Milan Rakovac l’istriano verace

PANORAMA Un’esistenza segnata da vicissitudini famigliari complesse, in primis la morte del padre Joakim, partigiano ed eroe popolare, ma anche da scelte sia volute che casuali. Personaggio irrequieto, pronto ad accogliere qualsiasi sfida, nutre un amore viscerale per la sua terra e quell’enigma chiamato frontiera che numerosi intellettuali hanno cercato di interpretare. Oggi scrive le sue memorie, nell’intento di spiegare un percorso in cui vita e storia si sono intrecciate lasciando degli spazi che devono essere ancora spiegati

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Milan Rakovac l’istriano verace
Milan Rakovac ritratto nel suo studio zagabrese da Roni Brmalj/Edit

Vive a Zagabria ma porta l’Istria nel cuore: soprattutto la sua gente, a cui pensa e con cui comunica regolarmente, nonostante l’età, nonostante gli acciacchi di un ultraottantenne (classe 1939, è nato nel paese di Rakovci, presso Mompaderno, nel Parentino). Il corpo è forse un po’ stanco, ma la mente è lucida: ricorda nomi, vicende, ma soprattutto ha un’opinione sua, originale, su tutti gli argomenti che affrontiamo. Ci confessa che da giovane era forse un po’ più egocentrico o come precisa “egomaniaco”, ma è il tratto distintivo di un carattere ribelle, o come rivela egli stesso anarchico, uno che probabilmente non si è lasciato mai piegare: quando aveva ragione e quando magari non ce l’aveva. È fatto così Milan Rakovac, scrittore, poeta, pubblicista, drammaturgo, traduttore…
Intervistarlo significa poter spaziare volando da un argomento all’altro, tirando fuori ricordi, sbirciare nelle foto del suo archivio personale… E cantare. Sì, proprio così, intonando un brano frutto di una sua reminiscenza giovanile, rimasto indelebile nella sua memoria e a dire il vero anche nella nostra. È una canzone di Louis Prima – che fa “Buona Sera, signorina, buona sera. It is time to say goodnight to Napoli./Though it’s hard for us to whisper, buona sera/Whith that old moon above de Mediterranean sea…” – con cui da giovane ufficiale della marina si è cimentato per diletto e tutto sommato anche oggi quando la riprende con voce roca ed espressiva, dal timbro caldo, profondo, leggermente ruvido, fa emergere il personaggio nelle sue molteplici sfaccettature. Non tutte catturabili al primo incontro.

Ricorda nomi con precisione enciclopedica, poi dei fatti che racconta ci offre un’interpretazione su di cui incide profondamente il suo vissuto: un incrocio tra avvenimenti, emozioni, vicende tra cui la tragedia famigliare a seguito della perdita del padre, il partigiano ed eroe popolare Joakim Rakovac che l’ha segnato profondamente, l’amore per la letteratura, soprattutto quella americana considerata formativa con autori come John Dos Passos, Herman Melville, Irwin Shaw, senza tralasciare l’interesse letterario e l’amicizia con Fulvio Tomizza, oltre che aneddoti e piccoli fatti di vita quotidiana.
Ha forse un sogno irrealizzato nel cassetto, quello di entrare in diplomazia, diventare console generale a Trieste: non ce l’ha fatta, pur preparandosi con diligenza e caparbietà, ma ai tempi in cui era un giovane di grandi talenti ci voleva il placet (ma in realtà lo è anche oggi) di una serie di istituzioni dello Stato, inclusi i servizi di sicurezza, che gli avevano posto delle condizioni – così ce la racconta – ma che non ha voluto accettare. In compenso, per un sogno mancato ha realizzato invece tanti altri progetti, letterari, sociali, umanistici.

Milan Rakovac. Foto Roni Brmalj/Edit

L’ISTRIA LA TROVI DAPPERTUTTO

Tra i tanti, citiamo la fondazione del Forum Tomizza, che è un po’ il luogo deputato per discutere non solo di letteratura, ma di società, di confini, l’occasione per tessere e sviluppare un dialogo interculturale come risposta ai vari nazionalismi, autoritarismi con cui ieri come oggi le terre in cui viviamo devono fare i conti.

