“IN-TRA-tteni-AMO-ci! IN: nel teatro, TRA: le persone belle della vita e dell’arte, AMO: quello che faccio. Esiste solo l’arte!” Con queste parole il direttore del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, Paolo Valerio, ha presentato la Stagione 2025–2026. Un invito a tornare in sala, ma anche a lasciarsi attraversare dal teatro, dall’incontro e dalla memoria, a cogliere la bellezza condivisa in un gesto semplice: sedersi insieme, emozionarsi e, soprattutto, farsi trasportare. Intratteniamoci diventa allora parola d’ordine, una promessa di esperienza viva e partecipata, in cui l’arte ricopre il ruolo di ponte tra le persone.
In questo spirito prende vita “Trieste 1954”, spettacolo di Simone Cristicchi e Simona Orlando, per la regia di Paolo Valerio, prodotto dal Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia. Lo spettacolo racconta una città sospesa tra due mondi: Trieste, tra il 1945 e il 1954, attende il ritorno all’Italia dopo anni di amministrazione militare alleata, contesa e divisa. Nove anni di “limbo”, di attesa collettiva e tensione emotiva, in cui ogni giorno era un passo tra paura, speranza e resilienza.
Fin dalle prime battute, Cristicchi cattura lo spettatore con un monologo che racconta l’anima della città: “Tutto è doppio a Trieste, come la ‘scontrosa grazia’ nei versi di Saba. È veloce e pratica, eppure a lungo immobilizzata… forse è questo che apprezzo di più dei triestini: che hanno imparato a vivere così, in equilibrio fra un colpo di vento e l’altro, restando in piedi nella bufera degli eventi”. Le sue parole non introducono solo lo spettacolo, ma rendono tangibile il carattere della città, il suo ritmo doppio e la sua resilienza.
Nove difficili anni
Prima che le luci del palco si accendessero, nel foyer ‘Vittorio Gassman’ del Politeama Rossetti, seguendo la tradizione, le signore ricevevano una rosa bianca, mentre in sala, appena le luci calavano, l’orchestra del Teatro Verdi di Trieste guidata dal Maestro Valter Sivilotti intonava l’Inno di Mameli, accogliendo il pubblico con un momento di partecipazione e orgoglio condiviso.
La scena è essenziale e poetica: una lampada a petrolio, una panchina di legno, mentre dietro Cristicchi, separata da una retina trasparente, l’orchestra del Teatro Verdi di Trieste, diretta dal Maestro Valter Sivilotti, accompagna le parole con delicatezza. La musica si fonde con le immagini storiche, proiettate grazie alla collaborazione della Rai Friuli Venezia Giulia e della Lega Nazionale, restituendo volti, piazze e strade di quegli anni difficili.
La storia narrata nello spettacolo richiama il contesto dei nove anni (1945–1954), durante i quali Trieste visse una condizione di “limbo”, tra tensioni internazionali, amministrazioni militari e incertezza politica, fino al Memorandum di Londra e al ritorno alla sovranità italiana. Questo passato, spesso poco conosciuto fuori dal territorio, viene restituito sul palco con semplicità e intensità, trasformando la complessità della storia in un’esperienza accessibile, poetica e profonda.
Il fascino di una città «sospesa»
Cristicchi veste nuovamente i panni di Duilio Persichetti, l’archivista romano già protagonista di Magazzino 18. Persichetti racconta la città con curiosità e ironia, trasformando la complessità storica in un’esperienza vivibile. La narrazione intreccia documenti, ricordi e aneddoti, facendo emergere la vita quotidiana, la speranza e la fatica dei triestini in un equilibrio delicato tra semplicità e profondità. Lo spettacolo ha alternato momenti di narrazione a intermezzi musicali, nei quali Cristicchi e la voce di Franca Drioli hanno evocato Trieste attraverso canzoni dell’epoca, contribuendo a creare un paesaggio sonoro e visivo. Le melodie accompagnavano i filmati, restituendo la tensione e la gioia dei nove anni più emotivamente complessi della città, culminando nella scena della riunificazione del 26 ottobre 1954, quando i primi soldati italiani entrarono in Piazza dell’Unità d’Italia tra urla, lacrime e bandiere.
