Salvò migliaia di vite, la sua «patria» lo ignora

Il 7 giugno di 170 anni fa nasceva a Draguccio il dottor Antonio Grossich, «padre della tintura di iodio». Primario dell’ospedale fiumano, figura poliedrica, fa parte della schiera di persone colpite da damnatio memoriae per motivi ideologico-nazionalistici: fu anche un politico, protagonista con Gabriele d’Annunzio dell’epopea fiumana

Il dottor Antonio Grossich

Fiumano d’adozione, nato in un paesino situato nell’interno più profondo dell’Istria, Antonio Grossich è uno di quei personaggi che affollano la galleria dei protagonisti della storia, ideatori di grandi invenzioni e dimenticati dai loro posteri per motivi per così dire contingenti, nel nostro caso ideologici e nazionalistici. A dire il vero, tra gli addetti al mestiere, tra i ricercatori e in particolare tra quelli che si occupano di storia della medicina e della sanità, il suo posto “d’onore” l’ha sempre avuto, come testimonia l’attenzione che gli hanno riservato ad esempio Edoardo Susmel (nel 1933) o Mario Dassovich e Loris Premuda, nonché i dr. Amir Muzur, Ante Škrobonja e Francesco Gruber, tutti attivi a Fiume. Inoltre sulla figura di Grossich compiva le sue prime esperienze di studioso (all’epoca maturando dell’ex Liceo italiano, con mentore il medico anestesista Fulvio Varljen) il compianto William Klinger, scomparso nel 2015. Mantenendo sempre un taglio scientifico, ma con un linguaggio divulgativo, il merito di aver avvicinato l’opera di Grossich al più grande pubblico, anche nella lingua della maggioranza, va a Rino Cigui, del Centro di ricerche storiche di Rovigno, che da tempo si occupa di questioni legate alle malattie e ai provvedimenti adottati dalle autorità nel passato per contrastare la diffusione delle epidemie. Lo storico è infatti autore del libro bilingue Antonio Grossich (1849-1926). L’uomo e l’opera/Lik i djelo, pubblicato in occasione del novantesimo della scomparsa dalla Comunità degli Italiani di Pisino nel 2017, con la collaborazione scientifica del Crs e il supporto di diverse istituzioni (Unione Italiana, Ufficio per i diritti dell’uomo e per i diritti delle minoranze nazionali del Governo della Repubblica di Croazia, Assessorato della Comunità nazionale italiana e degli altri gruppi etnici e Assessorato alla Cultura della Regione Istriana, Consiglio della minoranza nazionale autoctona della Regione Istriana, Città di Pisino, Comune di Cerreto, Università Popolare di Trieste e altri).
In complessive 135 pagine, con testo a fronte italiano e croato, e prefazione dal titolo Un istriano a Fiume tra medicina e impegno politico di Kristjan Knez (collaboratore del Crs, presidente della Società di studi storici e geografici di Pirano, direttore del Centro italiano “Carlo Combi” di Capodistria), la monografia presenta la personalità poliedrica, l’attività di medico, le conquiste scientifiche, il contesto storico in cui operò, le battaglie politiche di Antonio Grossich, regalandoci un ritratto a tutto tondo del “padre” di uno dei più efficaci agenti di sterilizzazione rapida per uso esterno, vale a dire la tintura di iodio. Un saggio che andrebbe proposto a Fiume, dove continua ad essere ignorato e sconosciuto a livello pubblico, tant’è che la percezione del suo apporto è pressoché inesistente tra i suoi concittadini di oggi. Di Grossich il 7 giugno ricorre il 170.esimo della nascita e potrebbe (dovrebbe) essere questo uno spunto per riportare all’attenzione dei contemporanei la figura di un medico di notevole rilievo, nonché di un uomo politico attivo tra fine ’800 e primo decennio del ’900, al fine di recuperare un tassello del passato e di un uomo che – al di là di quelle che possono essere le opinioni sulle sue scelte politiche e nazionali – ha indubbiamente contribuito allo sviluppo civile della società nelle sue più diverse articolazioni. “Rammentare gli uomini illustri, coloro che si sono distinti, non è un’operazione fine a se stessa – osserva Knez –, giacché, per usare le parole di Indro Montanelli, maestro di giornalismo e personalità di grande cultura che tanto si era adoperato per divulgare la storia del Bel Paese agli italiani, ‘un popolo che ignora il proprio passato non saprà mai nulla del proprio presente’”. Oggi i tempi “sono ormai maturi per una svolta della storiografia regionale”, che evitando “monologhi”, muri, rigurgiti dal sapore nazionalistico, miti, cliché, considerazioni infondate e immagini deformate, riconosca “la pluralità e le immagini multiple, come quelle prodotte da un caleidoscopio”, conclude lo storico di Pirano.

