Nel panorama europeo contemporaneo, attraversato da tensioni identitarie e da una crescente tendenza all’uniformità, il plurilinguismo si impone come uno dei nodi più rilevanti del dibattito culturale e politico. In questo contesto si inserisce la riflessione di Ignazio Cassis, già presidente della Confederazione Svizzera nel 2022 e oggi vicepresidente, nonché capo del Dipartimento federale degli affari esteri, figura che incarna in modo emblematico la complessità dell’esperienza elvetica.
La sua presenza in queste pagine rappresenta un contributo di particolare rilievo, non solo per il profilo istituzionale che lo contraddistingue, ma anche per la coerenza con cui ha saputo interpretare, nel corso della sua carriera, il valore politico e umano della pluralità linguistica. Dalla sua prospettiva emerge infatti una concezione del plurilinguismo che supera la dimensione normativa, per configurarsi come pratica quotidiana di ascolto, confronto e costruzione di fiducia.
L’intervista che segue offre così uno sguardo articolato sul rapporto tra lingue, identità e governance, restituendo al lettore una riflessione che, pur radicata nel modello svizzero, si apre a interrogativi di più ampia portata sul futuro della convivenza linguistica in Europa.

CHI ASCOLTA MEGLIO, GOVERNA MEGLIO
La sua carriera e il suo percorso, dalla Svizzera italiana alla Presidenza
della Confederazione e alla guida del DFAE, si svolgono in un Paese profondamente plurilingue. Come ha vissuto personalmente il plurilinguismo
nella sua vita e nel Suo lavoro quotidiano?
“Il plurilinguismo, per me, non è una teoria: è vita quotidiana. È la realtà della Svizzera e, in fondo, anche la mia storia personale. Sono cresciuto nella Svizzera italiana, in una famiglia di frontiera, in un Paese dove convivono tedesco, francese, italiano e romancio. Fin da giovane ho capito che parlare più lingue significa capire meglio il mondo. La Svizzera trae la sua forza proprio da questa sfida: far vivere insieme culture diverse senza cancellarne nessuna. Non è sempre semplice, ma funziona da secoli. E questo, oggi, è quasi rivoluzionario.
Nel nostro governo (Consiglio federale, ndr) siedono sette persone, provenienti da regioni linguistiche e sensibilità diverse. Non condividiamo solo dossier: condividiamo prospettive differenti. E spesso proprio da queste differenze nascono le soluzioni migliori. Io sono l’unico membro di lingua italiana. L’italiano è parlato da circa l’8% della popolazione svizzera. Quando sono stato eletto nel 2017, erano passati 18 anni dall’ultima presenza italofona nel Consiglio federale. Sentivo quindi una responsabilità particolare: dare voce non solo a una lingua, ma anche a una sensibilità culturale.
L’italiano è la lingua in cui penso, parlo, rido e sogno. Ma in governo lavoriamo solo in tedesco e francese. Ho anche voluto avvicinarmi al romancio, la nostra lingua più piccola: appena lo 0,5% della popolazione, eppure preziosa perché unica e profondamente svizzera. So che anche in Slovenia e in Croazia il rapporto tra lingue, identità e minoranze è un tema concreto e vissuto. Per questo credo che il plurilinguismo non sia un peso amministrativo, ma una ricchezza politica e umana. Ti obbliga ad ascoltare. E chi ascolta meglio, governa meglio”.

Ha più volte sottolineato come la pluralità linguistica sia un motore di innovazione e coesione per la Svizzera. Quali strumenti ritiene più efficaci per promuovere
il rispetto e la valorizzazione delle lingue minoritarie, come il romancio, all’interno di una società multilingue?
“Per proteggere le lingue minoritarie servono prima di tutto regole chiare. In Svizzera non ci affidiamo al caso: la Costituzione riconosce il tedesco, il francese e l’italiano come lingue ufficiali della Confederazione; tutte le leggi federali esistono in queste tre lingue. Il romancio è invece lingua nazionale, ma anche lingua ufficiale nei rapporti con i cittadini romanci, che hanno il diritto di comunicare con le autorità federali nella propria lingua. A questo si aggiungono una legge sulle lingue e strumenti concreti di sostegno pubblico.
Ma le leggi, da sole, non bastano. Una lingua vive se viene parlata, insegnata, ascoltata e rispettata. Per questo la scuola è decisiva, così come i media, la cultura e la visibilità nelle istituzioni. Se scompare dallo spazio pubblico, col tempo rischia di scomparire anche dalla vita quotidiana. Il caso del romancio lo dimostra bene. È parlato da una piccola minoranza, ma ha un grande valore simbolico: ricorda che l’identità di un Paese non dipende solo dai numeri. Anche una comunità piccola può essere centrale nella storia nazionale.
Credo molto anche nella cooperazione internazionale. Quando Paesi diversi condividono esperienze simili, possono imparare gli uni dagli altri. Penso alla Slovenia, dove l’italiano è riconosciuto nelle zone storiche della costa, o alla Croazia, dove esistono tutele per diverse minoranze linguistiche, inclusa quella italiana in Istria.
È anche per questo che abbiamo lanciato quest’anno dalla Slovenia la settimana internazionale della lingua romancia: per far conoscere e valorizzare la più piccola delle lingue svizzere, nata nei Grigioni ma aperta al mondo grazie alla rete delle nostre 170 rappresentanze. In fondo, difendere una lingua significa difendere uno sguardo sul mondo. Ogni lingua rende l’Europa più ricca e la pluralità linguistica è anche uno strumento diplomatico di grande forza”.

