Marin Corva e Paolo Demarin hanno le idee chiare. Il nuovo presidente dell’Unione Italiana e quello della Giunta Esecutiva conoscono a fondo la loro organizzazione. Si sono forgiati per anni alla corte di Maurizio Tremul. Lui ha dominato la scena minoritaria per oltre tre decenni e ha modellato quella che oggi è l’Unione Italiana a sua immagine e somiglianza. Il vecchio leader non ha ancora giocato tutte le sue carte e crede di avere ancora molto da dare alla minoranza. All’orizzonte per lui potrebbe esserci la presidenza dell’Assemblea dell’Unione, un posto che spetta a un consigliere eletto in Slovenia. Un cambio di “careghe” che lo farebbe rimanere al centro della vita minoritaria, ma che alla fine continuerebbe a tarpare le ali a quella generazione di mezzo che non è mai riuscita a prendere veramente e in piena autonomia in mano l’Unione.
Se l’operazione non andrà in porto, Tremul continuerà a rimanere sulla scena. Non è difficile prevedere che il posto di coordinatore di Unione Capodistria, che occupa sin dalla sua fondazione, comincerà a essere sempre più importante. Se l’Unione ha fatto fatica a funzionare con tre presidenti, figuriamoci con quattro. Dipanare l’intricata matassa sarà il problema più immediato, difficile e urgente che la nuova amministrazione dovrà affrontare per evitare la disgregazione di un’organizzazione che, al di là degli Stati e delle regole imposte dall’alto, ha sempre saputo e voluto restare unita.

LA CHANCE DI GREGORIČ, STAVOLTA DECISO A NON MOLLARE. Corva e Demarin adesso devono costruire la loro Unione e per farlo sperano di poter avere uno della loro generazione alla presidenza dell’Assemblea. L’isolano Marko Gregorič sembra la scelta naturale. L’ex vicepresidente della Giunta era stato per anni il delfino di Tremul e nel 2022 lo aveva sostenuto alle parlamentari, quando aveva sfidato Felice Ziza. Non è bastato, visto che non gli è stato perdonato di essersi candidato alle scorse amministrative con Vita Valenti al seggio specifico del Comune di Isola, in quella che era la lista che faceva capo a Felice Ziza. Sembrava destinato a ricoprire il ruolo di vicesindaco della sua città, ma alla fine ha alzato bandiera bianca dopo un fuoco di fila sui social e dopo che un po’ tutti lo avevano abbandonato al suo destino. I suoi avversari faranno di tutto per lasciarlo anche questa volta senza poltrona e useranno tutte le armi a loro disposizione. Marko, però, questa volta sembra deciso a non mollare.
Marin Corva e Paolo Demarin hanno le idee chiare. In questo mese di campagna elettorale lo hanno ampiamente dimostrato quando hanno incontrato molti attivisti nelle tante comunità del territorio. Sono stati bravi a spiegare le cose buone che sono state fatte in tutti questi anni e non hanno nascosto i problemi. Entrambi sono decisi a prendere in mano il timone del vapore e credono di potercela fare. Orgogliosamente dicono di essere cresciuti nelle loro Comunità e di conoscere a fondo il mondo degli attivisti.
Sanno che, dopo l’esodo, è stata proprio questa realtà paesana e folkloristica a salvare quel poco che resta dell’italianità dell’Adriatico orientale. Proprio per questo non sono disposti a rincorrere rivoluzioni copernicane o sogni che portino la minoranza verso una nuova dimensione. In parole povere, se ai soci piace Iva Zanicchi e se la (poca) gente che frequenta le comunità è contenta di andare cantando allegramente in pullman a vedere i suoi concerti, è quello che bisogna fare.