“Il 1° ottobre è stato un giorno di lutto gravissimo per Fiume e per l’Italia: Antonio Grossich non è più; un nobile cuore, che per tanti anni battè di ansia e di amore per l’Italia, si è arrestato per sempre […]. Ma se il nome suo merita di essere ricordato, e lo sarà per sempre, per la mirabile scoperta della sterilizzazione nelle operazioni e nelle ferite mediante la pennellazione iodica, scoperta che ha salvato e salverà in pace ed in guerra innumerevoli vite, noi qui lo piangiamo soprattutto come grande patriota –. Cigui inizia il suo excursus partendo dalla fine, citando il discorso commemorativo del 14 dicembre del 1926, pronunciato davanti ai membri del Senato italiano dal senatore del Regno Luigi Messadaglia (1874-1956), che aveva condiviso con Antonio Grossich la professione medica e l’impegno politico. Due mesi prima, infatti, l’1 di ottobre, Antonio Grossich si era spento improvvisamente a Fiume stroncato probabilmente dalle complicazioni derivate da una malattia che lo affliggeva da anni, l’“arteriosclerosi accompagnata da sintomi di degenerazione cardio-renale”, a causa della quale era stato costretto fin dal 1916 ad abbandonare il posto di primario dell’ospedale di Fiume – . Antonio Grossich, ch’era circondato dall’universale stima e simpatia non solo per la sua valentìa scientifica, ma anche per la sua bontà d’animo, per le sue doti di letterato e di oratore, divenne ben presto il capo riconosciuto e seguito dell’elemento italiano della città; egli iniziò allora un vero apostolato d’italianità e per lunghi anni dal modesto seggio di consigliere comunale e poi, in tempi difficilissimi, al momento della nostra entrata in guerra, da quello di vice-Presidente, combattè coraggiosamente, tenacemente, battaglie memorabili in difesa delle libertà cittadine conculcate dai luogotenenti ungheresi; il che, appena scoppiata la guerra e sciolto il Consiglio comunale, gli valse il confinamento a Vienna. Ma quando sotto il peso della disfatta inflittale a Vittorio Veneto la duplice monarchia crollò, Antonio Grossich fu acclamato Presidente di quel Consiglio nazionale che il 30 ottobre 1918, interpretando la volontà plebiscitaria della cittadinanza, proclamava l’annessione di Fiume all’Italia. Allora purtroppo l’ardente voto non potè adempiersi, e cominciò per la nobile città un triste periodo di ansie, di sacrifici e di lotte combattute per l’Italia, che Antonio Grossich con parola fremente di amor patrio rievocava in quest’aula il 9 giugno 1923, allorché riconfermava l’incrollabile decisione della città olocausta di essere annessa all’Italia. Durante la lunga e sanguinosa ed aspra vigilia, Antonio Grossich fu l’anima della causa nazionale e ben meritò di essere chiamato ‘Padre della Patria’. Coll’annessione, alfine proclamata mercé la costanza, la saggezza e l’ardire del Governo nazionale, Antonio Grossich vide coronata la sua opera, premiate e raggiunte quelle sante aspirazioni che avevano guidato tutta la sua vita. Nella tornata del 25 giugno 1921 egli poteva, esultante, celebrare la salvezza di Fiume alfine congiunta all’Italia e vaticinare le nuove fortune della più grande patria”.

