Siamo inconsapevoli delle nostre potenzialità

PANORAMA Alla guida dell’Unione italiana dai primissimi anni Novanta a oggi, Maurizio Tremul traccia il bilancio di un percorso che finora l’ha sempre visto ai vertici dell’associazione. Eletto nell’Assemblea come consigliere di Bertocchi, è convinto che non sia ancora giunto il momento della pensione politica, anche se è forte la tentazione di ritirarsi a vita più calma, tra famiglia, uliveti e vigneti

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Siamo inconsapevoli delle nostre potenzialità
Maurizio Tremul ritratto da Željko Jerneić/Edit

Da oltre tre decenni Maurizio Tremul ricopre incarichi di vertice all’interno della Comunità nazionale italiana, affermandosi nel tempo come una delle sue figure più influenti.
Gli oppositori lo descrivono come una sorta di “grande burattinaio”; i sostenitori, invece, come un “povero Cristo” colpevole soltanto d’essersi circondato da troppi “Giuda”.
Per la prima volta dagli inizi degli anni ’90 ha deciso di non candidarsi a un incarico dirigenziale in seno all’Unione italiana, pur potendo, in base allo Statuto, aspirare nuovamente alla guida della Giunta esecutiva, organismo che in passato aveva già presieduto. Tremul, tuttavia, è convinto che a 63 anni sia ancora presto per la pensione politica, anche se – come lui stesso ammette – la tentazione di dedicarsi alla famiglia e agli uliveti e vigneti paterni è forte. Ha quindi accolto l’invito dei connazionali di Bertocchi, candidandosi a rappresentarli nell’Assemblea dell’Ui per il quadriennio 2026-2030. Un’elezione certa, essendo candidato unico. E proprio il nuovo assetto istituzionale potrebbe riportarlo presto al centro della scena politica della Cni considerato che secondo gli atti interni dell’Ui la futura presidenza dell’Assemblea spetterà in questo mandato
a un rappresentante della Comunità residente in Slovenia.

Maurizio Tremul immortalato da Roni Brmalj/Edit

Nell’intervista che segue Tremul affronta senza particolari reticenze numerosi temi legati
al presente e al futuro della Cni e dell’Ui. Parla dello stato di salute della Comunità,
dei rapporti con le nuove generazioni, delle tensioni e dei contrasti che ne hanno accompagnato il lungo percorso politico, ma anche dei progetti che considera
più significativi tra quelli seguiti direttamente in questi anni. Non mancano riflessioni
sulle soddisfazioni e sulle delusioni accumulate lungo oltre 35 anni di attività pubblica, raccontate spesso con toni personali e con quello che lui stesso definisce un approccio
“a cuore aperto”.

ANNI VISSUTI INTENSAMENTE

È stato uno dei protagonisti della Cni dagli inizi degli anni ’90 e negli ultimi otto anni ha guidato l’Unione italiana come presidente. Cosa le lascia questa lunga esperienza sul piano umano e professionale?
“Sono stati praticamente 35 anni di vita vissuti intensamente all’interno della Cni e dell’Ui. Se guardo a questo percorso nel suo complesso, ciò che mi rimane è soprattutto un patrimonio enorme di esperienze, conoscenze e rapporti umani. Ho avuto la possibilità di conoscere persone straordinarie, che probabilmente non avrei mai incontrato seguendo un altro percorso professionale.
Già negli anni ’80 e nei primi anni ’90, attraverso l’esperienza della rivista ‘La battana”, insieme con Elvio Baccarini ed Ezio Giuricin, avemmo modo di aprire un dialogo molto intenso con il mondo culturale e intellettuale dell’allora Jugoslavia e anche con importanti personalità europee. Erano anni di grande fermento culturale e ideale. Ricordo, tra gli altri, incontri con figure come Alexander Langer, che rappresentava un modo molto alto di intendere il dialogo tra popoli, culture e identità diverse.
Prima ancora ci furono l’esperienza sindacale, il Movimento della Costituente, il lavoro nella Comunità dei Comuni costieri e nella Comunità d’interesse autogestita (precorritrice dell’odierna Comunità autogestita della nazionalità italiana, nda). Ero molto giovane, ma già allora ebbi modo di confrontarmi con responsabilità importanti. Tutto questo mi ha arricchito enormemente, non soltanto sul piano professionale, ma anche umano”.

