Rino Cigui: «Dobbiamo essere pronti per la prossima pandemia»

Dalla peste nera alla Covid-19, le malattie infettive sono tra le più antiche patologie conosciute dell’uomo e la loro diffusione è rimasta sostanzialmente immutata per secoli se non, addirittura, per millenni. Che cosa ci insegna la storia?

Rino Cigui, Foto Ivor Hreljanović

A molte generazioni di buiesi ha insegnato a guardare indietro per affrontare il futuro facendo tesoro delle esperienze dei padri, nonni, avi. A Rovigno, al Centro di Ricerche storiche, oltre alla sua “ordinaria” attività di indagine, dirige una delle riviste più prestigiose e feconde dell’istituto fondato dall’Unione Italiana, gli “Atti”, che hanno da poco tagliato il traguardo del cinquantesimo. Nel corso della sua carriera, lo storico Rino Cigui ha affrontato diversi ambiti di studio, scandagliando spigolature inedite di storia istriana, con contributi originali e fondamentali, come quelli sulle confraternite in Istria, sulla toponomastica storica, sull’araldica, o ancora le monografie, tra cui quella su Verteneglio, sua città natale, su Umago, sulla figura e l’opera del dott. Antonio Grossich…
Da diversi anni, il ricercatore “dialoga” con la medicina, con un approccio multidisciplinare, per cercare di capire qual è stato l’impatto di virus, batteri e in generale degli agenti patogeni delle varie malattie infettive sul corso dell’umanità e, soprattutto, come questa ha reagito. L’Istria dell’epoca della Serenissima è un modello importante, anche perché la Repubblica di San Marco risulta uno dei primi Stati al mondo ad aver adottato misure di prevenzione per fronteggiare il dilagare delle epidemie, a partire dall’usanza della quarantena delle navi sospette di essere infette dalla peste, destinando a lazzaretti due isole della laguna.

Attualmente ci troviamo esposti alla minaccia del Sars-Cov-2, ma, se ci guardiamo alle spalle, è da sempre che l’essere umano convive con malattie contagiose e nella storia dell’umanità queste hanno assunto un ruolo particolare. Ma quando e in quali società sono documentate le prime pandemie che hanno tenuto in scacco l’umanità?

“La sua domanda tocca alcuni punti che meritano una risposta articolata. Le malattie infettive sono probabilmente le più antiche patologie conosciute dell’uomo e la loro diffusione è rimasta sostanzialmente immutata per secoli se non, addirittura, per millenni. La loro comparsa viene collocata dagli storici della medicina in un momento ben preciso della storia della civiltà, ossia nel momento in cui le modificazioni dei comportamenti umani determinarono la transizione da comunità dedite alla caccia e alla raccolta di prodotti a comunità più ampie che affidavano il loro sostentamento all’agricoltura. L’avvento dell’agricoltura e dell’allevamento degli animali, due grandi conquiste del Neolitico, espose l’uomo a nuovi agenti infettivi e la sua trasformazione da nomade a sedentario lo portò a vivere per migliaia d’anni a stretto contatto con i propri rifiuti e con il sangue, la saliva, le feci e le urine di animali domestici da cui ebbero origine alcune delle più frequenti malattie epidemico-contagiose.
Per quanto concerne invece la peste, fin dalla più remota antichità è stata la malattia contagiosa per eccellenza, il male che nel corso dei secoli ha significato qualcosa di maligno, un flagello orribile del quale si fa menzione nella Bibbia, nel mondo egizio, cinese e mediterraneo, anche se fu dal Medioevo che divenne a tutti gli effetti, un evento epocale in grado di alterare la vita sociale, economica, politica e demografica. La peste di Giustiniano del VI secolo da lei ricordata è stata la prima delle tre grandi pandemie storicamente accertate che hanno tenuto in scacco l’umanità, le altre sono state la cosiddetta Morte nera del XIV secolo e la peste asiatica o di Hong Kong ottocentesca, nel corso della quale il medico svizzero, Alexander Yersin, identificò il batterio responsabile della malattia, che fu chiamato in suo onore Yersinia pestis.
Dalle testimonianze che ci sono pervenute, possiamo senz’altro affermare che fenomeni morbosi più o meno intensi si sono manifestati in ogni epoca e in ogni civiltà, anche se risulta alquanto arduo identificare quali fossero in realtà gli agenti responsabili di quelle infezioni. Prendiamo, ad esempio, il famoso Papiro di Ebers, uno dei più importanti papiri medici egizi, nel quale si descrive una malattia che alcuni studiosi ritengono possa essere la peste bubbonica e altri una zoonosi chiamata ‘tularemia’, trasmissibile attraverso la puntura di zecche, manipolazione di animali infetti o ingestione di acque contaminate. Tra le infezioni che colpirono l’antica Grecia la più famosa e studiata è certamente quella descritta nel V secolo avanti Cristo dallo storico greco Tucidide, chiamata convenzionalmente la ‘Peste di Atene’, dal momento che finora non è stato possibile appurare con certezza assoluta l’identità del misterioso contagio. Morbi ad alta trasmissibilità non furono estranei neppure al mondo romano: la cosiddetta Peste antonina, definita dal grande medico Galeno ‘la grande peste’, imperversò durante il regno dell’imperatore Marco Aurelio a Roma e nel resto della penisola italiana per dilagare, in seguito, fino alla foce del Reno, divenendo così la prima manifestazione pandemica su scala europea documentata dalla storia; anche in questo caso non esistono elementi tali da certificare l’attribuzione del male”.