COMUNITÀ ITALOFONE: PONTI TRA CULTURE
La recente nascita della Comunità dell’italofonia introduce l’idea dell’italiano come lingua che unisce su scala internazionale. Quale ruolo possono avere,
in questa prospettiva, le comunità italofone fuori dall’Italia – come quelle
in Svizzera, Croazia e Slovenia?
“La Comunità dell’italofonia parte da un’idea semplice ma potente: una lingua non serve solo a comunicare, serve anche a creare fiducia, relazioni e senso di appartenenza. In tempi segnati da tensioni e frammentazione, questo è un vero strumento di soft power. L’italiano non appartiene soltanto all’Italia. È una lingua europea e internazionale, vissuta ogni giorno da milioni di persone fuori dai confini italiani: i circa 70 milioni di madrelingua diventano ben più di cento milioni se si considerano anche coloro che studiano l’italiano o si riconoscono in questa cultura.
Penso anche alla Croazia, alla Slovenia e a molte altre realtà dove esistono comunità italofone storiche, vive e dinamiche. Comunità che hanno un ruolo prezioso: fanno da ponte tra Paesi. Portano con sé una lingua, ma anche uno stile di dialogo, una sensibilità culturale e una familiarità con più identità. In un mondo che tende a dividersi, chi sa vivere tra più appartenenze possiede un vantaggio.
Per la Svizzera il tema è particolarmente importante. Senza la lingua italiana, la Svizzera non sarebbe la stessa Svizzera. Il nostro equilibrio nazionale nasce anche dall’incontro tra culture diverse, e l’italiano ne è una componente essenziale. Per questo ho accolto con convinzione la proposta del collega italiano Antonio Tajani di co-presiedere con lui la prima Conferenza sull’italofonia del 18 novembre 2025 a Roma. Vogliamo uno spazio aperto, pragmatico e leggero: non una nuova burocrazia, ma una rete di contatti tra Paesi, università, imprese, giovani e, soprattutto, persone”.
In Istria e a Fiume, l’italiano convive con altre lingue e varietà locali, come l’istrioto e il dialetto fiumano, recentemente riconosciuto come bene culturale immateriale della Croazia. Quale importanza attribuisce a iniziative simili
per la tutela delle lingue e dei dialetti minoritari, e quale lezione possiamo trarre dall’esperienza plurilingue della Svizzera?
“Sulla cupola del nostro Parlamento, a Berna, si legge il motto Unus pro omnibus, omnes pro uno, uno per tutti, tutti per uno. Non è solo una bella frase, è un programma politico. Vale anche per le lingue. Una democrazia matura si riconosce da come tratta ciò che è piccolo o fragile. Proteggere l’istrioto, il dialetto fiumano o il romancio non è folklore: è rispetto per la propria storia e fiducia nella propria diversità. La Svizzera ne ha fatto un principio. Sappiamo che l’unità non nasce cancellando le differenze, ma dando loro spazio e dignità.
C’è poi un secondo insegnamento: le lingue minoritarie non devono restare isolate, devono fare rete. La Settimana della lingua romancia, ad esempio, ha fatto tappa a Milano nel 2024 e ha riunito per la prima volta romancio, friulano e ladino, insieme alle rispettive autorità regionali e locali. Potrebbe essere una strada intelligente anche per l’Istria e Fiume: cooperare, collegarsi ad altre realtà europee, rendere visibile ciò che spesso resta ai margini. Più il mondo diventa incerto e uniforme, più diventa importante custodire ciò che ci rende unici”.