Maurizio Tremul e Marin Corva. Foto Ivor Hreljanović

Nel suo percorso ci sono stati però anche momenti molto difficili.
“Certamente. Ho conosciuto anche persone che mi hanno ostacolato, che hanno cercato deliberatamente di farmi del male sul piano umano e politico. Alcune continuano a farlo caparbiamente ancora oggi. Naturalmente, questo provoca dolore e sofferenza. Spesso chi guarda dall’esterno pensa che chi ricopre ruoli pubblici sia quasi un essere privo di emozioni. Ma non è così. Eppure, con il tempo, anche queste esperienze negative finiscono in qualche modo per insegnarti qualcosa. Ti costringono a rafforzarti, a capire come affrontare i conflitti, come difenderti, come reagire, operando comunque nel bene. Quello che però non dovrebbe mai venir meno, anche nello scontro politico più duro, è il rispetto della dignità dell’altra persona. E purtroppo negli ultimi anni questo rispetto è venuto meno molto spesso. Quello che però non dovrebbe mai venir meno, anche nello scontro politico più duro, è il rispetto della dignità dell’altra persona.
E, purtroppo, negli ultimi anni questo rispetto è venuto meno molto spesso. Sono stato colpito, negli ultimi tempi, dall’assoluta mancanza di postura istituzionale nei riguardi del presidente dell’Unione italiana. Mi riferisco, ad esempio, al viaggio di studi per 173 connazionali di 15 Comunità degli Italiani organizzato in aprile di quest’anno dall’Università popolare di Trieste e dall’Unione italiana e al raduno annuale per i docenti in quiescenza delle nostre scuole, tenutosi quest’anno ad Albona il 1° aprile 2026, organizzato dal Settore ‘Istituzioni prescolari, scolastiche ed universitarie’ della Giunta esecutiva dell’Unione italiana. Nel mio ruolo di presidente dell’Unione italiana non ne sapevo assolutamente nulla.

Paolo Demarin e Maurizio Tremul ritratti da Ivor Hreljanović/Edit

«MI HANNO ESCLUSO»

Nessuno mi ha informato. Nessuno è stato mosso dal senso di responsabilità istituzionale di coinvolgere il presidente dell’Unione italiana. Siamo davanti ad una precisa volontà di esclusione del presidente dell’Unione italiana. Una scelta che mina la credibilità dell’Istituzione, viola i dettami dello Statuto dell’Unione italiana di Fiume arrecandone un indubbio danno di immagine. Tutto ciò avviene, oltretutto, in un momento molto importante della vita della nostra Comunità. La decisione unilaterale di escludere dalla firma dei contratti il presidente dell’UI, senza che nessun organo dell’Ui abbia deciso in merito, e quindi non in linea con lo Statuto dell’Ui. Comunque, forse uno dei momenti più difficili è stato quando mi hanno denunciato alla Procura di Trieste con l’infamate accusa d’aver rubato svariati miliardi di lire. Sono stato indagato per 10 anni, alla fine l’indagine è stata chiusa perché non è stato trovato nulla, assolutamente nulla, sul mio conto. Ne sono uscito pulitissimo, nel silenzio assordante dei media che anni prima mi avevano sbattuto in prima pagina. Mi sono però ammalato di una malattia cronica che me la porterò avanti per tutta la vita.
Un altro momento difficile è quando sono stato minacciato di finire in galera dal sottosegretario di Stato del Ministero dell’Interno sloveno perché non volevo cedere sul fatto che la Consulta dell’Unione italiana con sede a Capodistria poteva decidere unicamente se riunita in sessione congiunta con l’Assemblea dell’Unione italiana con sede a Fiume e con un voto congiunto, comune. Per difendere questo valore etico ho rischiato la galera: ora un gruppetto di persone ha definitivamente fatto evaporare questo valore e ha realizzato, a distanza di 26 anni, quanto il Governo sloveno del 1998 voleva raggiungere!”.

Se dovesse riassumere il senso del suo impegno all’interno della Cni,
quale immagine userebbe?

“Credo d’aver dato il mio piccolo contributo alla crescita della Cni. A volte penso a una grande macina che trasforma il grano in farina. La farina poi diventa pane. E il pane, per me, rappresenta qualcosa di profondamente simbolico: il dono, la condivisione, la generosità, l’altruismo, il cercare di fare del bene per gli altri. Ho sempre cercato di lavorare in questa direzione, pur sapendo che nessuno è perfetto e che non sempre si raggiungono gli obiettivi prefissati. Avrei potuto fare scelte diverse nella mia vita, certamente. Però oggi, guardando a questi 35 anni, posso dire che la mia valutazione complessiva è positiva”.