UN VECCHIO CARROZZONE CHE FA ACQUA DA TUTTE LE PARTI. La situazione, per certi versi, è confortante. I soldi che arrivano da Croazia, Italia e Slovenia sono tanti. Il rovescio della medaglia, però, è che i vincoli per il loro utilizzo sono tali che difficilmente ci si può inventare qualcosa di nuovo. Lo hanno ribadito in più riprese anche nella loro unica tappa sulla Costa slovena, a Isola. Un incontro divertente, dinamico e polemico, infiammato dal flusso di coscienza di Pino Trani, uno dei fondatori della “Dante”, che tra mille parole ha concluso dicendo che gli Stati domiciliari e la Nazione madre non fanno altro che “finanziare il nostro funerale”. Una considerazione a cui nessuno ha saputo ribattere in maniera convincente, perché alla fine “se fa quel che se pol e quel che i ne lassa far”.
Paolo Demarin ha le idee chiare. Dice di sapere di essere un traghettatore, un uomo che dovrà consegnare l’Unione nelle mani di chi sarà veramente capace di riformarla. Il vecchio carrozzone fa acqua da tutte le parti. La partecipazione è ai minimi storici, i palazzi sono sempre più vuoti e la struttura è mastodontica. Nelle stanze dei bottoni da tempo ormai si continua a discutere solo di soldi e di ripartizione dei fondi. Con mille procedure e con una montagna di scartoffie da produrre non c’è più tempo per parlare di politica e nemmeno di programmare il futuro.
Proprio per questo il successo della sua amministrazione non dipenderà dalla quantità di cemento versato nelle comunità e nelle scuole, dal numero di cover band che verranno a suonare in Istria, a Fiume e in Dalmazia, e nemmeno dalla quantità di soldi spesi per le singole iniziative. Il vero compito ora è quello di far tornare la Comunità a discutere di politica e ad immaginare come e dove vuol essere tra dieci anni ed anche più in là.
AUTONOMIA E RISPETTO RECIPROCO. Il nuovo presidente della Giunta si merita la sua occasione di poter governare. Deve poter scegliersi la sua squadra e deve avere il coraggio di formare un esecutivo composto da personaggi scomodi e ingombranti, che lo metteranno in difficoltà e in discussione. L’Unione ha bisogno di chi ha in mente una organizzazione diversa, che non sarà più quella di Demarin, di Corva o di Tremul. Adesso bisogna chiamare a raccolta le forze migliori, anche quelle figure che alla prossima tornata elettorale potrebbero aspirare a scalare i vertici minoritari. La speranza è che Demarin lo abbia capito.
Marin Corva dovrà invece scegliere cosa fare da grande. La minoranza lo ha lanciato in politica. Ora deve raccogliere l’eredità di Furio Radin al Sabor. Il lavoro a Zagabria sarà impegnativo e difficile. Radin ha costruito in questi anni una rete di relazioni che Corva dovrà cercare di ricreare. Non dovrebbe avere tempo di occuparsi più di tanto dell’Unione e questa potrebbe essere una fortuna. Lui e Demarin in questi anni hanno collaborato benissimo.
Ora, se sono saggi, definiranno esattamente le loro competenze e il loro campo d’azione. Corva deve scegliere se il suo modello di presidente dell’Unione è Maurizio Tremul o Furio Radin e dovrà decidere anche che tipo di deputato essere. Roberto Battelli e Furio Radin non si sono mai immischiati troppo nelle questioni locali. Felice Ziza sì. La sua azione non ha fatto che accendere le polveri di un confronto che oramai in Slovenia è sempre più fuori controllo.
Corva e Demarin hanno le idee chiare. La speranza è che abbiano anche le stesse idee. In queste settimane hanno il tempo di capire come impostare la loro convivenza per evitare di trovarsi presto in rotta di collisione. Il futuro dipenderà dalle loro scelte: dal coraggio di Demarin di disegnare una Giunta che ponga almeno le basi per cambiare il paradigma di una minoranza in crisi e dalla capacità di Corva di diventare un leader morale, capace di essere presente e di far sentire la propria voce soltanto quando sarà davvero necessario.
La minoranza non ha più bisogno di confronti personali, di una lotta senza quartiere per le “careghe”. Quello di cui c’è bisogno sono idee e figure autorevoli che rendano l’Unione e le istituzioni della minoranza più forti.
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