Come sta? Scrive?
“Sono in gamba, mi nuovo, anche benon, magari mi duole tutto, ma vado avanti. Mi hanno consigliato di camminare almeno 1 chilometro al giorno, ma riesco a fare appena cento metri. Per quanto riguarda la scrittura, ora sto preparando le mie memorie, dal titolo ‘Exodusazil’”.

Le mancano i profumi della primavera istriana?
“Mi mancano, ma mi consolo, nel senso che l’Istria la trovi un po’ dappertutto. Avendo la fortuna di viaggiare in giro per il mondo, ho trovato grandi colonie istriane a Toronto, New York, Los Angeles Melbourne, Sidney, Singapore, ma anche a Belgrado, Niš, Vranje, per non dire dell’istrianità degli esuli italiani, altrettanto dispersi in tutto il mondo. Se dovessi dare una definizione di me stesso direi che sono un irredentista imperialista istriano…”

Si spieghi meglio…
“L’Istria l’ho trovata nel Burgenland in Austria (il termine croato è Gradišće, che vede la presenza storica di una minoranza croata), ma anche nelle Bocche di Cattaro e poi a Durazzo in Albania. Lì, in gioventù, conobbi un’attrice che mi disse in un perfetto ciakavo- ikavo ‘Zbori ti po svoju, razumim ja tebe, svaku rič’, ossia parla alla tua maniera che io capisco ogni tua parola. Quando le chiesi come mai, mi spiegò che sua nonna era dalmata e parlava con lei in ciacavo. Per farla breve, dovunque sia andato ho trovato un pezzo d’Istria.
Ma credo che il più grande posto dell’Istria sia nel cuore. Negli anni Settanta abbiamo fondato a Belgrado l’Associazione degli istriani nonché gente dell’area litoranea-montana (primorci e gorani, in croato, nda). In occasione della fondazione aderirono ben tremila persone, tutte stipate nella Casa dell’Armata di Belgrado, questo lo dico per rimarcare che, anche lontani dall’Istria, non ci eravamo dimenticati delle nostre origini”.

UNA TERRA PER RICCHI

Chi visita l’Istria oggi si accorge che è cambiata: economicamente, demograficamente, anche il paesaggio subisce un degrado a seguito della cementificazione di determinate aree che in passato erano destinate all’agricoltura. La regione sta diventando un eldorado per i grandi investitori. È preoccupato?
“Mah, più che preoccupato sono deluso, perché non si può fare niente. Nella mia villa natia a Rakovci nel dopoguerra erano rimaste solo 2 o 3 famiglie, anche se durante la mia infanzia c’erano 250 abitanti. Bene, oggi l’area è stata ripopolata e di abitanti ce ne sono almeno 100. Ma sono sloveni che hanno acquistato le case perché erano più lungimiranti, intelligenti degli altri. In passato si poteva acquistare un immobile per poco, oggi ci vogliono soldoni!
Frequentavo il Ginnasio a Zagabria e d’estate lavoravo nel turismo presso l’azienda Plava laguna di Parenzo: ero cassiere e mi muovevo tra i camerieri e i cuochi. Mio zio Dušan Rakovac a quei tempi era sindaco di Parenzo. Lui e i suoi assistenti ridevano degli sloveni e dell’impresa slovena che aveva acquistato un rudere vicino all’Eufrasiana, una caserma bombardata in stato di degrado e abbandono. Loro ci hanno visto un potenziale, l’autorità locale no. Gli sloveni hanno iniziato ad acquistare case cinquant’anni fa quando a nessuno passava per la mente di farlo. Oggi possiedono immobili di pregio grazie alla loro lungimiranza di cui molti in passato hanno fatto dell’ironia.
Poi c’è un altro aspetto dell’Istria. Le statistiche dicono che ci sono 500 o forse anche 1000 ricconi istriani, tra produttori di vino, olio, proprietari e gestori di vari agriturismi, stanno bene e fanno affari. Nella storia dell’Istria non ci sono stati mai tanti ricchi agricoltori/contadini in grado di vivere del proprio lavoro. Ma c’è un’altra cosa che mi preoccupa: molti dei terreni agricoli sono incolti, ho letto da qualche parte che c’è un 60 per cento di buona terra istriana, buona per seminare, che non ‘la xe tocada’, è incolta. Quando penso all’Istria provo sentimenti contrastanti. L’Istria non è più quella dei nostri tempi, solo noi vecchi, siamo ancora in grado di testimoniare di quello che è stata l’Istria in passato.

