Vergarolla fu un punto di svolta

PANORAMA Nell’ottantesimo della strage, l’Istituto regionale per la cultura istriano-fiumano-dalmata di Trieste rende omaggio a Geppino Micheletti. Esponendo materiali provenienti dall’archivio privato del medico chirurgo, offre ai visitatori una ricostruzione precisa e completa della sua figura, e al contempo anche del contesto in cui si trovò a operare. E di ciò che avvenne dopo l’eccidio

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Vergarolla fu un punto di svolta
La mostra organizzata dall'IRCI di Trieste nell'ottantesimo della strage di Vergarolla ha suscitato un enorme interesse del pubblico. Foto Goran Žiković

All’inaugurazione della mostra La strage dimenticata. Vergarolla e il suo eroe, il dottor Geppino Micheletti, voluta dall’Istituto regionale per la cultura istriano-fiumano-dalmata di Trieste (Irci) in occasione del 10 Febbraio 2026, in mezzo al pubblico c’era anche Silvana Zimuel, “polesana” classe 1942 esule a Pesaro (dove fu attiva in seno all’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia) e di recente stabilitasi nel capoluogo giuliano, che all’epoca dei fatti era una bambina di 4 anni: scampò alla carneficina per puro caso, soltanto perché il papà volle che, invece che nella pineta, pranzassero al sacco poco più in là, in una garitta militare. Quella piccola costruzione maleodorante – ci dice Silvana, autrice del libro autobiografico Caterina, una storia nella storia (2024) –, li salvò. Dalle sue strette feritoie, padre e figlia assistettero all’orrore causato dall’esplosione degli ordigni abbandonati sulla spiaggia di Vergarolla: il boato, la terra che tremò come fosse un terremoto, il fumo, i brandelli di corpi appesi ai rami degli alberi come panni stesi ad asciugare, l’andirivieni delle ambulanze e dei carri che portavano feriti e morti. Su quelle mine, che erano state disinnescate e rese innocue – finché qualcuno pensò di farle detonare –, Silvana era solita giocare, anche con Renzo Micheletti: per loro era una sorta di “luna park”.

IRCI - La strage dimenticata. Vergarolla e il suo eroe, il dottor Geppino Micheletti
Foto Goran Žiković

Oltra a Silvana, anche tanti altri esuli che conservano la memoria di quei fatti perché hanno vissuto sulla propria pelle quegli “anni di piombo” in Istria o perché gli è stata tramandata da genitori, nonni, parenti. Non è passato inosservato (e forse l’avrebbe preferito), il deputato Massimiliano Panizzut (Lega), nato a Milano da mamma originaria di Pola, nipote di Ermanno Mattioli, pure lui esule polese, un maestro che insegnava italiano alle elementari, e che ha affidato le sue testimonianze al volume Istria ‘45-’46. Diario di prigionia (2025), cronaca nuda e cruda – scoperta vent’anni fa tra le “carte” custodite dai nonni, nella loro casa di Gorizia, trascritta dallo stesso Panizzut – di quell’anno terribile trascorso da deportato nei gulag di Tito, dopo che l’Istria era stata abbandonata dai presidi militari italiani. Riuscì miracolosamente a sottrarsi all’infoibamento. Sua madre non andò a Vergarolla (probabilmente avrebbe voluto assistere a una manifestazione sportiva italiana), rimase a casa per un’indisposizione.

