Siamo ancora anestetizzati dall’addomesticamento totalitario

Goran Žiković

Deraglia il governo, il premier Miro Cerar si dimette e la Slovenia si sale sul binario delle elezioni anticipate – il mandato all’attuale parlamento sloveno, eletto il 13 luglio del 2014, scade ufficialmente il 1.mo agosto scade –, forse il 27 maggio. Del resto, le cose nella sua compagine non stavano funzionando da un po’ e Cerar ha colto la palla al balzo, magari anche per prepararsi per la prossima sfida. Nel suo addio, ha ribadito di aver deciso di lasciare il governo “perché gli eventi delle ultime settimane non si sono svolti nell’interesse della Slovenia, ma nell’ottica di favorire interessi acquisiti”. La sentenza della Corte Suprema di invalidare i risultati del referendum che di fatto ha dato via libera al progetto (valore stimato di un miliardo di euro) del doppio binario lungo la tratta Divaccia-Capodistria, sostenuto dal governo di centrosinistra e ritenuto da Cerar “di importanza strategica” per la Slovenia, è stata “la goccia che ha fatto traboccare il vaso” in seno a una coalizione governativa composta da tre partiti fra cui le tensioni non hanno cessato di ravvivarsi.
Secondo la Corte Suprema, il sostegno del governo al progetto durante la campagna referendaria è stato unilaterale e potrebbe aver influito sul voto. I giudici hanno rimproverato all’esecutivo di essere venuto meno al dovere di neutralità finanziando la campagna con fondi pubblici. Si terrà una nuova consultazione sulla ferrovia, ma la data non è ancora stata fissata. La decisione della Corte giunge sullo sfondo di rivendicazioni sociali, in particolare fra i dipendenti pubblici, in cui gli scioperi si sono moltiplicati dall’inizio dell’anno. Nel giorno in cui Cerar ha rassegnato le dimissioni, a Lubiana si è svolto una giornata di sciopero, la seconda da inizio anno, che ha coinvolto oltre 30mila impiegati pubblici che chiedevano un adeguamento salariale e condizioni retributive in linea con i segnali di crescita dell’economia.
Al potere dal 2014, Cerar, ex giurista rispettato di 54 anni, aveva vinto le elezioni alla testa di un partito nuovo, solo qualche mese dopo essere entrato in politica. Assunto alla notorietà internazionale per aver deciso di posizionare una barriera di filo spinato contro i clandestini, al confine con la Croazia, è il terzo premier nella storia a dimettersi, dopo Drnovšek e Bratušek. Da un sondaggio effettuato dal quotidiano Delo, il 41% degli sloveni è convinto che a motivare Cerar sia stato l’annullamento del referendum sul secondo binario, il 23% dà la colpa alle tensioni in seno alla coalizione, l’11% alla polemica sul plastico del secondo binario (per un errore il lavoro è stato affidato all’offerente più caro), il 9% alle riforme non realizzate, il 5% al fallimento delle trattative con i sindacati dei dipendenti pubblici e il 2% ai problemi della sanità. Il 45% in ogni caso non è d’accordo con l’annullamento del referendum.
Che cosa succederà? I sondaggi vedono in testa il neonato partito di Marjane Šarec – un personaggio “creato dai mass media, dietro al quale c’è il nulla, in quanto a programma”, commenta il connazionale Roberto Battelli –, lo sfidante sconfitto da Borut Pahor alle recenti presidenziali e il principale partito dell’opposizione, la Sds di Janez Janša, l’unico che si è detto non sorpreso dalle dimissioni di Cerar (lo sapeva o forse, in cuor suo, ci sperava caldamente), con una buona tenuta dei socialdemocratici (Sd).
Intanto, c’è una certezza: Roberto Battelli non si ricandiderà. E nella Comunità nazionale italiana in Slovenia si sta già speculando sul suo possibile “erede” al Parlamento di Lubiana. Nella rosa dei nomi papabili, circolanpo quelli di Maurizio Tremul – attuale presidente della Giunta esecutiva dell’Unione Italiana (che a giugno non potrà più ricandidarsi per questa funzione, puntando eventualmente su quella di presidente UI) –, di Felice Žiža – vicesindaco di Isola, medico chirurgo e direttore sanitario dell’Ospedale generale isolano –, e di Alberto Scheriani – presidente della Comunità Autogestita Costiera della Nazionalità Italiana, vicesindaco di di Capodistria e direttore della Scuola media Pietro Coppo di Isola –, ma nessuno di questi ha finora sciolto le riserve.
Deputato al seggio specifico dal 1990, riconfermato nel 1992, 1996, 2000, 2004, 2008, 2011 e 2014, sempre nella circoscrizione numero 9 (Capodistria, Isola, Pirano), non si ricandiderà alle prossime politiche, in calendario a fine maggio.
Battelli, nato a Pola qualche settimana dopo la firma del Memorandum di Londra, un protocollo d’intesta siglato tra l’Italia e la Jugoslavia (con la garanzia di Regno Unito e Stati Uniti), con cui Roma di fatto rinuncia alla Zona B, a una parte dell’Istria con città abitate in prevalenza da italiani, come Capodistria, Umago, Cittanova, Buie…. sono grato io alla comunità per avermi concesso il privilegio di aver poter tentare di cambiare le cose in meglioDeputato al seggio specifico dal 1990, riconfermato nel 1992, 1996, 2000, 2004, 2008, 2011 e 2014, sempre nella circoscrizione numero 9 (Capodistria, Isola, Pirano), non si ricandiderà alle prossime politiche, in calendario a fine maggio. “Sono grato alla CNI per avermi concesso il privilegio di aver potuto tentare di cambiare le cose in meglio”.