FRATELLANZA E CONVIVENZA

Spero che il mio amico di gioventù Arduino Iskra sia ancora vivo. Questa gliela devo raccontare per farle capire come si viveva allora. Correva l’anno 1947/8, vivevo a Pola con mia mamma e mio fratello dove mi ero trasferito, dopo la morte di mio padre Joakim Rakovac, (partigiano ed eroe popolare, ucciso in un’imboscata), dopo essere stato ospitato in vari villaggi presso parenti, amici, conoscenti.
Eravamo una una ventina di ragazzi ‘de drio l’Arena’, muloni di 9-10 anni e trascorrevamo le giornate giocando. Noi contadini istriani approdati a Pola e gli italiani, cittadini residenti da lungo tempo in città. I tre fratelli Defranceschi si dichiaravano croati e i quattro fratelli Iskra si dichiaravano italiani… ed era una cosa del tutto normale. Ci divertivamo giocando a ‘s’cinche’ oppure costruendo dei carretti con le ‘baliniere’ e abbiamo creato fratellanza e convivenza, amicizie che sono durate nel tempo, nonostante tutto e tutti. Poi c’erano quelli che ci guardavano dall’alto, figli di professionisti, medici, avvocati, dirigenti che erano stati inviati a Pola per ricoprire incarichi importanti e per coprire il vuoto che si era creato a seguito degli eventi bellici, post bellici e dell’esodo. Fino a qualche anno fa con questi amici ci incontravamo al primo piano del mercato cittadino di Pola e poi si andava a Medolino in un’ottima osteria da Lorenzin. Ci tenevamo a queste amicizie e a questa istrianità che portavamo nel cuore e che veniva fuori in situazioni non solo di convivialità, ma di vita vera, vissuta con un grande senso di attaccamento alla nostra terra e alle nostre origini. Quando parlo dei miei esodi, esodi nel senso che ho vagato un po’ come uno zingaro in giro per il mondo, ma anche per l’Istria, riappare sempre il tema dell’Istria e della sua identità, della sua gente, dei valori che questa terra ci ha trasmesso e che nemmeno la lontananza fisica può debellare”.

Mi racconta la storia del violino?
“Mi piaceva la musica, mio zio era un baritono e mi iscrisse alla Scuola di musica. Io volevo suonare il pianoforte ma un professore mi disse: ‘Hai le dita lunghe: o sarai un ladro o un violinista’. Mi costrinsero a suonare il violino per sette anni… e non è che mi sia divertito. Lo ho odiato dal primo all’ultimo giorno. Gli esercizi preparatori e propedeutici di Ševčik, spartiti obbligatori per chi si approcciava al violino, erano di una noia mortale”.

Eppure la musica l’ha accompagnata nella vita?
“Nel periodo dell’Accademia navale a Spalato mi sono dilettato cantando. C’erano due musicisti preparati Mirko Radovanović e Branko Jurišić e ancora uno di cui non ricordo il nome: avevamo fondato un’orchestra e cantavamo a Spalato. Era divertente, si viveva bene. Io mi cimentavo con ‘Buonasera signorina, buonasera..’. Dopo il pomeriggio musicale organizzato dall’Accademia di marina andavamo al Club civile di vela ‘Jadran’ e lì eravamo molto conosciuti… Ci chiedevano di cantare e poi ci pagavano con del pesce!. Come dire di no davanti ad una ‘scarpena’ di 5 chili? E noi cedevamo… Ci esibivamo sulle isole, a Drvar a Pola all’Arena, un po’ dovunque ci capitava”.

MARINAIO PER ISPIRAZIONE

Quando capisce che la vocazione è quella della scrittura?
“Persone come me, io mi definisco egomane, funzionano così. Già in settima classe delle elementari ho letto Tolstoj, I Cosacchi (una raccolta di novelle, ndr), non le grandi opere… Lo lessi e dissi a me stesso ‘ma anch’io posso scrivere così!’. (‘Ter ja morem tako pisati.. forši i bolje’). Dopo aver letto i Cosacchi decisi che sarei diventato uno scrittore. L’anno seguente su carta spessa hammer pubblicavo il mio primo giornale, scrivendo a mano, ritagliando le foto dal ‘Vjesnik u srijedu/VUS, dal ‘Glas Istre’, dalla ‘Voce’ e il giornaletto si chiamava ‘Čir”: Časopis ilustrirani razredni’ e un anno dopo ho formato un gruppo teatrale, mettendo in scena tra l’altro Branislav Nušic. Negli anni in cui a Zagabria ho frequentato il Terzo ginnasio, ho fondato pure lì un giornale scolastico, ‘Mi mladi sa treće’ che, a distanza di settant’anni esce ancora”.

