Quando la caccia era «in»

Battute di caccia alla lepre nella valle del Quieto, fotografie anni 1931-32 (studi anonimi)

Reperti originali di vario genere, documenti, cartoline, libri, réclame, rappresentazioni e soprattutto tante fotografie che testimoniano la passione per la caccia nella Venezia Giulia, che coinvolse tanto l’aristocrazia quanto il popolo, tanto gli uomini quanto le donne. Una tradizione che ha conosciuto un periodo d’oro sotto l’Impero austroungarico, che l’ha regolamentata e utilizzata per la gestione della fauna (del resto, ne era un fan sua maestà il kaiser Francesco Giuseppe, che non perdeva occasione per farsi ritrarre in abiti da cacciatore, nelle cartoline del Giubileo per il 50° così come per il 60° anno del suo regno, mezzo busto oppure a figura intera, nel bosco o sullo sfondo delle montagne, solo o con il figlio Rudolf, in bianco e nero, seppia, a colori), ma un po’ trascurata e da qualche anno persino rigettata (paga il fio di battaglie abolizioniste). Basti pensare che l’ultima mostra dedicata alla locale attività venatoria risale al lontano 1933, nell’ambito del “Giugno triestino”, gestito dal comm. Spartaco Muratti, con la collaborazione di tutti i club venatori della regione, comresa l’Associazione Provinciale Cacciatori dell’Istria e i suoi vari fiduciari delle sezioni di Capodistria, Pirano, Parenzo, Montona, Lussinpiccolo e fino a Fiume. Prima, a Gorizia, l’“Esposizione di Caccia” del 1925, con il segno del pittore futurista dalmata Tullio Crali a connotarne il marchio e con una sequenza di scorci dell’area denominata proprio del Cacciatore, alla periferia di Trieste, con il parco della villa del Barone Revoltella; in precedenza, c’era stata la Prima grande Esposizione della Caccia di Vienna del 1910.
Oggi a raccontare questa pagina è l’Istituto regionale per la cultura istriano-fiumano-dalmata di Trieste, che sulla scia di quel recupero degli innumerevoli tratti del patrimonio di queste terre, nella sede del Civico museo della civiltà istriana, fiumana e dalmata, si è proposto di gettare luce “non solo su una dimensione uomo-natura sconosciuta ai più, ma anche di porre le basi per una ricostruzione di uno di quei segmenti del passato su cui raramente si è indagato”, come premette il presidente dell’Istituto, Franco Degrassi, nell’elegante catalogo che accompagna l’esposizione La caccia nella Venezia Giulia fra ’800 e ’900, curata da Piero Delbello. L’inaugurazione ha coinciso con la 67ª Assembla dell’Agjso (Comunità di lavoro delle associazioni venatorie della zona alpina sud orientale), che quest’anno si è tenuta nel capoluogo giuliano, con la partecipazione d delegati provenienti da Friuli Venezia Giulia, Veneto, Trentino Alto Adige, Carinzia, Stiria, Tirolo e Slovenia.
L’allestimento offre uno sguardo sulle caratteristiche e sui cambiamenti che l’attività conobbe dal Settecento agli anni ’20-’30 del secolo scorso; espone l’“armamentario” (abbigliamento, custodie per fucili, coltelli, borracce, boccali, porta polvere da sparo, richiami per anatre, ma anche fermacravatte, medaglie, collier, spille, statuette di produzione locale, mitteleuropea, tedesca o inglese); propone foto-ricordo e rappresentazioni artistiche sul tema; non dimentica la pubblicità di prodotti “d’accompagnamento”, dal cacao (e non poteva mancare la marca fiumana “Elefante”) al dentifricio, dalle armi e munizioni ai liquori, con firme prestigiose come quelle di Leopoldo Metlicovitz, Giuseppe Sigon, Giorgio Dabovich o Gino Boccasile; scopre le donne cacciatrici, dame d’altri tempi, raramente ritratte in pantaloni, molto più spesso con le sottane lunghe e l’uomo al loro fianco a guidarle nel tiro; fa emergere la passione di Cecco Beppe per questo sport, ereditata dagli avi e trasmessa al figlio Rodolfo, scomparso tragicamente a Mayerling, e al nipote Francesco Ferdinando, quest’ultimo dedito in modo quasi maniacale, tant’è che è stato calcolato che nei suoi cinquant’anni di vita abbatté “un numero incredibile di animali d’ogni tipo: ben 274.111 capi, tra questi animali molto esotici come tigri, leoni ed elefanti”, scrivono Formentini e Codermaz; molto grazioso l’approfondimento sull’iconografia della caccia. L’attenzione e la curiosità del pubblico dell’istro-quarnerino sarà catturato certamente dagli scatti che ritraggono gruppi di cacciatori di quest’area, oppure lettere, elenchi e attestati di ogni genere legati ai circoli di Pirano, Parenzo, Lussino, Fiume e di altre località. Una testimonianza “dell’intenso movimento che nel secolo passato si è sviluppato nella regione istriana relativamente all’attività venatoria, della capillare, molto ben codificata ed efficace organizzazione delle diverse sezioni operative sul territorio”, per citare ancora Degrassi. Visitabile fino al 23 novembre (ingresso libero, orari 10-12.30 e 16-18.30 da lunedì a venerdì; 10-17 sabato e domenica). Prezioso il catalogo edito da Mosetti, 255 pagine, testi di Franco Degrassi, Franco Perco, Leonardo Formentini, Marco Codermaz e Piero Delbello.

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