Con la fine di questa legislatura, si chiudono quasi trent’anni di impegno politico al Parlamento di Lubiana. Anni di battaglie per il riconoscimento e l’implementazione dei diritti della Comunità nazionale italiana. Tracciamo un bilancio.

“Sì, in realtà si è dovuto iniziare con la nuova Costituzione, perché dal 1990 al 1992 erano in discussione addirittura sia la Costituzione della Jugoslavia che quella della Repubblica socialista di Slovenia. Per cui si dibattevano contemporaneamente e in parallelo entrambi i documenti. Alla fine è prevalsa la spinta indipendentista, anche per tutelare in qualche modo i processi democratici già in corso in Slovenia. Almeno, io ho inteso così l’indipendenza, come funzionale alla tutela di una Costituzione che si sapeva si sarebbe basata soprattutto sul rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali dell’individuo, che era quello che mancava nell’ordinamento precedente. Spesso e volentieri si dimentica che con la fine della Seconda guerra mondiale la Jugoslavia non ha intrapreso, o ripreso, la via della democrazia e dei diritti umani, ma si è indirizzata verso un sistema sostanzialmente totalitario, violento, che non teneva in minima considerazione i diritti e le libertà fondamentali dell’uomo, i valori liberali, le leggi di mercato e tutto quello che rappresenta la conquista della civiltà umana, dopo due guerre mondiali e dopo le esperienza totalitarie, la parte orribile del Ventesimo secolo. Da questo secolo horribilis, come l’ha definito il presidente italiano Giorgio Napolitano, l’Europa è uscita con il grande progetto dell’integrazione”.
Buone leggi scarsa attuazione
“Quindi, è stata fatta la Costituzione slovena. Con dei buoni risultati per noi, perché di diritti minoritari nell’ambito della tutela dei diritti fondamentali dell’uomo si parla in diversi articoli. All’epoca la Slovenia ha saputo cogliere il momento, interessata a non creare problemi nei rapporti con le minoranze, quindi interetnici, considerata anche il tremendo scontro che stava sconvolgendo l’ex Jugoslavia proprio in quel periodo, con una guerra sostanzialmente combattuta cavalcando i nazionalismi. Aggiungerò che la Slovenia era interessata a entrare a far parte delle più prestigiose organizzazioni europee, in primis il Consiglio d’Europa ma anche l’OSCE (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, nda), e quel tipo di soluzioni nella Costituzione in qualche modo sgombrava il campo da eventuali resistenze a questo processo. Quindi, sotto questo punto di vista, è stato più facile ottenere determinati risultati anche nella Carta fondamentale dello Stato sloveno. Questa è stata la prima fase.”
“In seguito, occorreva tradurre e operazionalizzare il dettame costituzionale nella legislazione, nei diritti linguistici, nei diritti all’istruzione, alla base economica… C’è stato un lungo periodo nel corso del quale si è costruito l’edificio della tutela minoritaria per garantire il maggior grado possibile di serenità alla vita minoritaria e anche la possibilità di intravedere una prospettiva a lungo termine dell’esistenza della nostra identità linguistica e culturale nel territorio d’insediamento storico. La terza fase ha riguardato l’attuazione delle norme costituzionali e di legge, alle quali ovviamente vanno aggiunti gli impegni internazionali risalenti agli accordi con l’Italia ed ereditati dalla Jugoslavia, nonché quelli che sono stati, soprattutto agli inizi degli Anni Novanta, importanti documenti del Consiglio d’Europa, dell’OSCE e anche delle Nazioni Uniti per quanto riguarda la tutela delle minoranze storiche. In primo luogo la Convenzione quadro sulla tutela dei diritti minoritari del Consiglio d’Europa, che è stata ratificata sia dalla Slovenia, sia dalla Croazia e dall’Italia, quindi la Carta sulle lingue regionali e minoritarie, in parte anche la Carta sulle autonomie locali e gli altri documenti internazionali in merito, che si ritengono vincolati. Tutto questo andava trasferito nella prassi quotidiana. Questo è stato il passo forse più difficile, perché le resistenze nell’attuare pienamente quanto previsto sono state molteplici e si sono anche protratte a lungo. Ancora oggi questo processo non è concluso”.
“Ecco, questo è stato un po’ il percorso che mi ha visto impegnato in tutti questi anni. Non va scordato il nodo dell’unitarietà della minoranza, che penso sia stato risolto nel mondo realisticamente più efficace rispetto anche agli strumenti legislativi offerti dagli Stati coinvolti. È un patrimonio che non bisognerebbe dilapidare”.