A Draguccio ”pittoresca borgata nel comune di Cerreto, Antonio vede la luce come terzogenito di Giovanni Matteo e Angela Francovich di Romans d’Isonzo. Discende da un antico e facoltoso casato, che ha dato alla località uomini benemeriti e la cui storia era stata intimamente legata alle sorti del Castello, specialmente dalla dominazione veneta in poi. Il padre, uomo intraprendente e con uno spiccato senso degli affari, si occupava di agricoltura, commercio del vino e del vischio, coltivazione del baco da seta, che dal Veneto aveva importato e diffuso a Draguccio e nei paesi vicini; fu podestà ricordato per aver costruito, tra l’altro, la scuola, la canonica, il cimitero, il campanile, migliorie nelle infrastrutture. Dopo aver trascorso l’infanzia e assolto le prime tre classi elementari nel paese natale, Antonio si trasferisce a Pirano, presso lo zio sacerdote don Angelo Grossich, per frequentare la quarta classe, e in seguito a Capodistria il locale ginnasio. Non è un liceale modello, ai libri preferisce il biliardo e le carte (sarà bocciato alla prima uscita all’esame di maturità, superato nell’ottobre 1868). A Graz intraprende gli studi di Giurisprudenza, che abbandona presto optando per Vienna e la sua materia prediletta, ossia la medicina, laureandosi il 30 ottobre 1875. Gli esordi della sua carriera lo vedono medico condotto a Castua (dal 1876), dove si guadagna la stima e la simpatia della gente. “La popolazione mi fu larga d’appoggio e di benevolenza – riconobbe anni dopo –. Da principio, la mancanza di conoscenza della lingua slava mi fu di grande impiccio, ma poi, un poco alla volta, finimmo col comprenderci passabilmente: questo per la campagna, ché nella cittadina vera e propria realmente molti parlavano e gli altri intendevano benissimo l’italiano” .

Nel 1878 fu mandato in Bosnia-Erzegovina in veste di medico superiore militare nella riserva (Oberarzt) e venne insignito della medaglia di guerra; al rientro, scaduto il contratto con il comune di Castua, tentò di impiegarsi a Fiume, ma il posto di primario dell’ospedale civico fu assegnato al dottor Giorgio Catti (1849-1923). Prese allora la strada per Vienna, dove si perfezionò in farmacognosia e microscopia. Dopo aver sostenuto, nel maggio 1879, con buon successo gli esami di “fisicato”, si stabilì a Fiume esercitando la medicina: qui conobbe e sposò Edvige Maylander, sorella del fondatore del Partito autonomista e poi sindaco della città Michele Maylander, che gli diede due figli, Beatrice e Ruggero. Agli inizi della sua professione medica risale il primo lavoro Trattatello di igiene (Fiume, 1882), una denuncia della grave situazione in cui versava la sanità austriaca, bisognosa di una radicale riforma, in un’epoca in cui mancavano gli antibiotici e l’igiene era scarsissima nelle trincee e negli ospedali da campo. Ma a Fiume non riusciva a sfondare e tornò nuovamente nella capitale austriaca, specializzandosi dapprima in ostetricia e chirurgia. Durante la sua permanenza a Vienna inventò pure un “apribocca”, strumento chirurgico adottato in seguito in gran parte delle cliniche. Nel 1886 ottenne il ruolo di primario chirurgo dell’ospedale fiumano, diventando subito famoso per la sua competenza.