Perché ha scelto l’Accademia navale pur cosciente di aver ben altre affinità?
“Perché mi rendevo conto che il mare e le terre di mare erano e lo sono tuttora il mio principale campo di interesse intellettuale, artistico, perché avevo letto, durante gli anni del ginnasio, degli autori che hanno inciso profondamente sulla mia formazione: Herman Melwille, Joseph Conrad, Jack London e soprattutto i ‘Diari navali’ di James Cook dedicati alle isole del Pacifico. Inizialmente decisi di iscrivermi all’Istituto superiore di nautica a Buccari, ma non si poteva, bisognava aver frequentato la Scuola media nautica, io invece avevo frequentato a Zagabria un ginnasio… E allora sono entrato nell’Accademia navale a Spalato. Il primo mese non ho fatto che piangere a dirotto: ci si alzava alle 5 del mattino, si faceva ginnastica, poi alle 6 servivano la colazione alle 6.30 tutti in mare sulle barche a remare, da Divulje fino a Spalato e indietro. Non era facile, ma non volevo permettermi la libertà di cedere.
Dopo sette anni da ufficiale comandante di un cacciatorpediniere, mi arriva Šime Kronja, parente dello storico italiano Cronia, originario di Sebenico. Eravamo nel ‘68 ed ero già da 7 anni ufficiale di marina, però scrivevo e pubblicavo dappertutto. Kronja mi guarda e mi invita a venire a Belgrado alla redazione della rivista ‘Front’. Chiesi a mia moglie: ‘Andiamo?’. E lei disse sì. Però le cose si sviluppano in modo diverso. L’ammiraglio Purišić, che era un dalmata, come del resto tutti gli ammiragli jugoslavi, o quasi tutti, mi telefona e mi fa: ‘Non ti abbiamo fatto studiare per fare di te un giornalista, ma per fare di te un ammiraglio!’. E io gli rispondo: ‘al momento sono tenente di corvetta, ho 27 anni e per diventare ammiraglio dovrò attendere fino ai miei cinquant’anni. Non fa per me…’.
Nel frattempo arriva il nullaosta del responsabile dell’Ufficio per il personale del Segretariato federale alla difesa popolare, firmato dal generale Joksović, con il via libera al mio trasferimento a Belgado alla redazione della rivista ‘Front’. Credevo che il problema fosse risolto, segue un’altra telefonata di Purišić che mi dice: ‘Non vai da nessuna parte..’. Per ben 8 mesi questo documento è rimasto nella cassaforte di Purišić il quale solo alla fine ha mollato… e sono partito per Belgrado. Devo dire che sono stati anni intensi”.

Ma anche lì le cose prendono una direzione diversa…
“A un dato punto mi si presenta Ante Bubić, deputato al Parlamento federale e l’istriano Ive Siljan direttore del ‘Glas Istre’ e mi propongono di venire a Pola a dirigere il ‘Glas Istre’. E io accetto”.

Fermiamoci un attimo, uscire dalla rete dell’esercito era praticamente impossibile. Come ci è riuscito?
“In effetti, dei problemi ci sono stati. Mi mancavano 10 mesi per ottenere il diritto d’abitazione per un appartamento e poi chiedere il trasferimento a Pola. Ma il decreto non arrivò mai. Ero uscito dall’esercito e non avevo una casa. Chiamai Siljan a Pola tutto preoccupato e lui mi rispose di stare tranquillo che ci avrebbero pensato il ‘Glas Istre’ e il Comune e che avrei avuto un appartamento a Pola. E così fu”.