Battelli at NATO PA 071117
La Slovenia, dunque, garantisce un alto livello di protezione della CNI, ma l’attuazione pratica è zoppicante, come dimostrano anche i fatti di cronaca. Possiamo parlare di nazionalismo o ci sono altri ragioni?

“C’è di mezzo la genesi. Perché noi in qualche modo siamo anche il risultato di una ritorsione. L’esodo e ciò che è rimasto dei portatori della lingua e della cultura in questo territorio sono entrambi prodotto della stessa violenza. Se non ci fossero stati degli obblighi internazionali, anche nella definizione dei confini, probabilmente con la brutalità del sistema totalitario che fu preparato e instaurato dopo la guerra, noi saremmo stati cancellati completamente. Siamo però il frutto di questo tentativo. Almeno qui, tutto fu ridotto alla radio, alle scuole vuote e ai Circoli Italiani di Cultura dove si poteva fare ben poco, controllati ovviamente dal partito. Quindi, la nostra memoria storica, la nostra vicenda è stata fortemente segnata da questo tipo di esperienze, che ha colpito in genere tutta la popolazione. Successivamente però non è emerso l’interesse per promuovere i valori che adesso noi chiamiamo europei. Si è fatto troppo poco per far sì che si apprezzasse di più quanto conquistato con la Carta costituzionale rispetto alla difesa delle posizioni e delle mentalità che erano invece il prodotto di decenni di assenza sostanziale di democrazia e di libertà. Paghiamo lo scotto anche di questa mancata consapevolezza del valore dei diritti fondamentali dell’uomo e delle libertà. Ci vorrà ancora parecchio tempo perché maturi questa consapevolezza. Ricordo che subito dopo la caduta del Muro di Berlino, molti esperti e studiosi avevano detto che la transizione sarebbe durata una cinquantina di anni. Evidentemente, siamo appena a metà strada. Ma se lavoreremo male, questa transizione continuerà a produrre distorsioni anche per il prossimo periodo. Quindi, non si sa esattamente che cosa ne verrà fuori, anche perché il mondo evolve e si presentano sempre nuovi rischi. Ed è naturale che ciò si manifesti, però le democrazie tradizionali sono ben più attrezzate per affrontare questi rischi e a far proprie le esperienze negative del passato, che non realtà statali di più recente nascita”.
Passi avanti

Comunque, sono stati fatti dei passi avanti, anche recentemente. Mi riferisco, ad esempio, alle modifiche alla legge sui diritti particolari della CNI nel campo dell’istruzione, come pure ai presupposti per la creazione di una base economica…