Maurizio Tremul. Foto Goran Žiković/Edit

RILEVANTI A FASI ALTERNE

Se dovesse descrivere l’Unione italiana usando tre aggettivi o definizioni,
quali sceglierebbe e perché?
“Direi inconsapevole delle proprie potenzialità, politicamente rilevante a fasi alterne e fluida-liquida. Purtroppo, spesso siamo inconsapevoli delle grandi potenzialità della Cni. La nostra Comunità può contare su professionisti, intellettuali, docenti, uomini e donne di cultura, ricercatori, artisti, musicisti, letterati, poeti e narratori, scienziati, ecc., che con le loro opere e le loro azioni la rendono una realtà virtuosa. Eppure, troppo spesso non valorizziamo adeguatamente questa ricchezza.
Come accade sovente in contesti segnati da un approccio provinciale, ci concentriamo su elementi secondari invece di investire sulle capacità che, come Cni, siamo riusciti a costruire nel tempo. Negli ultimi anni questo impegno si è progressivamente affievolito, volatilizzato. Siamo quindi inconsapevoli di ciò che potremmo essere e diventare, sia dal punto di vista culturale, sia da quello strategico e politico. Siamo stati politicamente rilevanti a fasi alterne. Ai tempi dell’ex Jugoslavia eravamo privi di una reale capacità d’influenza politica, ma quello era il sistema dell’epoca. Contrapporsi al regime comportava rischi enormi e chi osava veniva, nel migliore dei casi, ‘imbavagliato’. La nostra rilevanza politica è cresciuta notevolmente a cavallo tra gli anni ’80 e ’90. Con l’indipendenza della Slovenia e della Croazia siamo riusciti a far acquisire all’Ui una notevole autorevolezza, anche nei confronti delle istituzioni italiane. Naturalmente questa autorevolezza significava anche attirarsi forti opposizioni politiche. A un certo punto, però, questo ruolo è stato progressivamente messo in secondo piano, anche all’interno della stessa Comunità, fino ad arrivare alla situazione attuale, nella quale su alcuni temi legati ai diritti della Cni in Croazia è emerso un altro soggetto politico locale che si impegna a tutelare i nostri diritti più di quanto lo facciamo noi stessi. Il risultato è che oggi l’Ui appare politicamente debole.
Ho contribuito a organizzare alcuni momenti storici per la nostra Comunità. Il Concerto della Pace, il 3 settembre 2011, alla Comunità degli Italiani e all’Arena di Pola con la presenza del Presidente croato, Ivo Josipović e del Presidente italiano, Giorgio Napolitano. Il Percorso della pace e della riconciliazione tra esuli e rimasti del 12 maggio 2012. Il 7 dicembre 2016, abbiamo organizzato alla Camera dei deputati la Celebrazione dei 25 anni della nuova Unione italiana e dei 20 anni del Trattato tra la Repubblica Italiana e la Repubblica di Croazia concernente i diritti minoritari. La celebrazione per il trentesimo dell’Unione italiana, il 16 luglio 2021, al Teatro nazionale croato ‘Ivan de Zajc’ di Fiume, già Teatro ‘Giuseppe Verdi’, è stato il coronamento di un percorso virtuoso di autorevolezza dell’Unione italiana, con la partecipazione del Presidente del Governo croato, Andrej Plenković, ed esponenti di primo piano delle Istituzioni italiane, slovene, e i massimi rappresentanti delle autorità locali e degli esuli. La celebrazione si fregiò dell’Alto patronato concesso dal Presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella. Poi è iniziata la discesa.
Quando parlo d’identità fluida, liquida, mi riferisco invece al percorso identitario della Comunità. Con il censimento del 1981 sembrava che fossimo destinati all’assimilazione e le azioni allora messe in campo dall’Unione degli Italiani dell’Istria e di Fiume non apparivano sufficienti a invertire la tendenza. Con i percorsi avviati dalla neocostituita Unione italiana agli albori dell’indipendenza croata e slovena riuscimmo invece a invertire la tendenza. Il censimento del 1991 registrò, infatti, un aumento del numero dei connazionali che si dichiaravano tali, risultato di un intenso lavoro svolto anche sul piano identitario.
Oggi, però, le statistiche sono tornate a esserci sfavorevoli. Sarebbe necessaria un’analisi sociologica molto approfondita, che purtroppo non abbiamo mai realizzato. Non punto il dito contro nessuno, perché anch’io, quando mi trovavo nella posizione di poter promuovere uno studio di questo tipo, non l’ho fatto. Questa nostra identità fluida, liquida, rischia d’incidere pesantemente sulle prospettive di sopravvivenza, sviluppo e continuità della presenza italiana sul territorio, anche alla luce dei matrimoni misti e della crescente propensione delle giovani generazioni a riconoscersi soprattutto in un’identità europea”.

Maurizio Tremul. Foto Goran Žiković/Edit

LA NOSTRA SOSTANZA

La Cni e l’Ui costituiscono un valore aggiunto per la Croazia e la Slovenia?
“Assolutamente sì. Siamo una Comunità autoctona e, come tale, rappresentiamo un valore aggiunto. Pensiamo ai tanti artisti, scienziati, musicisti e uomini di cultura connazionali che hanno arricchito il patrimonio culturale, artistico e scientifico della Croazia, della Slovenia e dell’Italia. Pensiamo a Giuseppe Tartini o a Santorio Santorio, ma potremmo citarne moltissimi altri. Ognuno di loro rappresenta la personificazione di questo valore aggiunto.
Il problema più grande è che non siamo stati capaci di comunicare adeguatamente il valore di questo patrimonio. Persino numerosi accademici sloveni mi hanno confessato che, prima di leggere i volumi pubblicati nell’ambito del progetto europeo Jezik-Lingua – che l’UI contribuì a realizzare anni fa per valorizzare e promuovere il nostro patrimonio culturale –, erano in gran parte inconsapevoli di questa ricchezza. Dobbiamo quindi continuare a insistere affinché questo percorso di conoscenza si rafforzi, si ampli e coinvolga tutti. I Dipartimenti di Italianistica delle Università di Fiume, Pola e Capodistria, così come il Centro di ricerche storiche di Rovigno, hanno prodotto una grande mole di conoscenze e di studi storici e letterari che possono e devono costituire la base scientifica per integrare libri di testo e programmi scolastici per le scuole slovene e croate di ogni ordine e grado con elementi legati alla storia della presenza italiana e al patrimonio culturale che abbiamo contribuito a costruire nel corso dei secoli per formare ed educare le nuove generazioni”.

Considerate le differenze normative, amministrative, fiscali e organizzative
tra Croazia e Slovenia, ha ancora senso insistere sul concetto di unitarietà istituzionale e organica della Cni? Oppure sarebbe magari opportuno orientarsi verso una collaborazione più programmatica e funzionale?