Foto Goran Žiković
Foto Goran Žiković

Il silenzio (non a caso il titolo fa riferimento a una “strage dimenticata”) che ha coperto in Italia questa drammatica e complessa pagina del nostro passato, fino all’istituzione del Giorno del Ricordo, è lo stesso che ha portato alla sua rimozione dalle coscienze e dalla narrazione di chi è rimasto a Pola. Un mutismo generale, nelle famiglie, vuoi per la paura (di eventuali ritorsioni, bastava che i vicini sentissero qualcosa e andassero a riferire alle autorità) vuoi come meccanismo di difesa di sé stessi e delle nuove generazioni da traumi insopportabili. In casa Angelini non se n’è mai parlato. Ce lo ammette Manuel Angelini, fotoreporter “polesano” che oggi viaggia verso i 50 anni, arrivato al museo degli esuli per catturare con il suo obiettivo e trasmettere ai lettori del portale di notizie (in croato e in italiano) “Istra24”, e quindi anche a un parterre più ampio, i contenuti della mostra.
Presentando l’esposizione, il curatore Piero Delbello, direttore dell’Irci, ha osservato che a oggi di Vergarolla esistono due sole immagini: quella del fungo grigio che si levò in cielo dopo lo scoppio e la fotografia di un uomo che porta in braccio il corpicino esanime e straziato di una bambina, pubblicata dal giornale clandestino “Il Grido dell’Istria”, sotto il titolo di “Assassini!”. Si trattava del vigile del fuoco di Pola, Mario Angelini, il nonno di Manuel. Mario fece parte della squadra al comando del maresciallo Arnaldo Harzarich, incaricata del recupero dei resti degli infoibati, tra l’ottobre 1943 e il febbraio 1945. Il maresciallo, al termine del suo mandato, produsse una documentazione che nel giugno del ’45 fu consegnata alle autorità alleate, descrivendo foiba per foiba l’attività svolta e i riconoscimenti fatti. Il fratello di Mario Angelini, Cristoforo, fu uno dei primi infoibati, ma il suo corpo non fu mai ritrovato.

Il presidente del'IRCI, Franco Degrassi, l'assessore della Regione autonoma FVG, Pierpaolo Roberti, la vicesindaca di Trieste Serena Tonel e il vescovo mons. Enrico Trevisi. Foto Goran Žiković
Il presidente del’IRCI, Franco Degrassi, l’assessore della Regione autonoma FVG, Pierpaolo Roberti, la vicesindaca di Trieste Serena Tonel e il vescovo mons. Enrico Trevisi. Foto Goran Žiković

Microstorie che prendono corpo attorno alla storia ricostruita dall’Irci. Un percorso che oltre agli eventi e all’atmosfera di quel periodo, ci restituisce la loro dimensione umana. Vissuti quotidiani, speranze, paure e sofferenze di un intero popolo ci “parlano” attraverso la figura dell’eroe di Vergarolla, Geppino Micheletti, e del suo piccolo grande cosmo. Nato a Trieste in una famiglia ebraica con il cognome Michelstaedter, pare quasi che il suo destino fosse legato a un filo rosso sangue, di morti violente e suicidi – come ha osservato il direttore Franco Degrassi –, a partire dal suicidio del cugino, il filosofo goriziano Carlo. C’è anche questo aspetto che emerge nel “ritratto” a 360 gradi proposto dall’Irci.
L’istituto guidato da Degrassi, che oltre a una puntuale e precisa ricomposizione del contesto specifico – affidato ai tesdi di Roberto Spazzali, Piero Delbello e Giovanna Penna –, è riuscito a recuperare materiali preziosi, per tanti inediti, tra documenti vari e fotografie private, trasformandoli in ulteriori mattoni “nella costruzione della conoscenza della nostra storia”. Merito anche della pronta reazione di Sergio Sergas e di suo fratello Bruno, che ha evitato che queste “carte” finissero al macero, consegnando l’archivio agli esperti di via Torino 8. Il materiale raccolto ed esposto è cospicuo e il catalogo che accompagna la mostra “non è soltanto un elenco di fotografie”, come osserva Degrassi, ma un volume che contiene saggi importanti, inquadrando molto bene ciò che la mostra descrive.