“Sì, anche se in realtà abbiamo perso i mezzi della privatizzazione, che erano originariamente previsti per questo intervento e quindi consentire alla minoranza sia a livello individuale che come comunità di essere un fattore economico e quindi degno di considerazione nella realtà delle autonomie locali nelle quali viviamo. Di fatto, negli ora quattro comuni costieri della Slovenia, dove si è registrata, con Lubiana, la più forte fluttuazione della popolazione dopo il ’90, è arrivata gente che non ha familiarità con le caratteristiche, le tradizioni culturali di questi luoghi, di cui noi e pochi altri sloveni siamo ancora i portatori. Perché col grande esodo dopo il 1954 se ne andarono anche gli sloveni, questo non lo dice nessuno ma è così, tant’è che Paesi dell’entroterra capodistriano non hanno ottantenni, che se ne andarono a metà Anni Cinquanta, quand’erano nel pieno delle loro forze”.
“Tra l’altro, ci sono stati assegnati pochi mezzi, un terzo di quelli destinati alla comunità ungherese. E già questo non va bene, perché quando quella suddivisione venne fatta, le realtà erano molto diverse. Ad esempio, non c’era un programma televisivo ungherese che adesso invece c’è. E anche dal punto di vista delle istituzioni culturali è stato fatto effettivamente molto per gli ungheresi e quindi questa disparità non è più in essere, soprattutto viste le finalità quei fondi. A mio avviso, potrebbero essere secondo divisi semplicemente a metà, anche in considerazione che investire nel litorale ha costi molto superiori rispetto alle zone abitate dagli ungheresi. Si pensi ad esempio al prezzo degli immobili, di 20 e anche 40 volte superiori”.


Ma la nostra Comunità è pronta a cogliere le nuove sfide?

“Voglio sperare di sì. È però vero che i riflessi di Pavlov continuano a imperversare anche nelle nostre file, per cui c’è il timore di poter pensare il futuro. Diventa quasi automatico, perché siamo stati abituati a non considerare la possibilità di continuare a esistere come entità linguistico-culturale. Siamo stati disabituati a pensare al nostro futuro, che veniva dettato al di fuori della Comunità Basta tener conto dei dati dei censimenti. Abbiamo avuto un calo fortissimo dappertutto nel 1981, anno che era il prodotto del conflitto in atto per un lungo periodo tra la Jugoslavia e l’Italia per dare dei confini definitivi. E abbiamo pagato in quel modo lì. Un calo spaventoso si è verificato nel 2003, quando abbiamo pagato, insieme con gli ungheresi, della generosità che ci era stata in qualche modo dimostrata quando bisognava ottenere gli obiettivi fondamentali del riconoscimento dell’indipendenza e dell’entrata della Slovenia nelle organizzazioni internazionali e dell’Unione europea. Ottenuti questi risultati, diciamo che non c’è stato molto interesse a favorire la nostra crescita e la possibilità di considerare con maggiore tranquillità il futuro”.

Scippi e chiusure

Si parlava di diritti e di riconoscimento. Un aspetto fortemente problematico è questo tentativo di cancellare, di negare un retaggio storico, culturale e artistico di matrice italiana o se vogliamo veneziana…

“Da Est a Ovest, negli Stati Uniti piuttosto che in Cina o in India, nessuno si sogna di separare Venezia o Firenze dalla cultura italiana… È chiaro che è cultura italiana. E quindi, per citare un esempio, Tartini è un musicista, teorico della musica, musicologo, compositore ed esecutore italiano, nato a Pirano. Invece, qui al massimo cercano di farlo passare appunto per piranese, ma mai italiano. Come Santorio, che diventa Svetina in pubblicazioni finanziate dal Ministero della Cultura…”

Come contrastare questo “scippo” del nostro patrimonio storico e culturale?

