Un secolo di memoria e di vita

PANORAMA Cent’anni e il cuore a Fiume: i ricordi di Natalia Bozzo, nata Descovich a Moschiena Alta e oggi ligure d’adozione

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Un secolo di memoria e di vita
Natalia circondata dai suoi familiari in occasione del suo centesimo compleanno. Foto Archivio famiglia Bozzo

Cento anni vissuti con curiosità, coraggio e una straordinaria capacità di adattarsi ai grandi cambiamenti della storia. Il 14 luglio 2026 Natalia Bozzo, nata Descovich, ha festeggiato il prestigioso traguardo dei cento anni, circondata dall’affetto della famiglia e dei tanti che ancora oggi la ricordano con stima.
Natalia, con affetto chiamata Bobo, nacque il 14 luglio 1926 a Moschiena Alta (Mošćenice), pittoresco borgo del Quarnero, nella casa Descovich dei nonni paterni Antonio e Carla, ma trascorse gran parte della giovinezza a Fiume, città cosmopolita e vivace che ricorda ancora oggi con grande nostalgia e che, con grande rammarico, ha dovuto lasciare nel 1947. Dopo aver frequentato le scuole cittadine, conseguì il diploma al liceo scientifico con il sogno di iscriversi a Medicina. Erano però gli anni della Seconda guerra mondiale e il destino prese una strada diversa. Affidò il proprio diploma a un amico affinché la iscrivesse all’Università di Padova.
Il suo desiderio era diventare medico, ma per l’iscrizione alla Facoltà di Medicina sarebbe stato necessario presentarsi personalmente. L’amico, per non farle perdere l’anno accademico, la iscrisse invece a Farmacia. Lo scoppio della guerra rese però impossibile proseguire gli studi universitari. Fu allora che, seguendo il consiglio di un’amica, sostenne gli esami integrativi per ottenere l’abilitazione magistrale. Li superò a Fiume e ricevette il certificato ufficiale, redatto e timbrato a Zagabria. Con questo certificato, poi, in Italia, partecipò al concorso per ottenere un posto di lavoro. Quella decisione, nata quasi per caso, avrebbe segnato tutta la sua vita.

Il rintocco delle campane

L’infanzia e l’adolescenza furono divise tra Fiume e Moschiena Alta. Ogni estate tornava dai nonni nel paese natale, dove le giornate scorrevano semplici e felici insieme ai tanti bambini del borgo. A Moschiena Alta puntualmente andava con la mamma e la sorella mentre il papà raramente veniva con loro perché il più delle volte era imbarcato sulle navi della compagnia Tirennia come capomacchinista. Per raggiungere Moschiena si viaggiava o con il vaporetto o in autobus, attraversando la dogana, poiché il territorio di Fiume costituiva una zona franca. Il ritmo della giornata era scandito dalle campane della chiesa, che annunciavano puntualmente il pranzo di mezzogiorno. Quando il parroco era assente, Natalia aveva persino il privilegio di suonarle personalmente, un ricordo che ancora oggi racconta con un sorriso. Dopo il pranzo, lungo le antiche scalette, si scendeva fino alla spiaggia di San Giovanni per fare il bagno in mare, dove si rimaneva fino alle sei di sera.

Momenti indimenticabili

Anche la vita cittadina offriva momenti indimenticabili. Da bambina, con la mamma, visitava in Corso un bel negozio di giocattoli e ricorda ancora il commesso, vestito da San Niccolò, che faceva vedere i giocattoli ai bimbi che osservavano tutto a bocca aperta. Il Corso di Fiume era il cuore dell’incontro tra i giovani che trascorrevano il tempo libero passeggiando, scambiandosi i compiti di scuola e frequentando i caffè del centro. Uno dei più gettonati era quello vicino alla stazione ferroviaria, dove spesso si tenevano concerti dal vivo. Con l’amica Marialena era di consuetudine prendere il té ascoltando la musica. Le passeggiate erano lunghe, arrivavano fino al molo Longo dove Natalia ricorda divertita che per rinfrescarlo, il cane dell’amica veniva gettato in mare per poi essere prontamente recuperato. Altre volte era il cane stesso a stancarsi delle lunghe passeggiate ad aspettare pazientemente il ritorno delle due ragazze all’ombra di un albero all’inizio della salita verso il Palazzo del Governo.