Manuel Angiolini davanti a un'immagine simbolo. suo nonno Mario mentre cerca di salvare una bimba. Foto Goran Žiković
Manuel Angiolini davanti a un’immagine simbolo. suo nonno Mario mentre cerca di salvare una bimba. Foto Goran Žiković

IL RACCONTO DEL PRIMA E DEL DOPO

Pannello dopo pannello, scorrono in parallelo ma al tempo stesso s’intersecano e confrontano (con un forte impatto emotivo) il racconto dell’uomo Geppino Micheletti – con i suoi affetti più cari e l’abnegazione che contraddistinse il suo servizio al nosocomio di Pola – e quello di un territorio, prima e dopo Vergarolla. Così ai volti sorridenti della moglie Jolanda Nardin (una bella donna, alta, bionda, occhi azzurri, snella, come viene descritta nella carta d’identità rilasciata nel 1954 a Narni) e dei figlioletti Carlo e Renzo, entrambi deceduti a Vergarolla (il primo a soli 9 anni, del quale saranno ritrovati i resti mortali, il secondo ad appena 4, di cui nella bara si potrà deporre solo una scarpina e dei giocattoli), agli attestati della formazione di Geppino – che studiò a Torino, università che in seguito vide crescere ben tre premi Nobel (Rita Levi Montalcini, Salvatore Luria e Renato Dulbecco) –, ai riconoscimenti ricevuti per la sua brillante attività di medico e agli scatti delle scampagnate e del tempo libero, si affiancano quelli del destino di una regione e delle sue genti. Se l’esodo era già un’opzione molto concreta, Vergarolla rappresentò un punto di svolta che accelerò la fuga degli italiani.

Silvana Zimuel riuscì a scampare alla strage. Foto Goran Žiković
Silvana Zimuel riuscì a scampare alla strage. Foto Goran Žiković

Si trattò di una delle più grandi tragedie provocate dall’uomo nella vicenda complessiva dell’Istria, dopo il disastro di Arsia del 28 febbraio 1940 (ai 185 minatori italiani, croati e sloveni deceduti nell’incidente, il presidente della Repubblica Italia, Sergio Mattarella, ha recentemente conferito, dopo 86 anni, la Stella al merito). A Vergarolla perirono almeno un centinaio di persone (il numero esatto rimane a oggi controverso), di cui soltanto 64 identificate. I soccorsi furono complessi e caotici. In mezzo a tanta confusione e alla disperazione, Micheletti non si fece sopraffare dall’orrore, riuscendo a mantenere la mano ferma per più di 24 ore, nel tentativo di cercare di salvare la vita ai feriti che continuavano ad arrivare nella sala operatoria dell’Ospedale “Santorio Santorio”. L’Italia assegnò due milioni di lire per l’assistenza e il soccorso delle vittime e dei loro famigliari; furono “staccati” assegni a 138 beneficiari per un importo complessivo di 2.535.103.40 lire. A Micheletti spettò un indennizzo di 25mila lire. Giunto a Pola negli anni Venti, all’indomani del Trattato di pace di Parigi del ’47, anche Micheletti diede l’addio alla città dell’Arena assegnata alla Jugoslavia. Comandato in servizio dalla Croce Rossa quale “indispensabile” e dopo aver coordinato l’evacuazione dei malati ricoverati, partì per ultimo insieme con la moglie. Fu accolto a Narni, dove si spense nel 1961.

Foto Goran Žiković
Foto Goran Žiković

“Cosa ha significato Vergarolla per Pola? È stato l’ultimo atto verso l’esodo. Ha fatto sì che spingesse una popolazione, che mai avrebbe voluto abbandonare le proprie terre e che stava si stava ricostruendo una vita, a lasciare tutto. Ricordare è emblematico – ha sottolineato Degrassi –, non soltanto perché si tratta di un grande fatto storico, ma perché ha determinato anche questo cambiamento”. Se ne andò quasi il 90% degli abitanti. “È una tragedia paragonabile al primo bombardamento del 9 gennaio 1944, ma questa ha la calcolata forza di annichilire la popolazione in un momento di illusoria serenità”, spiega il curatore Delbello. Quanto accadde il 18 agosto 1946, nel bel mezzo delle tradizionali gare natatorie per la Coppa Scarioni, organizzate dalla società dei canottieri “Pietas Julia”, avvolse nel lutto non soltanto una città, Pola, ma l’Istria intera. Il rumore costante che di notte aleggiava per le strade di Pola – erano i martelli che battevano i chiodi per costruire i cassoni dove imballare le masserizie – improvvisamente “scomparve, sostituito dal silenzio. A Pola non c’era più nessuno”, conclude Delbello.