“Considerando anche le intimidazioni delle quali siamo stati oggetto, la faccenda diventa un po’ complicata. Citerò un caso per molti aspetti emblematico. Ho visto, ho potuto sperimentare personalmente la timidezza con la quale si è tentato di partecipare al dibattito pubblico di proclamazione del decreto sulle saline come monumento culturale di eccellenza. Noi si chiedeva di dire la semplice verità, rappresentata dal fatto che anche le saline sono un’espressione dell’autoctonia della CNI, considerato che tutta la terminologia è in dialetto istroveneto, che sono in istroveneto anche la toponomastica legata al luogo, tutte le operazioni e i fenomeni microclimatici, la preparazione delle vasche… Ho proposto che ciò venisse detto anche nel decreto, ma il governo è stato categorico, non ha voluto assolutamente accettare una cosa del genere. L’ha lasciata nella motivazione, ma l’ha tolta nel decreto. Quindi, un po’ di imbarazzo c’è stato. Sulla vicenda è intervenuto anche il Tutore dei diritti dell’uomo, che mi ha dato praticamente ragione. Poi il decreto non è approvato, evidentemente per gli ingenti impegni finanziari che derivano dalla proclamazione del monumento culturale di rilevanza nazionale e internazionale”.

BATTELLI 05
Disabituati a chiedere

“La cultura è condivisione, è cultura se viene in qualche modo riconosciuta e proficuamente usata dagli altri, altrimenti non si manifesta come cultura. Perché le culture interagiscano ci devono essere dei soggetti che interagiscono, e quindi se noi condividiamo qualcosa, dobbiamo vedere che cosa viene condiviso. Ma non lo dico io, lo dice la Convenzione quadro. La Convenzione si riferisce di fatto soltanto alle minoranze cosiddette storiche, o autoctone nel nostro caso. E afferma chiaramente all’articolo 5 che ciò che caratterizza queste comunità umane è la religione, la lingua, la tradizione e il patrimonio culturale. Quando c’è differenza in questi elementi, allora si può parlare di una minoranza che va tutelata. Nel nostro caso fortunatamente non si presenta il problema religione, però si presenta la questione della lingua, riconosciuta come una lingua ufficiale nei luoghi d’insediamento storico. Per quel che riguarda le tradizioni e il patrimonio, la questione è un po’ più complicata, perché a malapena raggiungiamo la consistenza numerica per avere in qualche modo sentore della tradizione culturale, che si esprime soprattutto attraverso il nostro dialetto, che per molti è la prima lingua. Sulle tradizioni, ricorderò che la stragrande maggioranza di esse erano scandite da eventi religiosi, che con il totalitarismo del dopoguerra, insieme con la gente che se n’è andata, si sono perdute quasi tutte. Ora si cerca di recuperale, ma con grandi difficoltà. I centri storici delle cittadine del litorale sono tutelati dagli Anni Ottanta, però è una tutela che non viene sostanzialmente rispettata, perché è una tutela a livello locale che in molti casi è impossibile quasi attuare. Ma sicuramente tutta la dimensione culturale e linguistica è fortemente ridimensionata dal ridimensionamento numerico della minoranza. Quindi, senza un riconoscimento di questa tradizione e dell’arricchimento che ciò comporta, è difficile prospettare un’identificazione di noi stessi con la nostra cultura e tradizioni culturali”.
Si è cercato di fare, si sta facendo una specie di inventario, un catalogo di tale patrimonio?
“È quello che si tenta di fare. Spero che, visto anche un certo grado di imbarazzo e di nervosismo che si è creato in molti dei portatori della rappresentanza maggioritaria, la cosa non sia dimenticata, com’è stata un po’ dimenticata anche la pressione sull’attuazione dei diritti linguistici in tutte le amministrazioni. Ci siamo un po’ disabituati a chiedere. Perché con un po’ di soldi si può sopravvivere senza essere impegnati in attività che poi risultano stressanti perché poi ci si scontra. Secondo me, se si è rappresentanti della minoranza, indipendentemente dal livello, bisogna invece esercitare pressione per rendere effettivi e usabili i diritti che sono garantiti”.

Significativa anche la faccenda della toponomastica, ovvero dell’odonomastica storica, con la tabella collocata-rimossa in piazza Duomo a Capodistria…

“È rivelatore dell’atmosfera nella quale ci si muove. Però, sarebbe il caso di continuare su questa strada per il bene di tutti, sia minoranza che maggioranza. Ma l’impressione è che abbiamo già perso il treno del cambiamento vero dell’odonomastica. E temo che, nel momento in cui anche la maggioranza vorrà cambiare la simbologia totalitaria, diventerà più difficile ottenere il ripristino dei nomi originali proprio perché già ci sono le tabelle storiche. Che riconoscono quindi un qualcosa del passato, ma che in effetti non interessano più nessuno, come gli abitanti di questo territorio, in realtà”.