In quale maniera le varie società, chi comandava e la gente semplice, hanno risposto e affrontato questi fenomeni? Venezia ci insegna ad esempio che l’isolamento degli ammalati e l’interruzione di qualsiasi tipo di rapporto sociale ed economico all’interno e all’esterno della popolazione è una delle vie da percorrere. Ma è stato sempre così? E come ha reagito la popolazione, anche in riferimento al malcontento e al disagio che osserviamo oggi di fronte alla limitazione delle libertà? C’erano anche in passato delle manifestazioni di protesta o i cosiddetti no-vax?

“Nel corso dei secoli i fenomeni epidemici hanno costituito uno degli aspetti più angosciosi della vita quotidiana di intere popolazioni, anche perché, causa la mancanza di un adeguato bagaglio di conoscenze mediche che permettesse di porre un freno alla loro inarrestabile diffusione, le società dell’epoca non erano in grado di fronteggiare una simile calamità. Era, tuttavia, nell’interesse di ogni singola nazione l’allestimento di un’organizzazione sanitaria che operasse un’efficace prevenzione e contenimento dell’evento epidemico, un’esigenza che se da un lato imponeva costi elevati allo stato dall’altro costituiva una ricaduta positiva per l’economia interna. Purtroppo, non sussisteva ancora la consapevolezza che alla base del contagio vi fossero catene epidemiologiche fra agenti patogeni, ma si credeva, erroneamente, che i contagi si propagassero a causa di particelle velenose diffuse nell’aria, i ‘miasmi’, in grado di attaccare l’uomo provocando la malattia.
Anche il livello di comprensione e di reazione al morbo fu diverso e dipese dai soggetti coinvolti: per la scienza medica, che non disponeva di grandi risorse terapeutiche, fu davvero frustrante dover constatare l’esito negativo dei rimedi messi i campo come pure la sua impotenza di fronte alla rapida diffusione delle pestilenze; a livello politico, i governi, e quello veneziano da lei citato fu uno dei precursori, puntarono molto sull’isolamento dei soggetti contaminati costruendo strutture, i lazzaretti, in grado di separare fisicamente i malati dalle persone sane, e, pur di annientare le deleterie conseguenze delle infezioni, non esitarono ad adottare misure di controllo di tipo poliziesco; infine, la gente comune, che si affidò, visto il fallimento della medicina, alla religione e a tutte le sue consolidate rappresentazioni, quali le processioni, i voti, la speranza nel miracolo, l’intercessione di Dio e dei santi taumaturghi, soprattutto di San Sebastiano e San Rocco.
E siccome stiamo parlando della reazione popolare ai contagi, vale la pena rilevare che in passato anche in Istria ci furono episodi di negazionismo della malattia, per la precisione del colera, e d’intolleranza verso le vaccinazioni, ma in questo caso, più che di un movimento di protesta organizzato, si trattò di una reazione spontanea delle popolazioni rurali incapaci di percepire l’esatta funzione dell’immunizzazione. L’episodio in questione riguarda il comune di Parenzo dove, nel 1824, una Commissione di vaccinazione contro il vaiolo fu accolta in modo ostile e fu oggetto di scherno da parte di un gruppo di contadini poco propensi, evidentemente, a farsi inoculare. Il caso di negazionismo, invece, accadde a Capodistria, nel 1836, in occasione di una devastante epidemia di colera che costò la vita a un centinaio di persone; nella circostanza, l’incredulità verso la malattia e lo sprezzo della classe medica manifestato dal ceto sociale più abbiente fu bilanciato dall’assoluta indifferenza e rassegnazione del ceto indigente, il quale si limitò a constatare il particolare accanimento del male nei suoi confronti”.