Non si tratta di una semplice rievocazione: le fotografie in bianco e nero, i video storici e le musiche generano un salto temporale emotivo, dove il pubblico sembra passeggiare accanto a Persichetti e ai cittadini di quegli anni. È una celebrazione condivisa, un “melanconico ma felice salto nel tempo”, in cui la memoria diventa esperienza viva. Le canzoni finali, con le quali Cristicchi incornicia lo spettacolo, da “Magazzino 18” a “Ti regalerò una rosa”, fino a “Quando sarai piccola”, aggiungono un ulteriore livello di emozione. Ogni brano lega la storia della città, quella delle persone e quella personale dell’autore, creando un filo che unisce passato e presente.
La sala trattiene il respiro, le note si fanno spazio tra le sedie, le pareti, il soffitto, fino a toccare profondamente chi ascolta. La partecipazione emotiva del pubblico era palpabile. Come ha spiegato Cristicchi in un’intervista con RaiNews, “C’è un affetto che dura ormai da più di dieci anni con questa città, e questa simpatia, questo entrare in empatia da parte mia nei confronti dei triestini e da parte dei triestini con me, è qualcosa di irripetibile”. La scena si spegne, ma la sensazione di Trieste resta: una città viva, sospesa tra storia e futuro, con la sua forza e il suo fascino.
Non solo teatro
Il successo della rappresentazione, come nelle anteprime del 26 ottobre 2024 e nelle repliche dal 7 al 12 ottobre 2025, conferma la forza di un’opera che unisce narrazione, musica e immagini. La presenza dell’orchestra e del coro del Teatro Verdi di Trieste, la regia essenziale e rispettosa di Valerio, i contributi video storici e la voce di Franca Drioli rendono “Trieste 1954” uno spettacolo completo, capace di raccontare storia, poesia e vita quotidiana con delicatezza.
In chiusura, lo spettacolo lascia la sensazione che Cristicchi non sia solo un narratore esterno, ma parte integrante della città. Trieste diventa così uno spazio vissuto, sentito, condiviso: un luogo in cui la memoria, la musica e le parole restituiscono l’intensità di una storia che continua a vivere fra le strade, le piazze e i cuori dei suoi cittadini. “Trieste 1954” non è soltanto teatro, ma un invito a camminare nella città, a respirarne la storia, a incontrare le persone e a sentirsi, per un’ora e mezza, parte di qualcosa di più grande: la memoria collettiva, l’emozione condivisa e il legame unico tra artista e città che solo il teatro può restituire.
Appuntamenti da non perdere al Politeama Rossetti
La nuova stagione del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia di Trieste si distingue per un repertorio ricchissimo e variegato, che spazia dalla prosa al musical, dalla scena contemporanea alla danza, dal circo ai concerti musicali. Tra le molte proposte, segnaliamo alcuni spettacoli che si concentrano su temi legati alla comunità, alla memoria storica e all’identità del territorio.
Dal 3 al 16 novembre, nella Sala 1954, andrà in scena “Gora”, frutto di una significativa collaborazione tra il Teatro Stabile del FVG e il Teatro delle Marionette di Lubiana (Lutkovo Gledališče). Nato da una residenza transfrontaliera che ha visto lavorare insieme attori italiani e sloveni, Gora è uno spettacolo pensato per i bambini, ma capace di parlare a tutti. Il progetto ha preso vita grazie alla vittoria del bando “Fondo per piccoli progetti GO! 2025”.
Dal 14 al 18 gennaio 2026, il Rossetti ospiterà “La rigenerazione”, una coproduzione con il Teatro Biondo di Palermo che porta in scena l’omonima opera letteraria di Italo Svevo, offrendo una riflessione intensa sull’identità e sulla trasformazione. A seguire, dal 16 al 25 gennaio 2026 nella Sala Bartoli, “26 ottobre. Un mare di ombrelli.” proporrà una narrazione dal doppio registro – radiofonico e teatrale – nata nel 2024 in collaborazione con Rai-Friuli Venezia Giulia. Lo spettacolo si ispira al ritorno di Trieste all’Italia nel 1954, raccontando con delicatezza e profondità quel drammatico momento storico.
Infine, il 10 febbraio – Giorno del Ricordo – sarà la volta di “Tanto lontana terra”, quadro musicale drammatico composto dal Maestro triestino Marco Podda. L’opera, intensa e poetica, vuole tenere viva la memoria dell’esodo giuliano-dalmata, rappresentando un omaggio commosso a una pagina fondamentale della nostra storia.
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