“Lei sta ponendo questa domanda a una persona che, assieme al professor Antonio Borme, a Ezio Giuricin e a molti altri connazionali, ha contribuito a scrivere quella che potremmo definire la ‘Costituzione’ della nuova Unione. Uno dei principi fondamentali sui quali abbiamo costruito quell’impianto era proprio l’unitarietà della Cni. Per me quella non è mai stata soltanto una formula organizzativa o istituzionale. È un principio etico, umano, culturale e storico. È un valore! Noi siamo un unico popolo.
Molti italiani che oggi vivono in Slovenia arrivarono da Fiume e dall’Istria dopo il Memorandum di Londra del 1954, quando da Capodistria, Isola e Pirano molte famiglie furono espulse, costrette a lasciare i propri territori d’insediamento storico. Quelle città vennero praticamente svuotate. Come si può pensare che non siamo un’unica Comunità? Lo eravamo allora e lo siamo rimasti anche nei momenti più difficili. Persino durante il periodo jugoslavo esisteva un’unica Unione che all’epoca si chiama Unione degli Italiani dell’Istria e di Fiume. L’idea dell’unitarietà è stata uno dei fondamenti della prima Assemblea costituente dell’Ui, dello Statuto e dell’Indirizzo programmatico approvati all’epoca. Nonostante le modifiche intervenute negli anni, questo valore, questo principio è rimasto immutato dal mio punto di vista etico”.

UN MODELLO ORIGINALE… DA RICOSTRUIRE

Con l’indipendenza di Croazia e Slovenia, però, il quadro politico è cambiato profondamente. Quanto ha inciso questo processo sul concetto di unitarietà?
“Moltissimo. Prima vivevamo all’interno della Jugoslavia socialista e federale, oggi viviamo in due Stati indipendenti con sistemi normativi e amministrativi differenti. E anche l’atteggiamento di Lubiana e Zagabria nei confronti dell’UI non è stato identico. La Croazia ha sempre riconosciuto l’UI come organizzazione rappresentativa degli italiani sia in Croazia sia in Slovenia. La Slovenia invece è stata più prudente e più restia ad accettare questa impostazione. Ricordo bene anche il passaggio del Memorandum del 15 gennaio 1992. L’Italia insisteva sul fatto che la CNI dovesse continuare a essere considerata una realtà unitaria, come testimonia anche la lettera di sostegno che ci venne poi inviata da Piero Fassino, all’epoca Sottosegretario agli Esteri.
Fu una richiesta che nacque da noi, dalla volontà espressa dalla stessa CNI. Nel tempo siamo riusciti a costruire un modello originale, culminato poi con la registrazione dell’Ui a Capodistria. Era una soluzione che rifletteva proprio questa idea: mantenere l’unitarietà pur vivendo in due Stati diversi. Dietro quel percorso c’erano anni di discussioni democratiche, confronti pubblici, piattaforme programmatiche elaborate da tutte le espressioni organizzate della Comunità italiana in Slovenia e Croazia. Non era un principio imposto dall’alto, ma una scelta maturata collettivamente.
Poi è arrivato il 9 gennaio 2024 che ha cambiato tutto. È stato un atto in palese violazione dello Statuto dell’Ui con sede a Capodistria la riunione segreta di una parte dei membri della Consulta dell’Unione italiana con sede a Capodistria. Sette consiglieri dell’Assemblea dell’Unione italiana con sede a Fiume, componenti la Consulta dell’Unione italiana con sede a Capodistria, per la prima volta, impunemente, con aiuti d’oltre confine, si sono riuniti e hanno deliberato in separata sede e non congiuntamente con l’Assemblea dell’Ui. In 35 anni di storia dell’Unione italiana non era mai accaduto! Le conseguenze le conosciamo: il nostro modello organizzativo unitario, riconosciuto il 19 agosto 1998, con la registrazione dell’Ui con sede a Capodistria, è stato demolito. Ricordiamo che tale assetto organizzativo era stato il prodotto di una soluzione politica condivisa tra i Governi della Slovenia e dell’Italia, identificato per garantire una rappresentanza unitaria della Cni in Slovenia e Croazia, nel rispetto delle rispettive sovranità giuridiche. Ora è tutto da ricostruire, riannodare”.

COME PONZIO PILATO

Lei ha parlato più volte del 9 gennaio 2024 come di una frattura molto grave. Perché considera quella data così importante?
“Perché quel patrimonio costruito in decenni di confronto democratico, partecipazione e condivisione è stato sostanzialmente cancellato da poche persone nel giro di una giornata. E credo sinceramente che l’Assemblea dell’Ui non abbia saputo reagire in modo sufficientemente forte e chiaro. Sono una persona che ha dedicato gran parte della propria vita alla difesa dell’unitarietà della Cni.
Per anni sono stato stigmatizzato da certi circoli di connazionali della Slovenia perché, ai vertici dell’Ui, insistevo sulla necessità di aiutare maggiormente gli italiani in Croazia, che in quel periodo vivevano condizioni molto più difficili e disagiate, aggravate dalla guerra e dal nazionalismo. Dicevo sempre: se hai due figli e uno dei due sta male, è naturale dedicargli maggiori attenzioni. Questo non significa voler meno bene all’altro figlio.
Per quest’impostazione ho pagato anche un altissimo prezzo politico personale. E nonostante tutto continuo a credere che abbia senso mantenere un’unica organizzazione rappresentativa della Cni. Come si potrà ricostruire pienamente quell’unitarietà, oggi non lo so, perché chi l’ha distrutta se n’è altamente infischiato e chi doveva mediare ha preferito fare come Ponzio Pilato. Ma per me, idealmente, sì: ha ancora senso stare insieme, lo ritengo un valore fondamentale”.

