Nel 2025 la Croazia ha continuato a muoversi su un doppio binario: da un lato l’avvicinamento finale all’Ocse e una presenza internazionale sempre più marcata, dall’altro una politica estera segnata da tensioni interne e da rapporti altalenanti con alcuni Paesi vicini. Pantovčak e Banski dvori, le due colline simbolo della presidenza e del governo, hanno ancora una volta parlato linguaggi diversi, rendendo la proiezione esterna del Paese meno lineare di quanto auspicato.
Pantovčak e Banski dvori: dialogo avviato, intesa mancata
L’anno non era iniziato sotto cattivi auspici. Dopo la vittoria netta alle elezioni presidenziali di gennaio, Zoran Milanović aveva teso la mano al premier Andrej Plenković, parlando apertamente di collaborazione. Il capo del governo aveva inizialmente liquidato il gesto come una mossa di pubbliche relazioni, ma i contatti tra i due uffici erano comunque partiti, in particolare sul delicato tema della nomina degli ambasciatori.
I negoziati sono proseguiti per mesi lontano dai riflettori, ricorda l’agenzia Hina, Milanović ha poi raccontato di essersi limitato a proporre solo una parte dei candidati, ma l’accordo non è mai arrivato. A fine novembre il ministro degli Esteri Gordan Grlić Radman, ha accusato il presidente di voler piazzare amici personali estranei alla carriera diplomatica. La replica di Milanović è stata tagliente: quel sistema, ha detto, è ormai “contaminato” dall’Hdz.
Ucraina, terreno di scontro
Come già nel 2024, il conflitto in Ucraina ha rappresentato uno dei principali terreni di scontro. Milanović ha insistito per tutto l’anno sulla necessità di privilegiare qualsiasi accordo di pace rispetto alla prosecuzione della guerra, sostenendo che Zagabria non dovrebbe inserirsi in “coalizioni dei volenterosi”. Secondo il presidente, la guerra resta uno scontro per procura tra Washington e Mosca, destinato a risolversi solo attraverso un’intesa tra le due potenze.
Plenković, in un’intervista di fine anno alla Hrt, ha definito queste posizioni in contrasto con la linea del governo e con l’orientamento euro-atlantico della Croazia, spingendosi a dire che appaiono più vicine a Mosca che all’Occidente. A causa delle divisioni interne, Zagabria non ha partecipato né alla missione militare Ue di assistenza all’Ucraina né a quella Nato per l’addestramento dei soldati ucraini.
Ciò non ha, però, impedito alla Croazia di sostenere Kiev con altri strumenti: donazioni di armi e aiuti umanitari che, complessivamente, hanno raggiunto circa 300 milioni di euro.
Il nodo palestinese
La frattura tra presidenza e governo si è riaperta anche sulla questione del riconoscimento della Palestina, in un anno segnato da una fragile tregua tra Israele e Hamas dopo mesi di devastazione nella Striscia di Gaza. Milanović non ha usato mezzi termini nel criticare Israele, definendo il suo esecutivo un “regime omicida” e parlando apertamente di “massacro”. Ha sollecitato il governo a riconoscere la Palestina, seguendo l’esempio di Paesi come Regno Unito, Canada, Francia e Australia.
L’esecutivo ha respinto l’ipotesi, sostenendo che il riconoscimento potrà avvenire solo quando matureranno le condizioni e ci sarà un accordo tra le parti. Plenković ha chiarito che non si tratta di un se, ma di un quando.
Nel frattempo, il governo ha annunciato ulteriori aiuti a Gaza per un milione di euro e l’accoglienza di bambini palestinesi, con programmi di supporto psicologico e formazione sui rischi legati agli ordigni inesplosi. Dall’inizio dell’offensiva israeliana, Zagabria ha inviato alla Striscia 2,75 milioni di euro di assistenza.
Le visite incrociate a Zagabria della ministra degli Esteri palestinese Varsen Agabekjan e, pochi giorni dopo, del suo omologo israeliano Gideon Saar hanno reso evidente la delicatezza dell’equilibrio diplomatico croato. Saar ha elogiato la posizione del governo, criticando invece apertamente le dichiarazioni del presidente.