La compagnia, i giorni a Fiume

La sorella di Natalia era sette anni più grande per cui spesso la controllava e accudiva ma anche le assegnava dei compiti da lei ritenuti superflui. Tutto cambiò però con l’ingresso in famiglia del futuro cognato, Stanko Veselić o “il Veselić”, come lo ricorda con simpatia, che la portava ovunque presentandole i suoi amici: Sergio Pavesi, Rudi Giraldi, Silvio Shop, Luigi Pirjavec, Virgilio Vigini e tanti altri. Grande passione erano anche il cinema e il canto. Per assicurarsi i posti migliori, era uso per tutta la compagnia acquistare i biglietti facendo lunghe code, e non era raro entrare nel primo pomeriggio per restare in sala a vedere due o tre proiezioni consecutive dello stesso film. Natalia cantava inoltre nel coro, esperienza che la portò fino a Roma, dove si esibì allo Stadio dei Marmi. L’amore per la musica è vivo tuttora visto che si diletta ancora a suonare il pianoforte. La guerra lasciò segni profondi nella vita di tutti. “Non avevamo nemmeno i vestiti”, ricorda. Accadeva spesso che più ragazze indossassero abiti uguali. Durante il conflitto la famiglia aderì allo sfollamento e fu evacuata a Roma, dove Natalia frequentò la scuola per circa due mesi, del resto, non era bene rimanere a casa a oziare.
Anche degli anni scolastici a Fiume conserva ricordi vivissimi. Si ricorda che studiava, ma non troppo. Il professore di biologia era considerato il più severo: pretendeva quaderni impeccabili, ricchi di disegni e definizioni accurate. Per prepararsi al meglio, gli studenti prendevano in prestito anche i quaderni delle classi superiori, integrando così i propri appunti. Le definizioni andavano poi studiate a memoria, senza omettere alcun dettaglio. Il professor Vito Segnan, invece, era quello più amato degli alunni, compiva gli anni per San Vito, che era anche l’ultimo giorno di scuola e tutti si precipitavano a fargli gli auguri.

I primi guadagni

Da ragazza svolse anche piccoli lavori. Aiutava in una delle salumerie della famiglia Veselić. La salumeria si trovava nel rione di Brajda ed era proprietà di Stanko Veselić, padre del futuro cognato, anche lui Stanko. Era una salumeria molto importante in città e oltre alla lavorazione della carne si occupavano dell’importazione del bestiame dall’Ungheria. Natalia si occupava di smistare le tessere annonarie della spesa. Così guadagnava e si divertiva. E tra gli episodi più divertenti della giovinezza racconta che, pur abitando al terzo piano di un palazzo di via Tiziano, evitava sempre le scale: si sedeva sul corrimano e scivolava fino al pianterreno fischiettando. Tutti i vicini di casa si accorgevano della sua presenza.
Nel 1947, insieme ai genitori, lasciò definitivamente Fiume per trasferirsi in Italia, a Ruta di Camogli, in Liguria. Aspettarono tutti i permessi, caricarono i mobili, lasciarono a malincuore la famiglia e partirono… Ottenuta l’abilitazione iniziò la professione di insegnante, che avrebbe svolto con passione fino alla pensione. Si ricorda di come faceva disegnare i suoi alunni per terra che in questo modo imparavano divertendosi. Trascorrevano spesso del tempo a contatto con la natura e lei era sempre pronta a dare loro consigli e ad aiutarli ad affrontare e superare i loro problemi. Da Ruta si trasferì con i genitori a Lavagna per poi ritornare a Camogli come sposa di Lorenzo Bozzo con il quale ha due figli Chiara e Paolo, e poi nipoti e pronipoti.

Un augurio speciale

L’affetto dei suoi alunni rappresenta forse il riconoscimento più bello di un’intera carriera. Per il suo centesimo compleanno ha ricevuto un mazzo di fiori e un biglietto firmato dagli allievi della sua ultima classe, oggi adulti di circa sessant’anni, che ancora ricordano con gratitudine la loro maestra. Nel messaggio hanno scritto: ”Cara Maestra, negli anni trascorsi insieme ci ha insegnato molto più dell’alfabeto e dei numeri. Ci ha insegnato la curiosità, la gentilezza e il rispetto. Buon compleanno e grazie di cuore. Con affetto, i suoi alunni.” Parole che raccontano meglio di qualsiasi curriculum il valore di una donna che ha attraversato un secolo di storia senza perdere il sorriso, la curiosità e l’amore per gli altri.
Oggi Natalia vive a Ruta di Camogli, luogo che l’ha accolta ormai da molti decenni, ma nel cuore conserva ancora le immagini di Moschiena Alta e di quella Fiume che definisce con emozione “una bellissima città di confine, dove si viveva bene e dove tutti venivano volentieri”. Un secolo di vita, di ricordi e di insegnamenti che continua a rappresentare una preziosa testimonianza della storia dell’Adriatico orientale e delle sue genti.

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