Come si sarebbe dovuta comportare l’Assemblea dell’Ui nei confronti
delle persone che hanno preso parte alla riunione del 9 gennaio 2024?

“Lo Statuto e i regolamenti dell’Ui prevedono strumenti anche sanzionatori nei confronti di chi viola principi fondamentali dell’organizzazione. Esistevano, quindi, tutti gli strumenti per un richiamo al senso di responsabilità istituzionale. Invece, in certi momenti, ho avuto la sensazione che venisse attribuita maggiore responsabilità a chi aveva subito
le conseguenze di quella decisione unilaterale piuttosto che a chi l’aveva provocata. È questo che mi ha amareggiato maggiormente”.

Maurizio Tremul nel suo ufficio a Palazzo Garvisi Buttorai di Capodistria. Foto Mariangela Pizziolo/AIA

SE STIAMO INSIEME CI SARÀ UN PERCHÉ

Quando parla di unitarietà, ritiene che questo concetto debba comprendere
anche
la componente dell’esodo?

“Assolutamente sì. Anzi, credo che l’unitarietà abbia senso proprio se riesce ad abbracciare tutte le anime della nostra storia, compresa quella dell’esodo. Naturalmente il primo livello di questa unitarietà riguarda chi è rimasto, cioè i connazionali rimasti nei territori d’insediamento storico. Ma è altrettanto importante costruire un rapporto sempre più stretto con la componente esule.
Per questo considero molto significativo l’accordo di collaborazione, caldeggiato tra l’altro da un grande amico e sostenitore della Cni, il senatore Carlo Giovanardi, firmato alcuni anni fa tra l’Ui e la Federazione delle associazioni degli esuli istriani, fiumani e dalmati. È stato un passo significativo e ha già prodotto risultati positivi, anche se credo che il percorso di collaborazione, inclusione e cooperazione possa essere ulteriormente rafforzato”.

Si discute molto sull’opportunità di accogliere nell’Ui e nelle Comunità
degli Italiani, come soci effettivi, anche persone che non sono connazionali
nel senso stretto del termine. Qual è la sua posizione?

“Partiamo dagli atti fondamentali dell’Ui. Possono essere soci effettivi i cittadini sloveni e croati che si dichiarano di nazionalità, oppure di cultura o madrelingua italiana. Possono esserlo anche i cittadini stranieri residenti stabilmente in Croazia e in Slovenia. Quindi la mia risposta è assolutamente affermativa. Non vedo differenze tra i cosiddetti forestieri e noi. Siamo tutti italiani.
Ricordo il caso di un connazionale proveniente dall’Italia che si era trasferito nel Capodistriano per ragioni familiari. Una volta stabilitosi nel territorio nazionalmente misto aveva chiesto di poter ricevere i documenti bilingui e di comunicare in lingua italiana con il Comune, come previsto dal regime di bilinguismo vigente. Inizialmente la sua richiesta era stata respinta e abbiamo dovuto portare avanti una lunga battaglia amministrativa e giuridica prima che le autorità riconoscessero quel diritto.
Il punto fondamentale era molto semplice: da nessuna parte è scritto che il diritto all’uso ufficiale della lingua italiana valga soltanto per gli italiani autoctoni o per chi è nato qui. La tutela linguistica riguarda gli appartenenti alla Comunità Italiana nel suo complesso. Alla fine, è stata data un’interpretazione molto corretta dei principi costituzionali
ed è stato riconosciuto il suo diritto a ricevere i documenti bilingui e a comunicare in italiano con le istituzioni locali nel territorio bilingue. Oggi quella persona è un socio attivo della Comunità degli Italiani, partecipa alla vita comunitaria ed è una presenza molto positiva.
Ricordo anche un aspetto quasi paradossale di quella vicenda. In uno dei ricorsi ci veniva risposto che quella persona ‘non apparteneva alla Cni’. E io mi chiedevo: come sarebbe a dire? È italiano. Non esiste un italiano della Slovenia, uno della Croazia, uno di San Marino o della Svizzera come categorie separate. Siamo tutti italiani. Poi certo, nel contesto in cui viviamo assumiamo anche altre identità. Io mi sento italiano, ma anche istriano e capodistriano. Ognuno di noi porta con sé identità diverse, che convivono naturalmente. Ma questo non mette in discussione l’appartenenza fondamentale. Per questo ritengo
del tutto naturale che un italiano residente stabilmente nei territori in cui operano
le nostre Comunità possa iscriversi e partecipare alla vita della Cni con gli stessi diritti degli altri soci”.

Maurizio Tremul. Foto di Željko Jerneić/Edit

Perché oggi un giovane connazionale dovrebbe iscriversi all’Ui, ovvero
alla Ci del proprio territorio?