Come l’hanno accolta al “Glas Istre” quando fu nominato caporedattore? Era il gennaio del ‘73 e il suo mandato durò fino al ‘75?
“Io vedevo più che altro il progresso, la crescita del cantiere, la fabbrica Siporex e tante altre aziende che andavano benissimo, la fabbrica di vetro, tutti lavoravano, anche i pescatori i sub, si stava bene, nasceva il turismo, solo il ‘Glas Istre’ era un problema…”.

Perché?
“Alle 8 del mattino la redazione era piena, alle 14 non c’era più nessuno. Io ero furioso. Diedi un ordine: ‘Non voglio vedere nessuno in redazione prima delle 11! Siete giornalisti, non siete degli impiegati, alle 8 del mattino dovete andare in cerca di notizie, essere on the roud, davanti a qualche fabbrica, ai Giardini, e alle 16 si rientra e si scrive’. Non mi hanno voluto ascoltare e dopo due anni ho lasciato la direzione del giornale. Mi chiesero di assumere l’incarico di vicepresidente dell’esecutivo a Pola. Accettai”.

Milan Rakovac. Foto Roni Brmalj/Edit

È IN ATTO UNA «RIBESTIALIZZAZIONE»

Rimanendo in tema di editoria in una sua recente intervista sostiene che non viviamo nel giornalismo, ma nel post giornalismo…
“Lo dico in modo chiaro e tondo: viviamo in un mondo in cui Stati Uniti, Croazia, Congo e altri Paesi sono tutti omologati. Abbiamo più scrittori che lettori. Tutti scrivono ma nessuno legge più. Ma questa produzione che non so se definire letteraria, questo post post modernismo è una produzione fatta da pastrocchi incredibili. Le sofferenze private, gli stati d’animo, tutto sbattuto in piazza senza filtri e senza arte. Ma vadano piuttosto a leggersi i vecchi autori, i classici della letteratura! Io ho imparato molto dagli americani. Dos Passoss sosteneva che la buona letteratura è fatta da un 70 per cento di statistica, elementi fattuali e da un 30 per cento ‘delle tue monade private’. Il mio romanzo Riva i druzi, a cui sono molto affezionato e che è stato tradotto anche in italiano, è un’epigonia di Manhattan Transfer: tanti dati fattuali e un po’ di fantasia”.

Non le sembra che nel mondo della modernità ci manchi la fantasia? Siamo diventati dei piccoli robot, non viviamo più la nostra vita, viviamo la vita che vogliamo raccontare…
“Una criptovita, una neovita, una vita piuttosto digitale e parallela. Questo è il modo di vivere e non solo nelle arti. Invece di scendere in piazza per fermare la guerra ad ogni costo, senza sputare sugli iraniani, sugli ucraini, ma anche sui russi. Fare la pace è la cosa più importante in questo momento, aldilà del fatto di chi ha ragione e di chi non ce l’ha. Se cerchiamo di stabilire chi ha tirato per primo il sasso nello stagno, non ne veniamo fuori. Ricorda le dimostrazioni contro la guerra in Vietnam, contro l’America? Quelle sì che erano iniziative coraggiose. Oggi a seguito degli eventi bellici di questi ultimi mesi, che hanno le dimensioni di una catastrofe globale, solo qualche migliaio di persone in Europa è uscito in piazza. Lo hanno fatto a Parigi, in qualche altra capitale europea, ma poi sono scesi in strada i razzisti che hanno menato i pacifisti. Tutto è stato capovolto.
La mia dentista, una dalmata, bosniaca di nascita, mi ha chiesto: ‘Ma non è che questi siano i segnali della fine dell’evoluzione dell’Homo sapiens?’. E io le ho risposto che non sono solo segnali, bensì questo è l’inizio della fine… Ci vorrà qualche migliaio di anni, forse meno…. rimane il fatto che la ‘ribestializzazione’ è in atto. Non ero a conoscenza del fatto che la Croazia si trova in vetta alle classifiche europee per casi di violenza e omicidi in famiglia, per non parlare dei femminicidi e della violenza contro le donne in cui ai primi posti si trova anche l’Italia. Sono cose da pazzi. Nella mia gioventù, nel mio paese di nascita e poi a Pola, avevamo di fatto il matriarcato. La donna era rispettata, considerata come moglie, figlia, madre, tutto ciò è andato perso a seguito di questa ‘mascolinizzazione’ strisciante. Non credo si tratti di una questione biologica, bensì culturale e mediatica, ma a prescindere da cosa stia alla base è deplorevole”.

