizzera che mi raccontano di come nel loro Paese ci sia circa un referendum al mese. Lì è il popolo a decidere, su tante questioni, con la partecipazione che è mediamente molto alta”, ha detto Dražović.

L’esempio dell’Italia

In Italia si è deciso di sospendere i finanziamenti pubblici ai partiti nel 2014, anche se il primo anno in cui i partiti hanno fatto effettivamente a meno dei mezzi provenienti dallo Stato, ossia dalle tasse generiche versate dai contribuenti, è stato il 2017.
Tutto questo è avvenuto dopo anni di lotte di vario genere, con il primo referendum in materia che è stato portato avanti dai Radicali nel 1978. All’epoca i partiti che rappresentavano il 97% dell’elettorato in sede di Parlamento invitarono i cittadini a votare no. Ciononostante il sì raggiunse il 43,6 per cento. Dopo quella volta ci furono vari altri tentativi di cambiare la situazione, ma tutti si rivelarono infruttuosi, fino al 2014 appunto.
Nell’ultimo periodo, però, in Italia si sta tornando a parlare del tema, con alcuni deputati del Pd che vorrebbero discutere della questione in Parlamento, con l’intento di reintrodurre il finanziamento. Chi critica quest’iniziativa sostiene che quel partito non sia in grado di funzionare senza i mezzi dello Stato, ma attenzione. Il legame tra finanziamento pubblico e partito si basa su un concetto molto semplice: ogni partito ha il suo elettorato. Questo per dire che, nel scegliere di non finanziare i partiti, va tenuto conto delle disuguaglianze economiche e sociali fra i cittadini. In quanto le formazioni politiche che mettono in primo piano le necessità e i problemi delle fasce meno agiate della popolazione in teoria fanno maggior fatica a raccogliere fondi fra i loro sostenitori. E non è detto che facciano breccia tra le grandi aziende, invogliandole a finanziare la loro campagna elettorale.

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