Le più grandi epidemie o pandemie della storia hanno travolto l’intera società, dalle istituzioni politiche a quelle religiose, dal sistema economico alla cultura, alla quotidianità. Si può dunque dire che le pandemie segnano una cesura nella storia, una netta distinzione tra un prima e un dopo?

“Dice bene, le grandi epidemie del passato ebbero notevoli ripercussioni sia a livello socio-economico sia a livello demografico e culturale e segnarono, come nel caso della grande pandemia di peste del Trecento, una vera e propria cesura nella storia. Vista la complessità dell’argomento, mi limiterò a dire soltanto che l’arrivo della Peste nera in Europa provocò la morte di un terzo della popolazione, all’incirca venti-venticinque milioni di persone, una vera e propria ecatombe. Si trattò di una crisi demografica senza precedenti, che determinò, in seguito alla grande ridistribuzione del patrimonio appartenuto alle persone decedute, un’ampia trasformazione e ristrutturazione economica e sociale di cui beneficiò soprattutto il ceto medio, mentre il vecchio patriziato perse quasi completamente la sua posizione di ceto dominante. Ma le trasformazioni riguardarono anche altri aspetti della vita civile: in campo artistico, ad esempio, uno dei soggetti pittorici più ricorrenti nel XV secolo fu la ‘danza macabra’, presente anche in Istria, che rappresenta l’uguaglianza di tutti gli uomini di fronte alla morte e la cui diffusione è stata messa in relazione proprio con la famosa peste trecentesca. E fu sempre la peste che costrinse le autorità a una maggiore sensibilità verso i morbi infettivi, che si tradusse nella creazione, come nel caso del Magistrato alla Sanità di Venezia, d’istituzioni permanenti di controllo della salute pubblica le quali emanarono tutta una serie di ordinanze e regolamenti atti a prevenire i morbi infettivi”.

La ricerca storica può aiutare a capire per quale motivo o in presenza di quali fattori si verificavano i fenomeni epidemici?

“I dissesti economici, i cambiamenti di clima e le crisi di sussistenza ebbero, nel corso dei secoli, un’influenza notevole sulla patogenesi delle malattie infettive, che non di rado si manifestavano in forma epidemica e con una maggiore aggressività proprio nei periodi di carestia. Com’è stato ampiamente dimostrato, tra i livelli di nutrizione e la diffusione e gravità delle malattie infettive esiste un’importante correlazione: la malnutrizione è effettivamente all’origine di un abbassamento delle difese immunitarie degli individui e stimola quindi l’insorgere, la propagazione e l’esito dell’infezione. Tuttavia, gli studi epidemiologici hanno rivelato pure il ruolo e l’importanza dei fattori ambientali, sociali ed economici nell’eziologia e nell’incidenza delle malattie, che diventavano letali quando tra questi fattori s’instaurava una sorta di sinergia tale da portare l’agente infettivo a uno stato ottimale di virulenza”.

L’unica malattia infettiva eradicata è il vaiolo, grazie al vaccino. Com’è andata a finire con le altre?

“Se consideriamo le malattie infettive per così dire ‘storiche’, le uniche ad essere state eradicate sono il vaiolo, sconfitto nel 1979, e la peste bovina, debellata nel 2011, mentre siamo veramente ad un passo dallo sconfiggere definitivamente la poliomielite, il cui virus circola ancora solo in Afghanistan e Pakistan. Nella storia della civiltà il vaiolo fu una malattia che si presentò sempre con caratteristiche cliniche molto specifiche che la differenziarono abbastanza nettamente dalle altre patologie, mentre le manifestazioni epidemiche provocate dal morbo furono così drammatiche e disastrose da diventare il soggetto privilegiato di numerosi miti e superstizioni. Ritenuto, non a torto, uno dei contagi più devastanti nella storia dell’umanità, il morbo, trasmesso per contagio interumano attraverso il contenuto delle pustole estese sul corpo, era una malattia che si trasformava da endemica in epidemica negli ambienti popolosi degli agglomerati urbani maggiormente affollati, e non è un caso che per la violenza e capacità di manifestarsi contemporaneamente in luoghi diversi fosse spesso accostato idealmente alla peste. La malattia rimase una piaga a livello planetario fino alla diffusione su scala mondiale della vaccinazione antivaiolosa, che portò, sul finire degli anni Settanta del XX secolo, alla sua completa eradicazione.
Per ciò che riguarda le altre patologie infettive, dobbiamo dire che malgrado gli enormi progressi della medicina e della ricerca – basti vedere la rapidità con la quale sono stati elaborati i vaccini contro il coronavirus – alcune pericolose malattie del passato non solo non sono scomparse, ma in alcuni casi stanno pericolosamente riemergendo. Una di queste è certamente la peste, la cui presenza, pur limitata dell’impiego di vaccini e antibiotici, continua a rappresentare un pericolo in Africa, Asia e Sud America, dove si registrano annualmente tra i mille e i tremila casi di morte. Anche la lebbra, con duecentomila casi ogni anno, continua a mietere vittime principalmente in alcune zone dell’India, del Brasile e dell’Indonesia, mentre la tubercolosi, nonostante i progressi medici che hanno permesso di diagnosticarla e curarla efficacemente, ha sviluppato nuove forme in grado di resistere ai farmaci, che stanno causando non poche difficoltà alle persone con un sistema immunitario debole”.