Attività culturali, laboratori linguistici e realtà vive come il Dramma italiano
di Fiume che produce spettacoli e coinvolge attivamente il pubblico, insieme
alle Settimane delle lingue, dimostrano come la tutela linguistica possa concretizzarsi nella cultura. Quanto ritiene importante questo approccio
per garantire la vitalità dell’italiano e delle lingue minoritarie, e quali opportunità vede per rafforzare tali esperienze anche in un contesto internazionale?
“Politica e cultura non sono mondi separati, fanno parte dello stesso spazio di costruzione sociale. La lingua non è semplice giustapposizione di parole, ma un modo di leggere il mondo e prendere decisioni. Resta viva quando viene parlata sul palcoscenico, nelle scuole, nei laboratori, nella musica e nella vita quotidiana. Perciò realtà come il Dramma italiano di Fiume sono importanti. Un teatro che da ottant’anni produce spettacoli e coinvolge il pubblico non conserva soltanto una lingua: la rinnova e la trasmette alle nuove generazioni. Lo stesso vale per le Settimane delle lingue che organizziamo attraverso la rete delle nostre rappresentanze diplomatiche. In molti Paesi diventano occasioni per incontri letterari, concerti, cucina, cinema o dialogo. La cultura crea curiosità e fiducia spesso più rapidamente di molti discorsi ufficiali”.
IDIOMI INVISIBILI E CULTURE A RISCHIO
Nell’era digitale e con l’introduzione dell’intelligenza artificiale, molte lingue
e dialetti minoritari rischiano di perdere spazio. Come pensa si possa conciliare innovazione tecnologica e tutela del plurilinguismo, garantendo la vitalità
di queste lingue locali?
“Le nuove tecnologie portano certamente nuovi rischi. Se un idioma non è presente online o nei sistemi di intelligenza artificiale, rischia di diventare invisibile, soprattutto per i giovani. E una lingua invisibile finisce per perdere terreno. Ma sarebbe sbagliato vedere solo il pericolo. La tecnologia offre anche nuove opportunità straordinarie per le lingue minoritarie.
Prendiamo il romancio. In Svizzera si lavora da anni a strumenti digitali e di traduzione automatica sviluppati insieme da ricercatori, media e specialisti informatici. L’obiettivo è semplice: dare anche a una piccola lingua gli strumenti del XXI secolo. Un altro esempio è il progetto ‘Ha Hu’, premiato recentemente al Forum svizzero della cooperazione internazionale: utilizza l’intelligenza artificiale per preservare e insegnare lingue a rischio.
Non serve, e nemmeno sarebbe possibile, frenare la tecnologia. Occorre guidarla e orientarla ai bisogni umani. Se usata con intelligenza, può diventare un potente alleato del plurilinguismo. Ma questo non basta: una lingua non è solo parole. È cultura, emozione, memoria e relazione. Per questo il vero plurilinguismo nasce dalla curiosità reciproca e dallo sforzo di incontrarsi nella lingua dell’altro. Ed è proprio questo il mio quotidiano di italofono nel governo svizzero”.

CHI SEMINA NON COMPIE MAI UN’OPERA INFECONDA
Il plurilinguismo, come più volte ha sottolineato, non è solo un patrimonio culturale ma anche uno strumento di coesione sociale. Quali insegnamenti ritiene possano trarre le comunità italofone oltreconfine dall’esperienza plurilingue
della Svizzera?
“Il plurilinguismo non è sempre la via più comoda. Richiede tempo, pazienza, traduzioni e ascolto reciproco. Talvolta comporta anche tensioni. Parlare lingue diverse complica le cose nel breve periodo. Ma l’esperienza svizzera dimostra che ciò che oggi è più esigente può diventare una forza domani. Se vissuto con rispetto e tolleranza, il plurilinguismo crea fiducia, rafforza la coesione nazionale e abitua a cercare soluzioni invece di alzare muri.
C’è anche un vantaggio verso l’esterno. La Svizzera confina con Paesi che condividono le nostre lingue e ha trasformato questa realtà in una risorsa diplomatica. Chi cresce tra più lingue sviluppa spesso una sensibilità naturale per il punto di vista dell’altro e sa costruire ponti economici, culturali e politici. Forte di questa tradizione, la Svizzera ha recentemente presentato la propria candidatura presso la Comunità dei Paesi di lingua portoghese. Il portoghese è infatti la seconda lingua straniera più parlata nel nostro Paese. Anche questo mostra che le lingue non dividono: possono creare nuove relazioni e nuove opportunità. In fondo, è questo l’insegnamento della Svizzera: una lingua unisce chi la parla, ma più lingue possono unire ancora di più”.

Dopo aver conosciuto una piccola parte della nostra realtà, vede possibilità
di collaborazioni future tra la Svizzera e le comunità italiane della regione adriatica per valorizzare la lingua e la cultura, pur rispettando le specificità locali?
“Giuseppe Motta, consigliere federale ticinese al governo dal 1911 al 1940, una volta disse che ‘colui che semina non compie mai un’opera infeconda’. Collaborazioni come quelle tra l’ambasciata Svizzera a Lubiana e il ‘Museo delle lingue slovene e del libro’ di Štanjel creano slancio per nuovi progetti. La promozione della lingua e cultura italiana è ricorrente nel dialogo con altri Paesi legati a questa lingua. Continuiamo a seminare: con la Comunità dell’italofonia, con le nostre ambasciate nel mondo, con progetti e idee che possono arrivare da chiunque abbia curiosità e passione per la propria identità e per costruire pacificamente ponti”.
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