Gli capitò anche di curare (per un’appendicite acuta) la principessa Stefania del Belgio, moglie del principe ereditario Rodolfo d’Asburgo, che si trovava in villeggiatura ad Abbazia. La operò, ricevendo come onorario per la sua prestazione un albergo di gran lusso, l’Hotel Stephanie, sito in una zona panoramica del lungomare. Alla principessa dedicò il suo secondo dramma (dopo “La donna fatale”, Milano, 1893), il “Viaggio di una principessa in Terra Santa” (1896). È autore anche di altre opere letterarie. Nel 1893 fu tra i fondatori del Circolo letterario Fiume, sorto con il preciso scopo di conservare e affermare l’identità storica della città attraverso l’organizzazione di biblioteche popolari e conferenze alla quali venivano invitati i migliori letterati e poeti italiani (su iniziativa del Circolo, nel 1896 nacque “Vita Fiumana”, un periodico fortemente osteggiato dalla stampa ungherese per il suo atteggiamento autonomista); fu socio e nel 1900-1901 anche presidente del Club Alpino fiumano; animatore e presidente, nel 1912, della Società Filarmonica-Drammatica; presiedette la Commissione sanitaria cittadina, nata con l’intento di impedire la diffusione delle patologie infettive nella città di S. Vito, si adoperò per la ristrutturazione dell’ospedale e tanto altro ancora. Politicamente, si batté in difesa dell’italianità della città (confinato, contro la sua volontà a Vienna, da 1915 all’estate 1918), impegno che prese il sopravvento dopo che, per la precarietà dello stato di salute, si dimise da primario delle sezioni chirurgica e ginecologica del nosocomio fiumano, nel novembre 1916. Già consigliere comunale e vicepresidente del Consiglio comunale, assumerà gli incarichi di presidente del Consiglio nazionale italiano di Fiume (30 ottobre 1918 – 3 settembre 1920, scontrandosi con d’Annunzio, soprattutto dopo la proclamazione della Reggenza italiana del Carnaro, vissuta come una prevaricazione dei poteri del Consiglio nazionale) e – nonostante l’amarezza per il Trattato di Rapallo – di presidente del Governo provvisorio di Fiume (8 settembre 1920 – 24 aprile 1921), ruolo che lasciò dopo la vittoria degli autonomisti e di Riccardo Zanella. Fu tra coloro che il 16 marzo 1924 accolsero in una città assegnata all’Italia, il re Vittorio Emanuele III.

Il meglio di sé lo diede nella ricerca medica, che gli permise di trovare soluzione ad uno dei più grossi problemi scientifici ancora insoluti, quello dell’antisepsi chirurgica. Nel 1907 capitò un incidente alla fabbrica di carta cittadina, con alcuni operai rimasti feriti in diverse parti del corpo. Grossich, nell’eseguire le medicazioni, non praticò i lavaggi di rito ma solo delle pennellature di iodio, una sostanza metalloide scoperta dal francese Bernard Courtois nel 1811. Visto l’esito felice dell’azione profilattica, rivelatasi priva di pericolose complicazioni, il medico continuò a testare il nuovo preparato anche in interventi chirurgici più impegnativi, ottenendo risultati sempre più efficaci che lo convinsero a divulgare la sua scoperta. Nel 1908 presentò i risultati della sperimentazione in una conferenza all’Associazione Medica Fiumana, ma fu solo nell’ottobre del 1908 che lo “Zentralbatt für Chirurgie” accolse e pubblicò l’articolo “Eine neue Sterilisierunsmethode der Haut, bei Operationen” , la cui versione italiana, dal titolo “Un nuovo metodo di disinfezione del campo operativo”, vide la luce l’anno dopo a Fiume. Il dottor Grossich illustrò direttamente la sua scoperta al XVI Congresso medico internazionale organizzato a Budapest nell’agosto 1909, davanti ai colleghi scettici. La validità dell’antisettico fu sperimentata su larga scala durante la guerra libica del 1911-1912, ma fu soprattutto nel corso della Grande Guerra che contribuì a salvare moltissime vite. Nel necrologio su “Il Policlinico”, il dott. Lionello Lenaz, scrisse: “Egli donò qualche cosa, oltre che alla patria, anche all’umanità” .

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