La Covid-19 è stata spesso paragonata alla Spagnola, di cui si conosce ancora poco di come si è svolta e di come sia stata superata…

“Quando si parla dei grandi disastri del Novecento il pensiero corre immediatamente ai due conflitti mondiali che hanno insanguinato il mondo nella prima metà del secolo, ma si dimentica quello che è stato un evento altrettanto traumatico in fatto di perdite di vite umane, la pandemia influenzale conosciuta con il nome di ‘spagnola’, che tra il 1918 e il 1920 colpì un abitante su tre del pianeta, uccidendo tra cinquanta e cento milioni di persone, quindi ben più delle due guerre mondiali. Fu sicuramente la più grande ondata di morte mai vista dai tempi della peste nera e, secondo gli studiosi, forse la più grande nella storia dell’umanità. Il nome lo deve al fatto che fu la stampa spagnola, non sottoposta alla censura di guerra, a far conoscere all’opinione pubblica internazionale l’esistenza della malattia, laddove negli stati belligeranti le notizie riguardanti l’infezione furono censurate per non demoralizzare la popolazione.
A tutt’oggi l’origine del contagio è controversa e benché nel corso degli anni siano state formulate varie ipotesi, i primi casi influenzali ufficialmente documentati nel marzo 1918 nello stato americano del Kansas vengono convenzionalmente ritenuti l’inizio della pandemia. Non esiste neppure una spiegazione univoca che giustifichi il rapido declino della letalità che portò alla scomparsa del morbo, dovuta forse, ma siamo nel campo delle ipotesi, a una mutazione del virus verso forme decisamente meno letali. Vero è che la ‘spagnola’ cambiò il mondo, influenzando la politica globale e il nostro modo di concepire la medicina, la religione, l’arte, la letteratura e, tra gli storici, c’è chi sostiene che l’influenza accelerò la fine della Grande Guerra creando addirittura le premesse che portarono, in seguito, allo scoppio della seconda guerra mondiale. La malattia divenne pure uno degli argomenti centrali delle opere letterarie, andando così a colmare una lacuna che era stata evidenziata dalla scrittrice inglese Virginia Woolf nel saggio Sulla malattia, pubblicato nel 1925, in cui si chiedeva come mai essa non figurasse, assieme all’amore, alle battaglie e alla gelosia tra i temi principali della letteratura.
Dopo la pandemia, la scienza medica ebbe un notevole impulso e in molti Paesi furono creati o riorganizzati i ministeri della Sanità, mentre a livello internazionale nacquero e si consolidarono organismi quali l’Organizzazione di Igiene della Società delle Nazioni e l’Ufficio internazionale d’igiene pubblica, che possiamo considerare gli antesignani dell’attuale Organizzazione mondiale della sanità”.

Fin dai tempi di Cicerone vale il detto che la storia “è maestra di vita”. E, dunque, che cosa ci può insegnare in riferimento alla pandemia con la quale ci confrontiamo oggi?

“La storia delle pandemie ci insegna che le malattie, con il loro bagaglio di terrore e di morte, hanno rappresentato da sempre uno spauracchio per le società che le hanno dovute subire e che non di rado sono state fautrici di paure incontrollate e di comportamenti irrazionali, che hanno evidenziato il lato peggiore dell’essere umano. E sempre la storia ci insegna che quando arriva una pandemia non ci sono luoghi sicuri in cui isolarsi e ripararsi, per cui di fronte a simili emergenze non va mai abbassata la guardia e, soprattutto, vanno incentivate le ricerche in campo medico, in modo da non trovarci impreparati nell’eventualità, per nulla remota, di una nuova pandemia. Purtroppo, tutta la storia dell’umanità è stata una continua contrapposizione tra uomini e virus-batteri e a prevalere sono stati sempre questi ultimi, ma non è detto che dalle grandi sconfitte, grazie alla scienza, non si possano ottenere vittorie altrettanto grandi”.

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