“Allora, il modo in cui ci si approccia alla realtà della Cni nasce innanzitutto dalla famiglia. Il valore dell’identità italiana lo impari dai genitori, dai nonni, dal contesto sociale in cui vivi, dalla scuola, dai compagni e dagli amici. Quando senti questa appartenenza, partecipare alla vita della Comunità diventa qualcosa di naturale. Se vedi anche i tuoi genitori impegnati nella Comunità, coinvolti nelle attività, se in casa si vive e si trasmette l’identità italiana, tutto questo lo assimili e lo porti avanti con naturalezza. Non credo che ci si debba iscrivere all’Unione o alle Comunità secondo una logica utilitaristica, anche se negli ultimi anni qualcuno ha visto nell’Ui un soggetto conveniente dal punto di vista personale o economico. La Comunità dovrebbe essere il luogo capace di offrire occasioni d’inclusione e di crescita per tutte le generazioni”.

IL RUOLO (MANCATO) DELLE SCUOLE

Negli ultimi decenni, però, questo rapporto tra giovani e Comunità sembra
essersi indebolito. Dove si è interrotto il collegamento?

“Credo anzitutto nella famiglia: è qui che si crea appartenenza, cultura, lingua, identità, senso di comunità. Quindi le scuole della CNI, per molti versi, hanno rinunciato a svolgere fino in fondo quella funzione formativa dell’identità italiana che invece dovrebbe avere. Basta leggere le leggi: il senso stesso dell’esistenza delle scuole minoritarie è quello
di formare lingua, cultura e identità degli appartenenti alla minoranza nazionale. Per questo il rapporto tra scuola e Comunità è fondamentale.
Eppure, negli anni si è progressivamente assottigliato, fino quasi a diventare evanescente. Andrebbe ricostruito. Dovrebbe essere del tutto naturale il percorso famiglia – scuola – Comunità. I sodalizi dovrebbero rappresentare un luogo di socializzazione, di confronto, di crescita culturale. Un posto in cui stare assieme ai propri connazionali, ma anche ad amici che magari appartengono ad altre nazionalità o culture, perché oggi viviamo in una società molto più aperta e plurale rispetto al passato.
Si può andare in Comunità per giocare a carte o a biliardo, certo, ma anche per partecipare a cineforum, dibattiti, momenti di confronto politico e culturale. Oggi manca spesso un luogo in cui i giovani imparino a discutere, ad avere un approccio critico verso le idee altrui, rispettandole anche quando non le condividono”.

INVERTIRE LA TENDENZA: SI PUÒ FARE

Quanto hanno inciso la pandemia e le reti sociali sul rapporto dei giovani
con la socialità e con la Comunità?

“Moltissimo. Il Covid ha sottratto anni di adolescenza e di infanzia a intere generazioni, costringendo i ragazzi all’isolamento domestico e spingendoli ancora di più verso i social.
E i social, troppo spesso, invece di creare relazioni autentiche producono alienazione, segregazione e divisione. Per questo servono percorsi veri e continuativi di coinvolgimento dei giovani nelle Comunità. Non iniziative estemporanee, non eventi organizzati da persone che compaiono per un giorno e poi spariscono, ma giovani che crescono dentro la Comunità, che vi partecipano stabilmente e che lì maturano esperienze e responsabilità.
Le piante locali devono crescere usando l’humus locale”.

Esistono oggi esperienze che le fanno pensare a una possibile inversione
di tendenza?

“Sì, ci sono realtà che stanno cercando di invertire questa tendenza. Penso a Fiume, ma anche ad altri sodalizi dove si tenta di favorire concretamente l’inclusione dei giovani nella vita comunitaria. In alcuni casi vengono creati percorsi di rappresentanza e spazi di autonomia organizzativa in cui i giovani possono proporre idee, attività e iniziative proprie.
Naturalmente non esiste una soluzione semplice o immediata. È una questione complessa, che richiede un approccio articolato. Però credo che, se riusciremo a restituire autorevolezza e capacità attrattiva all’Ui e alla Cni, offrendo ai giovani spazi in cui esprimere creatività, socialità e partecipazione, allora non ci chiederemo più perché un giovane dovrebbe frequentare una Comunità. Diventerà qualcosa del tutto naturale”.

SERVONO IDEE CHIARE, CAPACITÀ DI ASCOLTO, UMILTÀ

Fondamentalmente lei cede (nuovamente) il testimone a Marin Corva
e, in un certo senso, anche a Paolo Demarin. Qual è il messaggio che si sente
di lasciare loro? Non tanto u
n consiglio, quanto piuttosto un principio
o un valore che ritiene importante trasmettere.