Foto d'epoca che ritraggono il dott Geppino Micheletti. Foto Goran Žiković
Foto d’epoca che ritraggono il dott Geppino Micheletti. Foto Goran Žiković

PLAUSO E SOSTEGNO ALL’IRCI

“Ricordare Vergarolla oggi – ha dichiarato all’apertura della mostra l’assessore alle Autonomie locali della Regione autonoma Friuli Venezia Giulia, Pierpaolo Roberti, reduce da un incontro sulle celebrazioni del cinquantesimo del terremoto in Friuli – significa affermare con forza che non esistono tragedie minori o memorie di serie B. Significa ribadire che la storia dell’esodo istriano-fiumano-dalmata è parte integrante della storia europea e nazionale, e che solo attraverso la conoscenza, il rispetto e la responsabilità della memoria possiamo costruire una comunità più consapevole e più giusta”. “Iniziative come questa, curate con rigore scientifico e grande sensibilità dall’Irci – ha rilevato –, svolgono un ruolo fondamentale nel custodire e trasmettere la memoria dell’esodo istriano-fiumano-dalmata, restituendo voce alle vittime e dignità alle loro storie”. Riconoscendo il valore civile e culturale di questo impegno, la Regione “conferma il proprio costante sostegno alle attività dell’Irci e a tutte le iniziative che promuovono la conoscenza di questa parte della nostra storia”, ha assicurato Roberti. In Consiglio regionale è infatti approdato un atto che intende appunto garantire solidità, un futuro certo all’Istituto.

Foto Goran Žiković
Foto Goran Žiković

La vicesindaco di Trieste, Serena Tonel, ha ringraziato l’Irci per tutto ciò che fa nel portare avanti il ricordo di questi fatti “e molto spesso anche per continuare a indagare su questi fatti. Il vile atto terroristico di Vergarolla – e dico vile perché colpì i bambini, la popolazione civile nel momento in cui la guerra era finita sapendo di colpire proprio loro, una comunità che era già certamente provata ma che cercava di risollevarsi – non ha mai avuto una sua giustizia, né il riconoscimento di chi furono gli autori”, ha sottolineato Tonel, definendo la mostra una mostra da assaporare, che toccherà corde profonde in tutti noi. Grazie per questo nuovo capitolo che regalate non solo alla città ma anche al Paese – ha concluso –, perché questa è una storia tutta italiana”.

Foto Goran Žiković
Foto Goran Žiković

Il vescovo di Trieste, monsignor Enrico Trevisi, proveniente dal Mantovano, ha confessato di non aver mai prima sentito parlare di questa vicenda, una prova che c’è ancora tanto da fare per informare, divulgare pagine di storia “che sono state archiviate troppo facilmente”, ha commentato. Per mons. Trevisi il nostro ritornare alla storia deve servire a imparare, dal sacrificio, dal dolore e anche da tutte le testimonianze positive (l’alto prelato ha accennato a don Francesco Bonifacio, fatto sparire ottant’anni fa), e a capire quelle che sono “le nostre responsabilità di uomini e di donne per questo nostro tempo”, per la costruzione di un tessuto di relazioni, di una società, di una cultura, di rapporti tra le diverse popolazioni che ci consentiranno di costruire “un mondo diverso rispetto a quello in cui sono avvenute tragedie come quella di Vergarolla ma anche altre che, purtroppo, stanno ancora accadendo”.
Da non perdere né la mostra (visitabile fino al 29 marzo, a ingresso libero, grazie ai volontari Irci) né il ricco ed esaustivo catalogo (quasi 160 pagine), curato da Delbello, Penna e Spazzali.

Foto Goran Žiković
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