La terra tremò per 59 secondi causando 989 morti, 2.607 feriti, 100.000 senzatetto e ingentissimi danni materiali. Questi il bilancio riportato dalla Regione Friuli Venezia Giulia, dinanzi al quale, però, le città colpite non si sono arrese. Erano le ore 21 del 6 maggio 1976, quando un terremoto di magnitudo 6.5 sulla scala Rihter colpì quest’area. La fotografia con la frase “Il Friuli ringrazia e non dimentica”, riassume un po’ tutta l’essenza della rinascita. È stata scattata nei pressi di Gemona – una delle città più devastate con ben 400 vittime. A 50 anni dal sisma “non stiamo facendo memoria” perché si tratta di “un evento che ha segnato la storia di questi territori e di queste comunità e dell’intera Italia”. Lo ha detto il presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, intervenendo a Gemona in occasione delle cerimonie per l’anniversario di quel tragico fatto. Mattarella, come pure la presidente del Consiglio dei ministri, Giorgia Meloni, è intervenuto alla seduta straordinaria del Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia, a Gemona.
“Le popolazioni duramente colpite – ha detto il capo dello Stato – seppero opporre determinazione e grande energia”, una volontà di vita che ricominciò “attingendo dalla cultura e dal carattere friulani: viene da pensare che il concetto di resilienza trovi qui la sua origine”. “La devastazione materiale – ha concluso, riallacciandosi a un detto in friulano – non ha neppure scalfito la roccia, vale a dire la tenacia, la profonda identità delle genti friulane. La rete delle autonomie locali, forme di democrazia partecipativa vissuta con orgoglio, un rapporto nuovo con le istituzioni nazionali, hanno contribuito a costruire ciò che poi è stato chiamato ‘modello Friuli’”. I friulani “riuscirono a trasformare una tragedia in modello per l’Italia intera, il modello Friuli, il miglior modello di ricostruzione che l’Italia abbia riconosciuto fino ad oggi”, ha affermato la premier Meloni. “Qui si sono gettate le basi del sistema italiano di protezione civile che conosciamo oggi, di cui tutti andiamo fieri che è all’avanguardia”, ha sottolineato la premier.
Come ha osservato nel suo discorso il presidente del Consiglio regionale, Mauro Bordin, quel 6 maggio 1976 fu uno spartiacque: “Da quella drammatica esperienza giunsero risultati concreti e duraturi. I ‘figli del terremoto’ hanno dato origine a modelli organizzativi e istituzionali fondamentali per il nostro Paese”. Bordin ha fatto riferimento alla “specialità” dell’FVG con la sua autonomia responsabile, vissuta non come punto di arrivo, bensì come scelta quotidiana, come impegno concreto al servizio del bene comune, nella quale si radicano la forza e il carattere di rialzarsi, di ricostruire allora e di affrontare le sfide di oggi. Perché essa trae linfa da ciò che più profondamente caratterizza questa terra, l’essere una comunità “coesa, solidale, capace di riconoscersi nei propri valori, che, pur nelle differenze, ha saputo trovare unità e condivisione, trasformando la diversità in ricchezza e la memoria in guida”.
Un motore di sviluppo economico culturale e sociale. “Noi tutti continuiamo a fare tesoro della lezione che quella stagione ci lasciò”. Così il sindaco di Gemona del Friuli, Roberto Revelant. “Credo che uno dei significati più importanti che ci ha lasciato quella terribile tragedia, ma anche la successiva ricostruzione e anche il lascito del commissario straordinario Zamberletti, sia quello di valorizzare la prevenzione per evitare che queste tragedie si ripetano e ridurre il rischio”, il monito nel video messaggio “Orcolat, cinquant’anni dopo. Le voci della rinascita”. Ne abbiamo parlato con il primo cittadino, in questo periodo particolarmente impegnato per i tantissimi eventi.

Un anno per voi dai tanti significati. Con che spirito lo sta vivendo
la città di Gemona?