E cosa mi racconta degli autori italiani che hanno influito sulla sua opera e sulla sua vita.
“Enzo Bettizza disse, in occasione di un documentario che avevamo girato per l’Hrt (Radiotelevisione croata, ndr): ‘Non sono né esule, né italiano né croato: io sono un fiero bastardo!’. Poi mi viene da citare Dario Marušić, musicista poliedrico legato a Istranova che si esibiva tra Italia, Croazia, Slovenia riscuotendo successo. I colleghi gli rinfacciavano di essere croato a metà, sloveno a metà, italiano a metà e lui rispose: ‘Sono completamente croato, completamente sloveno, completamente italiano!. Si può? Eccome!

FULVIO E POI ANCORA FULVIO

Poi arriva Tomizza che si identifica con la frontiera. E allora mi chiedo: ma come ci si può identificare con una linea immaginaria? Chi vive dietro la linea? Chi sono costoro che stanno dall’altra parte… ed è questo uno dei motivi e una delle peculiarità della ricerca e della poetica tomizziana. Ma ci sono stati anche altri autori: Angelo Vivante, Fausta Cialente, Carolus L. Cergoly. E poi Fulvio… e ancora Fulvio”.

Come ha conosciuto Tomizza?
“Ho letto La miglior vita e deciso di tradurlo, ma l’idea non fu gradita. Un gruppo di ex partigiani e un gruppo di preti presentarono un’accusa formale all’Alleanza socialista del popolo lavoratore della Croazia del tempo, contestando la mia iniziativa, perfino il critico Nedjeljko Fabrio aveva scritto una recensione negativa e aveva collocato Tomizza tra gli esuli… A Fiume, nel 1980, ci fu una riunione per decidere se tradurre o meno. Dopo qualche tentennamento ebbi luce verde. Fulvio commentò: ‘Preti e partigiani! A Trieste me spuda preti e fascisti, qua preti e partigiani’.. e poi rideva… e prendeva le distanze dagli uni e dagli altri. Abbiamo fatto presto amicizia, andavo spesso da lui a Giurizzani e lodava il suo vino, come del resto lo fanno tutti i viticoltori dell’Istria. Tomizza era accusato dagli jugoslavi di essere un irredentista, ma pure gli italiani poi avevano delle riserve nei suoi confronti e Tomizza commentava: ‘i miei esuli istriani hanno il dente avvelenato’. Difatti non tutti a Trieste erano ben disposti nei suoi confronti”.

Dossier conservati all’Archivio di Stato, aperti ma presto anche chiusi, confermano che Tomizza era seguito dall’intelligence jugoslava. Leggendo le carte, si evince che i servizi conoscevano ogni sua mossa, lo spiavano quando arrivava in Istria, incontrava amici e parenti, ma anche durante i viaggi. L’ultimo pedinamento documentato risale al marzo 1990, mentre si trovava a Zagabria, soggiornando per alcuni giorni all’Hotel Palace. Dice il verbale che si trovava nella capitale per far visita a dei parenti della moglie, di origini ebree… Tomizza metteva paura?
“Avevano ragione di aver paura. Sì, lo seguivano. E ne capisco bene la ragione. Il motivo sta nella sua consistenza psico-sociale, nel suo pacifismo reale, più ventricolare che cerebrale. Oggi iniziative plurinazionali, plurilingui sono del tutto normali, allora non lo erano. L’amicizia che è nata tra di noi durante il periodo in cui ho tradotto il libro e l’ho frequentato assiduamente, ma anche dopo quando siamo andati in giro a promuovere l’edizione croata, ha inciso profondamente sul mio modo di essere, di intendere le cose.