“Chi sono io per dare consigli o lanciare messaggi? Posso solamente raccontare, per chi ha voglia di ascoltare, come ho iniziato il mio percorso all’interno dell’Ui avevo meno di trent’anni. Avevo meno esperienza, provenivo da un mondo diverso, ma ero animato da grandi ideali e valori etici. C’era la volontà di contribuire a un percorso di riscatto della Cni dopo tutto quello che aveva subito nel periodo jugoslavo. Un riscatto fatto di orgoglio, dignità e rinascita. Quegli ideali erano sostenuti da un intenso percorso
di formazione personale: studi, letture, confronti, dibattiti.
Ho avuto la fortuna di vivere anni molto stimolanti anche nel contesto universitario triestino, che mi hanno aiutato a sviluppare la capacità di confronto critico. Credo che questo sia fondamentale: vedere chi sostiene opinioni diverse non come un nemico, ma come una persona con cui confrontarsi attraverso il dialogo e la forza degli argomenti, non attraverso il potere, il ricatto o la minaccia. Una profonda onestà intellettuale è stata il principio che mi ha guidato allora e che continua ancora oggi a guidarmi.
A un certo punto della vita arriva il momento in cui scegli se dedicare una parte della tua esistenza al bene collettivo. Decidi di mettere a disposizione tempo, energie, conoscenze e capacità perché qualcosa di comune possa crescere e svilupparsi. E quando svolgi una funzione pubblica devi saper distinguere gli interessi personali da quelli collettivi, perché in quel ruolo non dovrebbero esistere interessi individuali, ma soltanto quelli della comunità che rappresenti. Servono chiarezza di idee, capacità di ascolto e soprattutto umiltà. Ho sempre considerato l’umiltà un valore essenziale anche nell’attività all’interno dell’Ui, l’umiltà di sentirsi al servizio della Comunità nazionale.
Sono questi i principi ai quali ho cercato di attenermi in tutti questi anni. Naturalmente commettendo errori, ma mantenendo sempre la consapevolezza che, quando si sbaglia, bisogna avere la forza di chiedere scusa e di invertire la rotta. E senza attendersi nulla in cambio. Perché, se ti aspetti qualcosa in cambio, allora non si tratta più di un dono, ma di un baratto. Ho sempre pensato che dedicare tempo, conoscenze e impegno alla Comunità significhi fare un dono affinché altri possano beneficiarne”.

Maurizio Tremul. Foto di Roni Brmalj/Edit

Nel 2024 il giornalista Neven Šantić ha pubblicato la biografia politica
dell’on. Furio Radin, diventata uno degli eventi editoriali dell’anno in Croazia.
Lei per certi versi è la personificazione della memoria storica della Cni, inoltre possiede un archivio che fa invidia alla documentazione custodita dal Centro
di ricerche storiche di Rovigno. Ha ragionato sulla possibilità di scrivere un’autobiografia?

“Non rientra nei miei piani immediati. Sono troppo giovane per dedicarmi a questa attività e in sincerità finora non mi ha neppure sfiorato l’idea di mettere su carta le mie memorie”.

Se l’esperienza dà fastidio

Quanto hanno contato, in questo percorso, le persone che ha incontrato?
“Moltissimo. Nei miei primi passi all’interno della Cni ho avuto accanto persone più mature ed esperte che mi hanno insegnato tanto. Ho imparato molto anche da persone che politicamente non la pensavano come me. Non ho mai considerato l’avversario politico come un nemico. L’avversario è qualcuno con cui hai visioni differenti, ma con cui puoi comunque confrontarti, discutere e imparare qualcosa. Anzi, spesso proprio il confronto con chi aveva idee diverse mi ha aiutato a crescere. Sono sempre stato molto grato alle persone che hanno avuto il coraggio di dirmi quando sbagliavo.

Quelli sono i veri amici: quelli che ti criticano non per distruggerti ma per aiutarti a riflettere, ma ho l’impressione che oggi essere integerrimi non vada più di moda. Se sei una persona intelligente, ascolti quelle critiche, ci ragioni sopra e magari, col tempo, capisci che avevano anche ragione. E come in tanti hanno dedicato tempo ed energie per aiutarmi a crescere, a capire, a orientarmi, ho cercato di fare lo stesso con le nuove generazioni. Poi ho capito che per alcuni di loro ciò che interessava principalmente era raccogliere qualche rudimento del mestiere, qualche aspetto d’astuzia più che d’intelligenza e di valori morali e che questa esperienza accumulata non interessa più a nessuno. Anzi. mi pare persino che dia fastidio.
Paradossalmente, ciò che è una qualità, una virtù, può trasformarsi in un difetto, un vizio, grave: credere nelle persone, avere fiducia negli altri. Quando mi ero candidato nel 2018, a precisa richiesta, ho garantito per le nuove generazioni che si apprestavano ad assumere ruoli apicali nella Cni. Rimango comunque convinto che in ogni persona alberghi, in fondo in fondo, la voce della coscienza, un fremito morale che conduce al bene, che si manifesterà in qualche modo, prima o poi”.

Avrei voluto riuscire a… insegnare di più

Concentrandoci sugli ultimi otto anni al vertice dell’UI, qual è stata la sfida
più complessa che ha dovuto affrontare?
“Forse la sfida più difficile, e in parte anche la più dolorosa, è stata quella di non riuscire a trasmettere fino in fondo alle nuove generazioni il patrimonio di esperienze, relazioni e conoscenze accumulato in tanti anni. Come detto precedentemente, quando iniziai il mio percorso ebbi accanto persone che mi aiutarono a crescere. Alcune mi sostennero, altre mi ostacolarono, ma da entrambe imparai qualcosa. Per questo avevo immaginato che anche il mio compito, negli ultimi anni, fosse quello di accompagnare le nuove generazioni, aprire loro delle porte, aiutarle a capire certi meccanismi, trasmettere esperienza.

In fondo credo di essere rimasto sempre un insegnante. Ho insegnato per poco più di 5 anni italiano e geografia alla SMSI ‘Pietro Coppo’ di Isola e continuo a vedere il ruolo dell’insegnante come quello di chi aiuta gli altri a crescere, a sviluppare conoscenza, spirito critico e consapevolezza. Con alcuni giovani questo percorso ha funzionato. Con altri invece ho avuto la sensazione che non ci fosse interesse per l’esperienza accumulata, quasi che il passato dovesse essere cancellato invece che compreso criticamente. Ed è stata probabilmente questa la mia più grande delusione.