“Vanno sempre ricordate, innanzitutto, le 400 vittime che sono state la perdita più dolorosa. Le ricordiamo tenendo viva la memoria, come anche l’operazione di grande solidarietà internazionale, l’immediata risposta all’emergenza e l’efficiente ricostruzione”.
Lei è nato pochi anni dopo il sisma. Nel corso della sua crescita come si è avvicinato alla realtà di Gemona sino a diventarne primo cittadino?
“Ho sempre avuto una vita intensa all’interno della comunità svolgendo varie attività sino ad arrivare al ruolo che oggi ho l’onore di rappresentare. In questo percorso, il 6 maggio è stato il momento più significativo per ogni sindaco, amministratore come anche per la cittadinanza. Il capitolo della ricostruzione l’ho vissuto pochissimo, perché realizzato in tempi velocissimi tant’è che quando ho compiuto 7-8 anni, era già tutto completato”.
Restando in tema di ricostruzione, a Gemona è rimasto ancora qualcosa in sospeso? È noto che l’antico Castello -uno dei simboli della città- ha passato un iter molto lungo.
“Come è noto, l’arcivescovo Alfredo Battisti disse: ‘Prima le fabbriche, dopo le case, dopo le chiese’. E così è stato. Tutte le fabbriche sono state prontamente ricostruite per dare il lavoro alla gente e rilanciare lo sviluppo del nostro territorio, poi si è proceduto con le case perché la volontà di ogni cittadino era quella di ritornare quanto prima alla normalità. C’è il detto che il friulano ha il male del mattone, nella nostra lingua si dice il ‘mâl dal modon’, e da qui la piena volontà di avviare la ricostruzione in tempi brevi.
Dopodiché sono rimaste le ultime opere riguardanti le chiese, tutte prontamente ricostruite, eccezion fatta per alcuni sedimi rimasti tali con le tracce del terremoto. Per quanto riguarda il Castello, ha affrontato una serie di vicissitudini che hanno causato un allungamento dei tempi. Siamo però quasi giunti alla conclusione, presto rimuoveremo la gru che ci serve per sistemare alcune opere nell’area esterna, ma auspichiamo che entro l’anno venga rimossa”.
Perché ancora oggi si fa riferimento al modello Friuli, soprattutto quando si fa un paragone con altri luoghi colpiti dal terremoto ancora lontanissimi dalla ripartenza?
“Il ‘modello Friuli’ è stato coniato dopo il sisma. Al momento del terremoto probabilmente né i legislatori, né i governanti, né la politica stavano pensando a un modello, bensì a ricostruire nel miglior modo possibile e in tempi rapidi. Uomini e donne dell’epoca, con grande capacità e visione, hanno creato tutte le condizioni affinché lo Stato trasferisse le competenze alla Regione. Quest’ultima ha dato poi fiducia e piena delega ai Comuni.
La risposta è stata immediata, tutta la macchina ha funzionato benissimo perché c’erano anche funzionari di grande spessore nei posti giusti e maestranze qualificate, inoltre la volontà di fare, tipica del popolo friulano. È un modello che non si è più replicato e forse c’è da farci qualche domanda. Se allora ha funzionato, perché non potrebbe anche oggi?”
Da allora sono cambiate le leggi, probabilmente pure i rapporti, perciò, nel malaugurato caso che dovesse ripetersi un dramma del genere, in Friuli si potrebbe ancora applicare questo modello?
“Il modello sicuramente andrebbe attualizzato. Se in passato alcuni interventi si potevano fare con una certa semplicità, oggi necessiterebbero di maggiori attenzioni. Non tutto sarebbe replicabile. All’epoca, per esempio, all’interno delle famiglie friulane c’erano persone che conoscevano la materia edilizia: infatti, tanti erano carpentieri, muratori capaci di ricostruire la casa con le proprie mani facendosi magari aiutare da altre famiglie. Oggi tutto ciò sarebbe molto più difficile.