IL FORUM TOMIZZA HA LANCIATO LA TRANSFRONTALIERITÀ

Ho fatto tanti lavori nella mia vita, sono stato vice ministro e membro del Comitato jugoslavo per la cooperazione internazionale di cultura, giornalista, viceministro di Stipe Šuvar (l’allora ministro dell’istruzione, autore di una riforma scolastica piuttosto contestata, ndr) e non lo nascondo ero molto vanitoso. Ma dopo aver letto La miglior vita ho perso quel sentimento di superiorità che sfoggiavo, ma ho perso anche la mia pace interiore, quella suprema, quasi celeste, l’ho persa e mai più la ritroverò. Insomma Fulvio mi ha cambiato.
Quando si ammalò decise di non sottoporsi all’intervento che gli avevano proposto. Se l’avesse fatto, forse oggi sarebbe ancora qui con noi. Ma lui no, da gran testardo, ‘sturlo’, istriano, rifiutò il trapianto del fegato e passò a miglior vita. Oggi lo ricordiamo anche grazie alle iniziative del Forum Tomizza, che continua lungo la strada del dialogo, della multiculturalità e del plurilinguismo a cui Fulvio ha dedicato la sua opera. Il Forum Tomizza oggi non è più un’iniziativa bizzarra come poteva sembrare agli inizi. Questi incontri, che si svolgono a ridosso dei confini, in un’area transfrontaliera in cui viene sottolineato l’elemento plurinazionale, sono cose normali al giorno d’oggi, come tutti gli altri festival che si tengono in Istria, cito Sanvincenti, ma ce ne sono tantissimi. E credo che ciò sia un bene”.

EZIO MESTROVICH, UNA GRANDE MENTE

Tra i tanti romanzi, saggi, diari di viaggio, poesie lei ha scritto un libro dal titolo ‘Sinovi Istre’ (Figli dell’Istria) in cui dedica la sua attenzione a personaggi quali Mate Balota, Giuseppe Budicin-Pino, Ante Ciliga, Zvane Črnja, Vladimir Gortan, Alojz Kocjančić, Ezio Mestrovich, Božo Milanović, Joakim Rakovac, Fulvio Tomizza e Josip Velikanje, testimoni della storia istriana del XIX e XX secolo. Perchè ha scelto di parlare di Mestrovich, figura di spicco della Cni, giornalista, caporedattore di “Panorama”, poi de “La Voce”, direttore dell’Edit, autore di due romanzi, raffinato intellettuale che con l’Istria aveva poco da condividere, a parte il fatto che durante lo sfollamento di Fiume, durante la Seconda guerra mondiale, la madre (originaria di Briana) lo fece nascere nel 1941 in Ciceria?
“Se monsignor Santin e la Comunità italiana che lo sosteneva avessero avuto l’intelligenza politica, il coraggio, le capacità di Ezio Mestrovich oggi l’Istria sarebbe italiana. Eravamo amici con Mestrovich.”.

A me risulta invece che avete polemizzato parecchio.
“Sì, ma eravamo amici, perché ci univa quell’idea del nuovo comunismo umanitario, o meglio del comunismo dal volto umano, di cui si discuteva parecchio”.

Che cosa l’ha affascinato di questo personaggio, tanto da inserirlo in una monografia?
“Era proiettato verso il futuro, era superiore al proprio ambiente, anche in senso geopolitico. Il contesto istriano e fiumano era un ambiente sovversivo negli anni Ottanta, faceva tremare Belgrado, ma nemmeno Zagabria e Lubiana dormivano sonni tranquilli. Si era formata una massa critica, anche sulla scia del pensiero di Tomizza, che voleva lavorare sulla pacificazione umanistica, una linea di pensiero in cui non c’era spazio per il nazionalismo.
E guardi cosa sta succedendo oggi, oppure pensi alla guerra degli anni Novanta, una guerra che si sarebbe potuta evitare, è documentato. Lo storico Dušan Bilandžić ha scritto parecchio sull’argomento, citando Ante Marković e il progetto di arrivare a una transizione, non certamente semplice, ma che avrebbe potuto evitare il dramma che si è consumato, permettendo a quelle Repubbliche federative che lo desideravano di ottenere l’indipendenza, attraverso lo strumento del referendum. Ma questa è una storia complessa”.

Ci accomiatiamo da Rakovac coscienti che non tutti gli argomenti che abbiamo affrontato possono essere condensati in un’intervista e che un percoso così intenso come il suo, piena di svolti e risvolti richiede molte righe e parecchia ricerca. Bisognerà leggere le sue memorie che, speriamo, a breve, vedranno la luce. Quel che ci rimane è il fascino di chi dice, ma anche, se necessario… tace. E per portare un po’ di allegria e sdrammatizzare situazioni che, anche dopo tanti anni creano un certo disagio… si mette a cantare. Arrivederci maestro!.

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