Ha seguito direttamente “da dentro” la scena politica slovena di questi quasi trent’anni: ci sono forze politiche più vicine alla CNI, insomma chi sono i “good guys” e i “bad guys”?

“Forse più che forze politiche, vi sono delle persone che sono più consapevoli, ne capiscono di più, si approfondiscono di più, hanno maggiori competenze, agiscono con cognizione di causa, e quindi si rivelano molto preziose. Oggi, anche a distanza, io le ringrazio”.

Rinunce incomprensibili

Qualche nome?

“C’è un detto serbo ‘Nemoj me hvaliti, ubit će me’ (non lodarmi, mi uccideranno, ndr). Io non vorrei danneggiare la signora Andreja Barle-Lakota, segretaria di Stato del Ministero dell’Istruzione, con la quale abbiamo fatto la modifica della legge, che è forse una delle persone migliori che io abbia incontrato. Ha fatto il possibile per realizzare quello che insieme avevamo capito che era necessario assolutamente fare per dare la necessaria dignità al sistema scolastico minoritario”.
“A proposito della scuola, abbiamo potuto sperimentare di nuovo il grado di addomesticamento totalitario della popolazione in genere, e che noi in particolare abbiamo subito. Perché sia gli ungheresi che noi, la gente vicina al sistema scolastico o che lavora nelle istituzioni, tra l’altro ben rappresentata nelle CAN, hanno visto come una minaccia il dovere dello Stato di formare, di dare un’istruzione di base per gli insegnanti anche in italiano. Quindi hanno voluto mantenere la vecchia norma, secondo la quale si avrebbe padronanza della lingua d’insegnamento nel momento in cui si finisce la scuola media superiore con lingua d’insegnamento italiana in Slovenia. Il che non è vero. Tutte le nostre scuole offrono un alto grado di conoscenza della lingua italiana, ma non basta avere questo tipo d’istruzione per poter insegnare efficacemente in lingua italiana tutte le materie. È ovvio, perché altrimenti in tutto il mondo basterebbe avere la scuola media superiore per poter insegnare. Invece non è così, né nel nostro Paese né in Europa. Purtroppo, noi da soli abbiamo voluto essere a un gradino inferiore rispetto alla maggioranza. Cioè, mentre la maggioranza per vie naturali ha la formazione dei propri universitaria in lingua slovena, noi in qualche maniera rinunciamo a quest’opportunità”.

Per quale motivo, per paura?

“Non lo so. Secondo me avere dei criteri più alti è stato inteso da chi in questo momento lavora nelle nostre scuole come un atto di sfiducia nei loro confronti. Ma è sciocco ragionare in questi termini. Innanzitutto perché ciò non è assolutamente vero. Chi già lavora nelle scuole, e lo rileva anche il primo articolo delle disposizioni transitorie, non perde niente. Il discorso vale per il futuro. Ma c’è anche un altro riflesso negativo. Rimanendo il criterio dell’inclusione degli studi a livello di medie superiore nella lingua minoritaria, questo dà meno forza all’Ufficio particolare, previsto all’articolo 21 delle modifiche, nell’ambito dell’Istituto pedagogico. In sostanza, un organismo di consulenza e di appoggio all’attualità dell’insegnamento nelle scuole e negli asili con lingua d’insegnamento italiana, che avrà un ruolo importante per quanto riguarda sia la formazione di base degli insegnanti che l’aggiornamento professionale. Ahimè, mantenere un criterio basso, relativizza l’obbligo dello Stato nei confronti dei nuovi quadri insegnanti in lingua italiana, indebolisce quest’obbligo e indebolisce anche il ruolo dell’Ufficio stesso. E quindi si avrà meno attenzione alla qualità dei quadri e del livello linguistico nelle scuole. Sono molto deluso dalle resistenze che ho percepito nel nostro ambito, tanto che a un certo punto, pur non concordando e pur non comprendendo quest’atteggiamento, mi sono adeguato. Nonostante tutto, con queste modifiche è stato fatto un grande passo avanti”.

Come vede la “maretta” che c’è ultimamente in seno all’Unione Italiana?