Voglio però ricordare un dato che secondo me è significativo: non ci sono state vittime nei cantieri, ciò vuole dire che c’era competenze e molta attenzione nonostante le tantissime opere da farsi. Inoltre, va fatto un ragionamento sulle numerose norme che sono state adottate successivamente. Forse producono maggiori benefici in termini di documentazione, ma non gli stessi nel cantiere”.

Oltre l’efficiente ricostruzione, di cosa si è fatto particolarmente tesoro?
“I valori dei friulani che ho appena descritto sono stati il vero motore e ritengo siano ancora vivi. L’abbiamo visto in calamità meno devastanti rispetto al sisma del ‘76, come nelle alluvioni e durante la pandemia, in cui la gente ha saputo reagire con prontezza. Ecco, questi valori sono fondamentali, come quello della prevenzione grazie agli insegnamenti del commissario straordinario per la ricostruzione Giuseppe Zamberletti. Questo ci consentirà di poter affrontare un eventuale forte terremoto.
Ricordiamo che la nostra è una zona sismica di prima categoria e dobbiamo essere pronti, perciò continueremo a investire sulla sicurezza in quanto strumento fondamentale per ridurre i rischi. La nostra Protezione Civile, di cui siamo molto orgogliosi, svolge attività costanti, cercando di intensificarle all’interno della squadra stessa, ma anche nella comunità. Il nostro territorio è estremamente fragile e quindi bisogna avere la capacità di affrontare le emergenze senza panico individuando risposte adeguate. La popolazione è così preparata, con meno paura, ad affrontare situazioni critiche”.
Un grande valore è stato trasmesso da tutta Italia, ma anche dall’estero.
“Sì, soprattutto se pensiamo alle situazioni geopolitiche profondamente diverse l’una dall’altra. Cito due esempi: donazioni straordinarie sono pervenute dagli Stati Uniti d’America, ugualmente dalla Libia di Gheddafi, quindi, è stato un grande momento di unione. Alcune settimane fa siamo stati in America e in Canada per esprimere la nostra gratitudine, che è poi indirizzata a tutto il mondo. Sono rientrato a Gemona con un patrimonio arricchito perché ho conosciuto la forza dei friulani emigrati, la loro capacità di rifarsi una vita oltreoceano mantenendo salde, però, le radici”.
Quale il suo messaggio oggi, in occasione di questo anniversario, alla sua gente, ma anche a chi viene da fuori?
“Il mio messaggio è sempre di speranza, perché se ce l’hanno fatta i nostri nonni e genitori a risorgere dalle macerie, non ci deve far paura ad affrontare ciò che nella vita può accadere. Bisogna avere responsabilità, il rispetto della grande solidarietà che abbiamo ricevuto e la capacità di restituirla ogni qualvolta ce ne sarà bisogno e la possibilità. Per i visitatori, vorrei che tutti avessero occasione di conoscere la Gemona di oggi, che è la figlia del terremoto, ma è anche figlia di quell’esperienza che ci ha portato a rinnovarci molte volte nel tempo affrontando i cambiamenti nell’epoca della digitalizzazione. Passi importanti, questi, per garantirci una modernità, per attirare nuovi cittadini e visitatori anche per mostrare come intervenire e aiutare nelle situazioni di calamità, ne è un esempio l’alluvione del 2023 in Slovenia. Gli eventi purtroppo succedono ma, avendo la capacità di reagire, esisterà sempre la possibilità di farcela”.
Tutti i diritti riservati. La riproduzione, anche parziale, è possibile soltanto dietro autorizzazione dell’editore.
L’utente, previa registrazione, avrà la possibilità di commentare i contenuti proposti sul sito dell’Editore, ma dovrà farlo usando un linguaggio rispettoso della persona e del diritto alla diversa opinione, evitando espressioni offensive e ingiuriose, affinché la comunicazione sia, in quanto a contenuto e forma, civile.










