E invece la soddisfazione più grande di questi ultimi anni?
“Sul piano personale, sicuramente la famiglia, il percorso umano e professionale delle mie figlie e di mia moglie. Sul piano professionale, credo invece che una delle esperienze più importanti sia stata la capacità di aprire la CNI ai progetti europei, ai percorsi internazionali, a nuove forme di cooperazione e sviluppo. Credo che quello sia stato un passaggio importante per modernizzare il nostro modo di lavorare e per offrire nuove opportunità alla CNI”.

Centro «Gravisi», un polo che darà tante soddisfazioni

S’intuisce che ha molto a cuore i progetti europei…
“Quest’anno ricorre il ventesimo anniversario della costituzione dell’Ufficio ‘Europa’. Ricordo l’enorme ostilità che circondava questa idea, avviata insieme ad alcuni amici della Comunità Slovena in Italia, e che si è poi rivelata vincente, anche se forse ancora oggi è maggiormente compresa tra le fila della ‘maggioranza’ che tra i connazionali stessi. Il fiore all’occhiello del lavoro dell’Ufficio ‘Europa’ è rappresentato dall’Incubatore d’impresa creativa ‘Istria’ di Santa Lucia e soprattutto dal Centro multimediale italiano ‘Gravisi’, realizzati grazie al sostegno finanziario dei fondi europei, del Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, dei fondi dello Stato sloveno, anche per il tramite della Can Costiera e con mezzi propri dell’Ui.

Il Centro ‘Gravisi’, che abbiamo inaugurato lo scorso 22 maggio, è una struttura assolutamente innovativa per la Cni. Opera in quattro lingue – italiano, croato, sloveno e inglese – e ha l’obiettivo di diventare un punto di riferimento per la nostra Comunità in Slovenia e in Croazia, ma anche per le popolazioni dei tre Paesi e per i turisti che visitano il nostro territorio. Penso soprattutto ai giovani. Vogliamo che diventi un luogo di riferimento per la conoscenza della storia e del patrimonio culturale della Cni, una storia spesso dimenticata, interpretata male o persino stravolta. L’obiettivo è stato raggiunto assieme a un piccolo gruppo di giovani colleghi entusiasti ed è indubbiamente la più grande conquista dell’Ui negli ultimi vent’anni. Se adeguatamente sostenuto, il Centro multimediale potrà offrire ulteriori grandi soddisfazioni alla Cni, assumendo un ruolo determinante per l’Ui quale nuova Istituzione unitaria della nostra Comunità”.

«Lascio un’eredità positiva»

Un primo sommario bilancio?
“Se mi volto indietro e cerco di fare un primo sommario bilancio di questi anni di attività nell’Unione italiana, potrei ricordare, per sommi capi e grandi linee alcune cose e risultati che ho contribuito a raggiungere: la costituzione della nuova Unione italiana; la stesura del suo Statuto e dell’Indirizzo programmatico dell’Ui; il Memorandum del 15 gennaio 1992; i principali documenti politici e programmatici dell’Ui; il Trattato italo-croato sui diritti del Minoranze del 5 novembre 1996; la costituzione, in pieno accordo con il Governo italiano, dell’Ui con sede a Capodistria nel 1998; l’introduzione delle principali innovazioni nell’Ui di cui solo alcune sono ancora in attuazione; l’individuazione di soluzioni per la gestione delle gravi crisi finanziarie che avevano investito l’Ui quando disponeva di risorse economiche molto inferiori a quelle attuali; elevato il prestigio e la credibilità dell’Ui in Italia, Slovenia, Croazia e finanche in Europa, con l’assunzione di un importante ruolo politico internazionale nell’ambito del FUEN e del Consiglio d’Europa; il parziale finanziamento diretto all’Ui da parte dell’Italia con la Legge N° 89 del 1998, divenuta poi Legge 73/01, la quale stabilisce che l’Ui è parte contraente della Convezione annuale con il MAECI e introduce, tra le proprie finalità, anche le attività socioeconomiche; la lex specialis del 2006 sulla cittadinanza che ha consentito a migliaia di connazionali la riacquisizione della cittadinanza italiana; il rafforzamento e il consolidamento della collaborazione con gli esuli; la collaborazione con la Comunità nazionale slovena in Italia; l’avvio di importanti progetti europei coronati con la costituzione del Centro multimediale italiano ‘Gravisi’ a Capodistria e dell’Incubatore d’impresa creativo ‘Istria’ di Santa Lucia e potrei continuare a lungo. Umilmente ascrivo a me, per quanto riguarda la Cni, il risultato del rifinanziamento della Legge 73/01 per la Cni (e della Legge 72/01 per gli esuli) per il triennio 2025-27 e per i successivi 10 anni inserita direttamente nella legge finanziaria per il 2025, grazie all’azione del Sen. Maurizio Gasparri. Si tratta di 3.000.000,00 € a valere sulla Legge N° 73 del 2001 e di 1.976.885,00 € a valere sulla Legge N° 960 del 1982. Lascio, insomma, una bella positiva eredità e tranquillità finanziaria all’Ui”.

 

 

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