“Sono amareggiato, però rimango convinto che la nostra Comunità non è poi così sciocca da buttar via il bambino con l’acqua sporca. Come minoranza ne abbiamo passate di cotte e di crude. Siamo stati dati per spacciati decine di volte. Confido che tutto si rimetterà a posto”:

Oltre alla lotta in favore della CNI, qual è stato il suo spiritus movens, che cos’ha guidato la sua azione politica?

“La consapevolezza che quello jugoslavo non era per niente un buon sistema. Già da adolescente non mi combinava, lo trovavo molto stupido, oltre che autoritario. E poi mi è sembrato più onesto occuparmi della cosa che sentivo a me più vicina, ossia la mia stessa minoranza nel tentare di fare qualcosa per migliorare la situazione in genere”.

Soddisfazioni e delusioni

Guardando alla sua esperienza politica complessiva, qual è quella che umanamente ritiene più soddisfacente?

“In realtà, quello che mi è rimasto forse più impresso è un fatto che non riguarda direttamente la CNI né il parlamento sloveno come tale. È l’approvazione, nel 2001, nella sessione annuale di Parigi dell’Assemblea parlamentare dell’OSCE, del mio progetto di risoluzione contro la pena di morte, fatto in collaborazione con Amnesty International. Da un punto legale, il testo era potentissimo. Però i francesi, quando hanno visto comparire la mia proposta, se la sono un po’ presa. Chi diavolo è questo, che arriva da un Paesucolo appena uscito da un’esperienza totalitaria per impartire lezioni a noi, che abbiamo inventato e abolito la ghigliottina, che abbiamo rifondato la civiltà mondiale con l’Illuminismo, con Voltaire, Montaigne e tutti coloro ai quali l’umanità sarà eternamente grata di ciò che hanno fatto. Quindi, hanno presentato una loro proposta. Per la prima volta è successo che c’erano sul tavolo due proposte sullo stesso tema. L’Assemblea ha dovuto anche modificare il Regolamento di procedura. Un bel casino. Io in qualche modo sono stato grato ai francesi, perché poi alla fine l’intero mio testo, con la collaborazione di alcuni colleghi danesi e di altri Paesi, è stato reintrodotto in versione completa attraverso gli emendamenti nel testo finale, che manteneva una parte idealistica e letteraria scritta dai colleghi francesi, mentre la parte giuridica era mia. Sto citando quest’episodio perché lì effettivamente ho visto funzionare, in un dibattito accesissimo, il meglio delle democrazie raccolte nell’emisfero boreale, con il capo della delegazione americana che aveva abbandonato il proprio seggio e passeggiava nell’emiciclo spiegando ai colleghi perché tutti i rappresentanti della delegazione americana non potevano approvare questo tipo di risoluzione. Alla fine, è stata approvata con nessun contrario, mentre i pochi che non l’avrebbero accettata non hanno partecipato al voto. È stata una bellissima lezione di dibattito democratico che non dimenticherò mai”.

E la delusione più grande?

“È recente e riguarda l’obbligo per i connazionali di dimostrare la loro appartenenza per poter esercitare il diritto di voto, addirittura per le CAN, fino al seggio specifico. Mi pare una discriminazione della peggior risma. Questo mi ha mortificato moltissimo. E ciò che mi ha amareggiato è stato che questo tipo di discorso era già in atto all’interno della nostra Comunità nazionale”.

Poteri limitati

Adesso che smette i panni del deputato, come trascorrerà le sue giornate il pensionato Roberto Battelli? Continuerà a essere presente in ambito CNI?

“Farò quello che fanno i pensionati, solitamente brontolano e non fanno nulla. Scherzi a parte, se assistito dalla salute, spero di poter restare attivo in seno alla Comunità”.

Qual è il messaggio o il consiglio che si sente di dare al futuro deputato della CNI a Lubiana?

“C’è molto da fare. A chiunque sia, auguro di operare con successo in favore della Comunità nazionale italiana. Ovviamente, nell’ambito di quello che i deputati effettivamente possono fare, perché spesso e volentieri si dimentica che nella gerarchia non hanno un potere reale, non possono dar ordini a nessuno, approvano le leggi. Quindi, sì, è necessario avere anche buoni legami con gli altri organi minoritari e condividere con passione la lotta per l’identità nostra”.

Facebook Commenti