Rafforzata la collaborazione con l’Italia
Il disallineamento è emerso anche sul fronte europeo. Plenković, forte di una lunga esperienza nelle istituzioni Ue, ha ribadito in ogni occasione la sua impostazione europeista. Milanović, al contrario, ha spesso attaccato le politiche di Bruxelles, soprattutto sulla guerra in Ucraina, arrivando a definire alcuni leader europei “inermi” e incapaci.
Una delle poche occasioni di sovrapposizione simbolica è stata in Vaticano. In aprile presidente e premier hanno partecipato entrambi ai funerali di Papa Francesco e, separatamente, hanno incontrato il nuovo Pontefice Leone XIV, invitandolo ufficialmente in Croazia.
Vicini di casa: tra idillio e gelo
I rapporti con i Paesi confinanti hanno mostrato nel 2025 un andamento irregolare. Ottimi i legami con la Slovenia e rafforzata la cooperazione con l’Italia, mentre le relazioni con la Serbia si sono ulteriormente deteriorate e quelle con il Montenegro hanno oscillato tra apertura e diffidenza.
Il ministero degli Esteri ha sconsigliato i viaggi in Serbia, denunciando comportamenti inappropriati delle autorità di Belgrado dopo una serie di fermi di cittadini croati. La raccomandazione resta in vigore, sullo sfondo di un clima politico serbo segnato da proteste e crescente chiusura.
Con l’Italia, Plenković e Giorgia Meloni hanno annunciato a Roma l’intenzione di portare le relazioni a un livello superiore, con una futura seduta congiunta dei due governi e nuovi forum economici, anche nel settore della difesa.
Con il Montenegro, invece, sono ripresi i colloqui sui dossier aperti. La visita di Milanović a Podgorica e il riconoscimento ufficiale delle responsabilità per il campo di prigionia di Morinj hanno segnato un timido riavvicinamento, pur restando irrisolte questioni come i confini, i dispersi e la restituzione di beni militari.
Restano stabili, senza particolari scossoni, i rapporti con la Bosnia ed Erzegovina, di cui la Croazia continua a sostenere con forza il percorso europeo, insistendo sulla tutela dei diritti dei croati di Bosnia previsti dagli accordi di Dayton.
Ben più tesi, invece, i rapporti con l’Ungheria. Budapest ha accusato la Croazia di speculazione sui costi di trasporto del petrolio tramite il Janaf. Zagabria ha respinto con decisione le accuse, leggendo le critiche come un tentativo di mantenere deroghe alle sanzioni contro la Russia.
Verso l’Ocse, l’ultimo traguardo
Con lo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre, la Croazia si prepara a entrare in un anno cruciale. Ospiterà tre importanti vertici internazionali e, secondo le previsioni del governo, dovrebbe finalmente completare il percorso di adesione all’Ocse. Plenković lo considera l’ultimo grande obiettivo di integrazione del Paese: la maggior parte dei requisiti è già stata soddisfatta e il processo è ormai nella fase finale.
Il 2025 ha visto anche una visita di grande rilievo: quella del premier indiano Narendra Modi, il primo capo di governo di New Delhi a mettere piede in Croazia. Al centro dei colloqui, il rafforzamento della cooperazione economica e il ruolo di Zagabria come ponte tra l’Iniziativa dei tre mari e il corridoio economico tra India, Medio Oriente ed Europa.
Difesa e nuove alleanze
Sul fronte militare, la Croazia ha firmato un memorandum di cooperazione con Albania e Kosovo, suscitando le proteste del presidente serbo Vučić, subito respinte da Zagabria. Nel corso dell’anno sono stati avviati progetti con la Polonia e l’Ucraina nel settore della difesa, con particolare attenzione ai droni, che il governo ha indicato come uno dei punti di forza dell’industria nazionale.
A fine anno sono arrivati anche importanti contratti: l’acquisto di 18 obici semoventi Caesar dalla Francia e di 44 carri armati Leopard 2A8 dalla Germania, segnando un ulteriore passo nel rafforzamento delle capacità militari.
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